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	<title>Sto Bene Con Tutti &#187; &#8211; Relazioni Sociali e Amicizia</title>
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		<title>Cos’è l’assertività?</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 05:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale. L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la teoria del sano egoismo. Chi non è felice non può dare felicità, chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/assertività.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3023" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="cos'è l'assertività" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/assertività-300x130.jpg" alt="" width="300" height="130" /></a>L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la <strong>teoria del sano egoismo. </strong>Chi non è felice non può dare felicità, chi non ha stima e <strong>fiducia di sé </strong>non è in grado di dare agli altri sicurezza; le interazioni sociali disarmoniche generano problemi di diversa natura e gravità.</p>
<p><strong>Essere assertivi significa vivere esercitando i propri diritti in modo naturale</strong>, senza provare disagio, riconoscendo agli altri la reciprocità di questo assunto.<span style="text-decoration: underline;"><br />
</span></p>
<h3><span style="text-decoration: underline;">Per ottenere questo risultato è necessario avere queste due capacità:</span></h3>
<p style="text-align: justify;">1. <strong>capacità di ascolto</strong>, comprensione, attenzione per l’altro;<br />
2. <strong>capacità di esprimere</strong> il proprio punto di vista (evitando termini aggressivi e passivi) e farlo rispettare.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Comunicazione ed assertività</span></h3>
<p style="text-align: justify;">L’assertività è, a mio avviso, il modo più efficace per <strong>ottenere realmente il meglio da noi stessi e dagli altri</strong>.<br />
Chi comunica in modo assertivo comunica in modo efficace e sempre con finalità vincere-vincere (vinco io e vinci tu), cioè in un modo che porta tutte le persone coinvolte nella comunicazione (o nell’interazione) ad uscire soddisfatte dalla stessa.<br />
Questa finalità è contrapposta alle finalità <strong>vincere-perdere</strong>, in cui c’è un solo vincitore (io vinco tu perdi) ed è tipica dei rapporti conflittuali, competitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio di questo tipo di <strong>comunicazione</strong> è la vendita senza etica: se io sono un venditore e non mi faccio scrupoli ad usare tutte le più subdole tecniche di vendita per venderti qualcosa a condizioni estremamente favorevoli per me e svantaggiose per te, di primo acchito può sembrare che io abbia vinto (ho concluso un ottimo affare), ma in realtà ho vinto sul momento (ho concluso un ottimo affare), ma ho perso nel lungo periodo (ho perso un cliente e tutti quelli potenziali messi in guardia dal primo).</p>
<p>Quindi chi <strong>comunica in modo assertivo</strong> comunica sempre con finalità vincere-vincere. Facciamo un esempio per capire questo concetto: come reagiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa che non abbiamo fatto, ci interrompe o pretende da noi più di quanto possiamo offrire?<br />
Se non siamo assertivi, a seconda dei casi possiamo avere reazioni aggressive o remissive.</p>
<p><em><strong>Fonte:</strong></em> <a title="Cos'è l'assertività" href="http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252" target="_blank">http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252</a></p>
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		<title>Amicizia e Amore</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 05:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;amicizia è un sentimento che prende corpo su di una base emozionale. Impossibile che si instauri laddove non ci sia una corrente di emozioni che leghi due persone, od anche un uomo ed un animale. Proprio la profonda amicizia che lega spesso un essere umano ad un animale ci insegna quanto poco di intellettuale vi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2526" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Amicizia e Amore" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/10/Amicizia-e-Amore.jpg" alt="Amicizia e Amore" width="300" height="300" />L&#8217;<strong>amicizia</strong> è un <strong>sentimento</strong> che prende corpo su di una base <strong>emozionale</strong>. Impossibile che si instauri laddove non ci sia una corrente di emozioni che leghi due persone, od anche un uomo ed un animale. Proprio la profonda amicizia che lega spesso un essere umano ad un animale ci insegna quanto poco di <strong>intellettuale</strong> vi sia in una profonda amicizia e quanto invece vi sia di sentimentale, di profondamente <strong>emotivo</strong>. Si può perciò trattare di amicizia ponendola a confronto con altre due emozioni di altrettanto peso nelle <strong>relazioni umane</strong>: l&#8217;<strong>innamoramento</strong> e l&#8217;<strong>amore</strong>.</p>
<p>L&#8217;innamoramento è <strong>passione</strong> e <strong>sofferenza</strong> e tutto questo perché l&#8217;innamoramento nasce nella solitudine, senza reciprocità, senza la minima certezza che l&#8217;innamoramento possa mai trovare corresponsione. L&#8217;<strong>innamoramento</strong> porta a trasfigurare la persona amata, a divinizzarla, ma tutto ciò sempre in una sfera di intima solitudine. L&#8217;<strong>innamorato</strong> non corrisposto deve compiere violenza su se stesso per liberarsi di quell&#8217;innamoramento: uno sforzo simile a quello <strong>conosciuto</strong> da chi si ritrova nella <strong>triste </strong>situazione di dover elaborare la perdita di un <strong>amore</strong> corrisposto. Tutte e due le situazioni hanno in comune un tratto di sofferenza solitaria.</p>
<p>Secondo Francesco Alberoni, che ha in più <strong>occasioni</strong> trattato di innamoramento, amore ed amicizia, l&#8217;amicizia ha invece orrore della sofferenza, la evita.<br />
Ed è un punto sul quale ho più di una riserva.<br />
Pur rispettando l&#8217;a<strong>utorevolezza</strong> di Francesco Alberoni, trovo contraddittorio mettere prima su di un piano paritario amore (non innamoramento) ed amicizia per poi sostenere che nell&#8217;amicizia non possa trovar spazio la sofferenza, naturale contraltare di tutto ciò che comporta un flusso di emozioni. Si soffre perché si perde un oggetto a noi caro: figuriamoci se non si soffre per un&#8217;amicizia rotta o forzatamente separata.</p>
<p>L&#8217;amicizia, a differenza dell&#8217;innamoramento, ha una componente <strong>solitaria</strong> minima o addirittura inesistente. Difficile immaginare un&#8217;amicizia che sorga come <strong>passione</strong> individuale: sarebbe certamente un innamoramento. Ma così come l&#8217;innamoramento può essere causa di sofferenza anche nel momento in cui una coppia si separa, anche nell&#8217;amicizia la sofferenza per il <strong>distacco</strong> può essere pesante.</p>
<p>Probabilmente il cuore del ragionamento sta nel definire cosa sia davvero una autentica amicizia. Sin dalle antichità, da Aristotele a Tommaso d&#8217;Aquino fino a gran parte della sociologia contemporanea, il tema dell&#8217;amicizia ha ispirato molti pensatori. Un&#8217;ulteriore difficoltà sta nella disparità di concezioni d&#8217;amicizia che ancora oggi si leggono nei diversi tessuti sociali. Il <strong>sentimento</strong> dell&#8217;amicizia in Russia è assai diverso rispetto a quello diffuso nei paesi occidentali, vuoi anche per una certa cultura moraleggiante che ha <strong>influito</strong> non poco in occidente.</p>
<p>Per definizione l&#8217;amicizia è una <strong>relazione</strong> alla pari, fondata sulla stima reciproca, sulla <strong>disponibilità</strong> e sul <strong>rispetto</strong>. E sufficiente? Direi di no! Questa è la definizione di &#8220;conoscenza&#8221;. <strong>Stimare</strong>, essere disponibili e rispettare credo siano i presupposti per una vita di relazione pacifica con chiunque. Ma l&#8217;amicizia deve essere altro.</p>
<p>Potrei aggiungere che nell&#8217;amicizia deve configurarsi una certa <strong>confidenza</strong>, l&#8217;essere <strong>consapevoli</strong> di potersi fidare dell&#8217;amico. Ma la confidenza la si instaura anche con i fratelli, con persone che si giudicano<strong> affidabili</strong> per custodire un nostro pensiero od una nostra emozione<strong> intima</strong>. Non sempre ci confidiamo con persone che giudichiamo amiche; talvolta ci accontentiamo dell&#8217;<strong>affidabilità</strong> o dell&#8217;<strong>autorevolezza</strong> che essi rappresentano.</p>
<p>L&#8217;amicizia deve comportare qualcosa di più: un <strong>sentimento</strong>. L&#8217;amicizia è il desiderare la compagnia di quella persona; desiderare uno scambio di<strong> attenzioni</strong> con quella persona; desiderare insomma il bene di quella persona.<br />
Ecco perché è plausibile accostarla all&#8217;amore, ed ecco perché trovo scorretto privare l&#8217;amicizia del <strong>potere</strong> di <strong>emozionare</strong>, anche nell&#8217;accezione di sofferenza.</p>
<p>L&#8217;innamoramento invece è un&#8217;altra cosa. E&#8217; un percorso <strong>solitario</strong>, talvolta parallelo all&#8217;amicizia, spesso nascosto o semplicemente <strong>censurato</strong>. In questo senso ha forse ragione Alberoni. L&#8217;innamorato all&#8217;inizio <strong>soffre </strong>sempre; e spesso, purtroppo, tutto finisce lì!</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong><em>Fonte:</em></strong></span> <a title="Amicizia e Amore" href="http://www.gremus.it/?q=node/1047" target="_blank">http://www.gremus.it/?q=node/1047</a></p>
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		<title>Timidezza</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 14:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il campionario della timidezza è universale. Non è certo solo patrimonio dell&#8217;osservazione di psichiatri o di psicoterapeuti, anche se nei loto studi di persone timide se ne possono trovare un gran numero. Da chi vi si rivolge chiaramente per quel problema, a coloro che lo nascondono sotto una miriade di altre forme cliniche e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-2076 alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="timidezza" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/08/timida-300x218.jpg" alt="timidezza" width="300" height="218" /><strong>Il campionario della timidezza è universale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è certo solo patrimonio dell&#8217;<strong>osservazione</strong> di psichiatri o di psicoterapeuti, anche se nei loto studi di persone timide se ne possono trovare un gran numero. Da chi vi si rivolge chiaramente per quel problema, a coloro che lo nascondono sotto una miriade di altre forme cliniche e di altri sintomi.</p>
<p style="text-align: justify;">Di certo lì si incontrano alcuni dei timidi più coraggiosi, quelli che sono stanchi di bluffare, quelli che non ce la fanno più a reggere il peso di una vita sacrificata a farsi grandi quandi si sentono piccoli. Alcuni sono stanchi di <strong>arrossire</strong> quando vorrebbero sembrare di ghiacchio, sltri non ne possono più di sentire la fronte imperlarsi di sudore quando vorrebbero proporre un<strong> comportamento</strong> asciutto, altri ancora sono sfiniti dall&#8217;ansia che cresce quando si avvicina un appuntameto all&#8217;apparenza banale.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri, altri, altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri, quanti mi è capitato di averne cura.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri, e ciascuno chiedeva un aiuto speciale per un problema diverso da quello di un proprio simile, ma con una radice comune: una lotta mal riuscita contro la propria timidezza. Timidezza nei confronti degli altri, ma soprattutto <strong>timidezza a vivere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è certo soltando nello studio di uno psichiatra, dicevo, che si possono incontrare i timidi. Lì si possono vedere in tanto luoghi, in tutti i luoghi, magari senza poterli riconoscere, tanto bene si sono camuffati. Sono una folla, una grande folla, che poco o tanto somiglia all&#8217;intera umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sentimento</strong> umano, la timidezza. Sentimento che i più considerano trasandato, poco nobile, che si può riconoscere nel vicino, con un moto di <strong>spirito aggressivo</strong>, piuttosto che <strong>comprensivo</strong>, o di<strong> compassione</strong>, come lo si può riconoscere in se stessi, con un sentimento di autocommiserazione, di paura, ma anche di <strong>panico</strong> o di<strong> intolleranza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Raramente d&#8217;indulgenza, quasi mai di <strong>valorizzazione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La timidezza, insomma, è vista come una specie di malattia cronica invalidante. Un piccolo o grande mostro con il quale si vuole, o si deve, combattere, ma che lascia sempre scarse possibilità di vittoria. D&#8217;altra parte non viviamo certo in un&#8217;epoca somigliante a quella romantica, quando anche gli eroi potevano concedersi qualche vampata di rossore senza sentirsi fuori luogo. E neppure a quella medioevale, quando i cavalieri potevano palesemente mostrare la loro ansietà nella trepidante <strong>attesa</strong> di un sì dell&#8217;amata. Per non dire della timidezza ben accreditata come virtù femminile fino a epoche molto più recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Eh no! Viviamo in ben altro periodo: competitivo, tecnologico, rampante, nel quale il controllo delle <strong>emozioni</strong> è di rigore. Con qualche deroga, magari, in questo o in quel talk-show, dove l&#8217;<strong>espressione</strong> dei sentimenti suscita <strong>emotività</strong> e applauso, ma dove tutto è garantito da una verità che assomiglia alla finzione e la cornice è predefinita così che, quando si chiude il sipario, la regola dell&#8217;<strong>autocontrollo</strong> obbligatorio riprende a dettare il suo imperativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la timidezza fa parte del tessuto connettivo delle caratteristiche umane. Certamente è il tratto più diffuso, anche se considerato ingiustamente appartenente a un&#8217;area che si avvicina a quella della patologia.evidentemente si manifesta con maggiore enfasi laddove le richieste sociali, di una certa cultura, la mettono in una specie di lista di prescrizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è certo un caso che nel mondo occidentale sia fiorita una copiosa letteratura a riguardo e che anche su Internet ci si trovi di fronte a una valanga di riferimenti sul tema.</p>
<p style="text-align: justify;">La dissennata lotta alla timidezza ha poi alimentato grandi bussiness: dai corsi per essere sempre all&#8217;altezza, ai manuali per dare scacco al &#8220;problema&#8221; in dieci mosse, al mito del fitness, alle cure rimodellanti di chirurgia estetica, agli psicofarmaci, fino alle amiricanissime <em>shy-clinic </em>(cliniche per la cura della timidezza), dove si entra deboli e si esce forti. Sarà! E&#8217; certo solo il prezzo fino a migliaia di dollari, e la rinuncia a far propria una parte di se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;">In venti anni di lavoro clinico mi sono imbattuto in uno stuolo di persone i cui problemi derivano dall&#8217;<strong>insuccesso </strong>della<strong> lotta</strong> contro la timidezza. Via via mi sono chiesto, e ho cercato di sollecitare la stessa domanda nei miei pazienti, se un simile sforzo avesse qualche senso.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è assolutamente negativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Per vivere meglio esiste un&#8217;altra via da percorrere, meno dispendiosa e più rispettosa di se stessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tratto dal libro:</em> <strong>Timidezza</strong> &#8211; <strong>Fausto Manara</strong> &#8211; ed. Sperling</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Sapere stare nel gruppo</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 18:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte è come un leggero imbarazzo. La sensazione di non sapere entrare in relazione, di non riuscire a essere se stessi. Un senso di esclusione che ci mette a disagio. Consigli e strategie per superare l&#8217;ostacolo - Essere a disagio nasconde spesso il timore di non piacere agli altri e quello di non essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1835" style="margin: 10px;" title="200406705-001" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/07/cell20phone20women.jpg" alt="200406705-001" width="288" height="376" /></p>
<p style="text-align: justify;">A volte è come un leggero imbarazzo. <strong>La sensazione di non sapere entrare in relazione, di non riuscire a essere se stessi</strong>. Un senso di esclusione che ci mette a disagio. Consigli e strategie per superare l&#8217;ostacolo</p>
<p style="text-align: justify;">-<strong> Essere a disagio nasconde spesso il timore di non piacere agli altri e quello di non essere accettati dal gruppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">- La perfezione non esiste. Sono anche i difetti a renderci quello che siamo: unici e più ricchi interiormente.</p>
<p style="text-align: justify;">- <strong>Affrontare la timidezza è possibile</strong>. Senza fingere, imparando a mostrare agli altri le proprie capacità.</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirsi inadeguati. Sentirsi fuori posto. È capitato a tutti, almeno una volta nella vita durante una riunione, una festa, una cena. Racconta Cecilia, 35 anni, impiegata a Genova: &#8220;Quando sono in un gruppo faccio fatica a sostenere il mio punto di vista, a dire una battuta, a entrare nella conversazione. Ho l&#8217;impressione che nessuno mi ascolti e così, spesso, preferisco rimanere in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">Al lavoro come in palestra o con gli amici&#8230;&#8221;. Un disagio che affiora nelle situazioni più diverse: &#8220;Mi considero socievole, ma quando sono in compagnia di persone che conosco appena non so esprimermi al meglio, divento impacciata, perdo la vivacità che mi carat terizza quando sono tra pochi intimi. Per questo ho scelto di non iscrivermi al corso di ballo nonostante il mio compagno ci tenesse molto&#8221;, confessa Anna, 45 anni, veterinaria a Pavia. &#8220;Non sono mai riuscita a dire la mia con disinvoltura, anche in un gruppo ristretto di colleghi. Così, sul lavoro, affidano sempre i progetti stimolanti a chi è più sicuro di sé&#8221;, spiega Alessandra 32 anni, architetto a Modena.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La costante fissa, in queste situazioni, è <strong>la difficoltà a esprimere se stessi</strong> in un gruppo allargato nonostante il bisogno di sentirsi amati e apprezzati da tutti i componenti del gruppo stesso. Da qui il disagio, la sofferenza&#8221;, commenta Duccio Demetrio, docente di Filosofia dell&#8217;educazione all&#8217;Università Milano Bicocca. Un disagio che nasce dalla paura di non essere accettati, dal timore che gli altri possano farsi un&#8217;idea sbagliata, in ultima analisi, dalla convinzione che occorra essere all&#8217;altezza per piacere agli altri. Niente di più falso, sostengono i nostri esperti, che qui di seguito prendono in considerazione le (false) convinzioni sull&#8217;argomento per fare chiarezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Devo piacere a tutti i costi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Essere divertenti e seri al punto giusto, gentili ma non troppo premurosi, con personalità&#8230; A volte per piacere si pretende da se stessi l&#8217;impossibile. &#8220;<strong>Ognuno di noi vuole presentarsi agli altri dando un&#8217;immagine positiva di sé, a ogni costo</strong>&#8220;, spiega Giuseppina Speltini, docente di Psicologia sociale e Psicologia dei gruppi all&#8217;Università di Bologna. &#8220;<strong>La paura di non piacere nasconde quella di non essere accettati</strong>, aggiunge Pietro Grimaldi, psicologo e psicoterapeuta a Caserta. &#8220;E non è facile gestire un rifiuto&#8221;. Spesso, allora, per sentirsi parte del gruppo, si preferisce correre il rischio di annullare la propria personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questa scorciatoia non porta da nessuna parte: &#8220;Al lavoro faccio sempre quello che mi chiedono, senza discutere&#8221;, racconta Giulio, 38 anni, grafico a Potenza.&#8221;Ma a distanza di anni non ho ancora ottenuto quella promozione che mi avrebbe aiutato a dimostrare agli altri la mia professionalità&#8221;. Meglio allora i<strong>mparare a essere autentici, cioè valorizzare i diversi lati di sé a seconda della situazione</strong>: &#8220;La stessa persona, per esempio, può essere molto esigente con i colleghi, ma dolce e romantica in famiglia&#8221;, commenta Speltini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli altri sono perfetti in ogni situazione. Io, invece&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La mia migliore amica è sempre sicura di sé, anche se indossa un paio di jeans a un aperitivo dove tutti vestono elegante&#8221;, racconta Lisa, 22 anni, studentessa a Palermo. &#8220;Perché il mio capo è sempre così impeccabile?&#8221;, si chiede Francesco, 45 anni, commercialista a Fidenza (Pr). Spesso chi si sente a disagio pensa di non essere all&#8217;altezza della situazione e ammira chi, al contrario, si sa destreggiare anche in mezzo alle difficoltà. &#8220;Ma l&#8217;apparenza inganna&#8221;, afferma Grimaldi. &#8220;Provate a osservare attentamente le persone che vi sembrano perfette. Anche loro hanno piccole esitazioni eppure sono così sicure e riescono in tutto quello che fanno&#8221;, suggerisce Grimaldi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;La differenza è che investono tutte le energie per imparare dai propri errori e migliorarsi&#8221;. Chi, invece, è molto severo con se stesso si pone obiettivi impossibili e, di conseguenza, si sente inadeguato per la paura di sbagliare. La soluzione? &#8220;<strong>Aspirare a un traguardo più realistico per vivere con più tranquillità il confronto con se stessi e con gli altri</strong>&#8220;, suggerisce l&#8217;esperta. Ci si accorge così che la timidezza non è un difetto, ma una risorsa, un modo diverso e più profondo di affrontare la vita. &#8220;<strong>Le persone più timide, che si sentono a disagio se sono al centro dell&#8217;attenzione e non riescono a parlare in pubblico, vivono ogni situazione con maggiore intensità emotiva. Sono più impacciate, è vero, ma anche più sensibili</strong>&#8220;, sottolinea Duccio Demetrio. Anche i difetti, quindi, danno valore a una persona, la rendono umana, più ricca. In una parola, unica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se resto in silenzio evito di fare una figuraccia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Stare in disparte, evitare gli sguardi, o non esprimere il proprio punto di vista non sono vie di fuga per non farsi notare. &#8220;Anche un atteggiamento riservato, chiuso e protetto dice qualcosa a proposito della nostra personalità e può offrire agli altri un&#8217;immagine di noi che non solo non ci appartiene, ma rischia di essere anche molto più negativa di quanto si possa immaginare&#8221;, spiega Speltini. &#8220;Non sopporto le persone che in ascensore abbassano lo sguardo o fingono di scrivere un sms solo per non rivolgerti la parola&#8221;, racconta Ada 45 anni, manager a Mestre. &#8220;L&#8217;imbarazzo si supera con l&#8217;esperienza&#8221;, spiega l&#8217;esperta. &#8220;Per ottenere dei risultati bisogna però <strong>avere il coraggio di mettersi in gioco</strong>. Prendendo l&#8217;abitudine di comunicare agli altri le proprie idee, riflessioni, emozioni&#8221;. Per iniziare bastano un sorriso, uno sguardo o un semplice saluto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti notano il mio imbarazzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ieri sera mentre tornavo a casa dal lavoro sono inciampata in una buca. Ho reagito cercando di nascondermi, di scappare, di non incrociare lo sguardo degli altri passanti&#8221;, confessa Giulia, 34 anni, commessa a Firenze. Ma quante persone, in centro all&#8217;ora di punta, si saranno davvero accorte del gesto goffo di Giulia? L&#8217;imbarazzo nasce quando ci sentiamo adosso gli occhi degli altri. &#8220;In queste situazioni c&#8217;è un&#8217;estrema focalizzazione su se stessi&#8221;, sottolinea Grimaldi.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Chi tende a imbarazzarsi non riesce a pensare fino in fondo a ciò che dice o fa, ma si preoccupa soprattutto di come gli altri potrebbero interpretare il suo atteggiamento&#8221;. L&#8217;errore nasce da qui: è più facile sbagliare quando non si è concentrati su ciò che si sta facendo, ma sulla buona impressione che si vuole fare in gruppo. &#8220;L&#8217;idea che le persone hanno di noi ha delle ripercussioni sulla nostra identità e sulle nostre azioni&#8221;, spiega Speltini, &#8220;soprattutto quando si ha scarsa fiducia nelle proprie potenzialità&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Superare l&#8217;imbarazzo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I nostri esperti, Duccio Demetrio, Giovanna Speltini e Pietro Grimaldi propongono cinque consigli pratici per imparare, con un po&#8217; di esercizio, a sentirsi a proprio agio anche nelle situazioni più difficili</p>
<p style="text-align: justify;">- <strong>Imparare a osservare. Spostare il proprio punto di vista da sé agli altri</strong>, prestando attenzione a quello che i componenti di un gruppo comunicano, non solo a parole, ma anche con lo sguardo, i gesti o l&#8217;atteggiamento.</p>
<p style="text-align: justify;">- <strong>Fidarsi delle proprie capacità. Imparare a riconoscere le proprie qualità e i propri limiti senza dipendere troppo dal giudizio degli altri.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">- Essere se stessi. Esercitare il proprio senso critico permette di riconoscere piccole esitazioni anche nelle persone che appaiono più spigliate. È il primo passo per acquistare un po&#8217; di sicurezza e valorizzare le proprie potenzialità.</p>
<p style="text-align: justify;">- Individuare i propri limiti. Riflettere sulle situazioni che ci fanno sentire a disagio per mettere a fuoco le proprie emozioni all&#8217;interno del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mettersi alla prova. Scegliere una delle situazioni dell&#8217;esercizio precedente e prepararsi ad affrontarla con più sicurezza, concentrandosi innanzitutto sui propri movimenti e sulle proprie azioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ho mai nulla di interessante da dire</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Una persona a disagio è una persona vulnerabile, in balia delle emozioni&#8221;</strong>, sottolinea Duccio Demetrio. Alberto, 30 anni, programmatore a Napoli, ammette di trovarsi in difficoltà quando deve mostrare agli altri il proprio valore professionale: &#8220;Giorni prima di un colloquio mi esercito davanti allo specchio, ma quando poi mi trovo di fronte al datore di lavoro la mia memoria si azzera, vado in blackout e non so più che dire&#8221;. Spiega Speltini: &#8220;Volere apparire diversi da quello che si è per sentirsi accettati attiva un circolo vizioso che aumenta l&#8217;imbarazzo, invece di nasconderlo&#8221;. Si può dare agli altri una buona impressione nonostante il rossore sul viso, un po&#8217; di esitazione o un leggero tremolio nella voce. Soprattutto quando si mettono in mostra competenze e capacità. La chiave del successo nelle relazioni passa, ancora una volta, da un lavoro di introspezione: &#8220;Le persone più timide, per sentirsi a proprio agio, devono imparare ad avere fiducia nelle proprie qualità. Solo così potranno dimostrare quanto valgono veramente, senza alcun imbarazzo&#8221;, conclude Demetrio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Ho mostrato agli altri le mie paure&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Elisa, 35 anni, pr a Rho (Mi), ha sempre nascosto agli altri la sua timidezza. Fino a che non ha imparato ad accettarla&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Già da piccola avevo difficoltà a comunicare con i compagni di scuola e, nonostante studiassi molto, non ottenevo grandi voti perché l&#8217;emozione mi impediva di rispondere correttamente alle domande durante le interrogazioni. Crescendo ho cercato di evitare le situazioni che mi procuravano imbarazzo. Ma quando ho iniziato a lavorare in pubblicità mi sono accorta che affrontare i miei problemi era l&#8217;unica soluzione per trovare la serenità e riuscire nel mio lavoro. Ne ho parlato innanzitutto con alcune amiche che mi hanno aiutato ad aprire agli occhi: davanti a loro apparivo solo un po&#8217; insicura, non certo impacciata come pensavo. Ho così imparato a mascherare il mio imbarazzo concentrandomi solo sul mio lavoro e sulle proposte che presentavo ai colleghi. Ho capito infatti che quando fai colpo sugli altri per le tue idee interessanti, le guance rosse passano in secondo piano&#8230;&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Federica Brignoli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a href="http://www.psychologies.it" target="_blank">http://www.psychologies.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<table style="margin-bottom: 2px;" cellpadding="3">
<tbody>
<tr>
<td>
<div><a style="font-weight: bold;" title="Vincere la Timidezza" href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__vincere_timidezza.php?pn=1493" target="_blank">Vincere la Timidezza</a></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table style="margin-bottom: 2px;" cellpadding="3">
<tbody>
<tr>
<td>
<div><a style="font-weight: bold;" title="10 Soluzioni per Sconfiggere Timidezza e Ansia Sociale" href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__10_soluzioni_per_sconfiggere_timidezza_e_ansia_sociale.php?pn=1493" target="_blank">10 Soluzioni per Sconfiggere Timidezza e Ansia Sociale</a></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table style="margin-bottom: 2px;" cellpadding="3">
<tbody>
<tr>
<td>
<div><a style="font-weight: bold;" title="Meglio Timidi" href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__meglio_timidi.php?pn=1493" target="_blank">Meglio Timidi</a></div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>La vergogna positiva e le relazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 18:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Relazioni Sociali e Amicizia]]></category>
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		<description><![CDATA[Una persona oppressa da una vergogna eccessiva spesso si convince che c&#8217;è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel suo modo di rapportarsi con gli altri. Crede di meritare disapprovazione. Si sente socialmente in difetto. Quando si confronta con gli altri tende a notare soltando le proprie debolezze. Probabilmente si considera meno intelligente, meno bella e meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-1826 alignleft" style="margin: 10px;" title="2744864581_a24bb3b7ef" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/07/2744864581_a24bb3b7ef.jpg" alt="2744864581_a24bb3b7ef" width="233" height="350" />Una persona oppressa da una vergogna eccessiva spesso si convince che c&#8217;è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel suo modo di rapportarsi con gli altri. Crede di meritare disapprovazione. Si sente socialmente in difetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si confronta con gli altri tende a notare soltando le proprie debolezze. Probabilmente si considera meno intelligente, meno bella e meno attraente di com&#8217;è in realtà: Una persona gravemente oppressa dalla vergogna diventa continuamente consapevole di questo genere di mancanze.</p>
<p style="text-align: justify;">La vergogna positiva, invece, è moderata e temporanea. Quasi  tutti provano questo tipo di vergogna quando nasce un problema con un&#8217;altra persona. Per qualcuno questa sensazione di vergogna può essere necessaria per rendersi conto che esiste un problema. Ancora una volta la vergogna positiva conduce alla consapevolezza che, a sua volta, incoraggia un&#8217;azione efficace nell&#8217;ambito delle relazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vergogna può indurre un cambiamento personale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I problemi legati alla vergogna possono essere di maggiore o minore portata. Non è grave se una persona riconosce improvvisamente di non avr fatto una figura da stupido andando in gito a fare scherzi. Potrebbe anche essere un fatto positivo: Magari si rende conto che; per tutta la vita; non ha fatto altro che attirare l&#8217;attenzione con azioni che la umiliavano. La vergogna improvvisa per il proprio comportamento è il segnale che si vuole cambiare. Questa vergogna temporanea lo aiuterà ad affrontare finalmente il mondo con dignità e rispetto di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle relazioni con gli altri la capacità di provare vergogna è sempre presente. Questo sentimento di vergogna può indicare a una persona la necessità di allontanarsi da un rapporto il tempo necessario a comprendere che cosa c&#8217;è che non va. L&#8217;esperienza della vergogna potrebbe addirittura obbligare una persona a mettere in dubbio l&#8217;opportunità di mantenere il rapporto. Ad esempio, se la maggior parte delle volte in cui una donna incontra una persona questo incontro si risolve in un motivo di vergogna, forse la donna riconoscerà che il rapporto è fondamentalmente incrinato. Le relazioni centrate sulla vergogna sono poco sane. Quelle che non riescono a essere modificate in modo da centrarsi sul rispetto e sulla dignità reciproci forse dovranno essere troncate per il bene di entrambi gli interessati.<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli schemi della vergogna possono essere corretti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di tanto in tanto quasi tutte le relazioni attraverso fasi contraddistinte dalla vergogna: Uno dei partner insulta l&#8217;altro; l&#8217;altro risponde ignorando palesemente il commento. La vergogna che uno dei due o entrambi provano agisce come un chiaro segnale che la relazione ha subito un danno. Nella sua forma più semplice il messaggio è il seguente: &#8220;Quello che è appena accaduto ha scatenato la mia vergogna. Fermiamoci prima di farci dell&#8217;altro male&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La vergogna porta con sé il senso di una necessità urgente. L&#8217;individuo oppresso dalla vergogna sarà fortemente motivato a fare qualcosa per sentirsi meglio. A lungo andare le relazioni in cui entrambi i partener sono suscettibili alla vergogna miglioreranno quando i due interessati si occuperanno con sollecitudine del reciproco disagio.</p>
<p style="text-align: justify;">La vergogna può agire in modo paradossale. Dapprima la persona oppressa dalla vergogna vuole evitare gli altri. Ma, in definitiva, chi si vergogna cerca un contatto con gli altri. Si sente separato, tuttavia in un modo o nell&#8217;altro spera di ritornare al calore della famiglia e deglia amici.</p>
<p style="text-align: justify;">La vergogna positiva riporta l&#8217;escluso all&#8217;interno della comunità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vergogna positiva è un&#8217;indicazione di vita</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per la maggior parte delle persone la vergogna è un&#8217;esperienza dura ma che si può affrontare. Ma non basta sopravvivere alla vergogna. Una moderata vergogna può aiutare una persona a scoprire (e riscoprire) alcune verità sull&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quattro di queste verità sono i principi di umanità, umiltà. Autonomia e competenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il principio di umanità</strong>: ogni persona appartioene alla razza umana, nessuno è totalmente indegno e subumano e non è neppure una divinità diversa dagli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il principio di umiltà</strong>: nessuno è intrinsecamente migliore o peggiore di chiunque altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il principio di autonomia</strong>: chiunque ha un certo margine di controllo sulle proprie azioni, ma nessuno ce l&#8217;ha sui comportamenti altrui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il principio di competenza</strong>: chiunque può sforzarsi di essere &#8220;adeguato&#8221; senza dover essere perfetto o considerarsi un fallimento centrato sulla vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">La vergogna può essere molto preziosa. Chi sarebbe in grado di scoprire il proprio fondamentale senso di umanità se riuscisse in tutto quello che fa? Chi saprebbe accettare i limiti della condizione umana se non sperimentasse mai l&#8217;imbarazzo? La vergogna ridimensiona continuamente l&#8217;ego prima che la persona si riempia di orgoglio e di arroganza al punto di perdere il contatto con gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vergogna positiva e il senso dell&#8217;umorismo vanno di pari passo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se sappiamo ridere di noi stessi, sappiamo trarre vantaggio dalla vergogna. Non vediamo l&#8217;ronia quando un semplice essere umano comincia a considerarsi il dono più grande che Dio possa aver fatto alla specie o come verme più indegno che abbia ma strisciato nel fango?</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco qui un esempio tratto dalla nostra vita per spiegarvi il valore della vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni anni fa Ron fu invitato a un incontro &#8220;importante&#8221; all&#8217;università dove insegnava. Alla mattina indossò il vestito migliore e uscì per recarsi al campus. Quando arrivò davanti alle scale che conducevano alla sala riunioni era pieno di boria. Sprizzando orgoglio, si avviò con passo atletico, sperando che in quel momento fossero in molti a guardarlo. Come per riflettere il senso di superiorità che provava in quel momento, la sua testa vagava tra le nuvole. Forse fu questa la ragone per cui inciamò sui gradini e rovinò per terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel momento in cui cadeva pensò &#8220;spero che non mi stia guardando nessuno!&#8221; Che differenza. Solo un momento prima desiderava che tutti lo notassero. E adesso si augurava fervidamente il dono dell&#8217;ivisibilità. L&#8217;improvvisa vergogna lo fece temporaneamente sentire il più grande imbecille sulla faccia della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza il senso dell&#8217;umorismo questa &#8220;caduta dalla gloria&#8221; avrebbe potuto essere disastrosa. Una persona profondamente oppressa dalla vergogna potrebbe convincersi che l&#8217;incidentedimostra la sua effettiva indegnità e di meritare perciò pubblica umiliazione. Ma Ron ha ricavato dall&#8217;incidente il messaggio per cui non è il grande personaggio che gli sarebbe piaciuto essere, ma neppure quel disastro che si sente quando la sua goffaggine lo mette in imbarazzo. E&#8217; semplicemente un essere umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da: Vincere la vergogna &#8211; Ronald T. Potter-efron, Patrica S. Potter- Efron</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>L’amicizia al femminile</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 11:59:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;attrazione esercitata fra persone dello stesso sesso è un passaggio obbligato nell&#8217;adolescenza, laddove l&#8217;amicizia e&#8217; intessuta di un legame sentimentale molto stretto: si tratta di un periodo di omosessualità assolutamente normale. Questa prima forma di amore viene ben presto soppiantata dall&#8217;amore per un rappresentante di sesso opposto ma l&#8217;amore per gli amici assumerà comunque una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1657" style="margin: 10px;" title="female-friends1" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/05/female-friends1-300x201.jpg" alt="female-friends1" width="300" height="201" />L&#8217;attrazione esercitata fra persone dello stesso sesso è un passaggio obbligato nell&#8217;adolescenza, laddove <strong>l&#8217;amicizia</strong> e&#8217; intessuta di un legame sentimentale molto stretto: si tratta di un periodo di omosessualità assolutamente normale. Questa prima forma di amore viene ben presto soppiantata dall&#8217;amore per un rappresentante di sesso opposto ma l&#8217;amore per gli amici assumerà comunque una grande importanza nell&#8217;esperienza sentimentale di ogni individuo.</p>
<p style="text-align: justify;">In epoche precedenti la tendenza degli uomini a ricercare amici ha avuto una notevole importanza. Basta pensare al tempo della Polis, le Città Stato in cui l&#8217;amore di uomini per i giovani venne esaltato molto di più rispetto all&#8217;amore per le fanciulle.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai tempi della cavalleria, in cui gli uomini si riunivano in compagnie di cavalieri ( i Cavalieri delle tavola Rotonda, I Cavalieri dei Templari), ogni giovane aspirava a divenire paggio e poi scudiero di qualche famoso cavaliere. L&#8217;amicizia fra uomini caratteristica di quel tempo appariva come la strategia vincente per arrivare a obiettivi comuni ed è diventata espressione di una nuova solidarietà di sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra le donne, lo sviluppo del <strong>sentimento amicale</strong> e della solidarietà di sesso come<strong> fenomeno collettivo e culturale</strong> si è manifestata in modo più tardivo e solo nel momento in cui è venuta meno l&#8217;esigenza di occuparsi esclusivamente degli uomini.  Attualmente, infatti, per una donna la formazione della coppia e il matrimonio non rappresentano più la loro unica carriera. E non sono solo le donne deboli, stupide o meno attraenti bensì le più intraprendenti e vitali, ricche di spirito di iniziativa le donne in cui l&#8217;amicizia ha finito per assumere un&#8217;importanza senza precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Generalmente i rapporti che si stabiliscono fra queste donne sono basati sull&#8217;affezione e sull&#8217;<strong>attrazione</strong> di una personalità sull&#8217;altra, su obiettivi e interessi comuni e possono essere molto più liberi psicologicamente e materialmente rispetto alle relazioni che si vengono a creare fra un uomo e una donna. Spesso, infatti, le relazioni fra una donna e un uomo implicano una dipendenza finanziaria, comportano legami, contratti  e sottostanno a numerose convenzioni sociali, mentre nel rapporto amicale tutto questo non accade&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Questo accordo psicologico e umano è, però, molto delicato. Affinché duri, è necessario salvaguardarlo dagli effetti distruttivi delle dinamiche inconsce che, inevitabilmente si producono. Le difficoltà che maggiormente si presentano nei <strong>rapporti di amicizia </strong>sono rappresentate dal <strong>sentimento</strong> di rivalità oppure dalla eccessiva identificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La tendenza all&#8217;identificazione che accompagna <strong>la vita delle coppie</strong>, in questo caso, diventa molto più forte in quanto anche l&#8217;ambiente esterno tenderà a considerare le due amiche come &#8220;inseparabili&#8221; e, in questo senso, nessuna delle due avrà nuovi spunti da portare all&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo due cose distinte, infatti, possono <strong>entrare in relazione</strong>. Se due cose sono identiche non possono aver rapporti tra di loro: esse confluiscono in un&#8217;unità priva di energia e di interesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a href="http://www.willypasini.it" target="_blank">http://www.willypasini.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Bibliografia</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="L'Autostima" href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__l_autostima.php?pn=1493" target="_blank">L&#8217;Autostima</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Uscire dalla Solitudine" href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__uscire-dalla-solitudine.php?pn=1493" target="_blank">Uscire dalla Solitudine</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Amicizia" href="http://www.macrolibrarsi.it/libri/__amicizia.php?pn=1493" target="_blank">Amicizia</a></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Conta più la forma o la sostanza nel linguaggio?</title>
		<link>http://www.stobenecontutti.it/2009/04/21/conta-piu-la-forma-o-la-sostanza-nel-linguaggio/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 21:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>leo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando parliamo con qualcuno, quanto pesa il nostro stato emotivo? Sì molto, lo sappiamo tutti sulla pelle delle esperienze che abbiamo vissuto. Si dice, infatti, che si avvia un incontro con &#8220;il piede giusto&#8221;, oppure con &#8220;il piede sbagliato&#8221; e, a seconda del caso, l&#8217;esito finale sarà ipotecato da questa scelta di partenza. Che ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1599" style="margin: 10px;" title="istock_000001027945small1circle-kids" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/04/istock_000001027945small1circle-kids-300x207.jpg" alt="istock_000001027945small1circle-kids" width="300" height="207" />Quando parliamo con qualcuno, quanto pesa il nostro stato emotivo? Sì molto, lo sappiamo tutti sulla pelle delle esperienze che abbiamo vissuto. Si dice, infatti, che si avvia un incontro con &#8220;il piede giusto&#8221;, oppure con &#8220;il piede sbagliato&#8221; e, a seconda del caso, l&#8217;esito finale sarà ipotecato da questa scelta di partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Che ne dite, ad esempio, di una conversazione che comincia con un &#8220;Adesso stai ad ascoltarmi perchè sono stufo della tua indifferenza!&#8221;? Insomma, per quanto un&#8217;affermazione del genere sia supportata dai fatti, si può immaginare che chi ascolta abbia già perso la voglia di stare a sentire il seguito del discorso.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è chi sostiene che, quello che conta davvero, è la sostanza di un discorso, ovvero le informazioni e i fatti da raccontare agli altri. L&#8217;esempio qui sopra e, credo, anche le &#8220;testate&#8221; prese nel corso della vita, dimostrano che è la forma a contare più della sostanza. Anzi, è proprio la forma che &#8220;impacchetta&#8221; il messaggio e gli attribuisce un significato ben preciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio che illumina questo punto è l&#8217;uso di un linguaggio connotato dal segno + o dal segno &#8211; . Sì, perchè il linguaggio funziona come una pila: ha un polo positivo e un polo negativo. I poli opposti sono in perfetta corrispondenza con i nostri stati emotivi e mentali. Se ci sentiamo bene, in pace con l&#8217;umanità e con il sole che splende alto nel cielo, allora saremo come un meraviglioso focolare che scalda e illumina le persone vicino a noi. Al contrario, se le cose girano dalla parte sbagliata, fuori grandina e siamo di pessimo umore, ecco che tutto si colora di grigio e diventiamo insopportabili.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra comunicazione con gli altri, in questo senso, è spesso uno specchio fedele del nostro stato interno. Quando parliamo con qualcuno e &#8220;condiamo&#8221; il nostro discorso con parole come &#8220;triste&#8221;, &#8220;ansioso&#8221;, &#8220;incerto&#8221;, si può immaginare facilmente qual è l&#8217;effetto che otteniamo sull&#8217;umore del malcapitato.</p>
<p style="text-align: justify;">Usare un linguaggio positivo ci aiuta a far partire il discorso sempre con &#8220;il piede giusto&#8221;. Chi ci sente parlare con termini come &#8220;sviluppo&#8221;, &#8220;soluzione&#8221;, &#8220;fiducia&#8221;, è certo ben contento di starci a sentire e sarà più disponibile ad ascoltare le nostre idee. Per chiarire meglio questo punto, è importante aggiungere altre due considerazioni:</p>
<p style="text-align: justify;">1. Far uso di una terminologia positiva o negativa dipende dal nostro modo di guardare e valutare le cose. Questo per dire che, se vediamo la vita come un campo minato sempre pronto a procurarci qualche ferita, sarà poi impossibile usare un linguaggio positivo.<br />
2. La comunicazione, secondo me, si poggia sempre su basi di etica. Se usiamo parole ricche di messaggi positivi per convincere il prossimo della nostra buona fede e poi commettiamo crimini di ogni genere, allora prendiamo in giro noi stessi (insieme agli altri).</p>
<p style="text-align: justify;">di Linda Scotti</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: http://www.comunicobene.com/contenuto/cerchio.html</p>
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		<title>La competizione femminile</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 16:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Relazioni Sociali e Amicizia]]></category>
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		<description><![CDATA[La competizione femminile esiste, ma difficilmente è dichiarata apertamente ed ancor meno spesso è giudicata positiva dalla società. Le donne apertamente competitive infatti, sono considerate eccessivamente ambiziose, puerili, insensibili, egoiste e soprattutto ridicole. A parte i casi patologici di cui si è detto, da una donna &#8216;normale&#8217; ci si aspetta un comportamento per lo più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1155" style="margin: 10px;" title="090213_small_talk" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/03/090213_small_talk-300x300.jpg" alt="090213_small_talk" width="300" height="300" />La competizione femminile esiste, ma difficilmente è dichiarata apertamente ed ancor meno spesso è giudicata positiva dalla società.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne apertamente competitive infatti, sono considerate eccessivamente ambiziose, puerili, insensibili, egoiste e soprattutto ridicole. A parte i casi patologici di cui si è detto, da una donna &#8216;normale&#8217; ci si aspetta un comportamento per lo più passivo,  che tende a voler emergere dalla massa, per mettersi in luce, più per difendersi da un potenziale tentativo di aggressione o sopraffazione, che per sua propria volontà.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio classico giudicato in modo deplorevole è quello delle donne che, anche in età matura, pretendono di mantenere intatto il loro potere seduttivo, attraverso look e comportamenti che non si adattano alla loro età e alla loro condizione, mettendosi in competizione aperta con altre donne ed anche con ragazze molto più giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">La competizione femminile socialmente accettata dunque è soprattutto nascosta, taciuta e si rivela attraverso attacchi laterali o succedanei, come ad esempio il pettegolezzo, piuttosto che in uno scontro duro fra due soggetti in cui uno vince ed uno perde, come avviene nel mondo maschile. Così è ad esempio la competizione fra madre e figlia, che è sempre esistita, ma che è ancor più frequente oggi, dal momento che viviamo  in una società che riconosce un ruolo sociale di rispetto solo ai soggetti giovani, belli e vincenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Che non si tratti di un aspetto strettamente legato alla vita di oggi lo si vede tuttavia anche ripercorrendo antichi miti ed antiche favole, come quelle di Biancaneve e Cenerentola, ambedue vessate da una competizione feroce con la propria madre, invidiosa della gioventù e della bellezza della figlia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il disagio di questa competizione è tale che, in entrambe le storie, si è preferito utilizzare una pseudo-madre, una madre non naturale, come una matrigna, in modo che fosse più accettabile affrontare questo vero e proprio tabù familiare, date le implicazioni edipiche che esso comporta.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa cosa non avviene ad esempio per gli uomini, fra i quali la competizione è anzi vista come un elemento di forza e non di debolezza ed ogni figlio è incoraggiato dal clan familiare a raggiungere l&#8217;abilità e la forza paterna, se non addirittura a fare di meglio, in modo da poter un giorno succedergli nel ruolo di capofamiglia ed assicurare la necessaria guida e protezione a tutti i membri del clan.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura maschile con la quale i figli maschi si trovano a competere poi, durante il loro periodo di formazione, è una figura spesso assente da casa, o per motivi di lavoro o per motivi di svago (Bar, calcio, caccia, ecc.) e dunque è una figura idealizzata, non reale e onnipresente, come è spesso la figura materna.</p>
<p style="text-align: justify;">E non è assolutamente raro il fatto che spesso la madre, frustrata da queste continue assenze del marito e dalla costante carenza di attenzioni nei suoi riguardi, tenda a riversare sui figli maschi quelle attenzioni che avrebbe riservato al marito, stimolando il figlio a crescere e a diventare come il padre, magari prendendone il posto. Questo non avviene quasi mai per le ragazze, in quanto la figura femminile è raramente assente dalla casa e dalla famiglia, per cui non si crea questo forte legame con il padre e tanto meno ci si prepara alla competizione con il genitore dello stesso sesso, con il consenso e lo stimolo del genitore dell&#8217;altro sesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaramente alla base di questa riflessione vi è il fatto che la paura dell&#8217;incesto è molto più frequente se l&#8217;alleanza genitore-figlio riguarda il padre e la figlia. La ragazza è spaventata dalla possibilità di competere, perché si va a mettere in una situazione delicata ed imbarazzante nei confronti del padre, specie se, dopo la competizione con la madre, c&#8217;è la vittoria.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; così che la figlia rinuncia alla competizione e piuttosto si crea una mutua identificazione per cui la madre, prendendosi cura della figlia, le insegna ad essere madre a sua volta, nella famiglia che verrà. La stessa cosa avviene fra sorelle : è eccessivamente doloroso competere con la propria sorella, per cui si tende a dividersi i campi d&#8217;interesse, in modo che ciascuna possa eccellere in ciò che le piace, senza sentirsi rivale dell&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">In nome dell&#8217;amore e dei legami familiari dunque, le donne tendono ad autolimitarsi nella competizione sin da bambine e per questo difficilmente arrivano ad essere assertive ed ambiziose. Le donne tendono ad evitare le competizioni: preferiscono conservare le buone relazioni sociali anziché perderle a causa di un eccessiva tensione dovuta alla competizione, soprattutto se si tratta di situazioni a due, in cui uno vince e l&#8217;altro perde.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché solo pochissime donne raggiungono posizioni di potere, a parità di preparazione culturale, al di là della ben nota difficoltà oggettiva che una donna incontra nel fare carriera, per la preferenza che uomini e donne hanno nel lasciare entrare solo i maschi nella stanza dei bottoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco perché, probabilmente, le donne vanno così poco d&#8217;accordo tra di loro e spesso si odiano senza dirselo&#8230; Una competizione chiara e diretta, esplicita e riconosciuta socialmente potrebbe forse aiutarle a migliorare la qualità dei loro rapporti e ad avere maggiore successo nella vita.</p>
<p style="text-align: justify;">di   Walter La Gatta</p>
<p>Fonte: http://www.psicolinea.it/d_e/</p>
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		<title>Comunicazione come Relazione</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 11:51:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>elisabetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Relazioni Sociali e Amicizia]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi legge Pragmatica della Comunicazione Umana si lascia stupire e conquistare, riga dopo riga, capitolo dopo capitolo. Paul Watzlawick scrive con una chiarezza espositiva e concettuale che lo distanzia di lunghi passi dalla maggioranza dei testi dedicati all&#8217;analisi del comportamento umano. Nella Pragmatica della Comunicazione Umana sono enunciati i cosiddetti assiomi della comunicazione che, dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-739" style="margin: 10px;" title="brain-small" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/03/brain-small.jpg" alt="brain-small" width="300" height="300" />Chi legge<em> Pragmatica della Comunicazione Umana</em> si lascia stupire e conquistare, riga dopo riga, capitolo dopo capitolo. Paul Watzlawick</p>
<p style="text-align: justify;">scrive con una chiarezza espositiva e concettuale che lo distanzia di lunghi passi dalla maggioranza dei testi dedicati all&#8217;analisi del comportamento umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella <em>Pragmatica della Comunicazione Umana</em> sono enunciati i cosiddetti <strong>assiomi della comunicazione</strong> che, dalla pubblicazione del testo (1967), hanno modificato in modo radicale ed irreversibile il percorso della psicologia contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">Capire la psiche dell&#8217;uomo significa, in quelle pagine, analizzare e saper comprendere le relazioni interpersonali che generano i comportamenti. L&#8217;analogia della scatola nera è alla radice di questa svolta &#8220;pragmatica&#8221;. Il cervello è chiuso nelle ossa del cranio, come la scatola nera nelle lamiere di un aereo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è possibile &#8220;vedere&#8221; quello che è contenuto nel cervello, perchè i pensieri sono impulsi elettrici che hanno un&#8217;origine chimica. Le idee sono scariche di energia che nascono e si dissolvono nel buio dei misteri cerebrali e non è possibile catturarli in una rete, per poi analizzarli con tutta calma.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo presupposto guida Watzlawick in direzione di un approccio alla comunicazione umana che egli stesso definisce &#8220;pragmatico&#8221;, ovvero pratico, comportamentale e relazionale. Quello che noi sappiamo di una persona è il suo comportamento: possiamo vederlo, perché è disponibile immediatamente sotto i nostri occhi. L&#8217;insieme degli stimoli, dei bisogni, delle esperienze che contribuiscono alla costruzione di ciò che si vede, non è subito disponibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, secondo Watzlawick, il discorso eziologico &#8211; sulle &#8220;cause&#8221; &#8211; riveste un ruolo che è perfino secondario (almeno in ordine di tempo), se messo a confronto con quello che possiamo vedere. In linea con il comportamentismo, la pragmatica della comunicazione indica, come via maestra alla comprensione della psiche, l&#8217;<strong>osservazione dell&#8217;uomo mentre comunica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;uomo non è e non sarà mai una <strong>monade</strong>, un pianeta isolato dagli altri, anche quando è solo e silenzioso in mezzo al nulla. <strong>E&#8217; impossibile non comunicare</strong>, perchè ogni comportamento è comunicazione, invia un messaggio agli altri, che lo si voglia oppure no.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella comunicazione si apre la relazione</strong>, ovvero la relazione con l&#8217;altro è già implicita nella stessa esistenza umana. Ogni persona è &#8220;una&#8221;, &#8220;nessuna&#8221; e &#8220;centomila&#8221;, come insegna Pirandello. L&#8217;identità personale, quello che noi pensiamo di noi stessi e quello che pensiamo che gli altri pensino di noi, si mette assieme, pezzo dopo pezzo, in tutti gli scambi di parole e azioni che abbiamo con gli altri esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">George Herbert Mead, filosofo e psicologo d&#8217;inizio secolo, in <em>Mind, Self, and Society</em> (1934) mise in parole chiare il processo di formazione del Sé e lo fece con argomenti che riconducono all&#8217;esperienza del gioco. Anche Watzlawick fa ricorso a questa analogia, per dipingere la relazione comunicativa proprio come un <strong>gioco</strong>, dove <strong>la posta è la definizione di Sé</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si legge nella <em>Pragmatica della Comunicazione Umana</em> (pag. 43) che &#8220;<strong>ogni comunicazione implica un impegno e perciò definisce la relazione</strong>. E&#8217; un altro modo per dire che una comunicazione non soltanto trasmette informazione, ma al tempo stesso <strong>impone un comportamento</strong>.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni comunicazione ha un aspetto informativo, di contenuto, e un aspetto di &#8220;comando&#8221;, di relazione. Ed è questo secondo aspetto che <strong>imprime una forma al contenuto</strong>, che ne definisce il significato come metacomunicazione. Watzlawick aggiunge che &#8220;sembra che quanto più una relazione è spontanea e &#8216;sana&#8217;, tanto più l&#8217;aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Viceversa, le <strong>relazioni &#8216;malate&#8217; sono caratterizzate da una lotta costante per definire la natura della relazione</strong>, mentre l&#8217;aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno importante.&#8221; E&#8217; probabile che chi legge abbia fatto un&#8217;esperienza di questo genere, ovvero di scambi di opinioni, di discussioni o di litigi che avevano come oggetto argomenti di nessuna importanza. In casi simili, quello che è in gioco non è la scelta di un mobile rosso o di una lampada blu, ma la definizione di &#8220;chi gioca quale ruolo&#8221; all&#8217;interno della relazione interpersonale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ricerche e le osservazioni di Watzlawick hanno condotto alla distinzione di <strong>due possibili modi di mettersi in relazione con l&#8217;altro</strong>. Il primo, che l&#8217;autore chiama <strong>relazione simmetrica</strong>, è caratterizzato da un piano di partenza paritario, dove le persone coinvolte si misurano con l&#8217;assunto di essere <strong>uguali</strong>. La simmetria, se corre troppo oltre i suoi presupposti, può degenerare in patologia, ovvero in una dinamica di <strong>competizione</strong> per dimostrare che &#8220;io sono migliore di te&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo tipo di relazione è segnata dalla <strong>complementarietà</strong>. In questo modello, chi partecipa alla relazione si comporta in modo tale da situarsi in una posizione di superiorità oppure di inferiorità nei confronti dell&#8217;altro. Per comprendere appieno cosa significa la complementarietà, è importante aver chiaro che è possibile imporre all&#8217;altro la propria &#8220;superiorità&#8221; solo se questi è disposto ad accettarla, e viceversa. Il legame complementare, quando diventa patologico, allarga la <strong>forbice della differenza fino agli estremi</strong> e, chi domina, lo fa in forma sempre più assoluta.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>relazione</strong> è un <strong>sistema</strong> dove i comportamenti sono<strong> circolari</strong>: non è possibile stabilire quale è la causa e quale l&#8217;effetto, cosa viene prima e cosa viene dopo.<strong> Ogni comportamento è, insieme, azione e risposta ad un&#8217;altro comportamento</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La circolarità mette fuori campo il dualismo causa-effetto che, come uno stampo, ha dato forma per secoli a tutti i discorsi della scienza. Il sistema delle persone-che-comunicano-con-altre-persone è sempre un universo a sé stante, governato da regole e processi propri. Quando le regole che tengono in vita il sistema fanno &#8220;corto circuito&#8221;, la comunicazione si ammala e può essere guarita solo da chi, con un intervento esterno, può modificare le regole del gioco.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Linda Scotti</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a href="www.Comunicobene.com" target="_blank">www.Comunicobene.com</a></p>
<p style="text-align: justify;">
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<p style="text-align: justify;">
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		<title>Sesso tra amici, lo stress è in agguato &#8230;.</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 14:21:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Relazioni Sociali e Amicizia]]></category>
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		<description><![CDATA[I risultati di una ricerca Usa condotta sugli studenti universitari rivelano che certi rapporti non sono poi così disimpegnati.  Sesso tra amici, lo stress è in agguato &#8220;Il rischio è che prima o poi ci si innamori&#8221;. &#8220;Può accadere che uno dei due partner abbia sempre più bisogno dell&#8217;altro a quel punto o ci si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-643" style="margin: 10px;" title="rsnf10woma-682_729576a" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/02/rsnf10woma-682_729576a-300x175.jpg" alt="rsnf10woma-682_729576a" width="300" height="175" />I risultati di una ricerca Usa condotta sugli studenti universitari rivelano che certi rapporti non sono poi così disimpegnati.  Sesso tra amici, lo stress è in agguato &#8220;Il rischio è che prima o poi ci si innamori&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Può accadere che uno dei due partner abbia sempre più bisogno dell&#8217;altro a quel punto o ci si fidanza, oppure si distrugge anche l&#8217;amicizia&#8221;.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">IL VERO problema sono le ore immediatamente successive. Quando al mattino ti svegli e non sai se devi dare il bacio del buongiorno alla persona che hai lì accanto o se puoi vestirti e uscire come se sul letto ci fosse il gatto. Quando sul display del telefonino compare il suo numero, e non sai se ti chiama per sospirare che è stato tanto bello o solo per dirti che ha dimenticato le sigarette sul tuo comodino. Superato l&#8217;impaccio, tutto a posto? No.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita non è come in Friends o Sex and the City. <strong>Fare sesso con un amico (o un&#8217;amica) può provocare conseguenze serie.</strong> Tipo la chiusura di &#8220;una delle arterie emozionali che regolano i rapporti d&#8217;amicizia&#8221;. Non ti manda al pronto soccorso ma forse su una panchina a dar da mangiare ai piccioni, in solitudine, perché non sei più in grado di stabilire legami affettivi. Almeno, è quel che rivela uno studio condotto su alcuni studenti della Michigan State University dai due ricercatori Melissa A. Bisson e Timothy R. Levine e pubblicata sul nuovo numero degli Archives of Sexual Behavior.</p>
<p style="text-align: justify;">Si chiamano FWB, &#8220;Friends With Benefits&#8221;. Qualcosa come &#8220;amici con qualche vantaggio&#8221;, o &#8220;beneficio&#8221; in più. Insomma non fidanzati perché legarsi no, ma un po&#8217; più che amici perché non solo di cinema e pizzeria è fatto il rapporto. Il quale, secondo l&#8217;indagine, ad alcuni sembra quello ideale perché senza l&#8217;impegno che un rapporto &#8220;vero&#8221; richiederebbe. Invece &#8211; sostengono i ricercatori &#8211; il rischio c&#8217;è, ed è facile che prima o poi uno dei due ci caschi, e si innamori davvero. E lì si rompe tutto, amicizia compresa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno dei problemi, secondo lo studio, è nel fatto che due amici, che &#8220;prima&#8221; si frequentavano serenamente e con leggerezza affrontavano qualsiasi argomento, &#8220;dopo&#8221; scoprono di non riuscire più a parlare di niente</strong>. Bloccati da un tabù che è la loro stessa relazione, percepita come anomala, non-detta, non-affrontata e quindi non-risolta. &#8220;Una sensazione che si ripercuote anche sugli altri rapporti interpresonali, e che nei casi più accentuati può portare a una pericolosa tendenza all&#8217;isolamento&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca, condotta su 125 studenti, indica che il 60% degli intervistati ha avuto rapporti di questo tipo.  Le conclusioni sono contraddittorie. Il sesso, dice gran parte degli studenti coinvolti, mette a rischio l&#8217;amicizia perché stimola, in uno dei due, il desiderio non corrisposto di una relazione stabile; allo stesso tempo &#8220;il vantaggio &#8211; spiega Levine, uno dei due autori dello studio, al New York Times &#8211; è che si instaurano fiducia e benessere reciproco ma si evitano i risvolti negativi di una relazione &#8216;regolare&#8217;. Chi sceglie di essere FWB, non vuole legami&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sta di fatto che &#8211; secondo la ricerca &#8211; il 10% di questi rapporti si trasforma in un vero e proprio &#8220;fidanzamento&#8221;, circa il 33% esaurisce l&#8217;attrazione sessuale e torna senza problemi all&#8217;amicizia di partenza, mentre il 25% delle relazioni esplode, mandando in fumo pure il rapporto d&#8217;amicizia.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ci sono casi &#8211; spiegano i ricercatori &#8211; in cui i due partner sono ex fidanzati che talvolta si rivedono, ma anche persone che frequentano gli stessi luoghi e la stessa compagnia e, pur non essendo amici nel senso più profondo del termine, ogni tanto cedono alla passione&#8221;. Ma non al sentimento. Questo è il punto: &#8220;C&#8217;è un forte desiderio di stare con l&#8217;altra persona &#8211; conclude Levine &#8211; che risponde a esigenze importanti, ma l&#8217;assenza di coinvolgimento emotivo rassicura e deresponsabilizza. E permette di ripetere a se stessi &#8216;stai tranquillo, questa non è una storia&#8217;&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a href="http://www.repubblica.it" target="_blank">http://www.repubblica.it</a></p>
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