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L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Prima parte

warner_p1-usata-usataDa ormai molti decenni gli studiosi di sociologia e gli storici hanno considerato “la famiglia” argomento degno di analisi e di studio.

Nell’antichità e nell’epoca classica la famiglia era basata su regolamenti molto ampli e, come affermato dalla prof.ssa F. Sofia, poteva esserci una sorta di equazione tra il concetto di famiglia (inteso come somma di una struttura abitativa ed i suoi componenti) e quello di economia: l’economia è “domestico-familiare” in quanto dispensatrice di sussistenza che, in molti casi, è di tipo circolare e nasce, si sviluppa e si conclude in se stessa.

Nel 1700, invece, comincia a svilupparsi una trasformazione di tali elementi che condurrà l’economia ad uscire dall’ambito familiare-domestico per unirsi all’ambito del “pubblico” e della “politica”, dando così origine “all’economia politica” retta da elementi legati a dinamiche non più solamente di autolimitazione e di sussistenza.

Non è un caso che per molti, filosofi e pensatori politici in primo luogo, solo il “buon cittadino”, cioè chi è libero dal lavoro e che mantiene se e la propria famiglia, potrà occuparsi di politica risultando un buon patriota.

Gli studi sulla famiglia, inizialmente, videro forti differenziazioni metodologiche tra storici, sociologi e demografi, ma negli ultimi decenni si è assistito ad un riavvicinamento tra questi diversi campi di studio anche se le differenti scuole e correnti di studio hanno prodotto risultati molto discrepanti fra loro, la cui comparazione ed analisi risulta molto interessante e stimolante.

LA FAMIGLIA: LE DEFINIZIONI

Con il termine “famiglia” si è soliti indicare tre differenti e distinte realtà:

a) un gruppo di individui che vivono insieme nella medesima abitazione, le regole con le quali si forma tale gruppo, la sua ampiezza e la sua composizione, le modalità secondo cui si trasforma, si sviluppa e si divide. In questo caso il termine più corretto per indicare tale situazione è “struttura familiare”;

b) i rapporti (affetto, autorità) esistenti in tale gruppo e le dinamiche con le quali i coresidenti sotto il medesimo tetto interagiscono e le emozioni che provano l’uno per l’altro. Il termine più adatto per indicare questa condizione è “relazioni familiari”;

c) i legami ed i rapporti esistenti fra distinti gruppi di coresidenti tra i quali vi siano dei rapporti di parentela e tutto ciò che intercorre fra di loro (aiuto, frequenza degli incontri, ecc.). “Rapporto di parentela” è il termine più esplicito per indicare questa situazione.

Le analisi e gli studi compiuti a riguardo dei tre angoli visivi sopracitati hanno condotto ad affermare che essi sono molto distinti ed indipendenti l’uno dall’altro e che quanto studiato in un singolo ambito non può essere automaticamente esteso agli altri poiché le dinamiche interne sono indipendenti le une dalle altre e conducono ad esiti disomogenei.

MUTAMENTI DELLE FAMIGLIE DELL’ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE

La struttura della famiglia tipo dell’Italia centro-settentrionale comincia a verificare una forte differenziazione tra città e campagna già dal XIV secolo: le famiglie urbane sono, per lo più, nucleari; quelle rurali complesse.

Nelle città la maggior parte della popolazione vive in nuclei familiari ristretti e ciò è dovuto al tipo di attività che i “cittadini” svolgono. In massima parte sono artigiani e commercianti che vivono del frutto del proprio lavoro e, per tale motivo, una struttura familiare di piccole dimensioni è propedeutica a tale modello economico e permette soddisfacenti condizioni di vita. Si deve ricordare che, spesso, sono presenti casi di persone che, almeno nella fase centrale e/o finale della propria vita, vivono sole.

Caso a parte è quello delle famiglie dei ceti più elevati: al momento di contrarre il matrimonio la moglie si trasferiva stabilmente presso la casa del genitore del marito e vi risiedeva vivendo in famiglie multiple (sia verticali che orizzontali) nelle quali erano presenti più generazioni di persone (molteplicità verticale) o più nuclei matrimoniali e/o persone sole (molteplicità orizzontale).

image021-usataLa famiglia tipica rurale era invece necessariamente numerosa, in quanto la sussistenza economica era legata al podere di proprietà o preso in affitto, la cui lavorazione richiedeva un’ampia composizione della famiglia stessa.

E’ legittimo affermare che la struttura familiare tra il XIV ed il XIX secolo fu molto stabile (sia nella versione urbana che in quella rurale) e che le epidemie del XVII secolo (tra cui la famosa “peste manzoniana”) ridusse solo temporaneamente la complessità delle differenti realtà familiari che, appena ripresesi dalle crisi di mortalità, riassumevano abbastanza rapidamente le caratteristiche precedenti.

La mortalità, sia quella dovuta a cause fisiologiche che quella dovuta a cause eccezionali, risultava essere una variabile con influenza non rilevante sulla struttura familiare; ciò risulta da una indagine compiuta su ampia scala.

Furono altri i due più importanti mutamenti avvenuti in seno alla famiglia dell’Italia centro-settentrionale nel periodo di tempo compreso tra il XIV ed il XX secolo.

Il primo riguarda le famiglie rurali ed è ben espresso dalle seguenti parole di M. Barbagli:

“Esso fu provocato da un insieme di profonde trasformazioni economiche e sociali delle campagne, ma soprattutto dalla diffusione dell’organizzazione produttiva poderale e dal passaggio della popolazione agricola da un tipo di insediamento prevalentemente accentrato ad uno sparso. Iniziate in alcune aree prima del XV secolo, queste trasformazioni avvennero in momenti diversi nelle varie zone dell’Italia centro-settentrionale nei tre secoli successivi.”

Esso produsse una forte trasformazione della struttura famigliare che cominciò ad assumere caratteristiche sempre più complesse legando se ed il proprio destino al podere su cui lavoravano.

Si ebbe il “trasloco” da insediamenti rurali limitrofi alla terra coltivata in locali abitatitivi posti al centro (o comunque all’interno) del podere su cui esercitavano la propria attività.

Si era passati da un tipo di insediamento accentrato ad uno sparso.

Il secondo mutamento, invece, interessò le famiglie delle aree urbane appartenenti al ceto medio-borghese (mercanti e commercianti) che andarono sempre più nella direzione di una struttura di tipo nucleare (sec. XVIII – XIX ).

Ciò fu favorito dai cambiamenti giuridici relativi alla trasmissione della proprietà avvenuta nel XVIII secolo: l’eredità era sempre più spesso costituita da denaro liquido che poteva essere molto facilmente diviso in più parti senza perdere di valore complessivo (contrariamente ai beni immobili per cui l’unità del lotto era parte integrante ed intrinseca del medesimo).

La storia delle relazioni domestiche, invece, è avvenuta in maniera abbastanza differente rispetto a quella della struttura familiare in quanto è stata influenzata da differenti variabili sociali ed economiche come espresso chiaramente nelle seguenti righe tratte da un saggio del già citato M. Barbagli:

“Naturalmente le regole di formazione della famiglia e la sua composizione hanno influito in vario modo sulla configurazione dei ruoli al suo interno. Da queste variabili dipendeva ad esempio se i bambini trascorrevano i primi anni di vita unicamente con i genitori oppure anche con nonni, zii e cugini e se gli anziani risiedevano da soli o con altri parenti. Il modello di residenza dopo le nozze influiva d’altra parte sull’età a cui si acquisiva una relativa autonomia dal padre.

Nella grande maggioranza della popolazione urbana, in cui ha sempre dominato la regola neolocale, i maschi si sposavano ad un’età un po’ più avanzata di quella della popolazione agricola appoderata, che seguivano invece il modello patrilocale. I primi diventavano però capofamiglia al momento delle nozze, mentre i secondi dovevano spesso attendere la morte del padre per raggiungere questa posizione. Ma dal modello di residenza dopo le nozze, dal grado di complessità della struttura familiare, dalla presenza o meno di persone di servizio dipendeva anche il sistema di divisione del lavoro che veniva seguito in casa.”

Elemento presente in tutti i diversi modelli di relazioni domestiche fu il mantenimento fino a tempi molto recenti della superiorità del potere e dell’autorità dell’uomo: la struttura ed il potere patriarcale fu caratteristica comune a tutte le differenti relazioni familiari e domestiche.

Nel secolo XIX tale modello basato sulla completa e totale deferenza dei figli nei confronti del padre, entrò in crisi e si affermò un modello, detto coniugale intimo, in cui il maschi (marito e padre) pur continuando ad avere potere e d autorità assoluta riduceva di molto le distanze sociali con la moglie ed i figli.

Volontariamente si ebbe una riduzione ed un controllo delle nascite e, in maniera indirettamente proporzionale, aumentò il tempo dedicato dai genitori ai propri figli. Ciò fu, ovviamente, il frutto delle grandi trasformazioni sociali, politiche ed economiche avvenute nei secoli XVIII – XIX (in primis la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese) che, messo in crisi l’Antico Regime, produsse grandi cambiamenti ai quali dovettero adeguarsi anche le relazioni familiari: nasceva un nuovo modello di famiglia dapprima sviluppatasi nei ceti più alti della realtà urbana e poi estesasi anche nei ceti meno abbienti, che avrebbe visto la propria affermazione nel XX secolo.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

Il ruolo dei genitori

2 marzo 2009

manandboyIl ruolo del genitore, in questo inizio del terzo millennio, appare estremamente problematico.

I cambiamenti storici e sociali avvenuti in tempi estremamente brevi, il progresso tecnologico avanzato con velocità esponenziale, ha definito confini nuovi e innumerevoli nuove incertezze che fatalmente si sono ripercosse sulla radice della società civile di cui la famiglia rappresenta la cellula gametica.

Per queste multifattoriali motivazioni il ruolo di genitore ha catalizzato al suo interno (parimenti al sistema famiglia) tutta una serie di errori concettuali che ne hanno reso instabile il suo operato e fragilissimo il suo paradigma di riferimento educativo.

Da un punto di vista sociologico si è prodotta in questo periodo storico tutta una serie di rappresentazioni di realtà che hanno alterato la visione del ruolo genitoriale ed il suo modo di essere vissuto.

Tecnicamente si potrebbe affermare che il genitore del nuovo millennio ha gradatamente perso la sua soggettività ( e quindi la sua titolarità dell’azione ) a favore di una sempre più marcata lontananza dall’universo educativo dell’infanzia e della adolescenza dei propri figli.

A fronte di questo, la delega verso le istituzioni, e verso le agenzie di socializzazione (scuola ed altro) si è andata sempre più rafforzando, nell’incapacità , da parte della Famiglia di produrre sistemi di riferimento validi.

I modelli educativi in una ottica sociopedagogica devono , nel momento storico attuale, sostanzialmente poggiarsi su basi empiriche e costruttive. Abbandonando l’aere delle costruzioni teoretiche e accademiche e entrare nel quotidiano, dei sistemi familiari e negli ambiti scolastici, scendendo per così dire in trincea e affrontando de visu gli interrogativi.

Il nuovo secolo si apre con vecchi problemi irrisolti da un punto di vista dell’evoluzione personologica , educazionale e pedagogica rispetto alle ultime generazioni.

I ruoli genitoriali ed educativi appaiono in questi ultimi anni sempre più appiattiti ed inesistenti , impostati su una difficoltà palese ad essere propositivi e incidenti nella formazione delle regole comportamentali.T

Tale ruolo quindi, risulta sempre più avvitato Su degli stereotipi, che ne hanno alterato la sua realtà oggettiva e, le frasi di linguaggio comune basate su proverbi o modi di dire sono assurte a verità inprescindibili ed inalterabili.

Per cui la Soggettività dell’individuo, basata sulla sua titolarità dell’azione, sulla proprietà del suo agire assolutamente personale è andata perdendosi in dipendenza di questi stereotipi , che attualmente detengono il monopolio dell’agire nella figura del padre o della madre.

Questo modello di pensiero reca al suo interno un netta differenziazione : una visione al maschile di quello che è il ruolo di padre, e una femminile del ruolo di madre. Queste due visioni sono dissonanti tra loro, in quanto esiste un squilibrio molto forte per carichi di responsabilità che vede l’universo femminile maggiormente gravato di compiti di controllo, gestione, educazione, socializzazione della prole di entrambe i sessi . Viceversa il ruolo paterno risulta essere abbastanza periferico.

Questa percezione dell’universo maschile è ormai nota da anni, unitamente ad una percepita fragilità dello stesso.
Fattori sociali e storici hanno in un tempo abbastanza breve condotto a questo, e la velocità di evoluzione del fenomeno, accelleratosi nell’ultimo decennio lo ha reso molto più evidente.

Sinteticamente, e senza analizzare in profondità le cause di questo stato di cose, per quanto attiene il mondo maschile, si può affermare che il momento iniziale di questa evoluzione è, in parte, da ricercare in quel sommovimento complessivo che è stato il 68′ nella società occidentale.

Nell’ottica educativa, il periodo storico susseguente è stato pesantemente condizionato da filosofie culturali (o ideologiche) improntate a modelli educativi e psicopedagoci che conducevano ad una dilatata visione permessivistica , con conseguente annullamento dell’approccio “classico” educatore-discente soppiantata dalla ricerca, a tutti i costi, del “dialogo costruttivo” rivolto un po’ con tutte le fasce di età.

La marcia trionfale di questo modello negli ultimi 30 anni ha avuto anche portabandiera di rango intellettuale elevato e scuole di pensiero che si sono schierate ad appoggiare massime come “vietato vietare” imposto quasi come un dogma alle nascenti generazioni.

Tutto ciò ha fatto nascere e rafforzare una profezia che si è auto-avverata sullo stereotipo che fare il genitore sia il mestiere di fatto più difficile del mondo !!

Lo stereotipo da abbattere, innanzitutto è proprio questo : fare il genitore non è niente affatto difficile……. il difficile è volerlo fare .

La mancata accettazione del ruolo di genitore rende estremamente difficoltoso ( ed è ovvio) il suo agire , ma questo difficilmente viene preso pragmatiaticamente in considerazione .
Nelle agenzie di socializzazione primarie (famiglia, scuola, altro ) esso è il grande freno inibitore alla capacità di porre in essere strumenti e regole educative rigide.

Tutto ciò induce spesso un senso di arrendevolezza in quanto non sembrano esserci modalità per uscire da questo stallo educativo autoprodotto. Genitori ed insegnanti ne sono le prime vittime.
Le seconde, indirettamente, sono le ultime generazioni ellittiche di muri di contenimento comportamentale e, largamente vittime della noia.

kidsSu questa scia si può affermare che le strutture pedagogiche ed educative sono in larga parte viziate da una sostanziale incapacità ad agire concretamente . In primis la sempre maggiore inconsistenza del ruolo di padre che , legato a quanto si evidenziava in apertura sulla attuale realtà dell’universo maschile , sempre più legato alla parvenza del di “testimone silenzioso”.

Occorre, scendendo nel concreto, abbattere steccati culturali secondo i quali alcuni comportamenti siano dannosi e incerti nel loro divenire. Alcune frasi qui e là recepite nelle riunioni in sedi canoniche come appunto le scuole di ogni ordine e grado, ma principalmente il livello elementare o infantile, fanno immaginare le difficoltà intrinseche nel sistema familiare oggi : “…Ma se mi comporto in modo troppo rigido e poi…sbaglio???!…” ” Ciò provato ad essere impositiva su una regola…ma poi è di una fatica reggerla….” “..Ma se poi comportandomi così perdo “il dialogo” con mia figlia/o..???”

Tutte queste, e moltissime altre ancora, sono indicatori fin troppo evidenti di una mancanza di capacità di gestionale e titolarità dell’azione educativa da parte di chi dovrebbe esserne titolare. Sono indicatori di malessere e di incertezze a cui si risponde con una resa incondizionata e con estenuanti “trattative” in cui la proibizione eventuale o la sanzione sono presso che bandite in quanto “troppo costose” a livello emotivo.

Partiamo da alcune semplici considerazioni di ordine pratico :

1) Come prima menzionato “fare” il genitore non è assolutamente difficile, la nostra specie lo fa da migliaia di secoli .

2) La reale difficoltà E’ abbracciare il ruolo e quindi agirlo.

3) Chi educa agisce su una realtà interattiva. Essa quindi è in grado di rispondere con degli indicatori leggibili, in base ai quali il percorso educativo si equilibra in modo omeostatico. Per cui è sostanzialmente impossibile “sbagliare” a meno di non volere agire volutamente in modo dannoso.

4) l’unico vero danno, in un percorso sociopedagogico, che può verificarsi consiste nel “non agire” per timore di sbagliare.
Su questi elementari presupposti si costruiscono delle certezze operative che, pur nella duttilità degli eventi, sono e rappresentano, capisaldi sui quali agire.

Una agenzia primaria, come la famiglia, non può in nessun modo essere sostituita da nessuna altra istituzione. La Scuola rappresenta una realtà educativa e pedagogica che può agire in modo efficiente ed efficace la dove, la prima agenzia socializzatrice ha assolto il suo compito di strutturare modelli di comportamento adeguati e durevoli , attraverso un sistema valoriale e di credenze autoprodotto .

In caso contrario non può agire, o può farlo in modo limitato nel campo che è di pertinenza familiare . Percorso temporale cognitivo-comportamentista nella costruzione di codici di regole

Trattasi di un processo non esaustivo, ma statisticamente valido, che può essere di notevole aiuto nell’agire. Esso ci può aiutare a capire come comportarci , ma è basilare non aspettare “tempi più maturi” nella convinzione che, una maggiore età del bambino ci possa in qualche modo facilitare il compito di educare e comunicare in modo formativo.
Ogni età ha una sua sequenza evolutiva, un suo registro di adattamento mutevole e progressivo.

La tabella sotto riportata quindi, rappresenta un percorso temporale progressivo che evidenzia la radice di risposta comportamentale del bambino , del preadolescente e dell’adolescente, nel confronto con i processi costruttivi di regole sociali .

In corrispondenza con fasce di età crescenti, il paradigma di riferimento è quello relativo ad un modello “Stimolo-Risposta” semplice che, via, via si raffina e si concettualizza a livelli sempre più elevati sino alla definizione di un assetto etico-morale .

SCHEMA DI RIFERIMENTO

1) Non lo faccio per non essere sgridato
2) Non lo faccio per essere ricompensato
3) Non lo faccio per essere al centro dell’attenzione
4) Non lo faccio perché non va fatto
5) Non lo faccio perché è contrario ai miei principi
5) Non lo faccio perché indipendentemente dalle sanzioni è una cosa riprovevole

In base a questo schema S-R appare chiaro che, la lenta e progressiva costruzione di regole educative sono riconducibili sino dalla primissima infanzia, alla volontà dell’educatore (genitore o altro ) a volersi rappresentare come soggetto titolare dell’azione educativa.

La rappresentazione del ruolo di educatore o di genitore è la chiave di volta per la riuscita , o no della “missione” di formare (o collaborare a formare ) una personalità equilibrata con capacità adattive esenti da disagio sociale.

Ergo: _ non si può sbagliare
_ Le regole disciplinari sono strumenti che servono ( come le vitamine!) per la crescita armonica del soggetto.

_ Qualsiasi regola va ad agire su una realtà dinamica la quale necessità della regola parimenti a quanto necessita un fiume di un proprio alveo. La realtà sulla quale andiamo ad agire ci rimanda un segnale di risposta sul quale “aggiustiamo il tiro”.

_ Il rapporto con il proprio figlio/a si rafforza in modo proporzionale a quanto noi abbracciamo il ruolo di genitore.

_ qualsiasi azione comunicativa-educativa a livello pedagogico agisce “qui e ora” per cui le risposte a tale comunicazione sono presso che immediate.

Il genitore non è infallibile in senso assoluto , ma “non può sbagliare” se non volutamente o, paradossalmente, se non vuole agire .

Per cui è più corretto dire: l’errore educativo, da parte dell’educatore (genitore o altra figura), si pone in essere a condizione che…..quanto affermato prima si compia.

Se osservate in questa ottica, le problematiche inerenti i modelli educativi indirizzati all’infanzia, appaiono come sfrondate da quell’alone di ansia senza risoluzione che immobilizza, la capacità da parte del genitore di porre in essere l’educazione sociale e comportamentale del proprio figlio/a.

Il complesso di colpa che ingessa qualsiasi volontà di agire in senso risolutorio, viene annullato dalla volontà di appropriarsi del proprio ruolo e della propria soggettività che ci rende titolari dell’azione formativa.

Il proverbio che andrebbe quindi coniato per questi tempi è quello riportato prima in queste righe : “” Fare il genitore non è difficile , difficile è …volerlo fare!!”.

L. Benvenuti
Fonte:http://www.psychomedia.it

La crisi della famiglia

2 marzo 2009

lw4_wii_wideweb__470x3710In questo periodo sono in crisi tutte le istituzioni. Non solo le istituzioni dello Stato, ma anche quelle che i sociologi definiscono le istituzioni della socializzazione come ad esempio la famiglia e il mondo del lavoro.

Per quel che riguarda la struttura e le dimensioni della famiglia si sono registrati negli ultimi decenni dei cambiamenti radicali. Da una famiglia patriarcale patrilineare estesa si è passati ad una famiglia nucleare moderna(padre, madre, figli).

Se da un lato non è da rimpiangere l’autoritarismo dei padri e dei mariti di una volta, dall’altro va anche detto che i legami di sangue sono meno saldi di un tempo.

Ciò non avviene solo in Italia, ma in qualsiasi paese industrializzato la famiglia è in crisi e se riesce ad assolvere ancora oggi la sua funzione economica, altrettanto non si può dire della sua funzione formativa nei confronti dei figli, che attualmente viene delegata esclusivamente alla scuola. In questi ultimi anni la famiglia è meno coesa rispetto ad un tempo.

Questo non significa che la famiglia prima non era origine di conflitti e di contrasti insanabili. Ci si ricordi della “Lettera al padre” di Kafka, in cui descrive il proprio genitore come un despota. Le amicizie si possono scegliere, i propri consanguinei invece no. Ma mai come adesso la conflittualità era stata così elevata.

E’ probabile che ciò sia dovuto alla confusione di ruoli(padri che sono costretti a fare i mammi e quando i figli sono adolescenti a fare gli amici dei figli), che alla sovrapposizione dei ruoli(si pensi ad esempio alla donna impegnata sia come madre che come lavoratrice).

Come se non bastasse il mondo esterno è talmente competitivo e frustrante, che spesso i familiari non riescono a darsi reciprocamente un adeguato sostegno psicologico ed affettivo. Ogni coniuge sente già gravare su di se il peso dei propri problemi lavorativi, che spesso non riesce a farsi carico dei problemi lavorativi del partner.

In questo clima sono aumentati i divorzi, ma anche i secondi matrimoni e non di rado la situazione familiare si complica. Diviene un intreccio complesso di relazioni umane, che può talvolta sfociare nell’indifferenza reciproca. E’ difficile per un figlio accettare un altro padre o un’altra madre.

Gli antropologi del secolo scorso si erano illusi quando ritenevano che la nostra società fosse superiore a quelle cosiddette primitive anche per la nostra monogamia e che si potesse analizzare certe tribù da un punto di visto prettamente diacronico. Siamo monogamici parzialmente ed è il caso anche di dire formalmente.

In pratica al momento attuale le famiglie italiche hanno più problemi delle famiglie scaturite dalla poligamia. Anche il matrimonio è in crisi, eppure è necessario per la perpetuazione della specie e per l’esogamia. Per tutte queste ragioni in Italia stanno aumentando oltremodo i single. Nelle società contadine, dove vigeva la divisione del lavoro tra i sessi, lo scapolo o la zitella erano considerati negativamente da tutti, perché la moglie svolgeva delle funzioni domestiche ed era l’angelo del focolare ed i figli rappresentavano forza lavoro per i campi.

Oggi invece sempre più persone decidono di vivere da single per scelta e non perché rifiutati come un tempo dall’altro sesso. Non so se sia meglio non assumersi la responsabilità di formare una famiglia o creare una famiglia disastrosa e generare altre infelicità oltre alla propria.

Fonte: http://it.geocities.com

Rapporti affettivi: la grande sfida amare

13 febbraio 2009

Nella nostra vita abbiamo usato spesso la parola “amore”, in circostanze diverse, in situazioni diverse, ed era indirizzata a persone diverse: dalla propria madre, ai figli, al compagno…tutti rapporti diversi nei quali però abbiamo provato un forte sentimento di trasporto per ognuna di queste figure.

Capire la distinzione nei rapporti affettivi non è cosa facile è una vera e propria sfida perché? Sempre più spesso capita che le coppie scoppino, un giorno si sentivano felicemente innamorati, attratti, ed oggi si sentono costretti, infastiditi della stessa persona che l’incantava, cosa è successo?

Tutte le scelte umane, anche quella della coppia è una scelta relativamente libera. Di là dal desiderio, dell’innamoramento incidono un’infinità di condizionamenti. Attraverso questo seminario cerchiamo di imparare ad ampliare lo spazio ed il tempo della libertà di scelta personale, non siamo consapevoli di cosa ci succede, come se fossimo in balia dei sentimenti e delle emozioni.

Non sappiamo per esempio che il mondo degli affetti procede per fasi, per stadi,
ha un’evoluzione, dopo anni di convivenza non ci riconosciamo più nella vita affettiva che facciamo, eppure l’abbiamo costruita e siamo convinti d’averla scelta. Qual è la differenza tra:

Affetto e amore – innamoramento e amore – amore e coppia – coppia e matrimonio.
Quali sono le modalità, i vissuti, le fasi evolutive che attraversiamo e che ci permettono di dire ” per me amare significa …”

- Come avviene l’innamoramento e quanto somiglia, come modalità d’approccio all’altro, alla prima fase della nostra vita

- Il mondo maschile e quello femminile, il loro linguaggio, la costruzione del mondo
- Il passaggio dall’innamoramento all’amore, quando è possibile
- La formazione della coppia, cosa vuol dire essere una coppia
- La differenza tra coppia e matrimonio
- I tipi di comunicazione, imparare ad amarsi anche attraverso la comunicazione.
- Quanto tutto questo condiziona la nostra autostima

Fonte: http://www.matrice.it

Affetto autentico

10 febbraio 2009

Affetto autenticoQuando la persona amata vi delizia rispondete con affetto; un sorriso, un abbraccio, la mano che sfiora delicatamente la pelle nuda.

Ma, quando la persona amata vi delude, sapete ugualmente rispondere con affetto?

Sapete ugualmente allargare le braccia, abbracciare con tenerezza, dare conforto con le carezze, parlare amorevolmente?

Questo affetto e’ autentico.

Non dipende dal comportamento di altri.

Risiede dentro di voi, in ogni momento.

Sapete osservare l’altra persona nel momento peggiore e rispondere con amore a cio’ che vedete?

Sapete vedere il bambino, perduto e solo, nascosto dietro il comportamento spiacevole?

Sapete ascoltare le invocazioni di tenerezza?

dal “Tao della coppia

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