Posts Tagged ‘comprensione’

Il linguaggio emozionale

13 marzo 2009

letting-go-of-butterfliesPossiamo intendere per linguaggio emozionale ogni comunicazione che veicoli e susciti su un individuo ricettivo, sentimenti ed emozioni, tanto più forti quanto più efficace è il linguaggio utilizzato. Gli evocatori emozionali, ossia ciò che suscita in un soggetto certe emozioni, sono legati alla loro capacità di parlare al suo inconscio, agirando le eventuali resistenze del soggetto.

Il linguaggio delle emozioni è fondamentalmente un linguaggio simbolico e metaforico; un linguaggio che in primis può sembrare indecifrabile, ma che in effetti “attraversa le pareti piuttosto che utilizzare la porta”. Questo ne decreta una straordinaria efficacia comunicativa capace di superare barriere ed impedimenti.

Scrive Erich Fromm (1951): “…il linguaggio simbolico è una lingua vera e propria, e in effetti l’unico linguaggio universale che la razza umana abbia mai creato, allora ci troviamo veramente di fronte a un problema di comprensione più che di interpretazione, come se si avesse a che fare con un codice segreto creato di proposito”.

Egli afferma che nel linguaggio simbolico i pensieri, i sentimenti e le esperienze interiori si esprimono come fossero esperienze sensoriali, avvenimenti del mondo esterno. Sottende sostanzialmente una differente logica da quella convenzionale di cui ci serviamo durante il giorno, una logica nella quale “….non tempo e spazio sono le categorie dominanti, ma intensità e associazione, è forse l’unico linguaggio universale che mai sia stato creato dall’uomo, rimasto identico per ogni civiltà e nel corso della storia. Un linguaggio con la sua grammatica e la sua sintassi, che bisogna comprendere se si vuole cogliere il significato dei miti, delle favole e dei sogni”. Ma che cosa sono i simboli?

Egli descrive il significato del simbolo nella logica ordinaria come “..qualcosa che sta al posto di qualcos’altro” che diviene più interessante considerando quei simboli in cui espressioni sensoriali come il vedere, l’udire, l’odorare e il toccare stanno al posto di qualcos’altro che è un’esperienza interiore, un sentimento o un pensiero. Un simbolo di questo tipo è qualcosa che è al di fuori di noi stessi e ciò che esso simbolizza è qualcosa che sta dento di noi.

Fromm (1951) prosegue affermando che nel linguaggio simbolico le esperienze interiori vengono espresse come fossero esperienze sensoriali, ossia qualcosa che abbiamo fatto o subito nel mondo esteriore; “…in esso il mondo esterno è un simbolo del mondo interno, un simbolo per le nostre anime e per le nostre menti”.

Egli attua un’interessante distinzione tra simboli convenzionali, accidentali, e universali in cui gli ultimi due assumono rilevanza individuale esprimendo le esperienze interiori come se fossereo esperienze sensoriali, possedeno gli elementi del linguaggio simbolico. Il simbolo accidentale, quindi, si verrebbe a creare attraverso una’associazione mentale tra uno stato d’animo e qualcosa con cui l’individuo entra in contatto, come ad esempio un luogo; in seguito, l’ascoltare il nome di quel luogo potrà evocare lo stato d’animo esperito.

Nel simbolo universale, invece, esiste una relazione intrinseca fra il simbolo e ciò che esso rappresenta. Alcuni simboli universali li ritroviamo radicati nell’esperienza di ogni essere umano; il simbolo del fuoco, ad esempio, possiede caratteristiche intrinseche che ne determinano le sue proprietà: “esso cambia continuamente, si muove continuamente, eppure in esso vi è stabilità; rimane sempre lo stesso pur senza essere tale. Dà una sensazione di potenza, di energia, di grazia e di leggerezza; è come se danzasse e racchiudesse in sé un’inesauribile sorgente di energia.

Quando usiamo il fuoco come simbolo, vogliamo esprimere l’esperienza interiore caratterizzata da quegli stessi elementi che notiamo nell’esperienza sensoriale del fuoco: l’energia, la leggerezza, il movimento, la grazia, la gaiezza – e a volte l’uno a volte l’altro di questi elementi predomina in tale stato d’animo” (Fromm, pp.20, 1951)

Anche nel simbolo dell’acqua, egli dice, troviamo la fusione di mutamento e di permanenza, di movimento incessante e anche di stabilità, di vitalità ed energia, ma a differenza del fuoco, l’acqua è tranquilla, calma e lenta. “Il fuoco contiene un elemento di sorpresa, l’acqua un elemento di prevedibilità” . Simboli personali ed universali trovano posto nel linguaggio inconscio del paziente, e nelle analogie e storie che possono essere prodotte per entrare in profonda comunicazione con questo. Un linguaggio altamente emozionale in ipnosi è proprio la metafora, che è una comunicazione di tipo analogico, nella quale qualcosa viene simbolicamente espresso da qualcos’altro che esprime aspetti della prima.

La metafora prodotta per il paziente dovrebbe parlare il suo stesso linguaggio simbolico, creando un canale privilegiato col suo mondo interno, divenendo penetrante e suggestiva. Uno dei più abili maestri nell’utilizzo di storie, che nei suoi interventi riusciva a comprendere e utilizzare la metafora con una facilità estrema analoga a quella delle persone che utilizzano la comunicazione logica e consapevole, fu il noto Milton Erickson; i suoi suggerimenti, frequentemente indiretti, contenevano analogie riguardanti i problemi dei pazienti (Haley, 1973), ma egli non “interpretava” mai a questi ultimi il significato di tali metafore, mantenuto implicito e nascosto. Sarà poi la conseguente attivazione inconscia ed emozionale del sogetto che mettendosi in moto si metterà alla ricerca delle proprie soluzioni e di quanto gli è necessario; questo è sostenuto dalla costante fiducia e riconoscimento di Erickson (1980) per le risorse dimenticate o non utilizzate dal paziente.

Se per ipnosi possiamo intendere uno stato di coscienza molto focalizzato, nel quale l’attenzione è rivolta solo a ciò che è immediatamente rilevante, attraverso questo stato mentale è possibile rendersi conto dei propri potenziali a livello fisico, emozionale, intellettuale e comportamentale risvegliando le risorse prima addormentate (Zeig, 1987); in tale “stato modificato di coscienza” la metafora può essere un potente e intenso attivatore emozionale all’interno della relazione ipnotica la quale può essere enfatizzata e massimizzata per le finalità e gli obiettivi previsti dalla terapia; questo tipo di linguaggio ha certamente il vantaggio di essere incisivo e di entrare maggiormente in provondità nel contatto emotivo con l’individuo. Il terapeuta potrebbe utilizzare, quindi, metafore, storie, simboli e suggestioni, o un linguaggio più diretto, qualora si renda necessario. Si tratta, quindi, di suscitare un’intensa emozione terapeutica nel soggetto, utilizzando le sue stesse emozioni attentamente osservate, e una modalità prevalentemente indiretta (ma non sempre) che renda più disponibile l’individuo, massimizzandone il suo ruolo attivo nella terapia.

Per poter produrre un linguaggio emozionalmente comunicativo è essenziale attuare una responsiva osservazione del paziente, cogliendone ogni sfumatura. Da un punto di vista linguistico, si dovrebbero individuare le parole utilizzate con più frequenza e se alcune possonono considerasi parole chiave; cogliere la presenza di temi caratterizzanti la produzione verbale ed evidenziare le aree che l’individuo denota come di maggior interesse, con particolare riguardo a quella del sintomo e del relativo comportamento (Loriedo, Sale, 2002).

Ma per attuare una comunicazion che divenga davvero emozionale per il paziente, sembra opportuno tenere in debita considerazione l’idea Ericksoniana che ogni individuo è unico e che questa unicità debba essere valorizzata e rispettata; in questo modo sarà possibile, come indica Zeig (1987), guidare le associazioni della persona verso il cambiamento operato a un livello preconscio.

Il linguaggio emozionale utilizzato dal terapeuta comprende, come abbiamo visto, sia aspetti verbali che non verbali; i primi sono rappresentati da tutto ciò che viene detto e comunicato dal terapeuta attraverso il linguaggio verbale più o meno suggestivo (espresso anche in forma di domanda), mentre il linguaggio non verbale è rappresentato da tutti quei messaggi inviati con il corpo, i gesti, il tono della voce, ecc..

Ad esempio la funzione propositiva della domanda agisce nel rapporto interpersonale con l’effetto di affermare, dare ordini, implicare, indirizzare, informare, invitare, proporre relazione, rispondere, suggerire, sviluppare risorse; questa funzione delle domande è spesso conseguenza del loro significato indiretto e dei messaggi impliciti che esse contengono, poiché la forma interrogativa finisce di regola per mascherare o attenuare la direttività contenuta nella richiesta (Loriedo C., Sale A., 2002).

Gorgia riportato da Nardone, afferma “la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmare la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentare la pietà”. E poi “gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia, liberatori di pena. Aggiungendosi, infatti, alla disposizione dell’anima la potenza dell’incanto, questa la blandisce e persuade e trascina il suo fascino” (da Nardone, 2003). E interessante la definizione che Nardone da a colui che persuade, che sembra divenire quasi un comunicatore magico: “…è un inventore di verità, opera strategicamente usando il linguaggio per costruire – realtà inventate che producono effetti concreti -. E ancora “…l’essenza della persuasione è la proprietà del linguaggio che, se utilizzato in certi modi, può cambiare la percezione della realtà. In altri termini, una realtà cambia a seconda di come viene comunicata” (Nardone, 2003).

La logica della mente emozionale è una logica di tipo associativa in cui elementi che simboleggiano una realtà o ne suscitano il ricordo equivalgono a quella stessa realtà. Per questo le similitudini, le metafore e le immagini si rivolgono direttamente alla mente emozionale, come fanno l’arte, i romanzi, i film, la poesia, il canto, il teatro, l’opera. Grandi maestri spirituali come Buddha e Gesù hanno toccato il cuore dei discepoli parlando il linguaggio dell’emozione, insegnando con le parabole, le favole e i racconti (Goleman, 1995).

Se è vero come indicato da Marcoli (1999) che “C’è un bambino nascosto e spesso perduto in ognuno di noi adulti che può riattivarsi improvvisamente, senza che noi stessi ce ne rendiamo conto e condizionandoci inconsapevolmente nei comportamenti e nelle nostre azioni affettive importanti…”, è anche vero che è possibile parlare con questo bambino usando le parole sussurrate del linguaggio simbolico, il linguaggio delle storie e delle favole che egli ben conosce.

di Massimo Cotroneo

Fonte: http://www.iissweb.it

Crisi della famiglia?

2 marzo 2009

divorziatiLa cronaca ci riserva con inquietante frequenza notizie e descrizioni di efferati delitti, che maturano all’interno della cerchia familiare. E, anche quando non si raggiungono questi estremi sanguinosi, l’istituzione familiare, in Italia e in tutto il mondo occidentale, sembra mostrare la corda.

Le unioni matrimoniali tendono, sempre più di frequente, a resistere per pochi anni per poi disgregarsi. I conflitti intrafamiliari danno lavoro ad avvocati e psicologi e sembrano radicalizzarsi di anno in anno.

Esistono, è vero, delle significative controtendenze, che dimostrano come la realtà sia più contraddittoria dei facili schematismi: i figli, sovente ultratrentenni, prolungano la permanenza nella famiglia d’origine, dichiarando di trovarcisi bene, di godere di assistenza e servizi altrimenti non fruibili.

In alcune realtà territoriali, la famiglia allargata continua ancora efficacemente a supplire alle carenze economiche e di infrastrutture.

Il disagio che, tuttavia, prevale, conosce, secondo me, molte ragioni, paradossalmente non tutte negative.
E’ un fatto che l’individuo contemporaneo ha un acuto senso della propria identità, dei propri diritti, della propria autonomia. Mal tollera perciò quei legami, quelle costrizioni, quelle dipendenze, economiche e psicologiche, che soltanto l’altroieri sopportava.

La famiglia patriarcale, il “padre padrone”, come quello che ritraeva Gavino Ledda in un famoso libro di qualche anno fa, non esiste più. Esistono padri aggressivi, violenti, con problemi mentali, ma l’autoritarismo è un titolo in ribasso alla borsa dei valori esistenziali.  Anzi padri e madri contemporanei sono imbevuti, almeno superficialmente, di cultura psicologica e il corteo di esperti da consultare in caso di necessità aumenta di giorno in giorno.

Qual è, allora, il male oscuro della famiglia? Forse l’indifferenza: distratti dalle proprie mete di carriera e di consumo da raggiungere ad ogni costo, forse si tende a trascurare i figli, il loro bisogno di colloquio, di ascolto. I ritmi lavorativi ed esistenziali, sono, in occidente, fortemente accelerati, compressi, lasciando sempre meno spazio per un’adeguata cura dei rapporti personali; la sfera emotiva, affettiva di molti bambini ed adolescenti tende a risentirne.

La struttura economica che fa da cornice certo non aiuto lo sviluppo armonico della personalità. Papà e mamma devono sovente entrambi lavorare per consentire un reddito che permetta di pagare affitto e bollette e i bimbi vengono sballottati fra asili, tate, nonni e televisione.

Inoltre gli standard educativi stanno mutando: il narcisismo, l’immagine, dominano ovunque, per cui aumentano le pressioni sui figli perché “onorino” la famiglia con buoni voti a scuola, una bella presenza, l’acquisizione di sempre nuove abilità da sfoggiare poi in società.

Il figlio, insomma, come prolungamento del narcisismo dei genitori.
Capita che sempre più bambini rimbalzino da un corso all’altro, nell’arco di una stessa giornata, come palline da flipper, senza aver tempo per il gioco, l’ozio, senza conoscere la bellezza del trascorrere lento delle ore e delle giornate.

E’ una cultura, intendiamoci, di cui non sono responsabili soltanto i genitori, ma soprattutto i media, con la martellante proposizione di modelli inarrivabili di bellezza e di successo.

Oppure, sentendosi inadeguati nella sfera emotiva, certi genitori cercano di compensare questa insufficienza comunicando con i figli solo tramite oggetti: la bella macchina, i bei vestirti, la disponibilità di denaro. I figli finiscono così per percepire i genitori soltanto come obbligati dispensatori di soddisfazioni materiali.

Senza contare quei genitori che usano in modo deprecabile i propri figli come arma nelle dispute con l’altro coniuge, ignorandone totalmente le necessità.

Da tempo la famiglia è oggetto di critiche da parte del mondo della cultura. E’ ritenuta il luogo degli egoismi, della meschinità, dell’ipocrisia, del conformismo, di ogni male attraversi la società.
Ricordo il celebre “Famiglie, io vi odio” di Andre Gide o il vagamente profetico “La morte della famiglia” dell’antipsichiatra David Cooper.

Sono molte le scuole psicologiche e psichiatriche che riconoscono, forse in maniera un po’ troppo unilaterale, nei rapporti familiari distorti l’origine della cosiddetta malattia mentale.

Eppure a me sembra che la famiglia sia come la democrazia, un’istituzione imperfetta che tuttavia non ha alternative migliori praticabili.
Laddove gli esseri umani si incontrano e interagiscono per anni, è naturale e inevitabile che, dallo scontro di volontà diverse, si sviluppino conflitti.

L’importante è, forse, tentare di gestire questi conflitti con efficacia e maturità, lasciando spazio alla comprensione, al dialogo, all’affetto, alla solidarietà.

Sperando che, nel frattempo, politici e amministratori, cerchino di creare le migliori condizioni esterne (sostegni economici, infrastrutture, servizi, ecc.) affinché la famiglia prosperi.

Fonte: http://www.interruzioni.com

La relazione di coppia e l’intimità

23 febbraio 2009

sex-life1In questi ultimi anni si registra una sempre maggior consapevolezza dell’importanza dei legami sociali per la vita umana e, soprattutto, emerge, con sempre più chiarezza, il desiderio crescente delle persone di soddisfare il bisogno di entrare con gli altri in “relazioni intime”, cioè relazioni strette, prolungate nel tempo, implicanti vicinanza emotiva, capaci di promuovere il legame e di garantire rispetto, sostegno e comprensione.

Ma quali sono i fattori che consentono alle persone di sperimentare legami intimi e duraturi? L’intimità può essere incrementata e migliorata?

In questo articolo viene presentato il modello a spirale dell’intimità , sviluppato dal Prof. Cusinato , Docente all’Università di Padova e dal Prof. D’Abate , psicologo americano.

Premessa

L’uomo per sua natura, è un animale sociale, ha bisogno di confrontarsi con gli altri, di sentirsi parte di un gruppo e di entrare in relazione, seppur a livelli diversi, con le altre persone.

Se pensiamo alla nostra storia personale, ci possiamo facilmente rendere conto del fatto che siamo nati in un mondo di “relazioni significative”, siamo cresciuti confrontandoci con chi ci stava vicino, abbiamo imparato dal riflesso che le nostre azioni avevano sugli altri, ci siamo definiti riconoscendoci in alcuni aspetti uguali e in altri diversi dalle persone, soprattutto quelle per noi significative, che ci hanno circondato.

Anche la letteratura scientifica ha registrato ultimamente una presa di consapevolezza dell’importanza dei legami sociali per la vita evidenziando come ci sia un desiderio crescente delle persone di soddisfare il bisogno di entrare con gli altri in relazioni intime, cioè strette, prolungate nel tempo, implicanti vicinanza emotiva, capaci di promuovere il legame e di garantire rispetto, sostegno, comprensione.Si tratta di un desiderio che investe tutte le nostre relazioni significative.

Una ricerca condotta da Sternberg e Grajek nel 1984, “The Nature of Love “, ha messo in luce come la struttura dell’intimità in amore non sembra differire da una relazione affettiva all’altra, anzi, sembrerebbe che l’intimità sia un terreno comune non solo per la relazione di coppia, ma anche per le relazioni familiari in senso lato e per le relazioni amicali.

Tuttavia, benché sia assodato che tutti abbiamo bisogno e cerchiamo il contatto e il confronto con gli altri, da più parti emerge come vada diminuendo la capacità di instaurare relazioni intime. In effetti, spesso si assiste ad un’ambivalenza tra il desiderio e il timore nei confronti di questa esperienza.

Hatfield (1987) ha messo a fuoco alcune ragioni per cui le persone talvolta rifuggono dalle relazioni intime: si tratta del timore di fidarsi, di essere abbandonate, di essere attaccate nelle proprie fragilità, di perdere la propria individualità .

L’intimità in una relazione dipende quindi dal modo di percepirsi: saldi nella nostra identità o fragili e non ben definiti. Infatti, la condizione essenziale per entrare in relazioni intime, superando i timori, è “percepirsi provvisti di un’identità personale solida e ben definita “, fattore che ci consente di entrare in relazione con l’altro senza perdersi, senza avere l’impressione di vedere dissolversi nell’altro le proprie caratteristiche, la propria individualità e originalità.

In questo senso, autonomia individuale e capacità di amare sono associate e quindi, tanto più una persona ha raggiunto la propria autonomia ed è consapevole di se stessa, tanto più è capace di entrare in intimità con l’altro rispettandone l’unicità.

Tutto questo è estremamente importante nell’ambito della relazione di coppia, dove, per poter sperimentare intimità, è essenziale favorire l’identità personale e l’unità di coppia, che in altri termini significa favorire la capacità di ciascuno di sperimentarsi come separato e diverso dall’altro all’interno di un rapporto, di un’alleanza basata sulla capacità di essere presenti a sé e all’altro

Il modello “a spirale” dell’intimità

A partire da questi presupposti, Cusinato e L’Abate (1992) hanno messo a punto un modello teorico a spirale dell’intimità che comprende sei fattori tra loro interdipendenti che formano un circolo dinamico, una spirale ricorsiva, così che ciascuno di essi alimenta il successivo ed è dagli altri alimentato .

Uno degli aspetti pregevoli e importanti del modello è dato dal fatto che considera l’intimità in termini molto concreti e operativi: non viene infatti considerata semplicemente come un fattore intrapsichico, ma è vista principalmente come un qualcosa che può tradursi in comportamenti concreti, e quindi come un qualcosa che può essere arricchito e migliorato.

In questo senso l’intimità non è considerata come un qualcosa di scontato, dato una volta per tutte sulla base del fatto che ci si vuole bene, ma viene considerata come un aspetto della relazione di coppia che, per essere mantenuto, richiede impegno e riflessione e soprattutto, come aspetto della relazione che può essere migliorato .

Ma vediamo nello specifico quali sono i fattori di questo modello.

Capacità dei partner di comunicarsi reciprocamente i propri valori personali

La comunicazione è essenziale alla vita di relazione e assume qualità specifiche a seconda che sia a servizio della negoziazione e quindi del fare e dell’avere, dove si comunica in vista del raggiungimento di obiettivi comuni, o dell’intimità e quindi dell’essere, dove il parlare si fa confidenza e l’ascoltare diventa disponibilità esplicita alla persona del partner .

Risulta essenziale, perché si verifichi questo tipo di comunicazione, il fatto che all’interno della relazione di coppia ci sia un clima di libertà e non di costrizione o controllo, la percezione di una uguale importanza di sé e dell’altro e la consapevolezza che questa condivisione non potrà mai essere totale: ognuno ha una propria individualità e non può “fondersi” o “confondersi” con l’altro.

Capacità di rispettare i sentimenti personali dell’altro

Il nucleo centrale di ogni individualità è rappresentata dal fatto che ciascuno ha una propria storia, familiare e sociale, dei propri sentimenti, gusti, preferenze, memorie, sensibilità, bisogni aspettative, ecc. Da questo punto di vista, amarsi, entrare in intimità con l’altro non significa sentire allo stesso modo, ma significa poter potenziare e dispiegare le proprie capacità individuali per arricchire la relazione di due differenti sensibilità. In altre parole, intimità e condivisione sono raggiungibili accettando e rispettando se stessi e l’unicità dell’altro.

Accettazione reciproca dei limiti personali

Tutti noi siamo fallibili e abbiamo dei limiti: la convivenza e la solidarietà umana si basano proprio su questi assunti. Se questo è valido per ogni relazione tra persone è particolarmente tangibile per due coniugi che hanno scelto di condividere la propria esistenza.In questo senso essere intimi significa:

* lasciare che l’altro ci veda per quello che siamo , evitando di cadere nella tentazione di voler sempre apparire adeguati o perfetti e sopportando di sentirci vulnerabili ed esposti alla possibilità di un rifiuto;

* accettare l’altro nei suoi limiti , alcuni dei quali conosciuti e altri che si scopriranno nella vita insieme;

* essere solidali l’un l’altro, aiutandosi reciprocamente, per quanto possibile, ad andare oltre i limiti stessi.

Valorizzazione reciproca delle rispettive potenzialità

Fortunatamente le persone non hanno solo limiti, ma possiedono anche delle potenzialità che vanno valorizzate.Si tratta di un processo per cui ciascun partner favorisce la crescita personale dell’altro, stimolandone le risorse nascoste e apprezzandone i comportamenti e gli atteggiamenti positivi. E’ essenziale, perché questo processo porti all’intimità che:

* sia reciproco e veda entrambi lavorare per la realizzazione di ciascuno : se così non fosse, non si sperimenterebbe intimità e collaborazione, ma competizione ed egoismo;

* renda possibile riconoscere a se stessi e all’altro che la propria realizzazione passa anche attraverso l’aiuto e la vicinanza del partner.

Capacità dei partner di condividere i dolori e il timore di essere feriti

E’ il fattore chiave per raggiungere e mantenere l’intimità e racchiude due aspetti:

* il potersi mostrare all’altro senza maschere con tutta la propria fragilità e vulnerabilità chiedendo e ottenendo dall’altro la sua presenza, il suo esserci;

* il tollerare che quanto più un legame è stretto, tanto più alta è la possibilità di ferire ed essere feriti.

In effetti, non veniamo feriti dagli estranei, il potere di ferire solitamente è riservato a poche persone: quelle per noi importanti, alle quali siamo legati da vincoli di attaccamento e di amore.

Capacità di perdonare e tollerare gli sbagli dell’altro

* si cerchi di capire le ragioni che hanno portato allo sbaglio

* si sappia differenziare ciò che è importante da ciò che non è di primaria importanza nella relazione

* si permetta e si aiuti l’altro a riparare

A cura della Dott.ssa E. Maino

Fonte: http://www.benessere.com

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