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Crescere insieme nei rapporti di coppia

3 febbraio 2010

Crescere insieme nel rapporto di coppiaUno dei problemi delle coppie in crisi è la ferma convinzione che le cose non possano migliorare. Questa convinzione porta con sé una sensazione di impotenza e impedisce di mettere in atto delle strategie di cambiamento volte a ritrovare il benessere nella coppia. E’ stato invece osservato che basta che uno solo dei due cominci ad effettuare qualche cambiamento in meglio perché il rapporto ne tragga giovamento; inoltre, il cambiamento di uno dei due partner provoca dei cambiamenti anche nell’altro.

Certo non è facile iniziare il cambiamento. Quello che può succedere quando si prende in considerazione l’idea di cambiare è che ci troviamo di fronte ad atteggiamenti mentali o opinioni radicate che indeboliscono la motivazione. Raramente queste opinioni risultano valide. Vediamo, quindi, quali sono le più frequenti e quale può essere il modo per affrontarle:

* “Il mio partner è incapace di cambiare”. Questa asserzione è praticamente sempre sbagliata. Non esistono persone incapaci di cambiare. Il nostro sistema nervoso centrale è organizzato in maniera tale da spingerci all’apprendimento di modi di vedere e strategie sempre nuovi e migliori. I nuovi schemi di pensiero o modelli di comportamento che aumentano il piacere e diminuiscono la sofferenza sono destinati a soppiantare quelli vecchi. Quindi, se nell’ambito del rapporto di coppia si riescono a sperimentare modi di vedersi e di comportarsi più soddisfacenti dei precedenti, ci ritroveremo quasi automaticamente ad utilizzare queste nuove modalità che ci arrecano maggior piacere.

* “Non c’è nulla che possa modificare il nostro rapporto”. Questa è un’affermazione forte e, come tutte le affermazioni che contengono termini tipo ‘tutto’ o ‘nulla’ va verificata. Cominciamo con il mettere a fuoco quali sono i problemi specifici del nostro rapporto. Creiamo un elenco di questi problemi ponendoli in ordine di difficoltà crescente. Cominciamo quindi da quello che ci sembra più facile da affrontare, sforziamoci consapevolmente di applicare delle strategie mirate alla risoluzione del problema e osserviamo i risultati. Di solito se si è motivati e si comincia con un problema di facile soluzione i risultati sono positivi. E questo può indurre un pizzico di ottimismo in noi e nel nostro partner, motivarci ad andare avanti e affrontare problemi sempre più complessi.

* “Le cose non faranno che peggiorare”. Il timore di essere nuovamente feriti, può renderci pessimisti e riluttanti a coinvolgerci di nuovo nella relazione (“Se le mie speranze si ridestassero, finirei con il soffrire ancora”, ” Meglio non aspettarsi più niente”). Questo atteggiamento di ritiro è senz’altro comprensibile, ma non è indispensabile. Esistono sempre delle ragioni per cui vale la pena di lasciarsi nuovamente coinvolgere. Anche solo per un momento, allontaniamo da noi la cappa di pessimismo e di timore e volgiamo l’attenzione a queste ragioni: cerchiamo di prestare attenzione agli aspetti positivi del nostro rapporto. Ci renderemo conto che sono più di quanto immaginiamo, anche se col tempo abbiamo finito col darli per scontati e non notarli più.

* “Se abbiamo bisogno di occuparci del nostro rapporto c’è qualcosa che non va”. Innamorarsi è facile, ma per sviluppare e consolidare un rapporto occorrono riflessione e impegno. Due partner iniziano la vita in comune con modi di vivere, abitudini e atteggiamenti che possono essere molto diversi. E’ necessario impegnarsi per sviluppare capacità di adattamento reciproco, per imparare a comporre le divergenze e trovare l’armonia nel rapporto.

* “Ormai il danno è troppo grande”. Questa affermazione va valutata realisticamente. Fino a quando non avremo tentato qualche rimedio essenziale, non possiamo avere la certezza che il nostro rapporto sia arrivato ad un punto di rottura irreparabile.

Una volta riconosciute e affrontate queste opinioni disfattiste vediamo cosa possiamo concretamente fare per migliorare il nostro rapporto di coppia:

- Consideriamo gli aspetti piacevoli del rapporto. Quando una coppia attraversa un periodo difficile entrambi i partner sembrano provare una sorta di ‘amnesia’ rispetto a ciò che ciascuno ama nell’altro. I pregiudizi negativi ci possono impedire di vedere ciò che nella coppia sta funzionando bene e ciò che apprezziamo nel partner.
Mark Kane Goldstein, psicologo dell’Università della Forida ha ideato un metodo semplice ma molto efficace per aiutare le coppie in crisi a concentrarsi di nuovo sugli aspetti positivi del rapporto. Chiede ad entrambi i coniugi di registrare graficamente, su una carta millimetrata, tutte le azioni piacevoli del partner, attribuendo loro un punteggio da 1 a 10 a seconda della soddisfazione che hanno provocato.
Goldstein ha notato un miglioramento del rapporto nel 70% delle coppie che avevamo usato tale metodo. Un altro metodo consiste nell’invitare entrambi i partner (o anche uno solo dei due) ad attaccare degli adesivi in posti non visibili degli abiti dell’altro e staccarne uno ogni volta che il partner fa un gesto cortese nei propri confronti. Di solito alla fine della giornata sono stati staccati tutti…

- Cerchiamo di intuire i bisogni reciproci e di soddisfarli. E’ incredibile quanto un rapporto possa migliorare con questo accorgimento. Si instaura una sorta di circolo “virtuoso”, per cui il partner che nota il comportamento dell’altro volto a dargli piacere a sua volta si sente più bendisposto nei suoi confronti e si sforza di intuire e fare ciò che può dargli piacere o sollievo.

- Forniamo informazioni precise per guidare la condotta dell’altro. Cerchiamo di far capire al nostro partner cosa desideriamo quando usiamo termini astratti quali gentilezza, comprensione, amore etc.
Se gli forniamo informazioni più precise possiamo guidare la sua condotta. Tali informazioni vanno fornite nel modo più franco e diretto, senza sarcasmi, accuse o insinuazioni. Può darsi che per ‘gentilezza‘ intendiamo che si offra di fare delle telefonate per noi, ma non è detto che il partner debba per forza saperlo. Non dimentichiamo, infine, di ‘ricompensare’ in qualche modo ogni comportamento corretto dell’altro (con un cenno di apprezzamento, o un bacio, ad es.); in questo modo aumenteremo la probabilità che tale comportamento si ripeta.

- Manifestiamo affetto, sollecitudine, calore. Non diamo niente per scontato. Facciamo sentire al pater che ciò che facciamo per lui non è un “dovere”, bensì è frutto dell’impegno e del sentimento.

- Accettiamo il nostro partner. Il che non significa diventare “ciechi” rispetto ai difetti dell’altro, quanto pensare che si può lavorare insieme per migliorare. L’ergersi a giudice del nostro compagno non ha altro effetto che farlo mettere sulla difensiva, rendergli difficile il lasciarsi andare e fidarsi di noi.

- Siamo sensibili ed empatici. L’attenzione e la partecipazione empatica ai timori e alle difficoltà del partner è essenziale per ridurre sofferenze inutili. Se la sensibilità non è una nostra dote naturale possiamo coltivarla. Se ci sembra che il nostro partner reagisca in maniera eccessiva a determinati nostri comportamenti, anziché criticarlo e mantenerci sulla difensiva, cerchiamo di fermarci a considerare quale potrebbe essere il problema sotteso al suo atteggiamento.
Proviamo ad esaminare con molto tatto, insieme a lui, quali potrebbero essere i suoi timori o le sue preoccupazioni segrete. Resistiamo alla tentazione di attribuire ogni sua reazione esagerata a qualche sgradevole tratto del carattere e cerchiamo di vederla come il segnale di una vulnerabilità nascosta.

- Usiamo comprensione. Cerchiamo di vedere le cose con gli occhi del partner, non solo con i nostri. Mettiamoci nei panni dell’altro.

- Coltiviamo l’intimità. Coltivare l’intimità significa tante cose: rivelarsi i segreti più riposti, che non si rivelerebbero ad altri; fare insieme le piccole cose di ogni giorno; ritagliare spazio e tempo per i rapporti sessuali.

- Offriamo sostegno. Diamo al nostro partner un senso di sicurezza, facendogli capire che può fare affidamento su di noi nei momenti difficili.

Se pensiamo che il nostro rapporto sia in crisi, non perdiamo tempo ad incolparci a vicenda. Non importa stabilire chi abbia torto o ragione, ma mettere in atto nuove strategie atte a consolidare il rapporto. Non è necessario che entrambi i partner si muovano contemporaneamente. Basta che uno dei due prenda l’iniziativa di ridare vigore al rapporto o di arrestarne il deterioramento prima che sia troppo tardi.

Se si è imboccata la direzione giusta probabilmente si muoverà anche l’altro partner. Ci si potrà accorgere che, anche senza la sua partecipazione attiva, i propri cambiamenti avranno su di lui un effetto positivo. Inoltre, quasi sempre uno dei due è più preparato, più pronto ad iniziare il cambiamento, perché ha più strumenti, è più motivato o anche semplicemente perché soffre di più.

Naturalmente può capitare che uno dei due partner o entrambi presentino dei tratti di personalità tali da rendere davvero ardua la convivenza. Ma di questo potremo renderci conto solo dopo esserci sforzati davvero di migliorare le cose. E anche in questo caso, non diamoci per vinti. Se siamo davvero motivati, con l’aiuto di un professionista e il nostro impegno potremo farcela.

Fonte: http://www.viveremeglio.org/psicolog/articoli/lmastron/rappcopp.htm

Dare valore alla fragilità

11 maggio 2009

top_5_marriage_sex_mistakesSuperare la paura di non essere all’altezza…

Donne sempre più emancipate, libere e spontanee mettono spesso in discussione la virilità del partner e, di conseguenza, la sua autostima. Ma la crisi dei ruoli può diventare un’occasione per vivere in modo più intimo la vita di coppia. Ecco come aiutare lui a superare la paura di non essere all’altezza…

I concetti chiave

* L’uomo ha il timore di non poter soddisfare partner sempre più esigenti. La sua sicurezza viene spesso messa in discussione.

* I ruoli all’interno della coppia sono cambiati. La donna è sempre più alla ricerca del proprio piacere e si aspetta che il partner la assecondi.

* In una coppia consolidata non contano solo le prestazioni sessuali. C’è anche bisogno di complicità, comprensione, rispetto e affetto.
Tutto era stato preparato nei minimi dettagli. Avevo prenotato una suite un po’ particolare: con letto a baldacchino e specchi ovunque.

Francesco mi aspettava affacciato alla finestra, la notte si annunciava esplosiva. Avevo tanta voglia di lui e gliel’ho sussurrato in un orecchio. Ma niente è andato come previsto. Per la prima volta dall’inizio della nostra storia, non è riuscito a eccitarsi”, racconta Giovanna, 35 anni, manager a Palermo.

Come Francesco, sono numerosi oggi gli uomini in “crisi di mascolinità” che si trovano ad affrontare questo problema. “L’uomo, oggi condizionato da una partner più decisa e libera sessualmente, vive un profondo disagio che si può manifestare con disturbi di erezione, blocchi psicologici o incapacità di soddisfare la compagna”, commenta Ciro Iannone, sessuologo e autore di Bisogno e Soddisfazione. La sessualità al maschile e femminile (Editore Letizia). Non è un caso che le vendite di stimolanti sessuali, soprattutto online, siano in costante aumento. “Sono la risposta alla paura di non essere all’altezza”, argomenta Annalisa Pistuddi, psicologa e psicoterapeuta a Milano. Da tempo infatti i ruoli all’interno della coppia sono cambiati. Sotto le lenzuola la donna cerca la soddisfazione del proprio piacere, fa delle domande e si aspetta delle risposte.

Assecondare il piacere
Molti uomini pensano di essere gli unici responsabili del successo o dell’insuccesso di un rapporto. Il sesso infatti ha un alto potere simbolico: con la penetrazione l’uomo vuole “colmare” la partner, ma per assecondare il suo piacere, è necessario che il pene sia in erezione. “Quando ciò non succede l’uomo si sente fallire. Si sente inadeguato e questa sensazione può influenzare anche altri aspetti della sua vita”, spiega Annalisa Pistuddi. Come confessa Alberto, 36 anni, commercialista a Roma: “Era il nostro primo appuntamento.

Dopo cena mi ha invitato da lei, ma una volta in camera da letto niente è andato nel verso giusto. Mi sono sentito umiliato”. Alberto sa che il desiderio non è qualcosa che si possa comandare, ma ha vissuto questo “incidente” come una sconfitta. In una situazione analoga la donna, invece, avrebbe potuto simulare il proprio piacere. “Il disagio psicologico dell’uomo nasce proprio da questa differenza. La gran parte degli uomini dimentica però che un rapporto può essere intenso anche senza penetrazione”, sottolinea Iannone. Il segreto di una relazione che funziona non è solo il sesso, ma la complicità. “In una coppia consolidata il desiderio dell’altro è un’emozione che il partner cerca di assecondare”, spiega Annalisa Pistuddi. Infatti solo quando il legame è solido gli uomini si lasciano andare e invadere dai sentimenti. È questo il momento in cui avranno voglia di condividere momenti di tenerezza: dormire con la partner, fare colazione insieme, organizzare un weekend al mare.

Sentirsi desiderato
Una donna sessualmente libera mette in discussione non solo il ruolo dell’uomo all’interno della coppia, ma anche uno degli stereotipi più diffusi, il mito del playboy. Oggi può succedere che lui venga lasciato. Anche dopo il primo appuntamento. “Quando non si vuole investire in un rapporto l’attrazione si spegne subito”, illustra Pistuddi. L’uomo è in imbarazzo di fronte a donne che vogliono comportarsi come lui: “Ho scelto di non avere rapporti sessuali per un po’”, racconta Guglielmo, 40 anni, pr a Verona. “Negli ultimi due anni mi sono sentito usato dalle mie compagne, espropriato della mia virilità”. Quando le donne dicono: “Ti voglio”, tolgono all’uomo la possibilità di fare il primo passo e assumersi il rischio di un “no”.

Costruire il rapporto
L’uomo che viene desiderato si sente come un bambino amato dalla mamma, con una grande differenza: sa che la partner si aspetta qualcosa da lui. “L’uomo ha soprattutto paura che gli si possa chiedere sempre di più”, sostiene Pistuddi. “Ma una relazione in cui ognuno ha la possibilità di esprimere se stesso è più ricca: i partner condividono emozioni e si mettono in gioco completamente, prendendosi anche il rischio di non essere all’altezza. È questa incertezza a disorientare lui”. Eppure la condivisione dei piaceri tra uomo e donna è possibile: “Il rapporto sessuale è la conseguenza di altro tipo di rapporto, che si costruisce sulla base di rispetto, comprensione e affetto reciproci”, conclude Iannone.

Federica Brignoli, Hélène Fresnel
Fonte: http://www.psychologies.it/Coppia-e-Sessualita/Sessualita/Desiderio/Dare-valore-alla-fragilita/(offset)/2

Ascoltare con il cuore

16 marzo 2009

girl_talkViviamo in una cultura in cui la gente preferisce parlare piuttosto che ascoltare. Ciascuno sembra avere delle risposte preconfezionate. Tutti sono disposti a dare consigli anche quando non sono desiderati. Ma la gente non ha bisogno d’informazioni, essa cerca continuamente qualcuno che sappia ascoltare e comprendere. La gente ha bisogno di orecchie attente e di una lingua muta.

Sapere ascoltare è un potente mezzo, ma troppo spesso poco utilizzato. Non ascoltare è mancanza di rispetto della persona e di un servizio d’amore disinteressato

La maggior parte delle persone non sanno ascoltare dovutamente. Si stima che il 70% delle comunicazioni viene filtrato o modificato il senso che si vuole dare alle parole. Perché?

Il Dr. Eric Berne (1910 – 1970), psichiatra e psicanalista americano, fondatore dell’ Analisi Transazionale, sostiene che l’individuo non è un’unità semplice, ma una personalità complessa. Di conseguenza, la trasmissione di un messaggio comporta uno studio approfondito in rapporto al contenuto delle transazioni, circa 90. E. Berne, nell’analisi strutturale della mente distingue principalmente tre stati dell’io (o del sé), designati rispettivamente: Genitore – Bambino – Adulto (G – B – A ).

Per esempio, immaginiamoci due ipotetiche persone (Vilda e Terenzio) che parlano una di fronte all’altra e poniamoci le seguenti domande:

Da quale parte (o struttura mentale) di ‘Vilda’ l’azione transazionale (il suo dire) è partita? Dal G, dal B o dall’A? Quale struttura mentale di ‘Terenzio’ ha raggiunto (G, B o A)? Con quale struttura mentale ‘Terenzio’ risponde? Quale struttura mentale di ‘Vilda’ raggiunge la risposta di ‘Terenzio’?

Si comprende facilmente che non sempre è facile cogliere il pensiero altrui, soprattutto quando nella relazione vi è tensione o la disponibilità di ascolto è bassa.

C’è anche da prendere in considerazione il fatto che ogni individuo ha una sua mappa mentale caratterizzata da fattori ereditari, ambientali, sociali, culturali, educativi, ecc.

Con sincerità di cuore, delle volte “ascoltiamo per ascoltare” – ciò si verifica quando non siamo interessati alla persona e ai suoi bisogni, oppure quando siamo stanchi o siamo centrati su noi stessi, oppure “ascoltiamo per rispondere” – ed è ciò che noi facciamo continuamente. Ascoltiamo a metà ciò che l’altro dice perché siamo impegnati a pensare a come dobbiamo rispondere.

Un handicap vero e proprio nell’ascolto sono i pregiudizi: il falso concetto che si ha dell’altro e di sè stessi. Sono veri e propri handicap nelle nostre relazioni sociali, precludono ogni possibile dialogo e rendono suscettibile colui che ne è affetto. Il pregiudizio caratterizza una persona che vive “per proteggere i propri sentimenti e la propria reputazione” Il falso concetto che si ha dell’altro non è che un difendere se stessi, ciò che si crede, che è diventato rifugio delle nostre insicurezze, paure e frustrazioni. Creare scompiglio nell’alveare (emozioni) altrui, con la denuncia di ciò che si presume che sia sbagliato o no, significa evitare di trovarsi nel proprio alveare scompigliati dal riaffiorare delle nostre paure e insicurezze.

Le relazioni interpersonali non sono proprio facili e spontanee, hanno bisogno di coraggio nel liberarsi dei propri idoli illusori e dei propri timori; di volontà di scegliere di stare insieme, nel Signore, con gli altri, in ogni situazione; di disponibilità nel sacrificare ciò che ci è più caro che verrebbe spontaneo usare solo per noi: il cuore, la mente e la volontà; di espressività, capace di tenere conto del rispetto della persona e del bisogno che essa ha di sentirsi amata. Di ascolto dei sentimenti senza che questi siano oggetto di giudizi. Una apertura profonda s’improvvisa raramente; essa deve essere preparata per delle ore, con tutto il cuore, in preghiera, in comunione con Dio.
Adoperare più di una strategia d’ascolto

Per essere un buon uditore efficace, bisogna ascoltare con APPREZZAMENTO O STIMA, CON EMPATIA, CON COMPRENSIONE, CON DISCERNIMENTO, CON VALUTAZIONE.

Le prime due si richiamano all’aspetto emotivo dell’ascolto, le altre tre si concentrano sui fatti (buon funzionamento dell’emisfero destro e del sinistro).

Le persone hanno bisogno di sentirsi apprezzate, stimate, e l’ascolto è il mezzo più appropriato, ma se noi vogliamo trasmettere senso di affidamento, dobbiamo ascoltare con empatia, soprattutto le persone che soffrono.

Successivamente è importante passare ad un tipo di ascolto più analitico, un approccio che ci permetta di comprendere. In questa strategia, ci si deve sforzare di organizzare ciò che l’altro ha detto dandogli un senso. Questo modo di procedere ci aiuta a capire le reazioni altrui.

Infine è importante applicare l’ascolto che si richiama al discernimento. In questo modo possiamo avere un quadro completo della situazione, per poi utilizzare l’aspetto valutativo, mettendo da parte le nostre emozioni e di valutare con amore ciò che l’altro ha detto.

Ma l’aspetto più importante dell’ascolto è “ascoltare con il cuore” che è completamente diverso dall’ascoltare con le orecchie. Purtroppo sono poche le persone che sanno ascoltare col cuore. Ascoltare con il cuore i propri figli (e gli altri) significa essere realmente interessati a ciò che ci stanno dicendo, ed essere aperti e disponibili. Significa avere voglia di apprendere e di sorprendersi, senza interrompere, o saltare subito alle conclusioni o dare immediatamente dei saggi consigli.

Ascoltare col cuore significa non esprimere subito la propria opinione, ma cercare di capire la vita nella prospettiva di un bambino, di un ragazzo, di un adulto. Significa ascoltare con senso di meraviglia. Quando si presta loro attenzione in questo modo, bambini e ragazzi (e adulti), sentono di non essere giudicati e che possono esprimersi liberamente. Significa offrirgli, incondizionatamente, senso di affidamento.
Conclusione

Saper ascoltare è segno di saggezza e di disponibilità ad imparare. Non fa perdere tempo, ma è esattamente il contrario, è un investimento del tempo. Mediante l’ascolto possiamo stabilire dei legami di affetto; permette all’altro di mettere in evidenza, con naturalezza, problemi molto spesso gravi e profondi; possiamo trasmettere valore, stima e apprezzamento.

Ascoltare con senso di affidamento, favorisce lo sviluppo della personalità e lo sviluppo psicomotorio dell’individuo. Costituisce un aspetto indispensabile per la trasmissione di valori, di affetto, di simpatia, di bisogno di aiuto e di sentimenti. Crea degli individui intelligenti, liberi ed adulti; riduce nell’altro la paura dei sentimenti negativi; stabilisce o rinsalda i legami affettivi; permette di mettere in evidenza, con naturalezza, dei problemi molto spesso gravi e profondi. L’ascolto riconosce la dignità della persona.

Past. Francesco Zenzale

Fonte: http://www.maran-ata.it/psicologia/htm/ascoltare_per_essere.htm

Crisi della famiglia?

2 marzo 2009

divorziatiLa cronaca ci riserva con inquietante frequenza notizie e descrizioni di efferati delitti, che maturano all’interno della cerchia familiare. E, anche quando non si raggiungono questi estremi sanguinosi, l’istituzione familiare, in Italia e in tutto il mondo occidentale, sembra mostrare la corda.

Le unioni matrimoniali tendono, sempre più di frequente, a resistere per pochi anni per poi disgregarsi. I conflitti intrafamiliari danno lavoro ad avvocati e psicologi e sembrano radicalizzarsi di anno in anno.

Esistono, è vero, delle significative controtendenze, che dimostrano come la realtà sia più contraddittoria dei facili schematismi: i figli, sovente ultratrentenni, prolungano la permanenza nella famiglia d’origine, dichiarando di trovarcisi bene, di godere di assistenza e servizi altrimenti non fruibili.

In alcune realtà territoriali, la famiglia allargata continua ancora efficacemente a supplire alle carenze economiche e di infrastrutture.

Il disagio che, tuttavia, prevale, conosce, secondo me, molte ragioni, paradossalmente non tutte negative.
E’ un fatto che l’individuo contemporaneo ha un acuto senso della propria identità, dei propri diritti, della propria autonomia. Mal tollera perciò quei legami, quelle costrizioni, quelle dipendenze, economiche e psicologiche, che soltanto l’altroieri sopportava.

La famiglia patriarcale, il “padre padrone”, come quello che ritraeva Gavino Ledda in un famoso libro di qualche anno fa, non esiste più. Esistono padri aggressivi, violenti, con problemi mentali, ma l’autoritarismo è un titolo in ribasso alla borsa dei valori esistenziali.  Anzi padri e madri contemporanei sono imbevuti, almeno superficialmente, di cultura psicologica e il corteo di esperti da consultare in caso di necessità aumenta di giorno in giorno.

Qual è, allora, il male oscuro della famiglia? Forse l’indifferenza: distratti dalle proprie mete di carriera e di consumo da raggiungere ad ogni costo, forse si tende a trascurare i figli, il loro bisogno di colloquio, di ascolto. I ritmi lavorativi ed esistenziali, sono, in occidente, fortemente accelerati, compressi, lasciando sempre meno spazio per un’adeguata cura dei rapporti personali; la sfera emotiva, affettiva di molti bambini ed adolescenti tende a risentirne.

La struttura economica che fa da cornice certo non aiuto lo sviluppo armonico della personalità. Papà e mamma devono sovente entrambi lavorare per consentire un reddito che permetta di pagare affitto e bollette e i bimbi vengono sballottati fra asili, tate, nonni e televisione.

Inoltre gli standard educativi stanno mutando: il narcisismo, l’immagine, dominano ovunque, per cui aumentano le pressioni sui figli perché “onorino” la famiglia con buoni voti a scuola, una bella presenza, l’acquisizione di sempre nuove abilità da sfoggiare poi in società.

Il figlio, insomma, come prolungamento del narcisismo dei genitori.
Capita che sempre più bambini rimbalzino da un corso all’altro, nell’arco di una stessa giornata, come palline da flipper, senza aver tempo per il gioco, l’ozio, senza conoscere la bellezza del trascorrere lento delle ore e delle giornate.

E’ una cultura, intendiamoci, di cui non sono responsabili soltanto i genitori, ma soprattutto i media, con la martellante proposizione di modelli inarrivabili di bellezza e di successo.

Oppure, sentendosi inadeguati nella sfera emotiva, certi genitori cercano di compensare questa insufficienza comunicando con i figli solo tramite oggetti: la bella macchina, i bei vestirti, la disponibilità di denaro. I figli finiscono così per percepire i genitori soltanto come obbligati dispensatori di soddisfazioni materiali.

Senza contare quei genitori che usano in modo deprecabile i propri figli come arma nelle dispute con l’altro coniuge, ignorandone totalmente le necessità.

Da tempo la famiglia è oggetto di critiche da parte del mondo della cultura. E’ ritenuta il luogo degli egoismi, della meschinità, dell’ipocrisia, del conformismo, di ogni male attraversi la società.
Ricordo il celebre “Famiglie, io vi odio” di Andre Gide o il vagamente profetico “La morte della famiglia” dell’antipsichiatra David Cooper.

Sono molte le scuole psicologiche e psichiatriche che riconoscono, forse in maniera un po’ troppo unilaterale, nei rapporti familiari distorti l’origine della cosiddetta malattia mentale.

Eppure a me sembra che la famiglia sia come la democrazia, un’istituzione imperfetta che tuttavia non ha alternative migliori praticabili.
Laddove gli esseri umani si incontrano e interagiscono per anni, è naturale e inevitabile che, dallo scontro di volontà diverse, si sviluppino conflitti.

L’importante è, forse, tentare di gestire questi conflitti con efficacia e maturità, lasciando spazio alla comprensione, al dialogo, all’affetto, alla solidarietà.

Sperando che, nel frattempo, politici e amministratori, cerchino di creare le migliori condizioni esterne (sostegni economici, infrastrutture, servizi, ecc.) affinché la famiglia prosperi.

Fonte: http://www.interruzioni.com

Come “maneggiare” la tristezza

2 marzo 2009

profound_sadnessTriste, perché?

Se ne parla poco. Anche se è una delle emozioni fondamentali.

Prova a pensare ai momenti in cui ti sei sentito triste. Cosa ha provocato in te questa emozione?

La tristezza è spesso legata alla perdita di qualcosa o di qualcuno, o nasce dal fatto di solidarizzare con qualcuno che soffre per aver subito una perdita. Corrisponde al ricordo che hai evocato?

Puoi aver perso il lavoro, un oggetto caro, un affetto, un’occasione importante, ma anche un valore: la dignità, “la faccia”, l’onestà…

La tristezza, in genere, è più intensa se la perdita riguarda qualcuno e meno intensa se riguarda qualcosa. Ed è tanto più intensa se la persona persa è qualcuno con cui hai avuto una relazione duratura e intensa.

Analogamente la tristezza “empatica”, quella che nasce dalla compassione per qualcun altro, è tanto maggiore quanto più numerose sono le affinità, le esperienze condivise, gli elementi in comune con la persona per la quale proviamo tristezza.

Un film ci rende tristi perchè ci identifichiamo con il protagonista, ci mettiamo nei suoi panni, ci affezioniamo a lui e poi soffriamo per lui, con lui.

A che serve la tristezza?

Come tutte le emozioni la tristezza ha svolto e continua a svolgere funzioni utili per l’evoluzione dell’uomo. Ma quali sono queste funzioni?

La paura ti aiuta a evitare i pericoli, questo è facile da coprendere. Le conseguenze negative di una tua azione pericolosa ti faranno provare tristezza. Per evitare di provarla eviti di mettere in pratica quell’azione.

La tristezza ti preserva. Da cosa? Prova a pensarci.

Provare tristezza ti fa star male, provoca dolore. E il dolore è una delle leve più potenti che modellano il comportamento umano. Se una situazione ti provoca tristezza imparerai in fretta a evitare le situazioni, i comportamenti che la generano. Sperimentando la tristezza ti proteggi meglio nel futuro, eviti di ripetere gli stessi errori.

La tristezza ti aiuta a superare le situazioni che la provocano. Sì, perchè ti spinge a riflettere sulla situazione e su te stesso, ti aiuta a conoscerti meglio.

La tristezza attira l’attenzione degli altri su di te, e così facendo ottieni il sostegno necessario per uscire più velocemente dalla tua condizione.

La tristezza fornisce gli strumenti affinché dissolva se stessa.

Tristezza o depressione

Se di tristezza si parla poco, di depressione se ne parla anche troppo! Quindi mi limiterò a indicare le caratteristiche essenziali che differenziano la tristezza dalla sua possibile deriva patologica: la depressione, appunto.

Pensa alla cosa che ti fa sentire triste e chiediti:

  • questa sensazione di tristezza è provvisoria o mi influenzerà per tutta la vita?
  • questa sensazione riguarda un’aspetto specifico della mia vita o coinvolge ogni ambito di questa? Posso pensare cose che mi rendono felice o tutto quello a cui penso è ammantato da un sottile velo di tristezza?
  • la tristezza che provo riguarda qualcosa che mi è accaduto o ha a che fare con me, con il mio carattere, con i miei difetti?

Se pensi che la tristezza che provi oggi ti accompagnerà per tutta la vita e non vedi via d’uscita, se coinvolge tutti gli ambiti della tua vita e non c’è niente a cui puoi pensare che non sia influenzato da questo sentimento, se pensi che questa sensazione abbia a che fare con te, per come sei fatto, allora quello che provi non è un’emozione (per sua natura temporanea, anche se intensa). Potrebbe esserci qualcosa di più profondo. Parlane con le persone che ti sono care. Fatti aiutare.

Se invece riconosci che il sentimento è passeggero, che è circoscritto ad un evento, ad un ambito specifico, se sei consapevole che è legato a qualcosa che è accaduto, che la causa è esterna da te, allora stai provando l’emozione “tristezza” o al massimo un sentimento (più lieve e duraturo di un’emozione) legato all’emozione “tristezza”.

In questo caso passerà. Sfrutta l’emozione per coglierne i messaggi positivi ricordati prima e che adesso ti riassumo.

1025-hands-540Come “maneggiare” la tristezza

Il primo impulso, quando si ha a che fare con le emozioni negative, è quello di soffocarle. Fanno soffrire, provocano dolore, pensiamo che soffocando queste emozioni soffocheremo il dolore e la sofferenza che provocano.

Ma è possibile soffocare le emozioni? Non so quale sia la tua esperienza personale. Io non ci riesco. O meglio, posso tentare di sopprimere le manifestazioni esterne, ma, presto o tardi, le sensazioni interiori riemergono in qualche forma.

Gestire le emozioni, controllarle, non significa soffocarle, negarle. Significa imparare dalle emozioni. Significa cogliere il messaggio positivo che ci trasmettono.

Non mi stancherò mai di ripeterlo.

Per gestire le emozioni devi amplificare il messaggio positivo, l’effetto teraupetico, le lezioni di vita che sono in grado di trasmetterti.

Ecco i vantaggi della tristezza:

  • Ti insegna, per quanto possibile, a evitare situazioni spiacevoli, che ti faranno provare di nuovo quella sensazione
  • Ti invita ad analizzare te stesso e gli eventi che l’hanno provocata, quando sei triste rimugini su ciò che ti è successo, spingendoti a trovare soluzioni migliori per il futuro
  • Attira l’attenzione e la cura degli altri; con l’aiuto degli altri puoi imparare cose nuove, puoi uscire prima dalla tristezza, puoi raccogliere consigli per il futuro – ATTENZIONE: a non crogiolarti troppo negli effetti positivi della “compassione” e dalla “solidarietà” altrimenti rischi di diventarne dipendente e se non impari le loro lezioni, alla fine l’effetto sarà quello di allontanare gli altri da te anziché di averli come alleati!

Ecco come uscire dallo stato di tristezza:

  • Il solo pensare agli effetti positivi della tristezza contribuisce ad uscirne
  • Agisci! Poniti un obiettivo positivo, che trasformi la causa della tua emozione, che ti faccia smettere di indugiare sulle condizioni sfavorevoli, sulle tue responsabilità, sul fatto di meritare o meno ciò che ti è accaduto e fai qualcosa che ti distragga e che cambi le cose e la tua visione di te stesso.
  • Poniti domande produttive: anziché chiederti “perchè proprio a me?”, chiediti “cosa posso fare per uscirne?”, “cosa posso fare per cambiare questa situazione?”, “cosa ho da imparare di positivo da ciò che mi è successo?”, “come posso volgere in positivo quello che mi è accaduto?”. Scrivi queste domande su un foglio, aggiungine altre della stessa natura, riponi la lista in un posto sicuro e ogni volta che provi tristezza, tirala fuori, leggila, rispondi alle domande e inizia ad agire; prova e vedrai….
  • Sfutta la retroazione del corpo. Cosa è la retroazione del corpo? E’ l’effetto delle espressioni facciali e della postura sulle emozioni; le emozioni sono caratterizzate da espressioni facciali ben precise; quando provi un’emozione il tuo viso assume una certa espressione e il tuo corpo una postura particolare; la ripetizione emozione -> espressione, postura àncora l’emozione a quell’espressione e a quella postura; la conseguenza di questo ancoraggio è che quando cambi espressione e postura provi l’emozione associata a queste. Sei triste? Sforzati di passare dall’espressione triste http://emozioni.piuchepuoi.it/wp-content/plugins/chenpress/FCKeditor/editor/images/smiley/msn/sad_smile.gif ad una allegra http://emozioni.piuchepuoi.it/wp-content/plugins/chenpress/FCKeditor/editor/images/smiley/msn/regular_smile.gif e ti sentirai meglio. Certo, non è una tecnica risolutiva, non funziona a lungo, ma può essere la scintilla che innesta un cambiamento positivo, ciò che ti pone nelle condizioni di mettere in atto altre azioni per uscire dalla tristezza.
  • Parlane, parlane, parlane. Evita di chiuderti in te stesso. Esprimi i tuoi sentimenti, elabora ciò che provi.
  • Cerca di frequentare pesone allegre, positive e di partecipare a eventi gioiosi.

autore: Eugenio Guarino

Fonte: http://emozioni.piuchepuoi.it/29/29/

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