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Cervello e Cambiamento

9 giugno 2010

I cinesi lo chiamavano “Cuore Celeste”, l’antroposofia “l’organo dello Spirito”. Per le neuroscienze il cervello in azione è la mente. Definitivamente, per Joe Dispenza – che Scienza e Conoscenza ha intervistato a Milano a Novembre 2008, in occasione del suo seminario - il cervello è “l’organo del cambiamento” così come i polmoni, per esempio, sono l’organo della respirazione.

Scienza e Conoscenza: Quali sono state le scoperte e ricerche nel campo delle neuroscienze che hanno dato sostegno alla tua intuizione della mente che da forma alla realtà?

Joe Dispenza: Tutto quello che ci compone, il “tu” e il “me” – i nostri pensieri, i sogni, le nostre memorie, le speranze, i sentimenti, le nostre fantasie segrete, i nostri timori, le abilità, le nostre abitudini, i dolori e le gioie – è inciso nel reticolo di lavoro vivente dei 100 miliardi di cellule del cervello. Se imparate oggi anche un solo bit d’informazioni, le minuscole cellule cerebrali creeranno nuovi collegamenti tra di esse e chi sei “tu” ne sarà alterato. Questo “tu” come essere senziente è immerso e realmente esiste nel web elettrico e interattivo del tessuto cellulare del cervello. Il modo in cui le nostre cellule nervose sono specificamente organizzate da ciò che impariamo, che ricordiamo, da ciò che sperimentiamo e che prevediamo, da ciò che temiamo, così come da ciò che pensiamo di noi stessi, ci definisce individualmente ed è riflesso nei nostri collegamenti neurologici interni. Siamo costantemente un “work in progress” [un processo in elaborazione, ndr].

Il cervello è l’organo del cambiamento. C’è un concetto nelle neuroscienze denominato neuroplasticità, che dimostra che il cervello altera se stesso ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo. Inoltre cambia quando abbiamo una qualsiasi nuova esperienza. La nostra materia grigia – per funzionare al meglio nella vita – si riorganizza nel frattempo che scegliamo di modificare il nostro comportamento. In altre parole quando realmente cambiamo idea (change our mind in originale, ndr), il cervello cambia… e quando cambiamo il cervello, la mente cambia.

Ecco che cosa intendo. Secondo le neuroscienze, la mente è il cervello in azione. La mente è il cervello al lavoro. È il prodotto dell’attività del cervello quando è animato dalla vita. Ora con 100 miliardi di cellule nervose cablate insieme, diventa palese che possiamo produrre molti livelli diversi di mente. Per esempio, la mente che usiamo per fare il make-up è differente dallo stato mentale usato per guidare. Ugualmente, “mettiamo insieme” una mente diversa quando assumiamo il ruolo della vittima contrariamente a quando dimostriamo gioia. Tutto questo è così, perché abbastanza semplicemente possiamo indurre interi gruppi di cellule nervose ad attivarsi in modi molto diversi.

Non più di trenta o quaranta anni fa, c’era la credenza unanime nel campo delle neuroscienze che il cervello era hardwired, volendo significare che siamo nati con una determinata quantità di collegamenti neurologici e la finalità della vita era che ci saremo, crescendo, riorganizzati come i nostri genitori. Era una percezione accettata che questo organo fragile, denominato cervello, non potesse ottimizzare i relativi fissaggi (hardware). Ma con l’avvento delle ultime tecnologie nel campo del linguaggio figurato funzionale (brain scans) risulta palese che è possibile far lavorare diversamente il nostro cervello (process mind). Di fatto, alcune delle ricerche dell’università del Wisconsin hanno dimostrato che qualcosa di semplice come l’attenzione – o concentrazione focalizzata - sia un’abilità, come il golf o il tennis. In altre parole, più vi esercitate nell’essere coscienti o attenti, più facilmente lo sarete in seguito.

Ora proprio qui giace il paradosso. Se possiamo davvero cambiare il cervello e la mente, allora chi è che attua il cambiamento? Il cervello non può cambiare se stesso. E’ un organo come i reni e il fegato. Il cervello non è niente senza la vita. La mente non può cambiare il cervello perché è un prodotto del cervello stesso. Ricorda la mente è il cervello in azione. Chi allora sta attuando il cambiamento del cervello e della mente? La risposta è quella parola che è stata evitata dalla scienza con tutte le sue forze. É la coscienza che usa il cervello e il corpo per produrre molti e diversi livelli della mente. Ed è solo quando siamo davvero consci e consapevoli che possiamo fare cambiamenti visibili riguardo a chi siamo e a come possiamo pilotare le nostre vite.

In aggiunta, le scansioni cerebrali hanno chiaramente provato che possiamo cambiare il cervello semplicemente pensando diversamente. Nel caso di un’attività come quella di suonare il piano gli stessi circuiti saranno creati da chi fa fisicamente l’azione così come da coloro che semplicemente si eserciteranno a riportare mentalmente alla memoria scale e accordi. Messa giù semplice, quando siamo veramente attenti e focalizzati il cervello non conosce la differenza tra ciò che accade nell’occhio delle nostra mente e quello che invece prende forma nel mondo. […]

A causa della misura del lobo frontale nel cervello umano, possiamo rendere i pensieri più reali di qualsiasi altra cosa. Questo è il privilegio di essere degli umani. E quando viene richiesto, come negli innumerevoli esperimenti e test effettuati, un training o una performance mentale, il cervello a livello sinaptico, mostra a tutti gli effetti di aver avuto l’esperienza. E con una pratica consistente il cervello e il corpo saranno fisicamente mutati nella realtà fisica senza aver mai fatto l’esperienza fisica stessa. Abbiamo creato l’hardware neurologico da usare nell’esperienza futura che ci attende.

Applicando questa comprensione al modello quantistico che afferma che la nostra mente soggettiva ha un effetto sul mondo oggettivo (la coscienza crea la realtà), possiamo cominciare ad esplorare l’idea che se il nostro cervello e il corpo evidenziano cambiamenti fisici per assomigliare all’esperienza che è già accaduta, quale risultato dei nostri sforzi mentali e prima che la manifestazione fisica della coscienza sia accorsa, allora teoricamente sarà l’esperienza a trovarci!

Un cervello che funziona in modo coerente è qualcosa “di più” dei due lobi – destro e sinistro – che funzionano in modo equilibrato? Che cosa e in che modo “di più”?

il funzionamento degli emisferi destro(dx) e sinistro(sx) è stato ora ridefinito dalle neuroscienze. Una volta si diceva che la parte sinistra del cervello era quella logica, ragionante mentre quello destro era il cervello creativo, romantico, spaziale. In effetti proprio il cervello sx funziona secondo una serie di processori lineari d’informazioni, mentre il dx è come un processore parallelo, olistico. Recenti ricerche hanno dimostrato che la novità cognitiva appartiene al dx, mentre la routine cognitiva dipende dal sx, e questo è un bel modo di spiegare perché il cervello dx è “il grande creatore”. L’arte consiste nel mantenere equilibrati entrambi gli aspetti. Alcune persone tendono ad essere dei grandi ricercatori di novità ma poi non le memorizzano nella routine, mentre alcuni sono così rigidi nella loro routine che non imparano niente di nuovo. In un certo senso, questo crea una disparità nel cervello, ma quando parliamo di coerenza del cervello, che è una delle mie passioni, il riferimento è la misurazione elettroencefalografica delle onde cerebrali. Quando siamo sotto stress, arrabbiati, aggressivi, ansiosi, paurosi, quando soffriamo, emettiamo delle sostanze chimiche che disintegrano il sistema nervoso e anche il cervello, e quelle stesse sostanze fanno sì che il cervello diventi ossessivo. Siamo ossessionati dai nostri problemi e non riusciamo a smettere di pensarci.

Ebbene questi tipi di sostanze chimiche sono quelle che a breve termine permettono al leone di focalizzarsi sulla gazzella ferita e alla gazzella di focalizzarsi sul leone, e quel focus indiviso del corpo nell’ambiente in un certo determinato momento è la chimica che permette alla sopravvivenza di avere luogo. Gli esseri umani, però, trattengono questo stress attivo più a lungo del necessario, perché possono attivare la risposta allo stress non soltanto reagendo all’ambiente ma anche semplicemente pensando a qualcosa di stressante, preparandosi nei suoi confronti, aspettandolo. Continuiamo a prepararci per un evento che, di fatto, abbiamo già creato, inventato nella nostra mente e questa è chiamata ansia, disturbo da compulsione ossessiva, nevrosi, detta anche depressione. L’effetto a lungo termine di ciò provoca un cervello molto disintegrato e fa si che diventiamo eccessivamente analitici, e quindi, ossessionati.

Quando invece creiamo un’autentica coerenza cerebrale – e la ricerca negli USA dimostra che una persona quando inizia a rallentare il proprio cervello passando a uno stato meditativo, se lo fa correttamente e va oltre la sfera analitica, il suo focus diventa più aperto, più diffuso – consentiamo alla nostra mente di spostarsi dall’ossessione, diventando in un certo senso “privi di se” (selfless). Allora il cervello passa a quelli che sono chiamati modelli in sincronia di fase.

La chimica dello stress induce il cervello a rimanere in quello che è detto lo stato superiore delle onde Beta, uno stato super analitico, super precipitoso, super ansioso e la maggior parte delle persone vive in quella gamma di frequenza. In tale stato il cervello inizia a lavorare troppo velocemente e a precipitarsi nel tempo, valutando che cosa potrebbe succedere basandosi sul passato. Anticipa un evento futuro ma lo fa su queste basi e quindi continua a riciclarci in tale condizione discontinua. Ma quando ci permettiamo di arrenderci, di rilassarci e iniziamo ad addestrarci in modo corretto nella meditazione, a essere presenti, il cervello comincia a spostarsi in quei modelli alfa sincronizzati che sono molto ordinati. Tutte le onde si muovono insieme e la coerenza che ne deriva permette a parti diverse del cervello di iniziare a comunicare in modo corretto come se la sinfonia diventasse sempre più armonica, il ritmo del cervello più organizzato. Ora così come ci si esercita a suonare il piano o a giocare a tennis ci si può esercitare anche in questo, e più lo si fa, più diventa familiare. E’ l’ordine creato che è così splendido nei modelli in sincronia di fase. Quella coerenza, quell’integrazione del cervello, improvvisamente invia un segnale estremamente coerente a tutto il sistema nervoso che attraversandolo reintegra tutti gli altri sistemi: il digestivo, l’immunitario, il circolatorio…

Alcuni affermano che un pensiero è solo un pensiero, non significa che sia la realtà. Da un altro punto di vista i pensieri sono reali, come cose. Secondo la tua esperienza quale delle due affermazioni è più vera?

Io penso che la scienza stia cercando di ridefinire, specificare questa faccenda del pensiero e la parola che ora usa è co-scienza, giusto? E’ quella cosa che sebbene così immateriale, lascia degli effetti nella mente, nel cervello, nella mente corporea. I pensieri nel cervello sono cose reali, perché qualunque sia la loro provenienza, e qualsiasi siano le teorie sull’origine degli stessi, è necessario prendere atto che il pensiero ha degli effetti misurabili sul corpo; in altre parole quando avete un pensiero producete sostanze chimiche, il vostro cervello rilascia o mette in circolo una serie di molecole, e in pochi istanti vi sentite esattamente nel modo in cui state pensando. Se si tratta di pensieri d’insicurezza vi sentirete insicuri, ora nell’istante in cui cominciate a sentirvi insicuri, dato che il cervello è in costante comunicazione con il corpo, cominciate a pensare proprio come vi sentite e vi sentite nel modo in cui pensate. Ecco l’effetto che il pensiero produce sul corpo.

Qualcosa si può dire anche sullo stesso effetto a distanza. In tutto il mondo sono stati fatti 2500 studi sul potere della preghiera, o come il pensiero può aiutare una persona a star meglio in altro luogo; ma non basta semplicemente un pensiero. Se prendete un gruppo di persone e chiedete loro d’inviare un’intenzione a un filamento di DNA in provetta perché si srotoli, queste persone possono avere un’intenzione chiara e concisa ma questo non influisce sul DNA. Non c’è alcun potere nell’intenzione da sola. Lo stesso se prendete un altro gruppo di persone dicendo loro di spostarsi in uno stato d’animo elevato, di provare amore, gioia e poi irradiare questo campo al di fuori… Di nuovo nel DNA non succede niente. Quando, però, combinate l’intenzione con la sensazione di uno stato d’animo elevato oppure con la percezione indotta dalla visione dello srotolarsi di tale DNA, il 25% a quel punto si srotola.

Tu intendi, dunque, un pensiero intenzionale elevato? E i pensieri non intenzionali?

Sì, parlo di un pensiero intenzionale conscio, che è la carica elettrica del campo quantistico, mentre il sentimento, la sensazione è la carica magnetica. Il modo come pensiamo e sentiamo crea il campo elettromagnetico che circonda il nostro corpo. Che dire invece dei nostri pensieri non intenzionali? Sono anche chiamati pensieri inconsci e sono cablati così rigidamente nel cervello perché continuiamo in modo inconsapevole e ripetitivo ad attivarli e collegarli. Quei pensieri hanno degli effetti altrettanto drastici nel campo quantistico perché, che ci crediamo o no, sono più facili da elaborare nel cervello e nella mente, e la loro ridondanza è trainata dalle stesse sensazioni ad essi collegate….cosa voglio dire con questo?

Quello che intendo è che una persona può avere tutte le buone intenzioni del mondo, desiderare una vita grandiosa, ma siccome ha memorizzato la sofferenza per 20, 40 anni, questa sofferenza inconscia è ciò che continua a creare gli stessi ostacoli ripetitivamente nella vita. Quindi l’arte del cambiamento richiede una sorta di addestramento in quel sistema di memorie automatiche, riorganizzandolo in modo da dissolvere quei programmi subconsci che continuano a guidarla verso lo stesso destino. E tali programmi sono basati sui suoi pensieri e sentimenti inconsci.

Quindi, se intendo bene, è necessaria una deprogrammazione che ci faccia saltar fuori da pianificazioni cerebrali su cui ci siamo inconsciamente allenati per anni e anni?

Nel mio lavoro il primo stadio del cambiamento è sempre disimparare o deprogrammare per poi reinventare. Non potete seminare un giardino se prima non strappate vie le piante dell’anno precedente, zappando, spezzando le zolle e poi fertilizzando. E’ necessario prima “fare spazio”. Insegno a disimparare, deprogrammando. I primi sei passi del mio metodo riguardano proprio il disimparare, perché questa è la parte difficile. Una volta che avete disimparato waooo… avete una nuova visione del paesaggio, vedete un nuovo orizzonte.

Qual è la differenza, se c’è, tra l’essere in uno stato di autoipnosi, e permanere in una catena ripetitiva di pensieri?  Suggerisci del lavoro, dei corsi di ipnosi o di pnl?

Possono essere utili sì, ma soltanto quando si è andati al di là della mente analitica, l’ipnosi non funziona se non si è andati oltre il pensiero analitico.

Tu dici che i pensieri ripetitivi sono come una sorta di auto-dialogo ipnotico, nel senso che sono io stesso che parlo con me stesso giusto? È una specie di trance…

La deprogrammazione richiede di spostarsi un uno stato di trance perché c’è molto dietro a quel pensiero analitico, a quella mente analitica, e lì che c’è tutta la “spazzatura” quindi l’unico modo per andare oltre questa sorta di barriera è quello di trasformare le onde cerebrali in quello stato sincronico di fase Alfa, ovvero uno stato molto vicino al sonno, anzi potete addormentarvi, senza neanche pensarci, il corpo scivola nel sonno…

Conosci il metodo di Vianna Stibal, il theta healing, in che modo, secondo le tue conoscenze, la sua efficacia si avvale delle onde cerebrali?

Sì, ne ho sentito parlare… Quando abbiamo dei programmi inconsci più volte ripetuti, essi prendono sede nel cervello subconscio. Quello che sto cercando di dire in realtà è che il corpo ha memorizzato quel comportamento e quella reazione emozionale meglio della mente conscia e quando il corpo sa meglio della mente è il corpo stesso che la dirige. A questo punto quindi noi sottostiamo agli effetti derivanti dal corpo che controlla il cervello, il nostro sentirci, il nostro feeling, controlla la sfera del pensiero e non viceversa. Il 90% di chi siamo entro l’età di 35anni si trova nei programmi subconsci.

Così una persona vuole cambiare e dice: «Bè, certo mi piacerebbe far questo, essere così, vorrei essere felice…». Di fatto, però, è il corpo che sta dirigendo tutto quanto, perché ha memorizzato la sofferenza, giusto? Per rimanere in questo esempio, quindi si tratta di entrare nel sistema operativo ed effettuare il cambiamento. E cosa vuol dire questo? Non si può comunque farlo con la mente conscia, innanzitutto perché la mente conscia rappresenta il 10% della mente e, in secondo luogo, quando il programma è in funzione non potete fermarlo con la mente conscia, sarebbe come se il vostro computer impazzisse e voi cominciaste a urlargli. Non avrebbe nessun effetto, dovete entrare nel sistema operativo.

Quando ci spostiamo dallo stato Beta allo stato Alfa passiamo semplicemente dalla mente conscia alla mente subconscia, oltrepassiamo quindi il muro della mente analitica, questo è un gran bel stato dell’essere perché è lì che l’integrazione ha luogo. Ora se permettiamo a noi stessi di continuare a rilassarci… Ora, ascolta bene le parole che uso, permettiamo al corpo di incominciare a tormentarsi ma mantenendo la mente cosciente sveglia. Adesso ci troviamo veramente su un terreno molto fertile, per questa ragione: se il corpo è diventato la mente, e se quindi il servo è diventato il padrone, sta guidando, dirigendo la mente. Se lasciamo che il corpo si addormenti e manteniamo sveglia la mente conscia, non saresti d’accordo nel dire che non ci sarebbe più nessun corpo-mente che oppone resistenza al cambiamento?

Abbiamo appena tolto il controllo a quella “cosa” che aveva memorizzato queste tendenze, queste caratteristiche, questi tratti, quindi il corpo non sta più opponendo resistenza perché è addormentato ed è questo il punto in cui può accadere nel corpo un cambiamento istantaneo perché se possiamo avere il pensiero come esperienza in questo stato, il corpo si riorganizzerà non soltanto come architettura neurologica ma comincia automaticamente a cambiare, quindi quella zona crepuscolare è molto sottile, molto ristretta, se la mancate ritornerete a dormire in un sonno profondo.

Allora l’arte di essere capaci di scivolare in quella porta, in quella zona, richiede molto tempo trascorso a imparare gli stadi dello spostamento attraverso queste fasi, prestando attenzione a come ci si sposta. I trascendentalisti negli Stati Uniti come Whitman e altri lo sapevano. Si sedevano su una sedia con delle sfere di acciaio in mano e si concedevano di entrare nello stato Alfa. Quando si spostavano nello stato Theta il corpo si addormentava e quindi la sfera cadeva, e loro si addestravano a rimanere svegli mentre il corpo si addormentava. Una volta che riuscite a far questo siete in una zona in cui non siete più un corpo, il corpo non c’è più e in quello stato siete completamente sgombri, liberi, potete fare delle cose straordinarie e il corpo risponderà spontaneamente. Gli stati profondi nei soggetti ipnotizzabili, sonnambuli, gli stati profondi dei soggetti che rispondono effettivamente all’ipnosi, questi soggetti hanno una zona Theta estremamente definita, sono molto programmabili in quello stato e questo è il motivo per cui manifestano dei cambiamenti immediati e in breve tempo.

Quindi lo spazio Theta è proprio subito prima di addormentarsi oppure subito prima di svegliarsi alla mattina…

Si scivola nello stato Theta in diversi momenti. Quando si hanno dei sogni lucidi oppure ci si può sentir russare o cose del genere. Allora la nostra coscienza è, per così dire, separata dalla densità del corpo. Ciò che rende facile perdere questo stato, mancarlo, sta nel fatto che il cortisolo e l’adrenalina, derivati dello stress, disintegrando il sistema nervoso, richiudendo quel piccolo intervallo theta. Infatti è lo stato Alfa che è cambiato, quindi il cervello non è più sincronizzato e dallo stato beta passa direttamente e molto velocemente nel delta, ma non rimane molto a lungo in questo stato delta perché il ciclo del riposo, e quindi della rigenerazione, non permette mai alla persona di scendere profondamente in quello stato delta per un autentico cambiamento. Gli schemi del sonno diventano disorientati, la chimica del cervello cambia, i livelli di serotonina e melatonina mutano e questa persona non riesce a dormire, a ristorarsi e se non riesce a ristorarsi non può essere in salute.

Ecco perché quando si fanno dei pisolini (parasonnellini) quando ci si siede e in 20 minuti ci si addormenta e ci si risveglia, poi ci sentiamo fantastici, ci sentiamo benissimo. In questi sonnellini si passa semplicemente da beta a alfa e poi a theta senza mai entrare veramente nel delta profondo oppure si entra nello stato delta profondo ma si risale immediatamente, ritornando attraverso tutti quegli stati perché magari non eravamo neanche sdraiati ma quasi seduti, in un modo in cui l’effetto cascata chimica del cervello alimenta i cambiamenti. Anche lavando i piatti, svolgendo attività quotidiane a volte, succede che il cervello inizia a spostarsi nello stato di trance alfa in sincronia di fase e se ci esercitiamo sempre di più con tale stato, Theta avviene man mano sempre più accessibile per noi.

Quando sei guarito, chi è stato il guaritore, tu o quell’ordine o intelligenza superiore – di cui parli nel tuo libro – oppure, per dirla alla rovescia, pensi di essere tu quell’ordine o intelligenza elevata?

(Ridendo) no, no io non lo sono… siamo tutti connessi a quell’ordine o intelligenza superiore, ma gli stati emozionali e le caratteristiche abituali che noi memorizziamo in quanto identità, in quanto ego, sono ciò che ci separa da quel flusso d’intelligenza, che di fatto ci attraversa. Man mano che iniziamo a toglierci le maschere emozionali ecco che tale intelligenza comincia a trapelare e a fluire attraverso di noi, e noi diventiamo più simili ad essa, più amorevoli, più gioiosi, più ricchi d’ispirazione, più creativi… Questi sono gli effetti collaterali. L’ho imparato nella mia guarigione personale poiché ho voluto andare incontro a tale ordine supremo, “creare spazio” per esso.

Mi ero rotto la schiena, potevo soltanto sedermi – al massimo guardare la televisione – e porre attenzione al modo in cui pensavo. E se credete che questa intelligenza-ordine sia reale, siete più avanti della maggior parte delle persone, dato che è invisibile, non la si può sperimentare con i sensi, quindi tendiamo a dimenticarcene. Io, però, avevo una preparazione specifica nel campo della salute e quindi sapevo che c’è qualcosa che dà la vita ed è risanante. Sapevo che potevo incontrarla, e che rabbia e paura sarebbero state d’impedimento a quell’arrendermi, abbandonarmi affinché fosse lei a compiere la guarigione. E’ a quel punto che ho notato dei cambiamenti nel mio corpo e ho cominciato a dire waooo oggi mi sento meglio… Adesso so che è stato quel potere, quell’intelligenza all’interno di ogni essere umano, ma dobbiamo andarle incontro.

La nostra volontà deve combaciare con la sua, la nostra mente con la sua mente e il nostro amore per la vita deve combaciare con il suo amore per la vita, e quando ci sforziamo di contattarla, riusciamo a eliminare i blocchi che ci impediscono di raggiungere quello stato elevato. Le situazioni che creiamo nella nostra vita fisicamente, emotivamente e mentalmente riguardano tutte l’essere in grado di imparare qualcosa e porci nuove domande. Se vi alzate alla mattina, odiando la giornata che vi viene incontro, convincendovi che niente va bene, colmi d’ingratitudine, ecco che creerete le circostanze adatte a sentire esattamente quella sensazione d’infelicità, ancora e ancora…

Nel tuo approccio sembra che l’essere e la personalità coincidano. E’ così?

L’essere e la personalità abitualmente coincidono… sebbene la mia esperienza mi dica che l’essere è semplicemente “l’io sono” e non io sono sicuro o insicuro, buono o cattivo… Lo stato ultimo, supremo della persona è “l’io sono”, ma di solito l’essere viene sempre congiunto a qualcosa ad esempio, io sono nella sofferenza e questo è uno stato d’essere, l’io sono è definito come sofferente, insicuro, degno, indegno… Tuttavia nello stato supremo, ultimo dell’io sono, non c’è niente di congiunto ed è proprio lì che vogliamo arrivare, che stiamo cercando di arrivare.

Dunque, se alla fine non siamo la mente, la personalità – e non lo siamo?!?!? (Dispenza annuisce…) – perché allora tutto questo darsi da fare per cambiarla?
(risata piena) Di nuovo ripeto, la mente è nel contesto, il cervello all’opera. L’enfasi sul cambiamento del cervello, della mente si focalizza sull’effetto. Il cambiamento è l’effetto. Quindi cambiare la mente è l’inizio e ciò che avvia un diverso funzionamento del cervello. Quando parliamo del cervello che si attiva secondo le stesse sequenze-combinazioni, è perché la persona pensa sempre gli stessi pensieri, potremmo dire che ha una mente molto finita e quindi crea letteralmente come un box nel cervello, non riesce a far sì che lavori secondo modelli diversi, non ha i circuiti per farlo. Pensare al di fuori del box invece vuol dire creare una nuova mente, far sì che il cervello lavori e funzioni secondo nuove sequenze e l’ingrediente grezzo che consente di farlo più facilmente è l’informazione.

La ripetizione di quel processo, il rivisitare le stesse informazioni più volte e l’applicazione di ciò allestisce nuove esperienze, rinforza la nuova mente e quindi insegna al corpo quello che la mente ha compreso intellettualmente e la persona passa a un nuovo stato d’essere. Questo è necessario….e siccome il cervello è così plastico, acquoso, liquido, così modificabile ecco l’evidenza, la prova stessa del fatto che possiamo cambiare…poiché accade per tutta la vita, anche quando abbiamo 70-80-90 anni…..

Sembra che dobbiamo darci da fare per creare un nuovo processo di pensiero mentre potrebbe apparire più saggio creare quel terreno dove il pensiero sfuma, scompare…

Questa è una grande idea….Il tipo di pensiero che abbiamo in modo routinario, ogni singolo giorno, risponde all’ambiente ed è molto, molto mondano, questo tipo di pensiero è basato chimicamente e neurologicamente su uno schema, un modello molto reattivo che è connesso alla nostra mente analitica. Giudichiamo, valutiamo il bene, il male, il giusto, lo sbagliato quello che ci fa sentir bene, quello che ci fa sentir male, che ci fa sentire a nostro agio ecc…. e lo facciamo in modo inconscio. Questo accade automaticamente, è così associativo che se non mi piaci, mi viene voglia di alzarmi e di andarmene. Agisco quel sentire ancora prima di avere il pensiero conscio, mentre se mi piaci, la maggioranza delle volte, mi avvicinerò a te, siccome mi fa sentir bene, mi fa star bene non penserò nemmeno al perché lo faccio, semplicemente so che mi fa star bene starti vicino, quindi diventa automatico… Quel tipo di pensiero è il modo edonistico basato su dolore e piacere in cui le persone rimangono intrappolate, e quindi sono impedite nel cambiamento. Quel tipo di pensiero li mantiene schiave della mente, in altre parole non riescono a pensare “più in grande” e oltre il loro ambiente.

Il tipo di pensiero di cui sto parlando, quando dico di pensare diversamente, non è guidato dalla chimica della sopravvivenza o dallo stress – che fa sì che il nostro pensiero abbia una frequenza bassa – sto parlando di progettare una nuova idea, progettare un nuovo destino, ripensare se stessi ed il fatto che dobbiamo iniziare a pensare in modi diversi per poter arrivare a quel destino. Ora nel processo creativo c’è un momento in cui “dimentichiamo” letteralmente i noi stessi di sempre, abbandoniamo i centri associativi del cervello, abbandoniamo tutti quei circuiti che si raffreddano nei termini di ciò che conosciamo… Quel momento di assenza di pensiero analitico è il momento della creazione. E’ un processo difficile da spiegare. Salire su una bicicletta e pedalare, lo facciamo sempre, anche quando siamo in macchina e guidiamo, guardando fuori dal finestrino. Azioni che facciamo continuamente, e quando le facciamo continuiamo a pensare alle cose che conosciamo già… E se potessimo utilizzare questo stesso fenomeno di contemplazione per iniziare a pensare… cioè invece di pensare a esiti futuri o al passato, spostarci piuttosto in uno stato d’animo elevato e innamorarci di quell’idea, dimenticandoci dei soliti noi stessi, non pensando più a niente, arrendendoci, quello sarebbe lo stato ultimo, quell’istante in cui abbandoni il piccolo sé è l’istante in cui ti sposti in quella “mente più grande”, ecco la risposta…..un buon luogo in cui finire, vero?

Brevemente, qual è il tuo modo di vivere: “Io sono nelle mani della vita” o “la vita è nelle mie mani”?

Penso che sia una delicata danza tra le due cose, penso che il predeterminato e la casualità siano una danza. E’ il nostro essere in un processo di creatori divini che ci consente di lasciare i dettagli a quella mente più grande, vivendo come se le nostre preghiere fossero già soddisfatte. Vivete così, lasciando che la causalità della mente più grande organizzi gli eventi in un modo che a noi non verrebbe mai in mente, così da poter rimanere sorpresi e innamoraci della vita, e quella gioia che sentiamo ci ispiri a rifarlo di nuovo.

Leggendo il tuo libro sembra che la mente sia un prodotto del cervello. Di fatto molti dei protagonisti delle nuove scienze affermano il contrario, non ultimo Sheldrake…. Puoi spiegare il tuo punto di vista?

Il mio è un libro di neuroscienze, nel cui campo la mente è: il cervello al lavoro. Ho preso quella definizione e l’ho mantenuta perché voglio introdurre l’idea – la definizione – che il concetto di mente che c’è nel libro è lo stesso che usiamo per coscienza. Quando ci si riferisce al buddismo, al modello di Sheldrake, la loro definizione di mente è intercambiabile con la mia definizione di coscienza. Quindi nel buddismo tradizionale o nelle antiche scuole molte persone usano la parola mente laddove io uso la parola coscienza. L’espressione neuro scientifica per cambiare la mente è: “evolvi il tuo cervello”… Ho fatto una scelta molto precisa nel definire la mente come il cervello in azione, secondo il modello neuroscientifico.

In un’altra intervista hai detto che non occorre essere un monaco Buddista per evolvere il cervello, chiunque può praticare l’osservazione, giusto?

Nelle neuroscienze questa definizione - l’osservazione dei nostri pensieri – l’osservazione delle nostre azioni, sentimenti, sensazioni – è chiamata Metacognizione. È questo il privilegio dell’essere umani, dato che noi possiamo farlo. Tra tutte le varie specie che esistono noi siamo quelli che possiamo farlo, abbiamo questo privilegio ed è proprio perché possiamo osservare i nostri pensieri, azioni e feelings, questo ci permettere di programmare diverse scelte in un’unica vita invece di una serie di esposizioni nelle generazioni successive.

La vita è un gran bel paradosso!

Intervista con:
Joe Dispenza, di origini italo-americane (nei sui seminari racconta della nonna sicula), ha conseguito il diploma di chiropratico alla Life University di Atlanta, Georgia (USA). Dopo il training universitario in biochimica, la pratica e gli studi successivi alla laurea si sono svolti nei campi della neurologia, neurofisiologia, e della funzionalità cerebrale. All’età di ventitre anni, durante una gara di triathlon, un’auto lo investì provocandogli fratture vertebrali multiple. Diversi medici dissero che la sua unica speranza di ricominciare a camminare stava nella fusione di alcune vertebre, in un’operazione che l’avrebbe lasciato con una vita di sofferenza e di mobilità limitata. Dispenza rifiutò e oltre a seguire un accurato programma terapeutico, egli letteralmente si servì del pensiero per aprirsi la strada verso la guarigione. Tre mesi più tardi, era in grado di camminare e di agire come prima dell’incidente.

di A cura di Elsa Nityama Masetti

Fonte: http://www.scienzaeconoscenza.it

l’arte di comunicare

12 marzo 2010

L’arte di comunicare così nuova e così antica. Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana. Communicare necesse est È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse.

Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).

L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.

Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol dire “mettere in comune, condividere, rendere partecipe”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane.

Ciò che conta non è il latinorum, ma il fatto che la comunicazione è essenziale alla vita, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire “comunicare”.

Il nuovo e l’antico: che cosa non cambia?

Aldous Huxley diceva: «Che gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è una delle più importanti lezioni della storia». In questo caso, non si tratta solo della storia, ma anche della preistoria.

Lo studio serio dell’antropologia è uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del DNA. Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture “primitive” strutture sociali, e capacità di comunicazione, molto più ricche di ciò che sembra nella visione convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato solo di clava che trascina per i capelli una povera donna assoggettata.

Poiché ciò che in uno scavo archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che prevalga la definizione homo faber . E saper fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato da una generazione all’altra. Cioè una cultura.

Come siamo “da sempre”

Questa non è una risorsa esclusiva dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa definire “umano”.

Ovviamente la parola, cioè la lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata, per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi, ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di comunicazione scritta, anche se non “testuale”. Oggetti non solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto estetico.

Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica (ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna, in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti, accessori o colori che sono contemporaneamente espressioni estetiche e codici di identità o di appartenenza).

C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi. Ma non cambiavano a ogni stagione.

Per tutte queste cose non possiamo indicare una “data di nascita”, una fase che ne segni l’inizio. Sono, semplicemente, antiche quanto l’umanità.

Possono esistere cultura, comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli, usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica, di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara, definizione “arti e mestieri”.

Capire le radici

Abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di continuo cambiamento. In parte, è vero. Ma non tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra) “innovazione” è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in cui stiamo ricadendo.

Se dovessimo cercare di capire la turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso, sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote origini dell’evoluzione.

La vita è comunicazione

L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che la vita è comunicazione. Un essere vivente non è un “oggetto materiale”, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato.

La vita, se non comunica, non esiste. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa) domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua “ragione di essere”.

L’evoluzione ha portato molte specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza. Continua a crescere, con conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa). Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della comunicazione nelle società e civiltà umane.

Communicare humanum

La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un “istinto”, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento.

Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere. Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.

Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara idea di dove si sta andando e perché, insieme all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.

È sempre stato così fin dalle origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di là del suo apparente limite. Navigare necesse est, nelle acque non sempre tranquille della conoscenza. Anche se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalla sue ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il “nuovo” non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di “antico”.

Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi fondamentali del nostro esistere e pensare. Senza mai dimenticare i valori di continuità, credo che sia importante capire come alcuni cambiamenti abbiano avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’ riassuntiva, ne possiamo elencare sei.

La scrittura – cinquemila anni fa

Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e linguaggio, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta“ ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.

Possiamo chiamarla “la nascita della storia”. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i Sumeri, gli Egizi o i Fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un cambiamento fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.

Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.

La stampa – cinquecento anni fa

La stampa non è nata con Johannes Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).

Ma è vero che c’è stato un profondo cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo per produrre più libri e in un maggior numero di copie.

Lo sviluppo dell’umanesimo aveva bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).

Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di “fare libri”. Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera.

Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.

La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente.

Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di «un’orribile massa di libri che cresce incessantemente».

Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).

Con le tecnologie molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse come ai tempi di Aldo Manuzio.

“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’Ottocento). Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi.

Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”.

Del ruolo della stampa, e in generale della parola scritta, nella situazione di oggi parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà nel prossimo numero.

La “rivoluzione copernicana” – quando?

Non è vero che un concetto eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il sopravvento in tutto il Medioevo.

È vero, invece, che il tema divenne di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia. Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la millenaria presunzione umana di essere in una posizione privilegiata.

Non è certo l’unico, fra gli sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente “tolemaiche” – non solo in senso astronomico.

Questo è un processo ancora “in divenire”. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a capire che l’intero sistema solare è una minuscola particella di un sistema smisuratamente più esteso, con miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione acquisita, poche generazioni non bastano per capirla.

Non si tratta di “sentirci piccoli”. L’impegno è molto più profondo: è il “sapere di non sapere”. Chi pensa di aver capito il senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in discussione le teorie che finora siamo stati capaci di elaborare.

Possiamo trovare, anche a questo proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture. Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza, insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una situazione in cui “il sapere” possa essere il privilegio di pochi.

La perdita di certezze apparenti, di percezioni abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la curiosità della conoscenza può essere molto più forte.

La “rivoluzione del conoscere” è cominciata da poco ed è ancora agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande evoluzione culturale nella storia dell’umanità. Se le generazioni future saranno o no più sapiens di tutte quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.

La libertà di stampa – da duecento anni

Può sembrare che questo non sia un cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico modo. Saranno gli storici di secoli futuri a capire se l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.

Il concetto di libertà aveva scarso spazio per potersi affermare nelle culture umane delle origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e culturale) della nostra specie è una inscindibile mescolanza di individuale e sociale, ma non è mai stato facile conciliare i diritti personali con le esigenze collettive.

Non siamo api, né formiche. Ma non possiamo neppure essere del tutto homo homini lupus. Una complessa interazione di individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace equilibrio fra le due “necessità”.

Quando è nato il concetto di libertà di stampa, cioè il diritto di esprimere liberamente e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie opinioni, di comunicare informazioni “a tutti” anziché a pochi privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in una parte del mondo.

La ricerca della libertà c’era anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto il “sapere” fosse considerato “empio” e pericoloso.

Benché ci siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia, la struttura del potere è sempre stata concentrata in due modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e tante altre).

Il terzo, ovviamente, è il denaro – ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del potere economico con il potere politico e con il controllo della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di oggi.

La libertà di stampa fu definita come diritto, per la prima volta nella storia, dal bill of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi, gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo Statuto Albertino del 1848 e poi dalla Costituzione del Regno nel 1861.

(Nella storia del Risorgimento non è sempre rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a censura in altre parti d’Italia).

E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo articolo.

La “contemporaneità” – da “non molto”

Sono sempre esistite forme di comunicazione “a distanza e in tempo reale”. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali.

Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie. Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.

Le “date di nascita” sono più di una. Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il “telegrafo senza fili“ dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.

C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare.

Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel modo le onde hertziane.

Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema oggi imperversante.
Perché i telegrammi personali, trasmessi “senza fili”,
potevano essere più facilmente intercettati.

Ma era inevitabile che dal “telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione (quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si sviluppò così, nel ventesimo secolo, il broadcasting – cioè la radio e la televisione.

Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).

La televisione esisteva dal 1936 (a livello sperimentale dal 1925) ma fu sviluppata in modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel 1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo articolo.

È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare “quasi” subito, “quasi” con tutti e “quasi” dovunque. (Ma, ancora oggi, nei “quasi’ si nascondono vaste aree di privazione – e non poche distonie di funzionamento).

Il fatto è che, per quanto “normale” ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene come orientarci in questa situazione.

La “globalità” – “lavori in corso”

Il mare di chiacchiere sulla “globalità” o “globalizzazione” è assordante. Quanto inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo.

Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile, tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o della microcultura, sperando di poter restare isolati quando ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare e crudeli quanto impreviste.

Non abbiamo altra scelta che imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è giusto avere paura.

Una cosa che, pur avendo cercato di studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di anni fa, a essere così profondamente collegate culture fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno, di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi, a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile.

I motivi, probabilmente, sono due. Il desiderio di conoscere – e perciò di comunicare – che (almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche culturali, che nella diaspora originaria della specie sono state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia.

Insomma la “globalità” non è nuova. Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze.

Anche questo è uno sviluppo troppo “nuovo” per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è altra strada che un miglioramento della conoscenza. È disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato.

Essere meglio informati, e soprattutto capire di più, è impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento, diventino strumenti per migliorare un habitat che non possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte della nostra esperienza quotidiana.

È un’evoluzione “accelerata”?

Un gioco noto, e forse un po’ banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le origini della specie umana risalgono a circa un milione di anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve.

Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a 40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata, troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La scienza “moderna”, cioè il predominio del metodo sperimentale, nell’ultimo quarto d’ora.

Il metodo di Gutenberg per la stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51. Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti dopo. Il telegrafo nasce sei minuti prima della mezzanotte. Il telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4 minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti secondi da quando la rete è diventata diffusamente accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la sua ossessiva diffusione da dieci secondi.

La sindrome della gatta frettolosa

Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.

Ernest Hemingway definiva la fretta come «quella esaltante perversione di vita, la necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne occorre». È vero che talvolta è necessario. E, se ci si riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta senza motivo è pericolosamente stupida.

Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza e competenza.

La fretta non è velocità, spesso è il contrario. E le scelte affrettate possono provocare conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi, generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.

Hic sunt leones

C’era saggezza in quegli antichi cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le profondità della terra e le remote distanze dello spazio, eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci danno la falsa sensazione di “sapere tutto”.

Dalla mappa di una città, spesso male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano di “dare per certe” conoscenze che l’astrofisica continua a mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.

Nossignori, quella che propongo non è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse (non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza»).

Se le ricerche sulle “capacità cognitive” continuano a confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza, fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel “grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo scoprire.

Per capire il nuovo, riscoprire l’antico

Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere “padroni” di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa.

Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro . Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.

Ci sono più somiglianze che differenze fra il frastornato homo cosiddetto sapiens nell’era dell’elettronica e quei remoti progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un po’ meglio.

Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire.

Fonte: www.Gandalf.it

I rapporti di coppia

19 novembre 2009

i rapporti di coppiaUno dei problemi delle coppie in crisi è la ferma convinzione che le cose non possano migliorare. Questa convinzione porta con sé una sensazione di impotenza e impedisce di mettere in atto delle strategie di cambiamento volte a ritrovare il benessere nella coppia. E’ stato invece osservato che basta che uno solo dei due cominci ad effettuare qualche cambiamento in meglio perché il rapporto ne tragga giovamento; inoltre, il cambiamento di uno dei due partner provoca dei cambiamenti anche nell’altro.

Certo non è facile iniziare il cambiamento. Quello che può succedere quando si prende in considerazione l’idea di cambiare è che ci troviamo di fronte ad atteggiamenti mentali o opinioni radicate che indeboliscono la motivazione. Raramente queste opinioni risultano valide. Vediamo, quindi, quali sono le più frequenti e quale può essere il modo per affrontarle:

* “Il mio partner è incapace di cambiare”. Questa asserzione è praticamente sempre sbagliata. Non esistono persone incapaci di cambiare. Il nostro sistema nervoso centrale è organizzato in maniera tale da spingerci all’apprendimento di modi di vedere e strategie sempre nuovi e migliori. I nuovi schemi di pensiero o modelli di comportamento che aumentano il piacere e diminuiscono la sofferenza sono destinati a soppiantare quelli vecchi. Quindi, se nell’ambito del rapporto di coppia si riescono a sperimentare modi di vedersi e di comportarsi più soddisfacenti dei precedenti, ci ritroveremo quasi automaticamente ad utilizzare queste nuove modalità che ci arrecano maggior piacere.

* “Non c’è nulla che possa modificare il nostro rapporto”. Questa è un’affermazione forte e, come tutte le affermazioni che contengono termini tipo ‘tutto’ o ‘nulla’ va verificata. Cominciamo con il mettere a fuoco quali sono i problemi specifici del nostro rapporto. Creiamo un elenco di questi problemi ponendoli in ordine di difficoltà crescente. Cominciamo quindi da quello che ci sembra più facile da affrontare, sforziamoci consapevolmente di applicare delle strategie mirate alla risoluzione del problema e osserviamo i risultati. Di solito se si è motivati e si comincia con un problema di facile soluzione i risultati sono positivi. E questo può indurre un pizzico di ottimismo in noi e nel nostro partner, motivarci ad andare avanti e affrontare problemi sempre più complessi.

* “Le cose non faranno che peggiorare”. Il timore di essere nuovamente feriti, può renderci pessimisti e riluttanti a coinvolgerci di nuovo nella relazione (“Se le mie speranze si ridestassero, finirei con il soffrire ancora”, ” Meglio non aspettarsi più niente”). Questo atteggiamento di ritiro è senz’altro comprensibile, ma non è indispensabile. Esistono sempre delle ragioni per cui vale la pena di lasciarsi nuovamente coinvolgere. Anche solo per un momento, allontaniamo da noi la cappa di pessimismo e di timore e volgiamo l’attenzione a queste ragioni: cerchiamo di prestare attenzione agli aspetti positivi del nostro rapporto. Ci renderemo conto che sono più di quanto immaginiamo, anche se col tempo abbiamo finito col darli per scontati e non notarli più.

* “Se abbiamo bisogno di occuparci del nostro rapporto c’è qualcosa che non va”. Innamorarsi è facile, ma per sviluppare e consolidare un rapporto occorrono riflessione e impegno. Due partner iniziano la vita in comune con modi di vivere, abitudini e atteggiamenti che possono essere molto diversi. E’ necessario impegnarsi per sviluppare capacità di adattamento reciproco, per imparare a comporre le divergenze e trovare l’armonia nel rapporto.

* “Ormai il danno è troppo grande”. Questa affermazione va valutata realisticamente. Fino a quando non avremo tentato qualche rimedio essenziale, non possiamo avere la certezza che il nostro rapporto sia arrivato ad un punto di rottura irreparabile.

Una volta riconosciute e affrontate queste opinioni disfattiste vediamo cosa possiamo concretamente fare per migliorare il nostro rapporto di coppia:

- Consideriamo gli aspetti piacevoli del rapporto. Quando una coppia attraversa un periodo difficile entrambi i partner sembrano provare una sorta di ‘amnesia’ rispetto a ciò che ciascuno ama nell’altro. I pregiudizi negativi ci possono impedire di vedere ciò che nella coppia sta funzionando bene e ciò che apprezziamo nel partner.
Mark Kane Goldstein, psicologo dell’Università della Forida ha ideato un metodo semplice ma molto efficace per aiutare le coppie in crisi a concentrarsi di nuovo sugli aspetti positivi del rapporto. Chiede ad entrambi i coniugi di registrare graficamente, su una carta millimetrata, tutte le azioni piacevoli del partner, attribuendo loro un punteggio da 1 a 10 a seconda della soddisfazione che hanno provocato.
Goldstein ha notato un miglioramento del rapporto nel 70% delle coppie che avevamo usato tale metodo. Un altro metodo consiste nell’invitare entrambi i partner (o anche uno solo dei due) ad attaccare degli adesivi in posti non visibili degli abiti dell’altro e staccarne uno ogni volta che il partner fa un gesto cortese nei propri confronti. Di solito alla fine della giornata sono stati staccati tutti…

- Cerchiamo di intuire i bisogni reciproci e di soddisfarli. E’ incredibile quanto un rapporto possa migliorare con questo accorgimento. Si instaura una sorta di circolo “virtuoso”, per cui il partner che nota il comportamento dell’altro volto a dargli piacere a sua volta si sente più bendisposto nei suoi confronti e si sforza di intuire e fare ciò che può dargli piacere o sollievo.

- Forniamo informazioni precise per guidare la condotta dell’altro. Cerchiamo di far capire al nostro partner cosa desideriamo quando usiamo termini astratti quali gentilezza, comprensione, amore etc.
Se gli forniamo informazioni più precise possiamo guidare la sua condotta. Tali informazioni vanno fornite nel modo più franco e diretto, senza sarcasmi, accuse o insinuazioni. Può darsi che per ‘gentilezza‘ intendiamo che si offra di fare delle telefonate per noi, ma non è detto che il partner debba per forza saperlo. Non dimentichiamo, infine, di ‘ricompensare’ in qualche modo ogni comportamento corretto dell’altro (con un cenno di apprezzamento, o un bacio, ad es.); in questo modo aumenteremo la probabilità che tale comportamento si ripeta.

- Manifestiamo affetto, sollecitudine, calore. Non diamo niente per scontato. Facciamo sentire al pater che ciò che facciamo per lui non è un “dovere”, bensì è frutto dell’impegno e del sentimento.

- Accettiamo il nostro partner. Il che non significa diventare “ciechi” rispetto ai difetti dell’altro, quanto pensare che si può lavorare insieme per migliorare. L’ergersi a giudice del nostro compagno non ha altro effetto che farlo mettere sulla difensiva, rendergli difficile il lasciarsi andare e fidarsi di noi.

- Siamo sensibili ed empatici. L’attenzione e la partecipazione empatica ai timori e alle difficoltà del partner è essenziale per ridurre sofferenze inutili. Se la sensibilità non è una nostra dote naturale possiamo coltivarla. Se ci sembra che il nostro partner reagisca in maniera eccessiva a determinati nostri comportamenti, anziché criticarlo e mantenerci sulla difensiva, cerchiamo di fermarci a considerare quale potrebbe essere il problema sotteso al suo atteggiamento.
Proviamo ad esaminare con molto tatto, insieme a lui, quali potrebbero essere i suoi timori o le sue preoccupazioni segrete. Resistiamo alla tentazione di attribuire ogni sua reazione esagerata a qualche sgradevole tratto del carattere e cerchiamo di vederla come il segnale di una vulnerabilità nascosta.

- Usiamo comprensione. Cerchiamo di vedere le cose con gli occhi del partner, non solo con i nostri. Mettiamoci nei panni dell’altro.

-  Coltiviamo l’intimità. Coltivare l’intimità significa tante cose: rivelarsi i segreti più riposti, che non si rivelerebbero ad altri; fare insieme le piccole cose di ogni giorno; ritagliare spazio e tempo per i rapporti sessuali.

- Offriamo sostegno. Diamo al nostro partner un senso di sicurezza, facendogli capire che può fare affidamento su di noi nei momenti difficili.

Se pensiamo che il nostro rapporto sia in crisi, non perdiamo tempo ad incolparci a vicenda. Non importa stabilire chi abbia torto o ragione, ma mettere in atto nuove strategie atte a consolidare il rapporto. Non è necessario che entrambi i partner si muovano contemporaneamente. Basta che uno dei due prenda l’iniziativa di ridare vigore al rapporto o di arrestarne il deterioramento prima che sia troppo tardi.

Se si è imboccata la direzione giusta probabilmente si muoverà anche l’altro partner. Ci si potrà accorgere che, anche senza la sua partecipazione attiva, i propri cambiamenti avranno su di lui un effetto positivo. Inoltre, quasi sempre uno dei due è più preparato, più pronto ad iniziare il cambiamento, perché ha più strumenti, è più motivato o anche semplicemente perché soffre di più.

Naturalmente può capitare che uno dei due partner o entrambi presentino dei tratti di personalità tali da rendere davvero ardua la convivenza. Ma di questo potremo renderci conto solo dopo esserci sforzati davvero di migliorare le cose. E anche in questo caso, non diamoci per vinti. Se siamo davvero motivati, con l’aiuto di un professionista e il nostro impegno potremo farcela.

Fonte: http://www.viveremeglio.org/psicolog/articoli/lmastron/rappcopp.htm

Vivere con la depressione

29 ottobre 2009

Vivere con la depressioneE’ la caduta del desiderio di trovare un significato.  Spesso è un buco da riempire, spesso un buco senza pareti.

Vivere con la depressione spesso equivale ad avere una compagna che si accomoda dentro prendendo sempre più spazio, uno spazio sottratto all’autonomia, alla presenza nel mondo, al piacere di vivere. Viene e si espande, viene e ricopre, offusca, intorpidisce, rallenta, pietrifica. Il vissuto di costrizione dentro a se stessi, di chiusura, di limitazione, di impossibilità diventa la scatola che imprigiona mentre all’interno un turbinio di pensieri si dibatte nell’impotenza di non trovare un’uscita.

Spesso al rallentamento dei movimenti e dell’eloquio corrispondono un’inquietudine ed un rimuginare interno; come un grido che rimane soffocato, un gesto che rimane spezzato, come trovarsi su una strada parallela alla vita separati da un vetro che permette di vedere ma non di andare là. La vita intorno è visibile ma come irraggiungibile, le persone, le cose, la natura,  arrivano privi di colore, di suono, di calore, di movimento, di vibrazione. Il mondo è alieno al depresso, egli si sente alieno al mondo, irrimediabilmente diverso, tragicamente non necessario, fuori posto, senza un posto, escluso dal flusso della vita. Il confronto con le altre persone è impietoso, sembra impossibile afferrare una mano, credere che qualcuno possa essere d’aiuto, la sfiducia pervade le relazioni, una sfiducia che contiene un senso di indegnità, di colpa, di fatica e mancanza di speranza.

La percezione del tempo è distorta, il qui ed ora della sofferenza depressiva è permeato di eternità, un tempo immobile e dilagante che non contiene aperture sul futuro, non accoglie stimoli che possano testimoniare la dinamicità degli eventi e la possibilità del cambiamento. Il rischio di suicidio cresce in proporzione all’intensità di questo vissuto, quando si pone quale unica via di fuga ad una condanna sentita come priva di appello e protratta per un tempo infinito. Il vuoto è intorno e il vuoto è dentro; doloroso, pesante, pervasivo. Un grande buco dal quale ci si sente inghiottire, una spirale verso il basso che pare non avere una fine, nè pareti e appigli. Traditi dalla vita, sbagliati, difettosi, colpevoli, vittime del passato nel quale si continua a navigare su traiettorie circolari di rabbia che si autoalimenta, abbandonati, perduti, non pensati, dimenticati, non riconosciuti, non visti, confusi nelle proiezioni del mondo, esclusi e incompresi. Ho l’immagine di una persona che cammina con le spalle chiuse, lo sguardo verso il basso e le braccia abbandonate lungo i fianchi come ad occupare il minor spazio possibile.

Tutto succede dentro di se, nulla può entrare, nulla può uscire; lo scambio con il mondo simbolizzato dal respiro è ridotto al minimo indispensabile per la sopravvivenza.  Ciò che dall’esterno appare come passività, vittimismo, mancanza di volontà, insoddisfazione immotivata, porta dentro un groviglio, un senso di non essere, un dibattersi nell’immobilità, scalpitare nel nulla, spalancare disperati gli occhi nel buio, intravedersi e non poter raggiungere se stessi. La percezione di ineluttabilità del proprio stato, di indegnità e di colpa rendono difficile compiere il passo della richiesta di aiuto. La distanza che separa la persona sofferente dalla possibilità di cura e di cambiamento dipende dai fattori esterni e interni che vengono attivati nella ricerca di una forma di terapia.

Quando il disagio è visibile sono spesso i familiari a farsi carico della richiesta di cura ma in tutte quelle situazioni in cui la sofferenza è mascherata, e non per questo meno intensa, il rischio di isolamento è alto. Viviamo in una società che tende a negare uno spazio al dolore di vivere, in nome di superfici lisce e luccicanti si scavano caverne sempre più profonde e labirintiche, è come se sentissimo senza ascoltare e guardassimo senza vedere. Occorre dare spazio e dignità alle parti buie, illuminare caverne, stendere fili nei labirinti, aiutare le persone a incontrarsi con meno paura, a incontrare la loro paura ed accoglierla, tenerla e non rinchiuderla.

Ognuno di noi può accorgersi di situazioni di disagio in se stesso e negli altri, ci sono segnali che possono essere riconoscibili ad uno sguardo più attento. Una volta attivato il contatto e formulata una domanda di terapia le possibilità di miglioramento della condizione di sofferenza sono reali e concrete. Credo che sia necessario costruire ponti perché la terra di nessuno che separa dalla possibilità di cura cominci a ripopolarsi.

Fonte: http://www.psicoterapie.org/65.htm

Il potere della chiarezza

23 ottobre 2009

Anthony Robbins

Bene, quello che dobbiamo fare è attuare un cambiamento degli standard mentali e delle nostre abitudini. E’ lì che avviene la vera trasformazione. E in nessun altro posto. Vi do subito un esempio semplice e efficace. Se volete conoscere ciò che fa la vera differenza nella vita delle persone, alla fine tutto si riduce alle cose capaci di produrre il maggior cambiamento, la svolta.

Lasciate che vi dica una cosa: Per vivere una vita straordinaria dovete avere una mente straordinaria, è vero? Cosa significa mente straordinaria? Vivere in uno stato mentale capace di condizionare positivamente il nostro sistema nervoso, il corpo, la fisiologia e il “focus”,ovvero la nostra capacità di concentrazione, affinchè siano al massimo delle possibilità.

Siete d’ accordo si o no? Ora, se questo è possibile perchè non tutte le persone lo fanno? Non certo perchè non possono. Ciascuno di noi ha le capacità per riuscirci. Il problema sono le abitudini e gli standard, i parametri mentali che ci siamo costruiti. Mi ricordo di un momento particolare, all’inizio della mia carriera, avevo circa 24 anni… Ero andato a Boston per tenere un corso, all’ epoca era un grande corso per me, con circa 125 partecipanti. Era un seminario di 3 giorni, durante il quale lavorammo tantissimo.

Le persone avevano fatto dei passi in avanti straordinari ed io alla fine ero talmente soddisfatto che mi sono trovato a pensare: “Mio Dio, ho 24-25 anni e sono così felice. Ho trovato la vera missione della mia vita: faccio quello che amo, il mio lavoro ha un impatto positivo nella vita delle persone. Tutto questo è straordinario!” Così l’ ultima sera, di domenica – il corso era finito – si era fatta ormai mezzanotte, ma io ero ancora troppo attivo per andare a dormire.

Decisi quindi di fare una passeggiata e andai verso Copley Square, un posto molto gradevole, dove si possono ammirare l’ uno affianco all’ altro edifici piuttosto antichi e grattacieli. Insomma, stavo camminando da solo, domenica verso mezzanotte, e ovviamente non c’ era quasi nessuno per strada. Da lontano vedo un tipo che cammina in modo strano, barcollando tra il bordo del marciapiede e la strada. Indossava un lungo impermeabile e camminava con la testa ciondoloni trascinandosi appresso una borsa marrone. Già da lontano iniziavo a sentirne la puzza: era evidentemente ubriaco.

Man mano che si avvicinava, pensai: “Scommetto che mi chiede dei soldi”. E di certo, nella vita quando ci focalizziamo su qualcosa, questa tende a realizzarsi, non è vero? Bene, il tipo si avvicina sempre di più… io in un certo senso mi aspettavo qualche reazione… E all’ improvviso con una faccia assurda mi si rivolge: “SIGNORE?!” La voce e lo sguardo erano davvero inquietanti. “Signore, mi può prestare un quarto di dollaro?” E lì ho pensato: “Voglio davvero premiare un comportamento del genere?” e anche “Però vorrei aiutarlo, non voglio che soffra…” Insomma, capita anche a voi di trovarvi in un dilemma simile, a volte? Del resto non sono io a dover giudicare… Anni fa ho preso una decisione di dare l’ elemosina anche se la persona che me la chiede ne farà un cattivo uso, è una sua responsabilità.

Per quanto mi riguarda se posso dare, lo faccio. Però in quello stesso momento ho pensato: “Forse potrei insegnargli qualcosa”. E quindi gli ho risposto con una domanda: “Tutto quello che vuoi è solo un quarto di dollaro?” E lui: “Si, solo un quarto, un quarto mi basta per cambiarmi la vita”: Così ho preso il mio portafogli, tirato fuori la clip con le banconote e… sapete, all’ epoca ero ancora molto giovane e avevo appena iniziato ad avere successo. Il mio mentore a quei tempi era Jim Rhon.

Chi di voi ha sentito parlare di Jim Rohn? Beh, una persona fantastica. E Jim era solito dirmi: “Guarda Tony, tu hai alle spalle origini umili, e quindi ragioni da povero. Devi cambiare questa attitudine. Anche se non hai soldi, inizia a ragionare come se li avessi. Devi allenare la tua mente. Condizionala. Tira fuori un paio di biglietti da 100 dollari e mettili per primi, anche se in mezzo tutto quello che hai sono solo biglietti da 5.

Così ogni volta che tiri fuori i soldi, vedi quei biglietti da 100 dollari, ti senti più sicuro, più realizzato e ispirato. E se questo è il tuo stato d’ animo, agirai meglio.” Bene, tornando alla storia, tiro fuori la clip, accertandomi che l’uomo veda bene i biglietti da 100 dollari. E faccio per cercare degli spiccioli. Ovviamente il tipo guarda le banconote… Trovo il quarto di dollaro, lo prendo e rimetto le banconote in tasca. Il tutto, ben consapevole che il tipo non fa che fissare la mia mano che riaffonda nella tasca. Prendo il quarto di dollaro, lo osservo e gli dico: “Signore, la Vita paga qualsiasi somma lei è in grado di chiedere”. E gli dò la moneta. E a questo punto, successe una cosa davvero interessante.

L’ uomo prese la moneta, la guardò, poi mi guardò, lanciò ancora un’ occhiata alla mia tasca… poi di nuovo a me e alla fine mi disse: “Lei è proprio strano!” E quindi traballando se ne andò via. Quella notte mi ritrovai a pensare: “Qual è la differenza tra noi due?” Io, 24-25 anni, all’ inizio della mia carriera,avevo iniziato a concretizzare i miei sogni, a seguire la missione della mia esistenza. E lui, probabilmente già verso i 60 anni, ubriaco per strada ad elemosinare monetine.

Qual è la differenza?

Ho pensato anche: “Forse Dio mi ha benedetto, perchè sono una persona buona…”. Ma quest’ uomo allora? Certo non era cattivo. Quindi? Probabilmente la risposta alla domanda è proprio nelle parole che gli ho detto: “La vita paga qualsiasi somma siamo capaci di chiedere”. E sapete il segreto: bisogna avere intelligenza e saper chiedere.
Nella Bibbia c’è scritto: “Chiedi e ti sarà dato!” Sì, una bella formula. Guardiamola più in profondità. Vedete…chiedi e ti sarà dato. Sono certo che Dio ha inteso dire anche: chiedi con intelligenza. Non penso proprio che abbia voluto dire che se uno chiede “Prostitute” oppure “Vino” lo riceve.

Non credo siano queste le istruzioni per l’ uso. Allora, se chiediamo in modo intelligente, ci sono 5 elementi importanti di cui tener conto:

Numero 1: Chiedere in modo specifico. Non esprimete le vostre richieste in modo generico. E’ un errore che la gente fa di continuo. Per esempio “Voglio più soldi”. Allora se uno vi dà un dollaro dovreste essere già contenti e togliervi dai piedi, no? Molto spesso, noi otteniamo proprio quello che chiediamo. Solo che non siamo consapevoli di formulare richieste in modo generico.

La chiarezza è potere. Quanto più chiaramente siete in grado di definire con esattezza ciò che desiderate, tanto più il vostro cervello saprà attivarsi ad arrivare al risultato. Il vostro cervello è un meccanismo ausiliario ad alta precisione. Avete presente i così detti missili “intelligenti”? Anch’ essi sono guidati da un meccanismo del genere. Si muovono sempre in direzione del target. Il target si muove? E loro lo seguono.

Il vostro cervello, se lo condizionate in modo produttivo, sa esattamente cosa fare e trova il modo per arrivare all’ obiettivo. A quanti di voi è capitato di acquistare un certo vestito oppure una certa auto e poi iniziare a vederla un po’ dappertutto? Alzate la mano. E come è possibile? In realtà, quell’ auto è stata sempre in circolazione, solo che voi adesso la notate. La spiegazione è nel fatto che nel vostro cervello esiste una parte chiamata Sistema Reticolare Attivatore (RAS).

Questa porzione del cervello determina le cose di cui ci accorgiamo, quelle che notiamo. Il nostro cervello per la maggior parte del tempo è impegnato nel fare una selezione degli stimoli che ci circondano. Questo è essenziale, altrimenti impazziremmo. Ma quando decidiamo quale è per noi la cosa più importante, il nostro cervello la segue. Ogni persona di successo che io conosco ha costruito un piano RPM. Di cosa si tratta? Un piano RPM è costruito su una metafora: che per andare da dove sei oggi a dove vorresti essere nel modo più veloce, la cosa fondamentale è la potenza, l’ energia. Proprio come in una automobile: cavalli/potenza.

La R vuol dire risultati. Queste persone sanno ciò che vogliono, con precisione. Se non sapete esattamente cosa volete,o se vi perdete andando dietro a idee vaghe e generiche, non arriverete alla meta.
Non raggiungerete quello che volete. Ripeto: LA CHIAREZZA E’ POTERE. Dovete sapere in modo chiaro e specifico il risultato che volete ottenere. COSA VOGLIO? E dovete essere in grado di rispondere a questa domanda in modo dettagliato. Qui e ora.

A livello mentale, fisico, nella sfera delle emozioni, rispetto alle vostre finanze, o relativamente all’ aspetto spirituale della vostra vita. Se non sapete rispondere con esattezza a questa domanda, non riuscirete ad essere così soddisfatti come vorreste. E oggi durante il corso, il nostro compito sarà quello di riuscire a rispondere ad almeno una di queste domande.

Secondo punto: dovete conoscere il perchè delle vostre azioni. Sapete, c’è chi ha dei grandissimi obiettivi, tipo: diventare miliardario, portare la pace sulla Terra… Bene, PERCHE’? Perchè desidero questa cosa? Qual è lo scopo? Se non riuscite a rispondere a questi quesiti, non appena si presentano le difficoltà vacillate.

E se non avete una spinta emozionale abbastanza forte, non sarete in grado di spezzare queste barriere e procedere verso la meta. Dovete mettervi in condizione di superare questi ostacoli, come? Con le giuste motivazioni. Le ragioni, i motivi che vi spingono all’ obiettivo vengono per primi, le risposte sono una conseguenza. Quell’ uomo di cui vi ho appena parlato non sapeva ciò che voleva e non aveva motivazioni sufficienti. Per chiedere in modo intelligente bisogna essere specifici.

Perchè vuoi avere sufficiente passione ed entusiasmo per realizzare quella determinata cosa? Se non avete delle ragioni sufficientemente importanti, non otterrete dei risultati. Infine, M. M sta per Massivo. Qual è il vostro piano di azione? Qual è la cosa che vi aiuterà a riuscire? Se una prima volta non va, e neppure la seconda, cosa farete?

AZIONE MASSIVA. Dovete sempre accertarvi di avere un piano di azione. In modo che se i primi due falliscono, sapete come procedere, altrimenti vi ritroverete soltanto con delle giustificazioni sul perchè non ha funzionato. COSA DEVI FARE PER REALIZZARE I TUOI OBIETTIVI: AZIONE MASSIVA Quindi: chiedere in modo intelligente richiede tutte queste cose. Per questo se davvero vogliamo avere risultati straordinari, dobbiamo raggiungere uno stato mentale straordinario, sapere con esattezza quello che vogliamo e mettere in pratica tutte queste informazioni.

“La vita ci ripaga con qualsiasi somma abbiamo la capacità e coraggio di chiedere”
Anthony Robbins

Fonte: http://www.bloghissimo.it/sapere-e-cultura/marketing/il-potere-della-chiarezza-e-della-determinazione-antony-robbins.html

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