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I rapporti di coppia

19 novembre 2009

i rapporti di coppiaUno dei problemi delle coppie in crisi è la ferma convinzione che le cose non possano migliorare. Questa convinzione porta con sé una sensazione di impotenza e impedisce di mettere in atto delle strategie di cambiamento volte a ritrovare il benessere nella coppia. E’ stato invece osservato che basta che uno solo dei due cominci ad effettuare qualche cambiamento in meglio perché il rapporto ne tragga giovamento; inoltre, il cambiamento di uno dei due partner provoca dei cambiamenti anche nell’altro.

Certo non è facile iniziare il cambiamento. Quello che può succedere quando si prende in considerazione l’idea di cambiare è che ci troviamo di fronte ad atteggiamenti mentali o opinioni radicate che indeboliscono la motivazione. Raramente queste opinioni risultano valide. Vediamo, quindi, quali sono le più frequenti e quale può essere il modo per affrontarle:

* “Il mio partner è incapace di cambiare”. Questa asserzione è praticamente sempre sbagliata. Non esistono persone incapaci di cambiare. Il nostro sistema nervoso centrale è organizzato in maniera tale da spingerci all’apprendimento di modi di vedere e strategie sempre nuovi e migliori. I nuovi schemi di pensiero o modelli di comportamento che aumentano il piacere e diminuiscono la sofferenza sono destinati a soppiantare quelli vecchi. Quindi, se nell’ambito del rapporto di coppia si riescono a sperimentare modi di vedersi e di comportarsi più soddisfacenti dei precedenti, ci ritroveremo quasi automaticamente ad utilizzare queste nuove modalità che ci arrecano maggior piacere.

* “Non c’è nulla che possa modificare il nostro rapporto”. Questa è un’affermazione forte e, come tutte le affermazioni che contengono termini tipo ‘tutto’ o ‘nulla’ va verificata. Cominciamo con il mettere a fuoco quali sono i problemi specifici del nostro rapporto. Creiamo un elenco di questi problemi ponendoli in ordine di difficoltà crescente. Cominciamo quindi da quello che ci sembra più facile da affrontare, sforziamoci consapevolmente di applicare delle strategie mirate alla risoluzione del problema e osserviamo i risultati. Di solito se si è motivati e si comincia con un problema di facile soluzione i risultati sono positivi. E questo può indurre un pizzico di ottimismo in noi e nel nostro partner, motivarci ad andare avanti e affrontare problemi sempre più complessi.

* “Le cose non faranno che peggiorare”. Il timore di essere nuovamente feriti, può renderci pessimisti e riluttanti a coinvolgerci di nuovo nella relazione (“Se le mie speranze si ridestassero, finirei con il soffrire ancora”, ” Meglio non aspettarsi più niente”). Questo atteggiamento di ritiro è senz’altro comprensibile, ma non è indispensabile. Esistono sempre delle ragioni per cui vale la pena di lasciarsi nuovamente coinvolgere. Anche solo per un momento, allontaniamo da noi la cappa di pessimismo e di timore e volgiamo l’attenzione a queste ragioni: cerchiamo di prestare attenzione agli aspetti positivi del nostro rapporto. Ci renderemo conto che sono più di quanto immaginiamo, anche se col tempo abbiamo finito col darli per scontati e non notarli più.

* “Se abbiamo bisogno di occuparci del nostro rapporto c’è qualcosa che non va”. Innamorarsi è facile, ma per sviluppare e consolidare un rapporto occorrono riflessione e impegno. Due partner iniziano la vita in comune con modi di vivere, abitudini e atteggiamenti che possono essere molto diversi. E’ necessario impegnarsi per sviluppare capacità di adattamento reciproco, per imparare a comporre le divergenze e trovare l’armonia nel rapporto.

* “Ormai il danno è troppo grande”. Questa affermazione va valutata realisticamente. Fino a quando non avremo tentato qualche rimedio essenziale, non possiamo avere la certezza che il nostro rapporto sia arrivato ad un punto di rottura irreparabile.

Una volta riconosciute e affrontate queste opinioni disfattiste vediamo cosa possiamo concretamente fare per migliorare il nostro rapporto di coppia:

- Consideriamo gli aspetti piacevoli del rapporto. Quando una coppia attraversa un periodo difficile entrambi i partner sembrano provare una sorta di ‘amnesia’ rispetto a ciò che ciascuno ama nell’altro. I pregiudizi negativi ci possono impedire di vedere ciò che nella coppia sta funzionando bene e ciò che apprezziamo nel partner.
Mark Kane Goldstein, psicologo dell’Università della Forida ha ideato un metodo semplice ma molto efficace per aiutare le coppie in crisi a concentrarsi di nuovo sugli aspetti positivi del rapporto. Chiede ad entrambi i coniugi di registrare graficamente, su una carta millimetrata, tutte le azioni piacevoli del partner, attribuendo loro un punteggio da 1 a 10 a seconda della soddisfazione che hanno provocato.
Goldstein ha notato un miglioramento del rapporto nel 70% delle coppie che avevamo usato tale metodo. Un altro metodo consiste nell’invitare entrambi i partner (o anche uno solo dei due) ad attaccare degli adesivi in posti non visibili degli abiti dell’altro e staccarne uno ogni volta che il partner fa un gesto cortese nei propri confronti. Di solito alla fine della giornata sono stati staccati tutti…

- Cerchiamo di intuire i bisogni reciproci e di soddisfarli. E’ incredibile quanto un rapporto possa migliorare con questo accorgimento. Si instaura una sorta di circolo “virtuoso”, per cui il partner che nota il comportamento dell’altro volto a dargli piacere a sua volta si sente più bendisposto nei suoi confronti e si sforza di intuire e fare ciò che può dargli piacere o sollievo.

- Forniamo informazioni precise per guidare la condotta dell’altro. Cerchiamo di far capire al nostro partner cosa desideriamo quando usiamo termini astratti quali gentilezza, comprensione, amore etc.
Se gli forniamo informazioni più precise possiamo guidare la sua condotta. Tali informazioni vanno fornite nel modo più franco e diretto, senza sarcasmi, accuse o insinuazioni. Può darsi che per ‘gentilezza‘ intendiamo che si offra di fare delle telefonate per noi, ma non è detto che il partner debba per forza saperlo. Non dimentichiamo, infine, di ‘ricompensare’ in qualche modo ogni comportamento corretto dell’altro (con un cenno di apprezzamento, o un bacio, ad es.); in questo modo aumenteremo la probabilità che tale comportamento si ripeta.

- Manifestiamo affetto, sollecitudine, calore. Non diamo niente per scontato. Facciamo sentire al pater che ciò che facciamo per lui non è un “dovere”, bensì è frutto dell’impegno e del sentimento.

- Accettiamo il nostro partner. Il che non significa diventare “ciechi” rispetto ai difetti dell’altro, quanto pensare che si può lavorare insieme per migliorare. L’ergersi a giudice del nostro compagno non ha altro effetto che farlo mettere sulla difensiva, rendergli difficile il lasciarsi andare e fidarsi di noi.

- Siamo sensibili ed empatici. L’attenzione e la partecipazione empatica ai timori e alle difficoltà del partner è essenziale per ridurre sofferenze inutili. Se la sensibilità non è una nostra dote naturale possiamo coltivarla. Se ci sembra che il nostro partner reagisca in maniera eccessiva a determinati nostri comportamenti, anziché criticarlo e mantenerci sulla difensiva, cerchiamo di fermarci a considerare quale potrebbe essere il problema sotteso al suo atteggiamento.
Proviamo ad esaminare con molto tatto, insieme a lui, quali potrebbero essere i suoi timori o le sue preoccupazioni segrete. Resistiamo alla tentazione di attribuire ogni sua reazione esagerata a qualche sgradevole tratto del carattere e cerchiamo di vederla come il segnale di una vulnerabilità nascosta.

- Usiamo comprensione. Cerchiamo di vedere le cose con gli occhi del partner, non solo con i nostri. Mettiamoci nei panni dell’altro.

-  Coltiviamo l’intimità. Coltivare l’intimità significa tante cose: rivelarsi i segreti più riposti, che non si rivelerebbero ad altri; fare insieme le piccole cose di ogni giorno; ritagliare spazio e tempo per i rapporti sessuali.

- Offriamo sostegno. Diamo al nostro partner un senso di sicurezza, facendogli capire che può fare affidamento su di noi nei momenti difficili.

Se pensiamo che il nostro rapporto sia in crisi, non perdiamo tempo ad incolparci a vicenda. Non importa stabilire chi abbia torto o ragione, ma mettere in atto nuove strategie atte a consolidare il rapporto. Non è necessario che entrambi i partner si muovano contemporaneamente. Basta che uno dei due prenda l’iniziativa di ridare vigore al rapporto o di arrestarne il deterioramento prima che sia troppo tardi.

Se si è imboccata la direzione giusta probabilmente si muoverà anche l’altro partner. Ci si potrà accorgere che, anche senza la sua partecipazione attiva, i propri cambiamenti avranno su di lui un effetto positivo. Inoltre, quasi sempre uno dei due è più preparato, più pronto ad iniziare il cambiamento, perché ha più strumenti, è più motivato o anche semplicemente perché soffre di più.

Naturalmente può capitare che uno dei due partner o entrambi presentino dei tratti di personalità tali da rendere davvero ardua la convivenza. Ma di questo potremo renderci conto solo dopo esserci sforzati davvero di migliorare le cose. E anche in questo caso, non diamoci per vinti. Se siamo davvero motivati, con l’aiuto di un professionista e il nostro impegno potremo farcela.

Fonte: http://www.viveremeglio.org/psicolog/articoli/lmastron/rappcopp.htm

Vivere con la depressione

29 ottobre 2009

Vivere con la depressioneE’ la caduta del desiderio di trovare un significato.  Spesso è un buco da riempire, spesso un buco senza pareti.

Vivere con la depressione spesso equivale ad avere una compagna che si accomoda dentro prendendo sempre più spazio, uno spazio sottratto all’autonomia, alla presenza nel mondo, al piacere di vivere. Viene e si espande, viene e ricopre, offusca, intorpidisce, rallenta, pietrifica. Il vissuto di costrizione dentro a se stessi, di chiusura, di limitazione, di impossibilità diventa la scatola che imprigiona mentre all’interno un turbinio di pensieri si dibatte nell’impotenza di non trovare un’uscita.

Spesso al rallentamento dei movimenti e dell’eloquio corrispondono un’inquietudine ed un rimuginare interno; come un grido che rimane soffocato, un gesto che rimane spezzato, come trovarsi su una strada parallela alla vita separati da un vetro che permette di vedere ma non di andare là. La vita intorno è visibile ma come irraggiungibile, le persone, le cose, la natura,  arrivano privi di colore, di suono, di calore, di movimento, di vibrazione. Il mondo è alieno al depresso, egli si sente alieno al mondo, irrimediabilmente diverso, tragicamente non necessario, fuori posto, senza un posto, escluso dal flusso della vita. Il confronto con le altre persone è impietoso, sembra impossibile afferrare una mano, credere che qualcuno possa essere d’aiuto, la sfiducia pervade le relazioni, una sfiducia che contiene un senso di indegnità, di colpa, di fatica e mancanza di speranza.

La percezione del tempo è distorta, il qui ed ora della sofferenza depressiva è permeato di eternità, un tempo immobile e dilagante che non contiene aperture sul futuro, non accoglie stimoli che possano testimoniare la dinamicità degli eventi e la possibilità del cambiamento. Il rischio di suicidio cresce in proporzione all’intensità di questo vissuto, quando si pone quale unica via di fuga ad una condanna sentita come priva di appello e protratta per un tempo infinito. Il vuoto è intorno e il vuoto è dentro; doloroso, pesante, pervasivo. Un grande buco dal quale ci si sente inghiottire, una spirale verso il basso che pare non avere una fine, nè pareti e appigli. Traditi dalla vita, sbagliati, difettosi, colpevoli, vittime del passato nel quale si continua a navigare su traiettorie circolari di rabbia che si autoalimenta, abbandonati, perduti, non pensati, dimenticati, non riconosciuti, non visti, confusi nelle proiezioni del mondo, esclusi e incompresi. Ho l’immagine di una persona che cammina con le spalle chiuse, lo sguardo verso il basso e le braccia abbandonate lungo i fianchi come ad occupare il minor spazio possibile.

Tutto succede dentro di se, nulla può entrare, nulla può uscire; lo scambio con il mondo simbolizzato dal respiro è ridotto al minimo indispensabile per la sopravvivenza.  Ciò che dall’esterno appare come passività, vittimismo, mancanza di volontà, insoddisfazione immotivata, porta dentro un groviglio, un senso di non essere, un dibattersi nell’immobilità, scalpitare nel nulla, spalancare disperati gli occhi nel buio, intravedersi e non poter raggiungere se stessi. La percezione di ineluttabilità del proprio stato, di indegnità e di colpa rendono difficile compiere il passo della richiesta di aiuto. La distanza che separa la persona sofferente dalla possibilità di cura e di cambiamento dipende dai fattori esterni e interni che vengono attivati nella ricerca di una forma di terapia.

Quando il disagio è visibile sono spesso i familiari a farsi carico della richiesta di cura ma in tutte quelle situazioni in cui la sofferenza è mascherata, e non per questo meno intensa, il rischio di isolamento è alto. Viviamo in una società che tende a negare uno spazio al dolore di vivere, in nome di superfici lisce e luccicanti si scavano caverne sempre più profonde e labirintiche, è come se sentissimo senza ascoltare e guardassimo senza vedere. Occorre dare spazio e dignità alle parti buie, illuminare caverne, stendere fili nei labirinti, aiutare le persone a incontrarsi con meno paura, a incontrare la loro paura ed accoglierla, tenerla e non rinchiuderla.

Ognuno di noi può accorgersi di situazioni di disagio in se stesso e negli altri, ci sono segnali che possono essere riconoscibili ad uno sguardo più attento. Una volta attivato il contatto e formulata una domanda di terapia le possibilità di miglioramento della condizione di sofferenza sono reali e concrete. Credo che sia necessario costruire ponti perché la terra di nessuno che separa dalla possibilità di cura cominci a ripopolarsi.

Fonte: http://www.psicoterapie.org/65.htm

Il potere della chiarezza

23 ottobre 2009

Anthony Robbins

Bene, quello che dobbiamo fare è attuare un cambiamento degli standard mentali e delle nostre abitudini. E’ lì che avviene la vera trasformazione. E in nessun altro posto. Vi do subito un esempio semplice e efficace. Se volete conoscere ciò che fa la vera differenza nella vita delle persone, alla fine tutto si riduce alle cose capaci di produrre il maggior cambiamento, la svolta.

Lasciate che vi dica una cosa: Per vivere una vita straordinaria dovete avere una mente straordinaria, è vero? Cosa significa mente straordinaria? Vivere in uno stato mentale capace di condizionare positivamente il nostro sistema nervoso, il corpo, la fisiologia e il “focus”,ovvero la nostra capacità di concentrazione, affinchè siano al massimo delle possibilità.

Siete d’ accordo si o no? Ora, se questo è possibile perchè non tutte le persone lo fanno? Non certo perchè non possono. Ciascuno di noi ha le capacità per riuscirci. Il problema sono le abitudini e gli standard, i parametri mentali che ci siamo costruiti. Mi ricordo di un momento particolare, all’inizio della mia carriera, avevo circa 24 anni… Ero andato a Boston per tenere un corso, all’ epoca era un grande corso per me, con circa 125 partecipanti. Era un seminario di 3 giorni, durante il quale lavorammo tantissimo.

Le persone avevano fatto dei passi in avanti straordinari ed io alla fine ero talmente soddisfatto che mi sono trovato a pensare: “Mio Dio, ho 24-25 anni e sono così felice. Ho trovato la vera missione della mia vita: faccio quello che amo, il mio lavoro ha un impatto positivo nella vita delle persone. Tutto questo è straordinario!” Così l’ ultima sera, di domenica – il corso era finito – si era fatta ormai mezzanotte, ma io ero ancora troppo attivo per andare a dormire.

Decisi quindi di fare una passeggiata e andai verso Copley Square, un posto molto gradevole, dove si possono ammirare l’ uno affianco all’ altro edifici piuttosto antichi e grattacieli. Insomma, stavo camminando da solo, domenica verso mezzanotte, e ovviamente non c’ era quasi nessuno per strada. Da lontano vedo un tipo che cammina in modo strano, barcollando tra il bordo del marciapiede e la strada. Indossava un lungo impermeabile e camminava con la testa ciondoloni trascinandosi appresso una borsa marrone. Già da lontano iniziavo a sentirne la puzza: era evidentemente ubriaco.

Man mano che si avvicinava, pensai: “Scommetto che mi chiede dei soldi”. E di certo, nella vita quando ci focalizziamo su qualcosa, questa tende a realizzarsi, non è vero? Bene, il tipo si avvicina sempre di più… io in un certo senso mi aspettavo qualche reazione… E all’ improvviso con una faccia assurda mi si rivolge: “SIGNORE?!” La voce e lo sguardo erano davvero inquietanti. “Signore, mi può prestare un quarto di dollaro?” E lì ho pensato: “Voglio davvero premiare un comportamento del genere?” e anche “Però vorrei aiutarlo, non voglio che soffra…” Insomma, capita anche a voi di trovarvi in un dilemma simile, a volte? Del resto non sono io a dover giudicare… Anni fa ho preso una decisione di dare l’ elemosina anche se la persona che me la chiede ne farà un cattivo uso, è una sua responsabilità.

Per quanto mi riguarda se posso dare, lo faccio. Però in quello stesso momento ho pensato: “Forse potrei insegnargli qualcosa”. E quindi gli ho risposto con una domanda: “Tutto quello che vuoi è solo un quarto di dollaro?” E lui: “Si, solo un quarto, un quarto mi basta per cambiarmi la vita”: Così ho preso il mio portafogli, tirato fuori la clip con le banconote e… sapete, all’ epoca ero ancora molto giovane e avevo appena iniziato ad avere successo. Il mio mentore a quei tempi era Jim Rhon.

Chi di voi ha sentito parlare di Jim Rohn? Beh, una persona fantastica. E Jim era solito dirmi: “Guarda Tony, tu hai alle spalle origini umili, e quindi ragioni da povero. Devi cambiare questa attitudine. Anche se non hai soldi, inizia a ragionare come se li avessi. Devi allenare la tua mente. Condizionala. Tira fuori un paio di biglietti da 100 dollari e mettili per primi, anche se in mezzo tutto quello che hai sono solo biglietti da 5.

Così ogni volta che tiri fuori i soldi, vedi quei biglietti da 100 dollari, ti senti più sicuro, più realizzato e ispirato. E se questo è il tuo stato d’ animo, agirai meglio.” Bene, tornando alla storia, tiro fuori la clip, accertandomi che l’uomo veda bene i biglietti da 100 dollari. E faccio per cercare degli spiccioli. Ovviamente il tipo guarda le banconote… Trovo il quarto di dollaro, lo prendo e rimetto le banconote in tasca. Il tutto, ben consapevole che il tipo non fa che fissare la mia mano che riaffonda nella tasca. Prendo il quarto di dollaro, lo osservo e gli dico: “Signore, la Vita paga qualsiasi somma lei è in grado di chiedere”. E gli dò la moneta. E a questo punto, successe una cosa davvero interessante.

L’ uomo prese la moneta, la guardò, poi mi guardò, lanciò ancora un’ occhiata alla mia tasca… poi di nuovo a me e alla fine mi disse: “Lei è proprio strano!” E quindi traballando se ne andò via. Quella notte mi ritrovai a pensare: “Qual è la differenza tra noi due?” Io, 24-25 anni, all’ inizio della mia carriera,avevo iniziato a concretizzare i miei sogni, a seguire la missione della mia esistenza. E lui, probabilmente già verso i 60 anni, ubriaco per strada ad elemosinare monetine.

Qual è la differenza?

Ho pensato anche: “Forse Dio mi ha benedetto, perchè sono una persona buona…”. Ma quest’ uomo allora? Certo non era cattivo. Quindi? Probabilmente la risposta alla domanda è proprio nelle parole che gli ho detto: “La vita paga qualsiasi somma siamo capaci di chiedere”. E sapete il segreto: bisogna avere intelligenza e saper chiedere.
Nella Bibbia c’è scritto: “Chiedi e ti sarà dato!” Sì, una bella formula. Guardiamola più in profondità. Vedete…chiedi e ti sarà dato. Sono certo che Dio ha inteso dire anche: chiedi con intelligenza. Non penso proprio che abbia voluto dire che se uno chiede “Prostitute” oppure “Vino” lo riceve.

Non credo siano queste le istruzioni per l’ uso. Allora, se chiediamo in modo intelligente, ci sono 5 elementi importanti di cui tener conto:

Numero 1: Chiedere in modo specifico. Non esprimete le vostre richieste in modo generico. E’ un errore che la gente fa di continuo. Per esempio “Voglio più soldi”. Allora se uno vi dà un dollaro dovreste essere già contenti e togliervi dai piedi, no? Molto spesso, noi otteniamo proprio quello che chiediamo. Solo che non siamo consapevoli di formulare richieste in modo generico.

La chiarezza è potere. Quanto più chiaramente siete in grado di definire con esattezza ciò che desiderate, tanto più il vostro cervello saprà attivarsi ad arrivare al risultato. Il vostro cervello è un meccanismo ausiliario ad alta precisione. Avete presente i così detti missili “intelligenti”? Anch’ essi sono guidati da un meccanismo del genere. Si muovono sempre in direzione del target. Il target si muove? E loro lo seguono.

Il vostro cervello, se lo condizionate in modo produttivo, sa esattamente cosa fare e trova il modo per arrivare all’ obiettivo. A quanti di voi è capitato di acquistare un certo vestito oppure una certa auto e poi iniziare a vederla un po’ dappertutto? Alzate la mano. E come è possibile? In realtà, quell’ auto è stata sempre in circolazione, solo che voi adesso la notate. La spiegazione è nel fatto che nel vostro cervello esiste una parte chiamata Sistema Reticolare Attivatore (RAS).

Questa porzione del cervello determina le cose di cui ci accorgiamo, quelle che notiamo. Il nostro cervello per la maggior parte del tempo è impegnato nel fare una selezione degli stimoli che ci circondano. Questo è essenziale, altrimenti impazziremmo. Ma quando decidiamo quale è per noi la cosa più importante, il nostro cervello la segue. Ogni persona di successo che io conosco ha costruito un piano RPM. Di cosa si tratta? Un piano RPM è costruito su una metafora: che per andare da dove sei oggi a dove vorresti essere nel modo più veloce, la cosa fondamentale è la potenza, l’ energia. Proprio come in una automobile: cavalli/potenza.

La R vuol dire risultati. Queste persone sanno ciò che vogliono, con precisione. Se non sapete esattamente cosa volete,o se vi perdete andando dietro a idee vaghe e generiche, non arriverete alla meta.
Non raggiungerete quello che volete. Ripeto: LA CHIAREZZA E’ POTERE. Dovete sapere in modo chiaro e specifico il risultato che volete ottenere. COSA VOGLIO? E dovete essere in grado di rispondere a questa domanda in modo dettagliato. Qui e ora.

A livello mentale, fisico, nella sfera delle emozioni, rispetto alle vostre finanze, o relativamente all’ aspetto spirituale della vostra vita. Se non sapete rispondere con esattezza a questa domanda, non riuscirete ad essere così soddisfatti come vorreste. E oggi durante il corso, il nostro compito sarà quello di riuscire a rispondere ad almeno una di queste domande.

Secondo punto: dovete conoscere il perchè delle vostre azioni. Sapete, c’è chi ha dei grandissimi obiettivi, tipo: diventare miliardario, portare la pace sulla Terra… Bene, PERCHE’? Perchè desidero questa cosa? Qual è lo scopo? Se non riuscite a rispondere a questi quesiti, non appena si presentano le difficoltà vacillate.

E se non avete una spinta emozionale abbastanza forte, non sarete in grado di spezzare queste barriere e procedere verso la meta. Dovete mettervi in condizione di superare questi ostacoli, come? Con le giuste motivazioni. Le ragioni, i motivi che vi spingono all’ obiettivo vengono per primi, le risposte sono una conseguenza. Quell’ uomo di cui vi ho appena parlato non sapeva ciò che voleva e non aveva motivazioni sufficienti. Per chiedere in modo intelligente bisogna essere specifici.

Perchè vuoi avere sufficiente passione ed entusiasmo per realizzare quella determinata cosa? Se non avete delle ragioni sufficientemente importanti, non otterrete dei risultati. Infine, M. M sta per Massivo. Qual è il vostro piano di azione? Qual è la cosa che vi aiuterà a riuscire? Se una prima volta non va, e neppure la seconda, cosa farete?

AZIONE MASSIVA. Dovete sempre accertarvi di avere un piano di azione. In modo che se i primi due falliscono, sapete come procedere, altrimenti vi ritroverete soltanto con delle giustificazioni sul perchè non ha funzionato. COSA DEVI FARE PER REALIZZARE I TUOI OBIETTIVI: AZIONE MASSIVA Quindi: chiedere in modo intelligente richiede tutte queste cose. Per questo se davvero vogliamo avere risultati straordinari, dobbiamo raggiungere uno stato mentale straordinario, sapere con esattezza quello che vogliamo e mettere in pratica tutte queste informazioni.

“La vita ci ripaga con qualsiasi somma abbiamo la capacità e coraggio di chiedere”
Anthony Robbins

Fonte: http://www.bloghissimo.it/sapere-e-cultura/marketing/il-potere-della-chiarezza-e-della-determinazione-antony-robbins.html

La rabbia

1 aprile 2009

coupleshouting

Che cos’è la rabbia? La rabbia è una emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie psicologiche poiché per essa è possibile identificare una specifica origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione. Essendo un’emozione primitiva, essa può essere osservata sia in bambini molto piccoli che in specie animali diverse dell’uomo.

Quindi, insieme alla gioia e al dolore, la rabbia è una tra le emozioni più precoci.
Essendo l’emozione la cui manifestazione viene maggiormente inibita dalla cultura e dalle società attuali, molto interessanti risultano gli studi evolutivi, in grado di analizzare le pure espressioni della rabbia, prima cioè che vengano apprese quelle regole che ne controllano l’esibizione. Inoltre, la rabbia fa parte della triade dell’ostilità insieme al disgusto e al disprezzo, e ne rappresenta il fulcro e l’emozione di base.

Tali sentimenti si presentano spesso in combinazione e pur avendo origini, vissuti e conseguenze diverse risulta difficile identificare l’emozione che predomina sulle altre. Moltissimi risultano essere i termini linguistici che si riferiscono a questa reazione emotiva: collera, esasperazione, furore ed ira rappresentano lo stato emotivo intenso della rabbia; altri invece esprimono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come: irritazione, fastidio, impazienza.

Da dove nasce la rabbia?
Per la maggior parte delle teorie la rabbia rappresenta la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica.
Pur rappresentandone i denominatori comuni, la costrizione e la frustrazione non costituiscono in sé le condizioni sufficienti e neppure necessarie perché si origini il sentimento della rabbia. La relazione causale che lega la frustrazione alla rabbia non è affatto semplice. Altri fattori sembrano infatti implicati affinché origini l’emozione della rabbia. La responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che induce frustrazione o costrizione sembrano essere altri importanti fattori.

Ancor più delle circostanze concrete del danno, quello che più pesa nell’attivare una emozione di rabbia sembra cioè essere la volontà che si attribuisce all’altro di ferire e l’eventuale possibilità di evitare l’evento o situazione frustrante.
Insomma ci si arrabbia quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno, soprattutto quando viene percepita l’intenzionalità di ostacolare l’appagamento.

Contro chi ci si arrabbia?
L’emozione della rabbia può essere quindi definita come la reazione che consegue ad una precisa sequenza di eventi

  • stato di bisogno
  • oggetto (vivente o non vivente) che si oppone alla realizzazione di tale bisogno
  • attribuzione a tale oggetto dell’intenzionalità di opporsi
  • assenza di paura verso l’oggetto frustrante
  • forte intenzione di attaccare, aggredire l’oggetto frustrante
  • azione di aggressione che si realizza mediante l’attacco

Questo è quello che avviene in natura, anche se l’evoluzione sembra aver plasmato forti segnali che inducono la paura e di conseguenza la fuga, impedendo cosi l’aggressione dell’avversario. Nella specie umana, di solito, si assiste non solo ad una inibizione della tendenza all’azione di aggressione e attacco ma addirittura al mascheramento dei segnali della rabbia verso l’oggetto frustrante. Nella specie umana, la cultura e le regole sociali a volte impediscono di dirigere la manifestazione e l’azione direttamente verso l’agente che scatena la rabbia.

Tre possono quindi essere i fondamentali destinatari finali della nostra rabbia:

  • oggetto che provoca la frustrazione
  • un oggetto diverso rispetto a quello che provoca la frustrazione (spostamento dall’obiettivo originale)
  • la rabbia può infine essere diretta verso se stessi, trasformandosi in autolesionismo ed auto aggressione.

Come il corpo manifesta la rabbia?
Per quanto siano estremamente forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa possiede una tipica espressione facciale, ben riconoscibile in tutte le culture studiate. L’aggrottare violento della fronte e delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, rappresentano le modificazioni sintomatiche del viso che meglio esprimono l’emozione della rabbia. Tutta la muscolatura del corpo può estendersi fino all’immobilità.
Le sensazioni soggettive più frequenti possono essere: la paura di perdere il controllo, l’irrigidimento della muscolatura, l’irrequietezza ed il calore. La voce si fa più intensa, il tono sibilante, stridulo e minaccioso.

L’organismo si prepara all’azione, all’attacco e all’aggressione.Le variazioni psicofisiologiche sono quelle tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico, ossia: accelerazione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa e dell’irrorazione dei vasi sanguigni periferici, aumento della tensione muscolare e della sudorazione. Gli studi sugli effetti dell’inibizione delle manifestazioni aggressive sembrano indicare che chi non esprime in alcun modo i propri sentimenti di rabbia tende a viverli per un tempo più lungo .

Quali sono le funzioni della rabbia?

Le modificazioni psicofisiologiche che si manifestano attraverso la potente impulsività e la forte propensione all’agire con modalità aggressive sono funzionali alla rimozione dell’oggetto frustrante . La rabbia è sicuramente uno stato emotivo che aumenta nell’organismo il propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni oppure solo espressioni verbali. La rimozione dell’ostacolo che si oppone alla realizzazione del bisogno può avvenire sia attraverso l’induzione della paura e la conseguente fuga sia mediante un violento attacco.

Le numerose ricerche compiute sui comportamenti di specie diverse dall’uomo, hanno dimostrato che l’ira e le conseguenti manifestazioni aggressive sono determinate da motivi direttamente o indirettamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e delle specie. Gli animali spesso attaccano perché qualcosa li spaventa oppure perché vengono aggrediti da predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per cacciare un intruso dal territorio o per difendere la propria prole.

Negli uomini invece, i motivi alla base di un attacco di rabbia riguardano maggiormente la frustrazione di attività che erano connesse con l’immagine e la realizzazione di sé. Lo scopo in questo caso sembra più rivolto a modificare un comportamento che non si ritiene adeguato. L’arrabbiarsi, motivando chiaramente le motivazioni dello scontento, sembra infatti essere una procedura per ottenere un utile cambiamento.

http://www.benessere.com/psicologia/emozioni/la_rabbia.htm

I rapporti familiari

19 marzo 2009

0806-12-004“Per famiglia s’intende un insieme di persone tra loro coabitanti qualunque sia il vincolo di parentela, affinità, di amicizia che le lega e può essere costituita anche da una persona sola; per nucleo famigliare s’intende un insieme di persone tra loro coabitanti che sono legate dal vincolo di coppia e/o dal rapporto genitori-figli. (ISTAT 1988)”

Famiglia: un sistema dinamico

Per molti la famiglia è il luogo in cui si sperimentano l’amore e l’odio più forti; in cui si gode della più profonda soddisfazione e in cui si soffrono le più dolorose delusioni. Esistono più fattori che agiscono costantemente per mantenere il sistema familiare in equilibrio; tutte le famiglie sono, infatti, soggette a tensioni, a squilibri, a crisi, e tutte sviluppano un numero di tecniche, più o meno ampio, per mezzo delle quali affrontano le situazioni che inducono ad un cambiamento. Alcune di queste forze possono essere considerate “eventi prevedibili” come:

fidanzamento

matrimonio

nascita del primo figlio

entrata a scuola del primo figlio

adolescenza dei figli

matrimonio dei figli

pensionamento di uno dei due coniugi

morte di uno di loro…

Altri eventi, invece, possono essere considerati “tensioni traumatiche” come:

morte inaspettata di un coniuge o di un figlio

malattia o l’inabilità di un membro della famiglia

crolli finanziari…

Fasi del ciclo vitale

Formazione della coppia

Famiglia con bambini

Famiglia con adolescenti

Famiglia trampolino

Famiglia in tarda età

Evento critico

Matrimonio o convivenza

Nascita dei figli

Adolescenza dei figli

I figli escono di casa

Pensionamento, malattia, morte

Livelli di funzionamento della famiglia

In una famiglia indipendente e adeguata i membri del nucleo sanno identificare le diverse problematiche, sono competenti e sanno come fare ad affrontare le difficoltà.

In una famiglia vulnerabile alla crisi i membri della famiglia riescono a fronteggiare i loro problemi ma talvolta vanno incontro, per un certo periodo di tempo, a difficoltà. Hanno necessità di un aiuto limitato.


I membri della famiglia definita ristrutturabile  presentano notevoli problemi che non sanno risolvere da soli, perciò hanno bisogno di un aiuto esterno.

Nella famiglia supportabile I membri del nucleo necessitano continuamente di un sostegno esterno.

La comunicazione in famiglia

Molti problemi che si innescano tra genitori e figli come pure tra partner, nascono dalla difficoltà di comunicazione. I blocchi comunicativi creano nodi all’interno delle relazioni e squilibrio nel nucleo familiare.

La cattiva comunicazione Induce i membri della famiglia a:

Non aver chiaro che cosa si deve fare

Fraintendere quello che viene detto loro

Non comunicare idee e pensieri personali

Non sapere perchè fanno quello che fanno

Avere una bassa autostima

Creare una struttura della famiglia rigida e poco reattiva

La comunicazione efficace Induce i membri della famiglia a:

Essere al corrente di quello che si deve fare

Capire il perché di quello che si sta facendo e in che modo corrisponde agli obiettivi dell’organizzazione familiare.

Disporre delle risorse al posto giusto e al momento opportuno

Accettare ed applicare qualsiasi idea che possa migliorare il clima e le relazioni in famiglia

Apprendere e sviluppare più rapidamente le proprie capacità relazionali

Risolvere rapidamente i problemi

Creare un’organizzazione familiare flessibile che reagisce agli eventi stressanti rapidamente

E’ importante tenere presente che: Ogni genitore che manifesta un atteggiamento positivo e accogliente verso sé e gli altri, cresce figli sani I genitori che si prendono cura di sé sono maggiormente capaci di prendersi cura dei figli educare un figlio significa insegnargli ad usare pensieri, emozioni e comportamenti personali affinché sia responsabile delle proprie azioni.

Essere genitori può far precipitare a bisogni e paure che caratterizzano la fascia evolutiva che sta attraversando il proprio figlio.

Fonte:http://www.benedettabarbanti.it

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