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	<title>Sto Bene Con Tutti</title>
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		<title>l&#8217;arte di comunicare</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 05:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’arte di comunicare così nuova e così antica. Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana. Communicare necesse est È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse.
Secondo i repertori, fu citata la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Larte-di-comunicare.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3094" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="L'arte di comunicare" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Larte-di-comunicare-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></a>L’arte di comunicare così nuova e così antica. Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la <strong>comunicazione</strong>, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana.<strong> Communicare necesse est </strong>È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).</p>
<p style="text-align: justify;">L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol dire “<strong>mettere in comune, condividere, rendere partecipe</strong>”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che conta non è il latinorum, ma il fatto che <strong>la comunicazione è essenziale alla vita</strong>, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire “comunicare”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Il nuovo e l’antico: che cosa non cambia?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Aldous Huxley diceva: «Che gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è una delle più importanti lezioni della storia». In questo caso, non si tratta solo della storia, ma anche della preistoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio serio dell’antropologia è uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del DNA. Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture “primitive” strutture sociali, e<strong> capacità di comunicazione</strong>, molto più ricche di ciò che sembra nella visione convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato solo di clava che trascina per i capelli una povera donna assoggettata.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché ciò che in uno scavo archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che prevalga la definizione homo faber . E saper fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato da una generazione all’altra. Cioè una cultura.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Come siamo “da sempre”</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Questa non è una risorsa esclusiva dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa definire “umano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente la parola, cioè la lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata, per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi, ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di comunicazione scritta, anche se non “testuale”. Oggetti non solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto estetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica (ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna, in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti, accessori o colori che sono contemporaneamente <strong>espressioni estetiche</strong> e codici di identità o di appartenenza).</p>
<p style="text-align: justify;">C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi. Ma non cambiavano a ogni stagione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutte queste cose non possiamo indicare una “data di nascita”, una fase che ne segni l’inizio. Sono, semplicemente, antiche quanto l’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Possono esistere cultura, comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli, usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica, di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara, definizione “arti e mestieri”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Capire le radici</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di <strong>continuo cambiamento</strong>. In parte, è vero. Ma non tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra) “innovazione” è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in cui stiamo ricadendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessimo cercare di capire la turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso, sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote origini dell’evoluzione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La vita è comunicazione</span></h3>
<p style="text-align: justify;">L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che <strong>la vita è comunicazione</strong>. Un essere vivente non è un “oggetto materiale”, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vita, se non comunica, non esiste</strong>. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa) domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua “ragione di essere”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>evoluzione</strong> ha portato molte specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza. Continua a crescere, con conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa). Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della comunicazione nelle società e civiltà umane.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Communicare humanum</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un “istinto”, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere. Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara idea di dove si sta andando e perché, insieme all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.</p>
<p style="text-align: justify;">È sempre stato così fin dalle origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di là del suo apparente limite. Navigare necesse est, nelle acque non sempre tranquille della <strong>conoscenza</strong>. Anche se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalla sue ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il “nuovo” non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di “antico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi fondamentali del nostro <strong>esistere</strong> e <strong>pensare</strong>. Senza mai dimenticare i valori di continuità, credo che sia importante capire come alcuni <strong>cambiamenti</strong> abbiano avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’ riassuntiva, ne possiamo elencare sei.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La scrittura – cinquemila anni fa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e <strong>linguaggio</strong>, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta“ ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo chiamarla “la nascita della storia”. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i Sumeri, gli Egizi o i Fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un <strong>cambiamento</strong> fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La stampa – cinquecento anni fa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La stampa non è nata con Johannes Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è vero che c’è stato un profondo cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo per produrre più libri e in un maggior numero di copie.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sviluppo dell’umanesimo aveva bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di “fare libri”. Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.</p>
<p style="text-align: justify;">La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di «un’orribile massa di libri che cresce incessantemente».</p>
<p style="text-align: justify;">Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).</p>
<p style="text-align: justify;">Con le tecnologie molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse come ai tempi di Aldo Manuzio.</p>
<p style="text-align: justify;">“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’Ottocento). Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”.</p>
<p style="text-align: justify;">Del ruolo della stampa, e in generale della parola scritta, nella situazione di oggi parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà nel prossimo numero.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La “rivoluzione copernicana” – quando?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Non è vero che un concetto eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il sopravvento in tutto il Medioevo.</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, invece, che il tema divenne di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia. Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la millenaria presunzione umana di essere in una posizione privilegiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è certo l’unico, fra gli sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente “tolemaiche” – non solo in senso astronomico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questo è un processo ancora “in divenire”. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a capire che l’intero sistema solare è una minuscola particella di un sistema smisuratamente più esteso, con miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione acquisita, poche generazioni non bastano per capirla.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di “sentirci piccoli”. L’impegno è molto più profondo: è il “<strong>sapere di non sapere</strong>”. Chi pensa di aver capito il senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in discussione le teorie che finora siamo stati capaci di elaborare.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo trovare, anche a questo proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture. Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza, insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una situazione in cui “il sapere” possa essere il privilegio di pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita di certezze apparenti, di <strong>percezioni</strong> abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la curiosità della conoscenza può essere molto più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">La “rivoluzione del conoscere” è cominciata da poco ed è ancora agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande <strong>evoluzione culturale</strong> nella storia dell’umanità. Se le generazioni future saranno o no più sapiens di tutte quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La libertà di stampa – da duecento anni</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Può sembrare che questo non sia un cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico modo. Saranno gli storici di secoli futuri a capire se l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di <strong>libertà</strong> aveva scarso spazio per potersi affermare nelle culture umane delle origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e culturale) della nostra specie è una inscindibile mescolanza di individuale e sociale, ma non è mai stato facile conciliare i diritti personali con le esigenze collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo api, né formiche. Ma non possiamo neppure essere del tutto homo homini lupus. Una complessa interazione di individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace equilibrio fra le due “necessità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è nato il concetto di libertà di stampa, cioè il diritto di <strong>esprimere liberamente </strong>e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie opinioni, di comunicare informazioni “a tutti” anziché a pochi privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in una parte del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ricerca della libertà</strong> c’era anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto il “sapere” fosse considerato “empio” e pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;">Benché ci siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia, la struttura del potere è sempre stata concentrata in due modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e tante altre).</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo, ovviamente, è il denaro – ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del potere economico con il potere politico e con il controllo della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La libertà di stampa fu definita come diritto, per la prima volta nella storia, dal bill of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi, gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo Statuto Albertino del 1848 e poi dalla Costituzione del Regno nel 1861.</p>
<p style="text-align: justify;">(Nella storia del Risorgimento non è sempre rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a censura in altre parti d’Italia).</p>
<p style="text-align: justify;">E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo articolo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La “contemporaneità” – da “non molto”</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Sono sempre esistite forme di comunicazione “a distanza e in tempo reale”. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie. Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le “date di nascita” sono più di una. Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il “telegrafo senza fili“ dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel modo le onde hertziane.</p>
<p style="text-align: justify;">Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema oggi imperversante.<br />
Perché i telegrammi personali, trasmessi “senza fili”,<br />
potevano essere più facilmente intercettati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma era inevitabile che dal “telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione (quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si sviluppò così, nel ventesimo secolo, il broadcasting – cioè la radio e la televisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).</p>
<p style="text-align: justify;">La televisione esisteva dal 1936 (a livello sperimentale dal 1925) ma fu sviluppata in modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel 1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare “quasi” subito, “quasi” con tutti e “quasi” dovunque. (Ma, ancora oggi, nei “quasi’ si nascondono vaste aree di privazione – e non poche distonie di funzionamento).</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che, per quanto “normale” ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene come orientarci in questa situazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La “globalità” – “lavori in corso”</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il mare di chiacchiere sulla “globalità” o “globalizzazione” è assordante. Quanto inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile, tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o della microcultura, sperando di poter restare isolati quando ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare e crudeli quanto impreviste.</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo altra scelta che imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è giusto avere paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa che, pur avendo cercato di studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di anni fa, a essere così profondamente collegate culture fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno, di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi, a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">I motivi, probabilmente, sono due. Il <strong>desiderio di conoscere</strong> – e perciò di comunicare – che (almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche culturali, che nella diaspora originaria della specie sono state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma la “globalità” non è nuova. Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche questo è uno sviluppo troppo “nuovo” per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è altra strada che un miglioramento della conoscenza. È disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere meglio informati, e soprattutto capire di più, è impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento, diventino strumenti per migliorare un habitat che non possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte della nostra <strong>esperienza quotidiana</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">È un’evoluzione “accelerata”?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Un gioco noto, e forse un po’ banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le origini della specie umana risalgono a circa un milione di anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a 40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata, troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La scienza “moderna”, cioè il predominio del metodo sperimentale, nell’ultimo quarto d’ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Il metodo di Gutenberg per la stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51. Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti dopo. Il telegrafo nasce sei minuti prima della mezzanotte. Il telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4 minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti secondi da quando la rete è diventata diffusamente accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la sua ossessiva diffusione da dieci secondi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La sindrome della gatta frettolosa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.</p>
<p style="text-align: justify;">Ernest Hemingway definiva la fretta come «quella esaltante perversione di vita, la necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne occorre». È vero che talvolta è necessario. E, se ci si riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta senza motivo è pericolosamente stupida.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza e competenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La fretta non è velocità, spesso è il contrario. E le scelte affrettate possono provocare conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi, generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Hic sunt leones</span></h3>
<p style="text-align: justify;">C’era <strong>saggezza</strong> in quegli antichi cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le profondità della terra e le remote distanze dello spazio, eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci danno la falsa sensazione di “sapere tutto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla mappa di una città, spesso male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano di “dare per certe” conoscenze che l’astrofisica continua a mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Nossignori, quella che propongo non è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse (non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza»).</p>
<p style="text-align: justify;">Se le ricerche sulle “<strong>capacità cognitive</strong>” continuano a confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza, fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel “grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo scoprire.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Per capire il nuovo, riscoprire l’antico</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere “padroni” di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro . Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono più somiglianze che differenze fra il frastornato homo cosiddetto sapiens nell’era dell’elettronica e quei remoti progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un po’ meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma <strong>la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire</strong>.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="L'arte di comunicare" href="www.Gandalf.it" target="_blank">www.Gandalf.it</a></p>
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		<title>Stare da soli</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 05:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[>>> STARE BENE CON SE STESSI]]></category>
		<category><![CDATA[- Atteggiamento mentale]]></category>
		<category><![CDATA[affettiva]]></category>
		<category><![CDATA[capacità]]></category>
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		<category><![CDATA[stare soli]]></category>

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		<description><![CDATA[La capacità di stare soli non va confusa con l&#8217;accettazione passiva della solitudine, ma riguarda la nostra capacità di relazionarci con noi stessi e con gli altri&#8230;
“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto…”
(da Nessun uomo è un’isola di John Donne).
Siamo abituati a dare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/solidude.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3078" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Stare da soli" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/solidude-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La capacità di <strong>stare soli</strong> non va confusa con l&#8217;accettazione passiva della solitudine, ma riguarda la nostra capacità di relazionarci con noi stessi e con gli altri&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto…”</em></strong><br />
(da Nessun uomo è un’isola di John Donne).</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo abituati a dare una connotazione esclusivamente negativa all’essere soli: pensiamo immediatamente, quasi in modo automatico, alla <strong>solitudine</strong>, a una condizione triste che ci ha sopraffatti. Ci ritroviamo in questo stato penoso senza la nostra volontà, senza esserne stati parte attiva, e pensieri di abbandono, a volte anche di fine, rendono estremamente difficile reagire a questa condizione.</p>
<p style="text-align: justify;">La capacità di <strong>essere soli</strong> si riferisce ad una modalità più attiva di vivere la solitudine: una condizione positiva e piacevole, a volte anche ricercata, nella quale è pienamente presente la nostra capacità di incidere e di essere nel mondo con la nostra <strong>individualità </strong>e creatività. In questa capacità ci differenziamo per il grado e il tempo in cui l’abbiamo acquisita.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo soliti sentir dire che<strong> la capacità di godere della solitudine sia una conseguenza dello star bene con se stessi</strong>, come se lo star bene con se stessi sia qualcosa che possiamo acquisire magicamente e per di più da soli, con l’ausilio dell’autosuggestione o magari esercitandoci, così come un tempo abbiamo fatto per apprendere la matematica o un’abilità sportiva. Il presupposto, per chi la pensa così, è che dobbiamo convincere noi stessi di essere perfetti e quindi eliminare le nostre incertezze o i nostri falsi costrutti. Dunque dobbiamo bastare a noi stessi! In realtà, le cose non stanno proprio così: nessuno di noi è perfetto e lo sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficile capacità di star soli e di godere della solitudine si forma nel primo periodo di vita, in compagnia di qualcuno che è in una speciale sintonia “con noi”; così come, per alcuni adulti può diventare una conquista, attraverso l’esperienza di una relazione altrettanto speciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso, nel mio lavoro di psicoterapeuta, mi sono trovata di fronte a persone che pur nella loro unicità, originalità e differenza, mi hanno presentato, sotto svariate forme, la stessa incapacità di star soli. Questa difficoltà, che emerge con il lavoro analitico e che a volte si palesa chiaramente in seduta con il disagio di vivere il silenzio con il proprio psicoterapeuta, è quasi sempre la responsabile di scelte sbagliate, di vite non vissute e imbrigliate nella coazione di comportamenti errati e improduttivi.</p>
<p style="text-align: justify;">La difficoltà di stare soli è il termometro della nostra “<strong>maturità affettiva</strong>” e tanto ha a che vedere con tutte le nostre relazioni: se non siamo capaci di vivere serenamente e fruttuosamente il nostro star soli, anche il più saldo dei legami, prima o poi, sarà minacciato e ne subirà conseguenze negative. Se tanto ci preme la nostra vita sentimentale e lavorativa, invece di ricorrere a facili ricette, dovremmo capire il perché fuggiamo, o viviamo tanto male, quella condizione ideale per<strong> ritrovare noi stessi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che occorre è la <strong>consapevolezza</strong> del perché fuggiamo in continuazione nell’impossibilità di fermarci a riflettere, del perché passiamo da una relazione ad un’altra senza soluzione di continuità, del perché mettiamo in moto tensioni di coppia pressando e interpretando i silenzi del partner, del perché non sappiamo ritrovare piacevolmente noi stessi e la nostra separatezza dopo esserci fusi con il nostro partner.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo chiederci come mai i nostri figli adolescenti siano oggi così vulnerabili all’alcool e alle droghe, come mai provano quel senso di vuoto e quella noia che li porta a distruggersi, come mai crescere tra scuola, doposcuola, ripetizioni, nuoto, palestra, diete, danza, scherma, piscina, karate e chi più ne ha più ne metta, non dà loro quella disciplina e quella forza per resistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo chiederci perché quando hanno potuto fermarsi, hanno dovuto cercare altri stimoli; perché gli stessi ragazzi, avvezzi a cose da grandi quando sono fuori casa, di notte non riescono a dormire nel proprio letto ma vanno nel lettone a dormire con mamma che con molte probabilità è separata da papà; come mai il proseguimento di quelle giornate nelle quali sono cresciuti, scandite di soli impegni frenetici fino a cena, ha generato certi <strong>comportamenti</strong> e l’incapacità di abbandonarsi al sonno da soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Direi che su questi importanti temi ci sia molto da discutere con umiltà, autocritica e desiderio di conoscere la realtà che ci circonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ha scritto Winniccott “<strong>la forma più raffinata della capacità di godere della solitudine si forma nel primo periodo di vita</strong>” e consegue all’esperienza della “consapevolezza della continuità dell’esistenza di una madre attendibile” ovvero alla costruzione della fiducia nell’esistenza di un ambiente benigno nella propria realtà psichica. Se questa esperienza non è stata corretta e sufficiente, probabilmente ci troveremo ad affrontare le difficoltà su esposte ed a far parte di quella grande popolazione di persone che soffre al solo pensiero di rimanere sola per un po’.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non c’è da disperarsi e da continuare a star male perché, anche in età adulta, se siamo supportati da una buona motivazione, se davvero vogliamo<strong> essere più consapevoli di noi stessi</strong>, delle nostre difficoltà e dei nostri comportamenti, è possibile migliorare e cambiare. La capacità di star soli si acquisisce in presenza di qualcun altro, così come un tempo avrebbe dovuto accadere con un buon ambiente di sostegno, quindi è dalla relazione stessa che gradualmente ci si arriva, ma deve essere una relazione particolare, una relazione di fiducia, magari quella che si crea nello studio con il nostro psicoterapeuta o con una persona o un ambiente speciali.</p>
<p>di <strong>De Montis Maria Cristina</strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="La difficile capacità di stare da soli" href="http://www.nonsoloanima.tv" target="_blank">http://www.nonsoloanima.tv</a></p>
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		<title>Un popolo di single?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 05:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[dimensione interiore]]></category>
		<category><![CDATA[equilibrio]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Sempre più divorzi, separazioni, e meno matrimoni, questa è la tendenza costante negli ultimi anni. La durata media delle convivenze si è ridotta da cinque a tre anni. Questi dati danno molto da riflettere: cosa sta accadendo?
Mettiamo per un momento da parte analisi sociologiche che possono oscillare da mutamenti di cultura, a pressanti ristrettezze economiche, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/single.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3097" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="single" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/single-300x288.jpg" alt="" width="300" height="288" /></a>Sempre più divorzi, separazioni, e meno matrimoni, questa è la tendenza costante negli ultimi anni. La durata media delle convivenze si è ridotta da cinque a tre anni. <strong>Questi dati danno molto da riflettere: cosa sta accadendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mettiamo per un momento da parte analisi sociologiche che possono oscillare da mutamenti di cultura, a pressanti ristrettezze economiche, che vedono il matrimonio e la vita a due prima di tutto un business di alto livello, che non un progetto di crescita personale. Talvolta vale la pena chiedersi se sia meno rischioso acquistare un pacchetto di azioni argentine.  <strong>Focalizziamoci sul singolo e sull’interiorità: chi è il single?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della definizione anagrafica, si tratta prima di tutto e soprattutto di una <strong>dimensione interiore</strong>. E non è un caso, forse, che molti single restano tali anche quando stanno ufficialmente con un partner. E, volutamente, non utilizzo l’espressione ‘condivisione’ per riferirmi a questa situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso accade che un <strong>single</strong> di ‘lunga durata’ finisca per assuefarsi a questa dimensione interiore: sebbene possano essere presenti numerosi amici, nel profondo aleggia un senso di chiusura, di distanza, che priva dell’opportunità di cogliere quelle occasioni di vera e profonda apertura e con-divisione. E chi sta dall’altra parte lo percepisce, in modo chiaro e distinto. E’ una sorta di barriera, di muro di protezione, invalicabile, inattaccabile.</p>
<p style="text-align: justify;">La sensazione di autonomia e d’indipendenza finisce con l’essere molto marcata e consistente: il messaggio è chiaro, “Me la cavo da solo/a”. E il senso di bisogno dell’altro che tutti, ma proprio tutti abbiamo, non solo resta inascoltato, ma viene seppellito sotto una coltre di difese e di barriere. E l’altro viene sempre più allontanato.</p>
<p style="text-align: justify;">E il bastare a se stessi si traduce anche in una crescente selettività, che si manifesta nella scelta delle persone da cui ci si fa circondare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il single nell’animo difficilmente si sente solo</strong>, ma vive i suoi spazi di solitudine con estrema pienezza, a livello interno ed esterno. E’ una sorta di equilibrio, di dimensione, di consistenza, che si è creato e in cui si trova a suo agio. E può capitare, specie col trascorrere degli anni, che questa condizione si sedimenti e si radichi in modo molto netto e marcato.</p>
<p style="text-align: justify;">La soddisfazione per questa condizione può essere molto elevata, a tutti i livelli, fisica, emotiva, affettiva, ma la con-divisione non valica mai certi limiti. Così come nell’amicizia in quanto tale non c’è comunione fisica, anche nelle avventure di una o due notti si ‘evita’ il rischio di un coinvolgimento prolungato a livello emotivo-affettivo. Solo frammenti istantanei di pienezza. E quasi mai ripetuti con la medesima persona. Pena lo svelamento di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto viene vissuto in prospettiva della dimensione dell’uno: l’egoismo regna sovrano, l’altro non deve invadere più di tanto i tempi e gli spazi. Per l’altro, per la dualità (o molteplicità) sono riservati spazi per definiti e circoscritti, da non travalicare accuratamente.</p>
<p style="text-align: justify;">In taluni momenti esistenziali, però, questo <strong>equilibrio</strong> s’infrange ed affiora l’opportunità di un reale, profondo incontro con l’altro da sé. E, per lo più, le situazioni più interessanti si verificano quando due animi single vengono a contatto. Qui affiorano tutti i limiti delle condizioni. Ma anche, ben inteso, le opportunità, se è vero che è fondamentale saper stare con se stessi, prima ancora che gli altri (ma non che questo sia alternativo, né contraddittorio).</p>
<p style="text-align: justify;">L’egoismo qui rischia d’esplodere, e di travolgere i due protagonisti, oppure può portare all’apertura di qualcosa di più vasto e costruttivo. Se, da un parte, la durata sempre più breve delle <strong>relazioni</strong> – e spesso anche le notevoli difficoltà che s’accompagnano, che evidenziano una reticenza profonda di mettersi veramente in gioco e a nudo con l’altro e di fronte all’altro – fa pensare a rapporti usa e getta, in cui l’altro è solo uno strumento ad uso e consumo da archiviare quando non risponde più ai propri bisogni, dall’altra il ritenere non vincolante un riconoscimento istituzionale potrebbe rappresentare un’opportunità per la ricerca delle condizioni ottimali per la propria <strong>evoluzione</strong>. Purché la si consideri tale, e non una fuga da se stessi (prima ancora che dal partner).</p>
<p><strong>Anna Fata </strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Un popolo di single?" href="http://www.armoniabenessere.it" target="_blank">http://www.armoniabenessere.it</a></p>
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		<title>Gelosia</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 05:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[>>> STARE BENE CON GLI ALTRI]]></category>
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		<description><![CDATA[Cos’è la gelosia?
Da un punto di vista etimologico, il termine proviene dal latino &#8220;zelus&#8221; e significa zelo, cura scrupolosa. Per le nostre nonne le gelosie erano i battenti delle finestre che avevano  ovviamente  il compito di proteggerle da sguardi indiscreti.
Nell&#8217;accezione più comune la gelosia è però uno stato emotivo determinato dal timore, fondato o meno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Gelosia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3091" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Gelosia" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Gelosia-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Cos’è la gelosia?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Da un punto di vista etimologico, il termine proviene dal latino &#8220;zelus&#8221; e significa zelo, cura scrupolosa. Per le nostre nonne le gelosie erano i battenti delle finestre che avevano  ovviamente  il compito di proteggerle da sguardi indiscreti.<br />
Nell&#8217;accezione più comune la <strong>gelosia</strong> è però <strong>uno stato emotivo</strong> determinato dal timore, fondato o meno, di perdere la persona amata e caratterizzato dalla paura e dal sospetto che questa rivolga altrove il suo interesse, con la conseguenza che si sviluppino odio e aggressività nei confronti del rivale vero o presunto.</p>
<p style="text-align: justify;">La gelosia non è un fenomeno “anormale”, né tanto meno una malattia, ma può diventarlo. Per alcuni è un fastidio, una sottile sensazione di disagio, per altri un’ossessione. A volte è un bisogno, una dipendenza.<br />
Nella nostra cultura, la gelosia, al di là della sua connotazione negativa, è approvata, in quanto pare garantire la presenza di affetti legittimi, primo fra tutti l’amore: chi ama davvero deve essere geloso!</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo il “dramma della gelosia” in letteratura, in musica, nel cinema, nelle arti figurative, addirittura nella giurisprudenza che sembra giustificarla e compatirla attribuendo un significato “onorevole” ai suoi delitti.<br />
Esistono comunque diversi livelli di gelosia:</p>
<p style="text-align: justify;">1. Il desiderio di tenere a sé la persona amata<br />
2. La gelosia che porta a continue verifiche sulla vita del partner<br />
3. La gelosia ossessiva:  proiezione della propria infedeltà o insicurezza sull’altro.<br />
4. La gelosia delirante</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Psicologia e gelosia</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Sigmund Freud, distingue tre diverse forme di gelosia, la cui caratteristica comune è l’ambivalenza, la contemporanea presenza cioè, di sentimenti di amore ed aggressività rivolti verso la stessa persona:</p>
<p style="text-align: justify;">1.  <strong> La GELOSIA COMPETITIVA o NORMALE</strong>, essenzialmente composta da dolore, afflizione, provocati dalla convinzione di aver perduto 1’oggetto d’amore, da sentimenti ostili verso il più fortunato rivale, da una dose più o meno grande di autocritica che tende ad attribuire a se stesso la responsabilità della perdita amorosa. Infine da sentimenti ostili verso il rivale e da una dose più o meno grande di autocritica.</p>
<p style="text-align: justify;">2.    <strong>La GELOSIA PROIETTIVA</strong>, che deriva, sia nell’uomo che nella donna, dall’infedeltà che essi stessi hanno attuato nella vita o da spinte verso l’infedeltà che sono state rimosse. La fedeltà, nei rapporti di coppia può essere mantenuta solo a patto di resistere a continue tentazioni. Colui che avverte in sé 1’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze all’infedeltà.</p>
<p style="text-align: justify;">3.   <strong> La GELOSIA DELIRANTE</strong>, caratterizzata dalla convinzione, di solito priva di fondamento reale, dell’infedeltà del proprio partner, e da conseguenti reazioni comportamentali nei confronti di quest’ultimo e dei suoi presunti amanti. Manifestazione caratteristica di questo tipo di gelosia è l’affannosa ricerca di indizi che provino l’infedeltà. Anche il delirio di gelosia per Freud è determinata da tendenze all’infedeltà che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto. La gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità che da latente comincia a cercare la sua strada. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La gelosia patologica</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La gelosia di per sé, non è patologica, ma può diventarlo, se espressa e percepita nella sua forma più estrema, trasformandosi in gelosia ossessiva o delirante. Il delirio di gelosia, come riportato dal DSM IV TR, consiste nella convinzione di essere traditi dal proprio partner distinguendosi in tal modo dalla gelosia caratterizzata dal timore di tradimento, ma non dalla certezza che esso si sia consumato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello specifico, la gelosia patologica è uno dei sottotipi del Disturbo Delirante riportati dal DSM–IV-TR. Tale sottotipo si applica quando il tema centrale del <strong>delirio della persona è la convinzione che il proprio coniuge o amante sia infedele</strong>; convinzione che non si basa su un motivo accertato, ma su deduzioni non corrette, supportate da piccoli indizi interpretati come prove evidenti, allo scopo di giustificare il delirio. Di solito, il soggetto con il delirio cerca il confronto con il partner, e tenta di intervenire contro l’infedeltà immaginaria , ricorrendo a diverse strategie; ad esempio limitando l’autonomia del partner, seguendolo e pedinandolo, investigando sul presunto amante, fino ad arrivare nei casi estremi ad attaccare fisicamente il proprio partner, sfociando in alcuni casi nel cosiddetto “delitto passionale”, di cui la gelosia sembra essere la causa più frequente.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"> Personalità del partner geloso</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il senso di proprietà, il bisogno di controllare, la paura dell’abbandono sono le principali caratteristiche della gelosia. A molti queste caratteristiche sono state trasmesse in famiglia.<br />
La madre è gelosa del figlio dal momento del parto; il figlio, nascendo, non sarà più solo suo. Il padre, allo stesso tempo, vede nel figlio il tradimento della moglie. Si sente abbandonato, messo da parte, in quanto tutte le attenzioni sono rivolte al nuovo arrivato.<br />
Il bisogno che spesso sottende la gelosia è un <strong>bisogno di esclusività;</strong> il bisogno di un legame che ci faccia sentire importanti perché unici, un legame senza cui l’altro non potrebbe vivere. In questo caso non importa se 1’intruso provochi una effettiva riduzione del tempo, dell’affettività, dell’amore: ogni intrusione in sé rappresenta una effettiva limitazione nel rapporto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo si vede nelle relazioni in cui un partner, spesso per senso di colpa, ricopre 1’altro di regali e attenzioni pur coltivando un legame con una terza persona. Anche nel caso in cui l’ammontare complessivo delle risorse affettive venga distribuito in maniera da accontentare tutti, la perdita dell’esclusività sarà ritenuta comunque di importanza capitale.<br />
Il discorso sulla esclusività non ci porta molto lontano da quello sulla proprietà, la possessività, 1’attaccamento. Usiamo la proprietà per soddisfare i nostri bisogni.</p>
<p style="text-align: justify;">La proprietà è anche alla base dell’orgoglio e della vanità: siamo orgogliosi di ciò che effettivamente ci appartiene, siamo vanitosi per il semplice fatto di possedere qualcosa. A rendere tanto precario il possesso di una persona è il fatto che la persona che crediamo di possedere ha il potere di andare via, di abbandonarci, di lasciarci, di decidere di appartenere a qualcun altro, o semplicemente di decidere.</p>
<p style="text-align: justify;">Caratteristica di base del soggetto geloso è il <strong>bisogno di controllare</strong>. Esistono due aspetti del controllo. Il primo riguarda le persone che, anche in condizioni di stabilità e al di fuori di una situazione di pericolo incombente hanno bisogno di conservare la supremazia e un rigoroso <strong>controllo sulla loro relazione</strong>. Tali soggetti tendono a reagire vivacemente nei confronti di ogni intrusione che ne minacci il controllo. L’altro aspetto del controllo riguarda la reazione nei confronti di una minaccia attuale. Alle volte è proprio il partner minacciato ad assumere per primo l’iniziativa (pur di controllare la situazione) e spingere l’altro al tradimento (“tanto prima o poi mi tradirà”).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Gelosia e aggressività</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Spesso, purtroppo, la gelosia degenera in <strong>emozioni</strong> ancora più negative come la rabbia, l’ira. Per gelosia si uccide, non dimentichiamo il delitto d’onore o il delitto passionale. Secondo alcuni autori quando aumenta a dismisura l’intensità di un “attacco” di gelosia si compiono azioni disdicevoli poiché si perde il controllo. Non il controllo di sé, ma quello dell’altro, della relazione, della situazione. L&#8217;<strong>aggressività</strong> è una delle reazioni possibili allo scatenarsi della gelosia. Il partner geloso può aggredire il compagno/a nel tentativo di difendere qualcosa su cui sente di stare perdendo il controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aggressione può manifestarsi in tanti modi, anche nascondendo la gelosia stessa attraverso litigi che sembrano insignificanti, ma che si trasformano in potenti bombe&#8230;. Con l&#8217;aggressione si cerca, consciamente o meno, di far sentire in colpa il partner per poterlo manipolare e riportare sui binari che vorremmo. In realtà il partner potrebbe reagire in modo completamente diverso, ad esempio potrebbe allontanarsi oppure potrebbe accadere che si stabilisca nella coppia un circolo vizioso in cui il litigio si perpetua, e diventa il fulcro intorno a cui si organizza il rapporto.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Gelosia" href="http://www.feritedamore.it">http://www.feritedamore.it</a></p>
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		<title>La Via del Qigong</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 05:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Qigong agisce sui vari livelli della nostra struttura psicofisica e fa in modo che l&#8217;energia vitale &#8211; il Qi &#8211; circoli liberamente e in modo equilibrato affinché possa esserci salute fisica, emotiva e spirituale.
Fin dall’antichità, in Cina sono state sviluppate delle tecniche di salute per guarire da ogni tipo di malattia, per riequilibrare il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.qigongtao.com.au/" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3084" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="La via del qigong" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/qigong-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Il<strong> Qigong</strong> agisce sui vari livelli della nostra struttura psicofisica e fa in modo che l&#8217;energia vitale &#8211; il Qi &#8211; circoli liberamente e in modo equilibrato affinché possa esserci<strong> salute fisica, emotiva e spirituale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dall’antichità, in Cina sono state sviluppate delle tecniche di salute per guarire da ogni tipo di malattia, per riequilibrare il corpo, ma anche per aumentare l’energia vitale dell’individuo ed interagire con essa in molte maniere. L’insieme di queste tecniche, in epoca contemporanea, ha preso il nome di &#8220;Qigong&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo nome ha un significato molto ampio ed insieme molto profondo; per comprenderlo fin dall’inizio nel modo giusto, possiamo anche analizzarne un altro: &#8220;gongfu&#8221; (lett. &#8220;Maestria&#8221;). Gongfu è un termine che significa ottenere qualcosa attraverso l’impegno, la costanza e la pazienza (dove &#8220;gong&#8221; significa &#8220;lavoro che richiede forza, quindi meritorio&#8221;, e &#8220;fu&#8221; sta per &#8220;uomo cresciuto, uomo maturo o Maestro&#8221;). Nel termine Qigong, abbiamo quello stesso &#8220;lavoro meritorio&#8221; fatto sul Qi (energia vitale, soffio, respiro,…).</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base della stretta <strong>correlazione tra spirito e corpo</strong>, è stata sviluppata una pratica fisica, respiratoria e mentale che, rafforzando l’organismo sano e curando quello malato, aiuta la circolazione dell’<strong>energia vitale</strong> in noi, attraverso la cooperazione di corpo, respiro e mente. Questa cooperazione è fondamentale: il <strong>corpo</strong>, il <strong>respiro</strong>, la <strong>mente</strong>, l<strong>&#8216;energia</strong>, lo <strong>spirito</strong>, &#8230; sono elementi, espressioni di un&#8217;unità: l&#8217;essere umano! Ognuno di questi elementi è parte e forma dell&#8217;altro, perciò è in grado di interagire con gli altri, di influenzare e modificare gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;organismo quindi, come insieme organico, completo di tutti questi elementi, ha bisogno di un corrispondente insieme di pratiche e &#8220;ginnastiche&#8221; che possano stimolare e controllare la salute sia fisica (del corpo e del respiro), sia mentale, energetica e spirituale. Il Qigong è tutto questo! <strong>Il Qigong è l’arte di coltivare il Qi, accrescerlo, rafforzarlo e raffinarlo</strong>, attraverso tecniche esterne e spirituali: respirazione, postura e movimento, concentrazione mentale e meditazione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’insieme delle sue tecniche, elaborato e sviluppato attraverso i millenni con lo scopo di favorire e mantenere la salute, donare longevità, forza e conoscenza, in vista di una realizzazione anche spirituale, è anche parte importante della Medicina Tradizionale Cinese. La struttura portante del metodo di pratica e di terapia in cui consiste il Qigong, è infatti quella della MTC, poiché ha alla base le stesse leggi (oltre agli stessi principi filosofici), le stesse modalità interpretative e diagnostiche: concetto di energia (Qi), legge dello Yin/Yang; legge dei cinque movimenti, livelli energetici, meridiani, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla MTC, però si distanzia quando si definiscono gli scopi e le tecniche di pratica personale e di terapia sull&#8217;altro. Infatti il Qigong considerato parte della MTC, è solo una parte di quello che rappresenta il mondo filosofico, culturale e tecnico alla base della pratica e della terapia del Qigong. Dal punto di vista terapeutico, il substrato culturale e tecnico su cui si fonda il &#8220;lavoro sul Qi&#8221; è la Medicina Popolare ed il suo processo di sviluppo nel corso della storia, quella praticata ancora oggi, tradizionalmente, dai maestri di Qigong nelle campagne o nei villaggi, basata sulla vera sensibilità personale e sulla <strong>capacità di interagire a livello energetico con il mondo esterno e con le altre persone</strong>, &#8230; tutto questo molto prima della vera e propria canonizzazione attuata da quella che attualmente è diventata la Medicina Tradizionale Cinese in uso negli ospedali e diffusa per tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la pratica personale più profonda, le fondamenta sono quelle che mettono insieme le antiche pratiche di longevità taoiste, le tecniche per un lavoro interiore utilizzate nei templi dai monaci buddisti per una crescita della consapevolezza spirituale, o dai praticanti delle arti marziali per una base di preparazione più approfondita che comprendeva proprio una cooperazione di corpo &#8211; respiro &#8211; mente attraverso lo stesso &#8220;lavoro sul Qi&#8221;. Dal punto di vista sia della pratica personale, sia della terapia, <strong>il Qigong fornisce, dunque, al praticante un grande strumento di conoscenza e di salute per sé e per gli altri: favorisce lo sviluppo della consapevolezza più sottile e potente del Qi.<br />
</strong><br />
Quando poi il Qi è sapientemente indirizzato nel proprio corpo o nel corpo delle altre persone, aiuta a guarire eliminando i blocchi, le stasi, i punti deboli nella rete dei vasi e canali del sistema energetico. Gli esercizi praticati forniscono una sapiente guida alla forza vitale che può essere indirizzata in ogni cellula del proprio corpo o proiettata esternamente attraverso le mani, gli occhi e la mente, verso un altro individuo, realizzando una vera pranoterapia guidata e consapevole, dagli alti<strong> poteri rigenerativi e di guarigione</strong>.</p>
<p>di <strong>Vocca Maria Luisa</strong> (Marisa)</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="La via del Qigong" href=" di Vocca Maria Luisa (Marisa)" target="_blank">http://www.nonsoloanima.tv</a></p>
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		<title>Il fascino della semplicità</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[>>> STARE BENE CON SE STESSI]]></category>
		<category><![CDATA[- Atteggiamento mentale]]></category>
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		<category><![CDATA[atteggiamento]]></category>
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		<description><![CDATA[Come ogni grande, appassionato amore, anche quello per la semplicità non è facile. Richiede cura, attenzione, dedizione. Con gioia quando nasce l’armonia, smarrimento quando si infrange. C’è mai stato, in qualche antico rito, un tempio dedicato al culto della semplicità? Non sono mai riuscito a trovarne alcuna notizia.
Se ci fosse, sarei curioso di capire la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Il-fascino-della-semplicità.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3070" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Il fascino della semplicità" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Il-fascino-della-semplicità-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Come ogni grande, <strong>appassionato amore</strong>, anche quello per la semplicità non è facile. Richiede cura, attenzione, dedizione. Con gioia quando nasce l’<strong>armonia</strong>, smarrimento quando si infrange. C’è mai stato, in qualche antico rito, un tempio dedicato al culto della <strong>semplicità</strong>? Non sono mai riuscito a trovarne alcuna notizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci fosse, sarei curioso di capire la cultura da cui è generato, di conoscerne le forme e i rituali, per imparare se (e come) possono aiutare a far crescere in noi il gusto, il piacere, la voglia di coltivare quell’<strong>arte sottile e illuminante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è necessario che sia un culto. Ma mi piacerebbe che ci fossero in tutte le piazze del mondo (e in tutte le scuole, università e accademie) monumenti dedicati alla semplicità. E che i migliori scultori del mondo facessero a gara per rappresentarla nel suo affascinante splendore. Michelangelo diceva che è facile fare una statua. Basta vederla dentro un blocco di marmo e togliere quello che avanza. C’è qualcosa di straordinario nell’arte del più modesto scalpellino. Sovrumano nell’opera di un grande scultore.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure ognuno di noi, con un guizzo di <strong>felice intuito</strong>, può fare lo stesso miracolo: cogliere la semplicità che si nasconde dentro un’apparente complicazione. Un errore diffuso è pensare che la stupidità sia semplice, l’intelligenza complicata. Che semplificare sia facile, complicare difficile. Molto spesso è vero il contrario (vedi L’arte difficile della semplicità). Lo constatava Ovidio duemila anni fa. «<strong>La semplicità, cosa rarissima ai nostri tempi</strong>». Chissà che cosa direbbe oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trova in giro, citata qua e là, una frase attribuita a Leonardo da Vinci. «<strong>La semplicità è l’estrema perfezione</strong>». Non trovo riscontri che ne confermino l’autenticità. Ma sono convinto che Leonardo, se fosse qui a parlarne con noi, si riconoscerebbe in quel concetto (e si dispiacerebbe di aver talvolta ceduto alla tentazione di complicare, come nella tecnica di affresco del Cenacolo). Ebbene si, anche i geni sbagliano (e sbagliando imparano). Ma se sono davvero geniali sanno quanto sia importante (e impegnativa) la conquista della semplicità – e non si arrendono alle insidie della complicazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Semplicità e armonia</span> – scrittori, artisti, filosofi</h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>La semplicità è armonia</strong>. Lo sanno i più grandi artisti, i più bravi scrittori, i migliori filosofi. Anche nella scienza i più grandi progressi sono spesso soluzioni semplici di problemi che sembravano inestricabilmente complicati (su questo tema ritorneremo più avanti).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La semplicità è eleganza</strong>. Non solo nell’abbigliamento, nell’arredamento, nello stile. Anche nel pensiero e in ogni genere di attività. Non è un caso che una soluzione particolarmente efficace (e perciò brillantemente semplice) sia spesso definita “elegante” in diversi mestieri e discipline.</p>
<p style="text-align: justify;">«Nulla è vero, se non ciò che è semplice» (Johann Goethe). «La semplicità è la forma della vera grandezza» (Francesco De Sanctis). «Non c’è grandezza dove non c’è semplicità» (Lev Tolstoy). «In carattere, maniera, stile, in tutte le cose, la suprema eccellenza è la semplicità» (Henry Wadsworth Longfellow). Molti altri l’hanno detto. Soprattutto, i migliori l’hanno fatto. È affascinante, illuminante, disarmante, la semplicità con cui si sa esprimere un grande scrittore o un autentico poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Semplice vuol dire sciocco? È un modo diffuso di <strong>esprimersi</strong> o di <strong>pensare</strong>. Ma è profondamente sbagliato. Le sottilissime astutie di Bertoldo (come le chiamava Giulio Cesare Croce) sono davvero così diverse dalle piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino? Nella malinconica ironia di Miguel Cervantes, c’è più saggezza e nobiltà in Don Chisciotte o in Sancho Panza? Nel racconto di Italo Calvino, è più consapevole Agilulfo, il “<strong>tutto pensiero</strong>” cavaliere inesistente, o il “tutto fisico” Gurdulù? Nell’Idiota di Dostoievski c’è più sensibilità e umanità nel principe Myskin che in tutti gli arroganti presuntuosi che lo circondano.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti noi, nelle esperienze della nostra vita, incontriamo persone “<strong>semplici</strong>” che sono molto più intelligenti di tanti cosiddetti “<strong>intellettuali</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo dice un filosofo (non particolarmente noto per la facilità del suo pensiero). «Gli aspetti delle cose che sono più importanti per noi sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità» – Ludwig Wittgenstein.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo il parere di un architetto? Eccolo. «<strong>Semplicità e armonia</strong> sono le qualità che misurano l’autentico valore di ogni opera d’arte» – Frank Lloyd Wright.</p>
<p style="text-align: justify;">Le <strong>opinioni</strong> di due musicisti molto diversi. «La semplicità è la <strong>conquista finale</strong>. Dopo che si è suonata una vasta quantità di note, e poi ancora tante note, è la semplicità che emerge come il premio incoronante dell’arte» – Frederic Chopin. «Rendere il semplice il complicato è luogo comune, rendere il complicato semplice , stupendamente semplice, quella è creatività» – Charles Mingus.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie, Charlie. Così mi dai la nota giusta – lo spunto per un argomento che non può mancare in questi ragionamenti. Di che cosa stiamo parlando quando diciamo “creatività” o “creativo”?</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/1Il-fascino-della-semplicità.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3075" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Il fascino della semplicità" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/1Il-fascino-della-semplicità-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Che cosa vuol dire “creatività”?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Questa è una delle parole più stupidamente usate – e abusate – nel <strong>linguaggio</strong> di oggi. Stranamente ci sono mestieri che si definiscono “creativi”. Quando cerco di spiegare perché questa usanza è assurda e ridicola, spesso faccio un semplice esempio. Se chiedessimo a Mozart, a Raffaello o a Einstein “che mestiere fai?” ci sentiremmo rispondere musicista, pittore o fisico (con una certa tendenza di Einstein a dire “non saprei, diciamo essere umano”). Si metterebbero a ridere se qualcuno li chiamasse “creativi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mia amica (Elda Lanza, brillante scrittrice e giornalista) ha conosciuto Coco Chanel. Un giorno le ho fatto una domanda. Che cosa avrebbe detto Coco a qualcuno che le avesse chiesto qual era il suo mestiere? La risposta è stata quella che mi aspettavo. Si chiamava orgogliosamente “sarta” – certo non “stilista”.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è gente che va in giro con l’etichetta “creativo” e non ha mai creato qualcosa di interessante – se non forse un’ideuzza trent’anni fa che si è fatta notare per un paio di giorni perché dava fastidio a qualche benpensante (e che si continua a citare nelle agiografie come se fosse chissà quale rivoluzionaria meraviglia). Mentre c’è chi ha davvero trovato sintesi significative e non sopporta l’idea di lasciarsi classificare con quella goffa definizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Una categoria immune da questo malanno sembra essere quella degli scrittori. Nessuno, che io sappia, è mai stato definito “creativo” (anche se qualcuno ha avuto il cattivo gusto di lasciarsi chiamare “vate”). Forse dipende dal fatto che conoscono un po’ meglio l’uso della lingua. (Non è colpa di Dante se qualcun altro ha appiccicato alla sua commedia l’aggettivo “divina”).</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>creatività</strong> esiste, ma è tutt’altra cosa. Una sintesi che semplifica la complessità. Ci sono, nei secoli e nei millenni, persone che sono meritatamente passate alla storia per aver avuto, in tutta la loro vita, una sola <strong>intuizione</strong> di quel genere.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Quando la scienza si complica, è in una fase confusa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Molte cose nel mondo di oggi ci fanno venire il dubbio che Giacomo Leopardi avesse ragione quando era scettico sulle magnifiche sorti e progressive (vedi Le ambigluità dell’innovazione).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è un campo in cui il progresso è reale – e sconcertante. La ricerca scientifica. I confini della <strong>conoscenza</strong> si stanno allargando al di là della nostra capacità di capire. Ciò che cinquanta o cento anni fa sembrava una scoperta sconvolgente, oggi è superato in nuovi orizzonti sempre più interessanti, ma sempre più difficili.</p>
<p style="text-align: justify;">A parte la mia scarsa competenza in materie molto specialistiche, come la cosmologia, la fisica quantistica e la genetica, un approfondimento di questi temi andrebbe molto oltre lo spazio e la sostanza di questo articolo. Ma un fatto è chiaro. Siamo in una fase in cui si moltiplica la complicazione. Ogni sostanziale passo avanti deve andare, presto o tardi, nella direzione della <strong>semplicità</strong>, ma è difficile capire come si possa arrivare alla sintesi – che, se e quando ci sarà, sarà davvero il superamento di una soglia fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Così diceva Albert Einstein. «<strong>Se non lo sai spiegare semplicemente, non l’hai capito abbastanza bene</strong>». Quante sono le cose, non solo sulle estreme frontiere della fisica, che qualcuno non ci sa spiegare semplicemente, perché non le ha capite abbastanza bene? Quante le “presunzioni” di sapere che qualcuno ci somministra perché non si rende conto di quanto non ha capito o perché sta cadendo nell’errore del semplicismo?</p>
<p style="text-align: justify;">Niels Bohr, nel 1927. «Chi non è confuso dalla teoria dei quanti non la capisce». Più icasticamente Richard Feynman, nel 1967. «Nessuno capisce la teoria dei quanti». Non sembra che oggi, dopo altri quarant’anni di studi, le difficoltà siano diminuite.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero che gli scienziati mi perdonino un’impertinente osservazione da incompetente catecumeno. Ho l’impressione che il crescente numero di “particelle” variamente conosciute o ipotizzate – come le proliferazioni terminologiche in altre scienze – sia un’accozzaglia di nomi di cose presunte di cui non è identificabile l’esistenza (o non si riesce a capire che cosa siano). Probabilmente questo tormentato passaggio è necessario, ma è faticosamente dispersivo. In attesa che un nuovo Archimede, o Newton, o Darwin, o Mendeleyev, o Einstein, sciolga i nodi delle complicazioni e ci dia un nuovo strumento di sintesi cognitiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vantaggio intrinseco della scienza è che ha il dovere di non sapere – di dubitare perennemente, essere sempre aperta alla possibilità di rimettere in discussione ciò che sembrava “certezza”. Ma proprio per questo ogni tentativo di divulgazione è pericoloso quando è assolutistico o banalizzante.</p>
<p style="text-align: justify;">L’affascinante “teoria delle stringhe” potrebbe essere uno strumento essenziale per capire “la natura delle cose”, come la chiamava Lucrezio. Ma ciò non vuol dire che (con l’aiuto di un buffo errore di traduzione) qualcuno possa venire a spiegarci che l’universo è una scarpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Vedi la voce string (che non vuol dire “stringa”) in Ambiguità di alcune parole inglesi.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La perversità della complicazione</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Quando l’intelligenza si propone in modo intricato, o difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura. Per raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza dovrà evolversi verso la semplicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Complicare è facile, semplificare è difficile. Non solo nelle forme più elevate della filosofia, della scienza, della cultura, ma anche nella pratica del lavoro, o nelle piccole esperienze di ogni giorno, le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.</p>
<p style="text-align: justify;">La semplicità, purtroppo, è vulnerabile. Ci sono forze spaventose che si accaniscono in mille modi per rendere le cose inutilmente e assurdamente complicate. Ero ancora adolescente quando cominciavo a preoccuparmi per le molteplici insidie di un tenebroso e perverso organismo chiamato UCCS – Ufficio Complicazione Cose Semplici. Sono passati tanti anni, i mille tentacoli del mostro ci avvolgono in modo sempre più minaccioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella piaga contagiosa non nasce solo negli apparati burocratici che intenzionalmente complicano ogni genere di procedure per affermare il loro potere e asservirci alle loro fisime. Ma anche in infinite situazioni dove nessuno lo fa di proposito, ma ugualmente i nodi diventano gordiani – e purtroppo non sempre è possibile brandire la spada di Alessandro (anche perché, un po’ troppo spesso, siamo noi a cadere inavvertitamente nella trappola della complicazione – e tagliarci le mani, o spaccarci il cervello, sarebbe una terapia troppo drastica).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Svegliare la bella addormentata</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Una sigla che non ho inventato io, ma si insegnava (con scarso successo pratico) nelle scuole di gestione, è KISS. Che ovviamente vuol dire “bacio”, ma sta anche per Keep It Simple, Stupid (pressappoco si può tradurre “non fare lo stupido, cerca di semplificare”). Già parecchi anni fa, ancora prima che si arrivasse a certe complicazioni oggi imperversanti, tenevo appeso nel mio ufficio un cartello che diceva KISS.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando qualcuno (succedeva spesso) arrivava con qualche problema esageratamente complicato, il mio primo gesto era indicare (se possibile, con un sorriso) la “parolina magica”. Ma più spesso il promemoria serviva per ricordare a me che le soluzioni semplici ci sono quasi sempre, il problema è che non riusciamo a vederle (compreso il fatto che talvolta un problema è davvero insolubile – e allora è meglio prenderne chiaramente coscienza anziché disperdersi nella ricerca di soluzioni impossibili o impraticabili).</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>esperienza illuminante</strong>, spesso affascinante, della sintesi creativa – o di un’<strong>intuizione</strong> che ci aiuta a risolvere un problema – ci porta quasi sempre a constatare che la soluzione “col senno di poi” appare ovvia, ma il nostro modo di ragionare e percepire si era complicato in modo da impedirci di vederla.</p>
<p style="text-align: justify;">Da che mondo è mondo, uno dei problemi che ci rovinano la vita è l’assillante accumulo di complicazioni inutili. In un periodo di transizione complessa, come quello in cui stiamo vivendo, questo fenomeno assume una particolare intensità.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non lontano passato, per la diffusione di <strong>conoscenze</strong> e risorse che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochi privilegiati. Ma ci stiamo anche complicando la vita in infiniti modi, che in parte dipendono dalla farraginosa inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro comportamento e da quello di altre persone – e in parte da una sbagliata concezione e da un cattivo uso delle tecnologie (più si complicano, peggio funzionano).</p>
<p style="text-align: justify;">Un mondo in cui <strong>l’assurdità della</strong> <strong>complicazione</strong> ha raggiunto livelli astronomici (ma continua a crescere con una caparbietà da fare invidia a un buco nero) è quello delle tecnologie cosiddette “avanzate”. Nella sua divertente Hitch-Hiker’s Guide to the Galaxy, Douglas Adams spiega con questo assioma il comportamento della Sirius Cybernetics Corporation, gigantesca impresa elettronica interspaziale. «La principale differenza fra una cosa che può andare male e una cosa che non può mai andare male è che, quando una cosa che non può mai andare male va male, di solito si scopre che è impossibile raggiungerla o aggiustarla». (Vedi La stupidità delle tecnologie).</p>
<p style="text-align: justify;">Queste stupide complicazioni sono una cosa molto diversa dal serio e profondo problema della complessità, così come è studiato dalla “teoria del caos”. Su questo argomento ci sono alcune “impertinenti” annotazioni (forse fin troppo semplificate) in una breve appendice a Il potere della stupidità.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">I complici della complicazione</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Non sempre la complicazione nasce dalla perversa<strong> volontà</strong> di rendere le cose difficili. Più spesso è il frutto involontario di umana incomprensione e stupidità. Ma non è raro che il potere, in tutte le sue forme, grandi o piccole, palesi o nascoste, se ne serva per confondere le cose, renderle incomprensibili, nascondere la semplice realtà dei fatti dietro una cortina di inestricabili complessità. (Vedi La stupidità del potere).</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo la burocrazia, ma anche altre oligarchie, consorterie o corporazioni usano spesso un gergo complicato, incomprensibile per i “non addetti”, che serve ad affermare il loro predominio e tenere in soggezione il resto dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il mondo accademico o “intellettuale” ricorre spesso allo stesso trucco. Si esprime in modo incomprensibile per nascondere il fatto che non sa di che cosa stia parlando. E anche per suscitare fra i catecumeni un riverente timore – la percezione di essere stupidi perché non riescono a capire. Un’osservazione di Marcel Proust su qualcuno che si comportava in quel modo. «Come molti intellettuali, era incapace di dire semplicemente una cosa semplice». E una tagliente ironia di Jacques Prévert. «Non bisogna lasciare che gli intellettuali giochino con i fiammiferi».</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una differenza sostanziale fra <strong>intelligenza</strong> e <strong>intellettualismo</strong>. Sarebbe superficiale e semplicistico dire che l’uno è il contrario dell’altra. Ma è un fatto che non sono la stessa cosa – e che l’intelligenza è tanto più utile e consapevole quanto più si sa esprimere in modo semplice e chiaro.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La semplicità è di moda? Non è confortante</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Pare che in questo periodo (anche per l’ovvio ingombro di perniciose complicazioni) la <strong>semplicità</strong> sia di moda. Ma questo non ci avvicina alla soluzione del problema. Anzi, lo può peggiorare.</p>
<p style="text-align: justify;">La “semplicità di moda” si riduce quasi sempre a patetica finzione o a superficiale banalità. Al semplicismo di vuote promesse o di squallidi luoghi comuni. A modi di dire che non semplificano, non risolvono, non spiegano, ma ripetono all’infinito gli stessi insulsi manierismi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la semplicità è ridotta e umiliata a un tale squallore, può accadere di doversi affezionare, almeno provvisoriamente, alla complessità. Come passo necessario per uscire dal pantano, andare oltre – nella speranza di poter trovare, all’altro capo del labirinto, il tesoro nascosto della vera semplicità.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Le trappole del semplicismo</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il “rovescio della medaglia” sta nella <strong>falsa semplicità</strong>. Nella stupida arroganza di chi ha la pretesa di spiegare ciò che non ha capito. Nell’invadenza dei tuttologi presuntuosi, degli opinionisti senza arte né parte, dei pressapochisti enciclopedici, dei pettegoli frettolosi che si sentono in dovere di avere un’opinione prima ancora di aver capito di che cosa si sta parlando.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio, nel campo della burocrazia, si moltiplicano le promesse di semplificazione. Credo che qualcuno, talvolta, abbia tentato davvero. Ma il compito è arduo – le resistenze dei sistemi (non solo quelli pubblici) sono profondamente radicate e ostinatamente stupide. (Vedi La stupidità della burocrazia).</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia (dove siamo afflitti da una delle peggiori burocrazie del mondo e da un’allucinante moltiplicazione di norme e regole mal concepite e peggio applicate) c’è perfino un “ministero della semplificazione”. Che cosa sia e a che cosa serva (oltre a creare inutili sovrastrutture) non è facile capire. La realtà dei fatti è che le complicazioni continuano ad aumentare – e dove (caso raro) c’era davvero una piccola semplificazione è stata poi divorata da qualche successivo inghippo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a sistemi di informazione e di educazione&#8230; la divulgazione, quando è ben fatta, è una risorsa preziosa. Ma è un compito delicato e difficile. Dobbiamo essere molto grati ai bravi divulgatori, quando riescono a proporci in modo semplice e chiaro il frutto di anni di studio e approfondimento. Ma troppo spesso con la scusa di divulgare o semplificare ci si somministra di tutto fuorché utile informazione e cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo diceva un giornalista, Erwin Knoll. «Tutto ciò che leggiamo nei giornali è assolutamente vero, fuorché nel raro caso in cui si tratta di un argomento di cui abbiamo conoscenza diretta». Non è raro che ci sia lo stesso problema in congressi, convegni, dibattiti, lezioni universitarie, libri di testo o altre opere con (apparenti) intenzioni divulgative.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla radio accade spesso che l’ossessione del tempo (la presunta necessità di dire tutto in un minuto) porti a frettolose semplificazioni che confondono invece di spiegare. In televisione siamo fortunati quando un bravo cronista sa riassumere efficacemente una notizia – o un buon conduttore sa equilibrare bene un dibattito. Ma troppo spesso vediamo incompetenti presuntuosi che interrompono chi sa di che cosa sta parlando con la pretesa di “spiegare meglio” qualcosa che non hanno capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quarant’anni (da venti in modo diffuso) abbiamo una risorsa che non c’era mai stata in tutta la storia dell’umanità. Quella che con una semplificazione eccessiva (ma, in questo caso, accettabile) siamo abituati a chiamare “internet”. Uno strumento molto utile, se lo sappiamo usare. Ma con tutto lo stupido fracasso sulle velocità di connessione, che non sono la risorsa più importante, si è diffusa, anche in questo caso, una tragicomica cultura del semplicismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo, è vero, con gli strumenti che ci offre l’internet, fare in pochi giorni, o in poche ore, ricerche che prima richiedevano settimane o mesi in biblioteca. Ma questo non è un buon motivo per cadere nella superficialità. In rete si trova di tutto e il contrario di tutto. Quando è capita bene, questa è una risorsa. Ma se cadiamo nella trappola del semplicismo le stupidaggini e le deformazioni si moltiplicano – e non diventano meno stupide o devianti solo perché le troviamo (o si diffondono) più in fretta. (Vedi La stupidità e la fretta).</p>
<p style="text-align: justify;">I tempi cambiano, gli strumenti si evolvono, ma la sostanza è sempre la stessa. Il gustoso frutto della semplicità può talvolta spuntare inaspettatamente da una fortunata coincidenza. Ma più spesso nasce da lunga, attenta e paziente coltivazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Innamorarsi della semplicità</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’intelligenza è luce o lucidità</strong> – non oscurità. Il peggiore degli stupidi non è chi non capisce, ma chi non si sa spiegare. Il punto delicato, quanto fondamentale, sta nel non confondere la semplicità con il semplicismo. Una spiegazione apparentemente semplice può essere solo un’insulsa banalità, un infondato luogo comune, un preconcetto diffuso quanto sbagliato – o una semplificazione solo apparente che ci viene somministrata per disorientarci, per toglierci il desiderio di capire o di approfondire.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">In altre parole, la complicazione è quasi sempre stupida, ma non sempre ciò che sembra semplice è intelligente.</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’arte della semplicità</strong> è difficile e sottile quanto l’esercizio dell’intelligenza. L’una e l’altro richiedono impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità – e una perenne coltivazione del dubbio. Per quanto chiara, nitida ed efficace possa essere una soluzione, dobbiamo continuare a chiederci se e come ce ne possa essere un’altra ancora più funzionale, più lucida e più semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra faticoso – e spesso è impegnativo. Ma se sappiamo come apprezzarne il gusto può essere molto divertente. Trovare soluzioni o spiegazioni autenticamente semplici è rasserenante, stimolante, piacevole, allegro, spesso entusiasmante.</p>
<p style="text-align: justify;">La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un problema apparentemente complesso ha un intenso valore estetico. È una gioia in sé, prima ancora delle sue piacevoli conseguenze. Ci dà una chiara, inconfondibile percezione di bellezza e di armonia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Innamorarsi della semplicità è un’esperienza affascinante.</strong> Ed è uno dei modi più efficaci per coltivare l’intelligenza, migliorare la nostra vita e quella degli altri.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Il fascino della semplicità" href="http://www.gandalf.it" target="_blank">http://www.gandalf.it</a></p>
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		<title>Tradimento</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 05:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<category><![CDATA[- Relazioni di coppia]]></category>
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		<description><![CDATA[Tradire vuol dire travisare, falsare, ingannare, ma può anche avere il significato opposto di svelare, far conoscere, palesare. Si può forse ravvisare un minimo comune denominatore in questi due significati antitetici se si pensa che ogni traditore vive in uno stato di ambivalenza, di indecisione.
L&#8217;esperienza del tradimento permea la nostra esistenza, come connotato naturale del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/tradimento.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3060" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="tradimento" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/tradimento-300x242.jpg" alt="" width="300" height="242" /></a>Tradire vuol dire <strong>travisare</strong>, <strong>falsare</strong>, <strong>ingannare</strong>, ma può anche avere il significato opposto di svelare, far conoscere, palesare. Si può forse ravvisare un minimo comune denominatore in questi due significati antitetici se si pensa che ogni<strong> traditore </strong>vive in uno stato di ambivalenza, di indecisione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;esperienza del tradimento</strong> permea la nostra esistenza, come connotato naturale del vivere e dell’evolversi, ed è un evento che tutti continuamente sperimentiamo, sia perpetrandolo, sia subendolo. Ci accompagna sin dal momento della nostra nascita, quando nostra madre, che fino a un momento prima ci aveva protetti nel suo grembo ovattato, ci espelle nel caos del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Nasciamo traditi” – diceva Aldo Carotenuto. Sin da allora, per tutto il corso della nostra crescita apprenderemo dolorosamente quanto il nostro corpo e la nostra mente siano separati dai nostri genitori, i primi destinatari del nostro amore, e quanto progressivamente dovremo allontanarci da loro. Tuttavia quando ci si avvicina ad uno stato così intenso nasce anche la paura che all’interno di un rapporto così avvolgente, possiamo finire col <strong>perdere noi stessi</strong>, sentirci schiacciati. Il tradimento è spesso una manifestazione di questa paura, un tentativo di emanciparsi da qualcosa (l’amore)  che ci sottrae <strong> libertà  individualità</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Identikit del traditore</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Si  tradisce perché non si riesce a risolvere una <strong>personale incoerenza</strong>, l’ambiguità di un <strong>sentimento</strong>. Il traditore non riesce a sentirsi a suo agio se si trova “tutto intero” in  una certa <strong>relazione</strong>, in un impegno, in un’<strong>amicizia</strong>, perché sente il rischio di essere bloccato e costretto dentro una situazione che lo schiaccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non riuscendo a superare l’incoerenza, incapace di mettere d’accordo le varie parti contrastanti di sé, allora, dà voce ora all’una ora all’altra, ora negando una parte e affermando l’altra, ora dando sfogo all’altra negando la prima.<br />
La necessità di ingannare la persona che si ama implica che si debbono integrare certi aspetti della propria <strong>personalità</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Amore e tradimento</span></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Amore e tradimento</strong> sono due termini apparentemente reciprocamente escludentisi. In realtà ad un’analisi più attenta risulta che tra questi due termini vi sia una relazione di necessità e di interdipendenza.<br />
L’Amore è, soprattutto, un termine difficile da definire. <strong>Parliamo sempre d’amore</strong>: amore per Dio, amore per gli animali, amore per il denaro, amore per il cibo, amore per la patria, amore materno.</p>
<p style="text-align: justify;">Amor proprio e “amor che a nullo amato amar perdona” l’amore che ci prende e ci coinvolge, che ci sconvolge e ci spinge verso un altro essere umano con la definizione di Dante che ne mostra la crudezza. L’amore è anche crudele. Ma sempre e in ogni caso quando parliamo d’amore facciamo riferimento ad uno speciale investimento energetico, libidico e vitale verso l’oggetto d’amore. Del tradimento invece cogliamo più facilmente una maggiore specificità in quanto esso definisce l’azione con la quale l’amore si trasforma e si trasferisce da un oggetto ad un altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se spesso il tradimento viene vissuto come la distruzione dell’amore in realtà esso rappresenta il motore della sua <strong>trasformazione</strong>. Non sempre, tuttavia, le emozioni negative ad esso legate  sono dovute al comportamento del partner traditore. Spesso, infatti, il tradito ce l’ha con se stesso: per non essere abbastanza amabile, per essersi  lasciato ingannare, per non aver capito, per non aver dato  abbastanza e per mille altri motivi.  E forse non ha tutti i torti. Qualcuno ha detto: ” se in una coppia uno dei due partner tradisce probabilmente è “malato” ma il virus sta nell’ altro”.<br />
Non è vero sempre… ma spesso!!</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Il tradimento nella coppia</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Tutti noi possiamo<strong> riconoscerci</strong> <strong>nella fantasia del principe azzurro</strong>, quel principe che porrà fine alla nostra angoscia di separazione, il principe o la principessa che sposeremo. Molti restano a lungo, qualcuno per sempre, nella fantasia di un tale incontro. L’aspirazione,<strong> inconscia</strong>, è il ripristino dello stato simbiotico originario, lo stato di beatitudine legato alla fusione del bambino con il corpo materno. Risulta in realtà altamente pericoloso concedere credito all’<strong>illusione </strong>di poterci fondere ad un altro. Se in ciò consiste la nostra felicità saremo inevitabilmente delusi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>aspettativa</strong> non può reggere ed inevitabilmente ci troveremo di fronte ad una delusione con conseguente colpevolizzazione dell’altro che “non ci ha dato abbastanza”. Questa operazione ci consentirà di attribuire all&#8217;inadeguatezza dell’altro il nostro fallimento. L’altro diventa colpevole, ma noi cosa gli chiedevamo? Di rappresentare un’illusione! Proviamo a pensare al matrimonio. Il vivere con una persona spesso è vissuto come un mezzo più che come un fine. In genere si ha poco interesse per la soggettività dell’altro, si ha poca curiosità per l’altro che appare interessante solo nella misura in cui corrisponde all’idea di lui che ci eravamo “costruita”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro ce lo eravamo “inventato” gia da tempo proprio come i nostri genitori avevano “inventato” noi. Nel momento in ci lo conquistiamo, nel momento in cui conquistiamo l’oggetto del desiderio non pensiamo al suo vero mondo alla sua realtà di soggetto ma a come risponde ai nostri bisogni e a quanto &#8220;entra” nel nostro mondo, nella nostra realtà. Il partner ovviamente cadrà nello stesso meccanismo e vivrà la stessa frustrazione. Un’altra mistificazione cha accompagna la <strong>vita di coppia</strong> è legata al <strong>mito della sincerità.</strong> Ci facciamo carico di un dovere di trasparenza come se l’intimità implicasse l’espressione di ogni elemento della nostra interiorità, sia esso un pensiero, una fantasia, una debolezza, la noia che pure fa parte della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">In molti casi un’apertura eccessiva genererebbe solo danni. Ancora una volta, paradossalmente, l’idealizzazione dell’amore significa di fatto il suo tradimento. Il rispetto e l’amore per l’altro, la preoccupazione morale nei suoi confronti impongono una certa distanza. Il desiderio di condividere tutto con l’altro, anche gli aspetti più intimi e privati, non è altro che il desiderio di ripristinare il rapporto con nostra madre. Per “saziare” questi bisogni molte coppie vedono il matrimonio come un punto d’arrivo. Se ci si provasse a considerarlo invece come un punto di partenza forse le cose sarebbero più semplici e la coppia avrebbe maggiori possibilità di sopravvivenza poiché qualsiasi rapporto che si configuri come cammino non può sottrarsi ad una <strong>naturale evoluzione</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Quando tradire fa bene</span> (il tradimento come recupero di Sé)</h3>
<p style="text-align: justify;">Un sondaggio realizzato dalla rivista cattolica “prospettive nel mondo” presso un centinaio di parroci che hanno assolto in confessione fedifraghi ed adultere, rivela che per un 18% di uomini che hanno confessato il proprio tradimento c’è un 31% di donne che sono state assolte per l’identico peccato. Può anche darsi che le donne si confessino di più, ma che dire allora del famoso rapporto Kinsey che tra gli anni 40 e 50 con grande scandalo dell’opinione pubblica catalogava come infedeli un terzo degli americani che oggi hanno una relazione extraconiugale almeno nel 70% dei casi?</p>
<p style="text-align: justify;">Un recente sondaggio ha rivelato che otto italiani su dieci non credono più alla fedeltà e se a questo si aggiunge che solo il 33,1% delle donne è soddisfatto del proprio partner mentre ad essere contento “solo in parte” è il 58,1% si fa presto a fare due più due…<br />
E’ inutile dire che ci sono tradimenti che fanno bene alle coppie perché risolvono problemi di desideri sessuali: lo sanno tutti. Ma forse è altrettanto noto che secondo ben due ricerche, una americana, e l’altra tedesca, la trasgressione sessuale, purché vissuta con gioia, può essere un toccasana per la salute. Con questa teoria Raffaele Morelli, medico- psichiatra, insieme agli psicologi che lavorano con lui ha presentato qualche tempo fa una ricerca sul tema: “Infedeltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tradire fa bene alla salute”. Morelli ritiene che l’incidenza di malattie psicosomatiche su chi tradisce il proprio partner senza sensi di colpa è quasi nulla. Non solo: chi tradisce un compagno abituale non per vendetta ma per scelta, forse attraverso un processo lento e faticoso, lo fa perché sa di avere dentro qualcosa che il partner non lascia libero, qualcosa che viene spesso soffocato. Se la propria fantasia e il proprio <strong>mondo interiore</strong> non sono lasciati liberi, è sano trovare un canale per esprimerli.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Marinella Cozzolino</strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Gelosia e Tradimento" href="http://www.feritedamore.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=28&amp;Itemid=" target="_blank">http://www.feritedamore.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=28&amp;Itemid=</a></p>
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		<title>Mangiare secondo le stagioni</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 05:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;alimentazione naturale richiede l&#8217;esclusivo utilizzo di frutta e verdure di stagione e non quello delle primizie che, normalmente, provengono da colture necessariamente forzate e sono quindi povere di nutrienti ma ricche di sostanze (ad es. pesticidi) necessarie a difendere il prodotto debole perché fuori tempo da attacchi di parassiti. Ad ogni stagione si cambieranno quindi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/Mangiare-secondo-le-stagioni.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3042" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Mangiare secondo le stagioni" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/Mangiare-secondo-le-stagioni-200x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Un&#8217;<strong>alimentazione naturale</strong> richiede l&#8217;esclusivo utilizzo di <strong>frutta e verdure</strong> di stagione e non quello delle primizie che, normalmente, provengono da colture necessariamente forzate e sono quindi povere di nutrienti ma ricche di sostanze (ad es. pesticidi) necessarie a difendere il prodotto debole perché fuori tempo da attacchi di parassiti. Ad ogni stagione si cambieranno quindi gli alimenti di base della dieta che così si avvicinerà alle esigenze naturali del corpo, sostenendolo al meglio in un momento delicato come quello del cambiamento climatico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Autunno</span></h3>
<p style="text-align: justify;">I colori della natura nei parchi, nei boschi e nei giardini cambiano regalandoci dei meravigliosi effetti cromatici. È arrivato l&#8217;autunno. Dopo l&#8217;abbondanza dei frutti estivi la tavola si fa più tranquilla, quasi a volerci avvisare del freddo che verrà: ci si deve preparare all&#8217;inverno ed a prevenire i malanni pur mantenendo equilibrato l&#8217;apporto di vitamine, di sali minerali, di proteine.</p>
<p>Ecco pronti per l&#8217;occasione i <strong>frutti di stagione, quelli color giallo oro</strong>, che sembra quasi che vogliano riportare sulla nostra tavola il sole dell&#8217;estate: e allora ben venga la zucca, lessata, al forno o in minestra, con olio extravergine di oliva, fonte preziosa di vitamina A, i dolcissimi caki, e le insalate d&#8217;autunno, come l&#8217;indivia.</p>
<p>Se l&#8217;inizio della stagione è stato clemente si possono ancora trovare dei pomodori freschi che passati a crudo con un po&#8217; di basilico e dell&#8217;ottimo olio extravergine d&#8217;oliva saranno ancora il condimento ideale per un sano piatto di pasta. Se non si hanno problemi di peso la pasta è consigliata anche tutti i giorni dell&#8217;anno, purché sia consumata a pranzo, quando si ha tutto il tempo di bruciarne le calorie. Si tratta di un alimento semplice ma straordinariamente ricco ed importante per mantenere una buona salute: nei paesi del Nord la stanno introducendo nella loro dieta troppo ricca di carne e di grassi al punto che si può affermare che il confine tra la cucina al burro e quella all&#8217;olio si sta spostando sempre di più verso l&#8217;alto, fuori dal territorio italiano.</p>
<p><strong>Riassumendo l&#8217;Autunno ci suggerisce di consumare frutta e verdure gialli, primi piatti a base di pasta condita in modo leggero e facilmente digeribile.</strong></p>
<p>Un discorso a parte merita il vino: nello <strong>yoga</strong> è considerato un intossicante alla stregua di tè, caffè, cioccolato e superalcolici, ed è quindi bandito dalla tavola. Si tratta però di un nobile frutto della terra: è un insieme di oltre trecento costituenti che ne fanno un alimento a tutti gli effetti che può avere benefiche conseguenze sul metabolismo purché sia di ottima qualità e consumato in quantità moderate. Non ci sembra il caso di demonizzarlo facendolo apparire come un veleno: come abbiamo già affermato, in questo spazio non si dirà mai &#8220;questo si può mangiare e questo no&#8221;, ma si cercherà di dare delle informazioni corrette e semplici riguardo all&#8217;alimentazione quotidiana.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa stagione arrivano sulla tavola tutti gli elementi per preparare l&#8217;organismo all&#8217;inverno, ma anche tutti gli <strong>elementi</strong> che i moderni nutrizionisti indicano come indispensabili per attuare efficaci strategie di prevenzione contro i mali della società moderna: cancro, malattie cardiovascolari, obesità e tutto ciò che aggredisce il nostro organismo se non siamo capaci di proteggerlo, e siamo noi, con il nostro stile di vita, con il quotidiano rito di un&#8217;alimentazione consapevole, a costruire giorno per giorno, la più valida difesa contro innumerevoli aggressori.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Inverno </span></h3>
<p style="text-align: justify;">Arriva il freddo e fa la sua comparsa la neve anche se il sole si fa vedere molto spesso! Il nostro paese ha una forma particolare: il suo allungarsi sul mare fa si che l&#8217;inverno non sia uguale ovunque. Se sulle Alpi il termometro scende sotto zero, in Sicilia il sole consente la maturazione degli agrumi (arance, mandarini ecc.) che arricchiscono la nostra tavola proprio in questo periodo; nelle zone temperate si ha il raccolto delle olive, preziosissimo elemento per una sana e corretta alimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Escludere i grassi dalla dieta quotidiana vorrebbe dire privare il nostro fisico di alcuni elementi basilari, gli <strong>acidi grassi essenziali </strong>come l&#8217;acido linoleico e l&#8217;acido linolenico; entrambi intervengono nel nostro organismo come componenti delle cellule nervose e delle membrane cellulari, hanno un effetto protettivo nei confronti delle malattie cardiache, del cancro, delle malattie autoimmuni e di molti altri disturbi. Il <strong>consumo di olio extravergine di oliva</strong> è raccomandato proprio per la presenza di queste sostanze.</p>
<p>Attenzione però perché con il freddo si tende ad aumentare il consumo quotidiano di grassi e di formaggi stagionati e con questi alimenti aumenta la percentuale complessiva di grassi che si consumano, ma si tratta di grassi meno salutari di quelli forniti dall&#8217;olio d&#8217;oliva crudo. Quindi, anche nei mesi più freddi ricordiamoci di alternare sulla tavola la pasta con il pomodoro, il formaggio, i legumi, evitando di assumerli insieme nell&#8217;ambito dello stesso pasto.</p>
<p>Se poi si incappa in un&#8217;influenza con febbre e quindi si fa uso di antibiotici, sarà bene ricostituire la flora batterica intestinale distrutta dalle medicine consumando yogurt e frutta fresca molto vitaminica.</p>
<p>A proposito di frutta il posto d&#8217;onore spetta sicuramente all&#8217;arancia: è lei il frutto che ci aiuta a contrastare l&#8217;aggressione dell&#8217;inverno grazie al suo alto contenuto di vitamina C. Di questa vitamina ne dovremmo assumere discrete quantità per attivare le difese organiche, e le arance ne sono ricchissime (ma anche i kiwi e le castagne crude). Se ne può fare un uso quotidiano alternandone il consumo come spremute o come frutto o come insalata: sbucciare e tagliare delle arance bionde a fettine, disporle sul piatto e condirle con un filo di ottimo olio extravergine d&#8217;oliva; profumare con del pepe o con un po&#8217; d&#8217;aglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Un piatto naturale e tutto benessere: fare provvista di<strong> vitamina C</strong> vuol dire immagazzinare la sostanza che ha il più alto potere antiossidante, la vitamina per eccellenza per prevenire i tumori dello stomaco. Sono considerate antiossidanti anche le vitamine A e la E, in grado di bloccare i radicali liberi, quelle molecole impazzite che aggrediscono le cellule, favorendo i processi tumorali e l&#8217;invecchiamento. Arance e pomodori sono più efficaci di molte pillole.</p>
<p>Non dimentichiamoci poi dei legumi che abbiamo a disposizione tutto l&#8217;anno, sia freschi sia, d&#8217;inverno, secchi: sono un concentrato di fibre, di energia, di proteine vegetali e di calorie giuste per i mesi più freddi. E poi abbiamo le patate e le cipolle: lessate o cotte a vapore e condite insieme, in insalata, sono <strong>fonte di vitamine, di sali minerali, di amidi</strong>, cioè di quegli zuccheri complessi che rappresentano una fonte di energia a basso costo. E&#8217; importante notare che gli stessi ortaggi fritti sono una vera golosità, ma quante controindicazioni hanno per la nostra salute! Consumare un fritto una volta ogni tanto non è poi un grosso danno, ma farlo di frequente si: l&#8217;importante poi è ricordarsi di friggere con olio d&#8217;oliva!: Quello di semi ha un punto di fumo più basso perciò per friggere va scaldato di più, il che non è salutare.</p>
<p>Possiamo quindi mangiare tranquillamente del purè o una minestra di patate e cipolle, arricchita con del riso e del buon parmigiano.</p>
<p>E per concludere, non c&#8217;è inverno senza i cavoli: cavolfiori, cavolini di Bruxelles, broccoli verdi, verze. È dimostrato che tutti i componenti di questa grande famiglia hanno qualità specifiche anticancro; se dalla cucina, dopo averli cotti, non si diffonde un buon odore impariamo a consumarli crudi, tagliati a striscioline molto sottili e conditi con il solito olio extra vergine di oliva e una spruzzata di aceto balsamico o di mele.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Primavera </span></h3>
<p style="text-align: justify;">Una delle caratteristiche del nostro paese è quella di essere sviluppato in &#8220;lunghezza&#8221; da Nord a Sud; può così capitare che a Marzo ci siano ancora abbondanti nevicate al Nord, mentre a Sud, ad esempio in Sicilia, la fioritura dei mandorli annunci le dolcezze di un&#8217;imminente primavera. Questo ci permette di portare in tavola con un certo anticipo tante nuove verdure fresche e appena colte, particolarmente <strong>ricche di fibre.</strong></p>
<p>Sino a poco tempo fa le fibre erano considerate inutili perché, non potendo essere assorbite dall&#8217;organismo, non forniscono alcun apporto calorico: la moderna scienza dell&#8217;alimentazione le ha invece rivalutate perché si è accertato che le fibre esercitano funzioni metaboliche e meccaniche essenziali all&#8217;equilibrio del nostro organismo. Innanzitutto costringono ad una masticazione prolungata del cibo, poi danno senso di sazietà e quindi sono utili nella prevenzione dell&#8217;obesità. Il loro pregio più importante è quello di essere le migliori regolatrici delle funzioni intestinali diventando così degli efficaci mezzi di prevenzione contro i tumori dell&#8217;intestino; aiutano a prevenire la calcolosi della colecisti, la stipsi, le emorroidi, contribuiscono a ridurre il rischio di sovrappeso, di diabete e di malattie cardiovascolari.</p>
<p>Purtroppo l&#8217;alimentazione attuale ci ha privato di questa utilissima fonte di salute: abbiamo sostituito il nostro pane scuro (integrale) con il pane bianco, inoltre lo scarso consumo di frutta, verdura e cereali ce ne ha sottratte molte. La vita sedentaria e la pigrizia hanno fatto il resto! Se vogliamo recuperare quanto abbiamo perduto dobbiamo approfittare di tutto ciò che l&#8217;orto ci propone giorno per giorno, stagione dopo stagione, <strong>via libera quindi sulle nostre tavole a piatti a base di verdure fresche</strong> dando la precedenza ai carciofi, che in questo periodo sono al massimo del loro splendore, ed agli asparagi, ma senza dimenticarci delle tenere e deliziose insalate, dei pungenti cipollotti, delle carotine e di tutti quei magnifici frutti della terra che possiamo trovare ogni giorno sui banchi dei nostri mercati di fiducia.</p>
<p><em><span style="text-decoration: underline;"><strong>Fonte:</strong></span></em> <a title="Siamo quello che mangiamo" href="http://www.advaya.it/Alimentazione.htm" target="_blank">http://www.advaya.it/Alimentazione.htm</a></p>
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		<title>Il diritto alla felicità</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[>>> STARE BENE CON SE STESSI]]></category>
		<category><![CDATA[- Atteggiamento mentale]]></category>
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		<category><![CDATA[Dalai Lama]]></category>
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		<description><![CDATA[“Perseguire la felicità è lo scopo stesso della vita: è evidente. Che crediamo o no in una religione, che crediamo o no in questa o quella religione, tutti noi, nella vita, cerchiamo qualcosa di meglio. Perciò penso che la direzione stessa dell’esistenza sia la felicità…”
Con queste parole, pronunciate davanti al folto pubblico dell’Arizona, il Dalai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/DalaiLama-.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3048" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="DalaiLama-" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/DalaiLama--242x300.jpg" alt="" width="242" height="300" /></a>“<strong>Perseguire la felicità è lo scopo stesso della vita</strong>: è evidente. Che crediamo o no in una religione, che crediamo o no in questa o quella religione, tutti noi, nella vita, cerchiamo qualcosa di meglio. Perciò penso che <strong>la direzione stessa dell’esistenza sia la felicità…”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con queste parole, pronunciate davanti al folto pubblico dell’Arizona, il Dalai Lama andò subito al nocciolo della questione. Ma il fatto che avesse definito la felicità lo scopo della vita mi indusse a pormi in cuor mio una domanda. In seguito, quando fummo soli, gli chiesi: “Lei è felice?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì” rispose. Fece una pausa, poi confermò: “Sì… senza dubbio”.</p>
<p style="text-align: justify;">La pacata <strong>sincerità</strong> del suo tono non lasciava adito a dubbi; e questa sincerità si rifletteva anche nell’espressione degli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma la felicità è un obiettivo ragionevole per la maggior parte della gente?” domandai. “E’ davvero possibile?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì.<strong> Credo che la felicità si possa ottenere addestrando la mente.</strong>” A livello puramente umano, non potevo non approvare l’idea che la felicità fosse un obiettivo raggiungibile. Ma, come psichiatra, ero condizionato da concezioni come quella di Freud, secondo il quale “viene da pensare che la volontà che l’uomo fosse “felice” non rientrasse nel piano della “Creazione”&#8221;. Questo bagaglio culturale ha indotto molti miei colleghi a concludere tristemente che il massimo che si possa sperare sia di “trasformare l’infelicità isterica in infelicità comune”.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso l’idea che vi fosse <strong>un preciso sentiero diretto verso la gioia</strong> mi pareva rivoluzionaria. Se riflettevo sui miei anni di esperienza in campo psichiatrico, non riuscivo praticamente a ricordare di aver sentito anche solo nominare il termine “felicità” nell’ambito degli obiettivi terapeutici. Certo, si parlava molto di alleviare nei pazienti sintomi come la depressione o l’ansia, di risolvere conflitti interni o problemi di relazione, ma non si diceva mai esplicitamente che lo scopo fosse quello di perseguire la felicità.</p>
<p style="text-align: justify;">In Occidente l’idea del raggiungimento della vera letizia è sempre parsa nebulosa, elusiva, inafferrabile. In inglese perfino il termine happy [felice] è ambiguo, in quanto deriva dall’islandese happ, che significa caso o fortuna. Sembriamo condividere tutti l’opinione che la gioia sia di natura misteriosa. Le volte in cui la vita ce la concede, essa ci appare come un quid inaspettato. Data la mia mentalità occidentale, non giudicavo quello stato dell’anima una cosa che si potesse ottenere e conservare solo “addestrando la mente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena sollevai l’obiezione, il Dalai Lama mi diede immediati chiarimenti. “In questo contesto, quando parlo di “addestramento della mente” non intendo con “mente” solo le capacità cognitive o l’intelletto, ma assegno al termine il significato della parola tibetana sem, che è assai più ampio, più simile a “psiche” o “spirito”, e include sentimento e intelletto, cuore e cervello. <strong>Adottando una certa disciplina interiore, possiamo mutare il nostro atteggiamento, la nostra intera visione del mondo e il nostro approccio alla vita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Tale disciplina interiore può naturalmente comprendere molte cose, molti metodi. Ma in genere si inizia con l’identificare i fattori che conducono alla felicità e quelli che conducono alla sofferenza. Fatto questo, bisogna cominciare a eliminare a poco a poco i secondi e a coltivare i primi. Questo è il sistema.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il Dalai Lama afferma di aver trovato il suo equilibrio, la sua felicità personale. E per tutta la settimana da lui trascorsa in Arizona, osservai spesso come questa felicità personale si traducesse nella volontà di andare incontro agli altri, di esprimere sentimenti di empatia e comprensione anche negli incontri più brevi.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mattina, dopo aver tenuto la consueta conferenza, s’incamminò, circondato dal seguito, lungo il patio esterno che conduceva alla sua stanza d’albergo. Avendo notato vicino all’ascensore una delle cameriere dell’hotel, si fermò e le chiese di dove fosse. Per un attimo la donna parve intimidita da quel personaggio esotico con la veste rosso scuro e da quell’entourage che lo trattava con deferenza, poi però sorrise e rispose schiva: “Sono messicana”. Egli si trattenne un attimo a parlare con lei, poi proseguì, lasciandola visibilmente contenta ed emozionata.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina dopo, alla stessa ora, la cameriera si fece trovare nello stesso luogo assieme a una compagna, e le due salutarono calorosamente il Dalai Lama quando questi entrò in ascensore. Lo scambio di cortesie fu breve, ma le due donne tornarono al lavoro con aria assai felice. Giorno dopo giorno, il gruppo di tibetani incontrò sempre più cameriere nell’ora e nel luogo designati, finchè al termine della settimana, lungo il patio che conduceva agli ascensori, a salutare l’ospite illustre c’era un’intera fila di donne con l’impeccabile divisa bianca e grigia.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo i giorni contati. Ogni momento nascono nel mondo molte migliaia di bambini e, di questi, alcuni vivranno solo pochi giorni o settimane per poi soccombere tragicamente a una malattia o ad altre disgrazie, mentre altri camperanno cento o più anni, assaporando tutte le cose che la vita ha da offrire: successo, disperazione, gioia, odio e amore. Non sappiamo chi avrà una buona o una cattiva sorte. Ma che viviamo un giorno o un secolo,<strong> la domanda fondamentale è la stessa: che senso ha la vita? Che cosa la rende degna di essere vissuta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scopo della nostra esistenza è cercare la felicità.</strong> Pare un  concetto dettato dal senso comune e diversi pensatori occidentali, da Aristotele a William James, ne sono stati alfieri. Ma una vita basata sul perseguimento della felicità personale non è, quasi per definizione, improntata all’egocentrismo e all’autoindulgenza? Non necessariamente. Anzi, da numerose ricerche risulta che sono le persone infelici a essere più egocentriche, socialmente isolate, propense a rimuginare e perfino antagonistiche. Si è riscontrato, invece, che quelle felici sono più socievoli, duttili e creative, e riescono a tollerare meglio delle altre le frustrazioni quotidiane della vita; inoltre, particolare più importante di tutti, appaiono più inclini all’amore e al perdono.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scienziati hanno ideato degli interessanti esperimenti che dimostrano come le persone felici siano aperte verso il mondo esterno e pronte ad andare incontro agli altri e ad aiutarli. Sono per esempio riusciti a indurre uno stato di felicità in uno dei loro soggetti facendogli trovare inaspettatamente del denaro in una cabina telefonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Subito dopo uno degli sperimentatori, fingendosi un comune passante, ha lasciato cadere “accidentalmente” un pacco di documenti accanto alla cabina per verificare se il soggetto “felice” si fermasse ad aiutarlo. In un altro contesto sperimentale, ai volontari, i quali avevano appena ascoltato delle storielle comiche, è stato fatto avvicinare un finto indigente che era in combutta con gli sperimentatori e che ha chiesto loro in prestito dei soldi. I ricercatori hanno scoperto che i soggetti di buon umore tendevano ad aiutare o a prestar denaro al prossimo più degli individui del gruppo di controllo che ricevevano le stesse sollecitazioni, ma non erano stati preventivamente gratificati dalla “fortuna” o da altri eventi positivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali indagini smentiscono l’ipotesi secondo la quale porsi come scopo la felicità personale – e ottenerla – condurrebbe in qualche modo all’egoismo e all’egocentrismo; ma noi tutti possiamo condurre per conto nostro degli esperimenti nel laboratorio della vita quotidiana. Supponiamo, per esempio, di essere intrappolati nel traffico.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo venti minuti le auto ricominciano finalmente a muoversi, ma a passo d’uomo. Su un’altra macchina vediamo il guidatore che segnala con la freccia di voler immettersi nella nostra stessa corsia davanti a noi. Se siamo di buon umore forse rallenteremo e lo faremo passare, se invece ci sentiamo infelici, accelereremo per impedirgli l’accesso pensando: “Eh no, io sono bloccato qui da tanto tempo, che restino bloccati anche gli altri!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dunque dalla premessa fondamentale che lo scopo della vita sia la ricerca della felicità e che la felicità costituisca un obiettivo reale, uno stato dell’essere raggiungibile compiendo passi concreti. A mano a mano che identificheremo i fattori capaci di condurre a una vita gioiosa, vedremo come la ricerca della felicità giovi non solo ai singoli individui, ma anche alle loro famiglie e alla società nel suo complesso.</p>
<p>tratto da “<strong>L’arte della felicita</strong>‘” – <strong>Dalai Lama</strong></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte</strong></em></span>: <a title="Il diritto alla felicità" href="http://www.pomodorozen.com/zen/category/felicita/" target="_blank">http://www.pomodorozen.com/zen/category/felicita/</a></p>
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		<title>Insonnia</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 05:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’insonnia è un disturbo del sonno, caratterizzato dall’impossibilità o dalla difficoltà di addormentarsi per un tempo ragionevole durante la notte. Tutti quelli che soffrono di questo disturbo lamentano di non essere in grado di dormire, di svegliarsi continuamente durante la notte o di svegliarsi molto presto la mattina. L’insonnia può influenzare, quindi, non sola la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/Insonnia-4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3020" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Insonnia " src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/Insonnia-4-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>L’insonnia è un <strong>disturbo del sonno</strong>, caratterizzato dall’impossibilità o dalla difficoltà di addormentarsi per un tempo ragionevole durante la notte. Tutti quelli che soffrono di questo disturbo lamentano di non essere in grado di dormire, di svegliarsi continuamente durante la notte o di svegliarsi molto presto la mattina. L’<strong>insonnia</strong> può influenzare, quindi, non sola la “quantità” del sonno ma anche la sua “qualità“.</p>
<h3><span style="text-decoration: underline;">Quando l’insonnia diventa un problema serio</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Se ci si accorge che i sintomi di questo disturbo perseverano, presentandosi spesso, è bene adoperarsi prendendo le giuste contromisure, in quanto l’insonnia può in tal caso divenire un vero e proprio deficit per il corpo ed essere estremamente nocivo per la salute dell’insonne. Infatti, l’insonnia altera <strong>il naturale ciclo del sonno</strong>, che risulterà molto difficile da restaurare. Tuttavia per intervenire nel modo giusto bisogna conoscere la tipologia dell’insonnia che ci ha colpiti.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Diverse tipologie d’insonnia</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Le diverse tipologie d’insonnia vengono classificate in base alla durata ed al periodo d’insorgenza (ossia il periodo della notte in cui il soggetto ha difficoltà ad addormentarsi).</p>
<p style="text-align: justify;">-<strong> Insonnia transitoria:</strong> dura pochi giorni. È presente per lo più in persone che presentano una normale storia del sonno in una situazione di stress acuto fisiologico (come una malattia organica) o situazionale (cambiamento di fuso orario).<br />
- <strong>Insonnia breve:</strong> dura poche settimane. È un tipo di insonnia che si presenta in relazione a stress prolungati fisiologici (una malattia grave) o situazionale (un lutto). È, in questi casi, importante indagare le abitudini dei soggetti insonni e cercare di capire se si è instaurata qualche forma di disturbo per una corretta igiene del sonno<br />
- <strong>Insonnia di lunga durata:</strong> ha una durata perenne. È sicuramente un tipo di insonnia che necessita di accertamenti. Spesso può essere causata da malattie organiche croniche. Altre volte è causata da abuso di sostanze come alcool o farmaci. Possono essere presenti dei disturbi psichici.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Periodo d&#8217;insorgenza</span></h3>
<p style="text-align: justify;">– <strong>insonnia iniziale</strong>: di questa insonnia soffrono le persone che faticano ad addormentarsi, che passano anche le ore intere a letto prima di prender sonno.<br />
- <strong>insonnia centrale:</strong> quest’isonnia si presenta durante la notte, e si manifesta con sonno leggero e risvegli che implicano comunque la possibilità di riprendere sonno nelle ultime ore.<br />
- <strong>insonnia terminale:</strong> è l’insonnia di cui soffrono le persone che si svegliano nelle prime ore del mattino dopo 4-5 ore di sonno. Spesso questa difficoltà è legata a stati di tensione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Le cause dell’insonnia</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Le cause dell’insonnia sono molteplici. Molte <strong>insonnie</strong> sono <strong>situazional</strong>i, sono cioè causate da eventi o situazioni presenti nell’ambiente in cui l’individuo dorme o legati al suo periodo di vita. Alcune di queste sono causate da elementi di disturbo esterni che interferiscono sulle possibilità di sonno, altre possono dipendere da alterazioni del ritmo circadiano, cioè da cambiamenti non fisiologici della collocazione cronologica del sonno nell’arco delle 24 ore, altre ancora sono legate a condizioni mediche o psicologiche. Sta all’esperto individuare l’esatta causa ed agire tempestivamente con la <strong>giusta terapia</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><span style="text-decoration: underline;">Come prevenire l’insonnia</span></strong></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco le regole da seguire regolarmente e quotidianamente per prevenire l’insonnia:</strong></p>
<p>* mantenere una certa regolarità, andando a <strong>dormire</strong> e alzandosi dal letto sempre alla stessa ora;<br />
* che la camera in cui si dorme sia <strong>fresca</strong>, <strong>buia</strong> e<strong> silenziosa</strong>. Il letto e il cuscino dovranno essere confortevoli;<br />
* praticare un’<strong>attività fisica quotidiana</strong> che facilita il sonno (è importante però che non avvenga a ridosso dell’ora di andare a letto);<br />
* evitare il consumo di cibi pesanti, alcolici o sostanze stimolanti;<br />
* evitare il pisolino pomeridiano;<br />
* cercare di effettuare, prima di andare a letto, delle<strong> attività rilassanti</strong> (come un bagno caldo).</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Come combattere l’insonnia</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Esiste un grande numero di rimedi per l’insonnia, alcuni dei quali derivanti da tradizioni popolari antiche, altri frutto delle moderne ricerche farmacologiche o psichiatriche. Vediamole nello specifico.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Rimedi tradizionali contro l&#8217;insonnia</span></h3>
<p style="text-align: justify;">- Bere un bicchiere di latte tiepido prima di andare a dormire;<br />
- Fare un bagno caldo nella serata;<br />
- Fare un forte esercizio fisico per mezz’ora nel pomeriggio;<br />
- Mangiare molto a pranzo e fare una cena leggera tre ore prima di addormentarsi;<br />
- Evitare attività stimolanti nelle ore serali.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Rimedi farmacologici</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Possono essere rimedi che sfruttano prodotti di derivazione chimica o naturale. Ad esempio, molti insonni si affidano a sonniferi o altri sedativi per cercare di riposare. Altri usano erbe quali: valeriana, camomilla, lavanda, luppolo, passiflora, escolzia, biancospino, ecc.</p>
<h3><span style="text-decoration: underline;">Rimedi psichiatrici</span></h3>
<p style="text-align: justify;">I rimedi psichiatrici riguardano cure psicoterapeutiche, che vanno ad affrontare quelle cause di stress, ansia o depressione che provocano tale disturbo.<br />
<a title="Insonnia: cause e rimedi" href="http://benessere.atuttonet.it/disturbi/insonnia-cause-e-rimedi.php" target="_blank"><br />
</a><em><strong>Fonte:</strong></em> <a title="Insonnia: cause e rimedi" href="http://benessere.atuttonet.it/disturbi/insonnia-cause-e-rimedi.php" target="_blank">http://benessere.atuttonet.it/disturbi/insonnia-cause-e-rimedi.php</a></p>
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