Posts Tagged ‘comunicazione’

Cos’è l’assertività?

10 febbraio 2010

L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale.

L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la teoria del sano egoismo. Chi non è felice non può dare felicità, chi non ha stima e fiducia di sé non è in grado di dare agli altri sicurezza; le interazioni sociali disarmoniche generano problemi di diversa natura e gravità.

Essere assertivi significa vivere esercitando i propri diritti in modo naturale, senza provare disagio, riconoscendo agli altri la reciprocità di questo assunto.

Per ottenere questo risultato è necessario avere queste due capacità:

1. capacità di ascolto, comprensione, attenzione per l’altro;
2. capacità di esprimere il proprio punto di vista (evitando termini aggressivi e passivi) e farlo rispettare.

Comunicazione ed assertività

L’assertività è, a mio avviso, il modo più efficace per ottenere realmente il meglio da noi stessi e dagli altri.
Chi comunica in modo assertivo comunica in modo efficace e sempre con finalità vincere-vincere (vinco io e vinci tu), cioè in un modo che porta tutte le persone coinvolte nella comunicazione (o nell’interazione) ad uscire soddisfatte dalla stessa.
Questa finalità è contrapposta alle finalità vincere-perdere, in cui c’è un solo vincitore (io vinco tu perdi) ed è tipica dei rapporti conflittuali, competitivi.

Un esempio di questo tipo di comunicazione è la vendita senza etica: se io sono un venditore e non mi faccio scrupoli ad usare tutte le più subdole tecniche di vendita per venderti qualcosa a condizioni estremamente favorevoli per me e svantaggiose per te, di primo acchito può sembrare che io abbia vinto (ho concluso un ottimo affare), ma in realtà ho vinto sul momento (ho concluso un ottimo affare), ma ho perso nel lungo periodo (ho perso un cliente e tutti quelli potenziali messi in guardia dal primo).

Quindi chi comunica in modo assertivo comunica sempre con finalità vincere-vincere. Facciamo un esempio per capire questo concetto: come reagiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa che non abbiamo fatto, ci interrompe o pretende da noi più di quanto possiamo offrire?
Se non siamo assertivi, a seconda dei casi possiamo avere reazioni aggressive o remissive.

Fonte: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252

La comunicazione non verbale

4 dicembre 2009

L’uomo, oltre alle parole utilizza varie forme di comunicazione non verbale. Il senso comune considera la comunicazione non verbale come qualcosa di più spontaneo, più naturale e in certo senso più “semplice” rispetto alle parole, considerandola come una specie di linguaggio innato e universalmente comprensibile.

Per comprendere l’inaspettata ricchezza della comunicazione non verbale si può iniziare a studiarla nelle sue diverse componenti:

- Il sistema paralinguistico
- Il sistema cinesico
- Prossemica
- Aptica

- Il sistema paralinguistico o sistema vocale non verbale, è costituito da tutti i suoni che emettiamo a prescindere dal significato delle parole.

Si tratta in primo luogo del tono e della frequenza della voce, entrambi legati a fattori fisiologici ma anche alla posizione sociale di chi parla. La frequenza della voce si accompagna alla sua intensità, anch’essa spesso modulata in funzione di variabili sociali.

Una variabile della comunicazione paralinguistica è relativa al ritmo, alla velocità delle frasi e all’impiego delle pause. Accanto a queste pause vuote (silenzio) tutti noi utilizziamo le cosiddette pause piene, ovvero quei suoni non verbali come “mmh…beh…” che servono sia per “prendere tempo” quando si stanno ancora cercando le parole giuste, sia soprattutto per governare lo scambio dei turni e gestire l’andamento complessivo della comunicazione.

Anche il silenzio, paradossalmente, può “parlare” più delle parole: a seconda dei casi, può indicare un’ottima o pessima relazione, può indicare assenso o dissenso.Il silenzio a sua volta può essere un indice di estrema concentrazione o al contrario distrazione.

- Il sistema cinesico comprende i movimenti degli occhi, del volto e del corpo. Da un punto di vista fisiologico, il contatto oculare aumenta l’attivazione nervosa sia in situazioni appaganti che in situazioni di pericolo.

La mimica facciale è una seconda componente importante del sistema cinesico. In alcuni casi le espressioni del nostro viso sono completamente al di fuori del nostro controllo, in altri sono invece completamente volontarie.

Alcuni studiosi hanno cercato di scomporre la ricchezza del volto umano, arrivando a identificare ben 44 “unità di azione”, tra queste sono compresi, per esempio, gesti come sollevare l’interno e l’esterno della fronte, le sopracciglia, le palpebre, le guance, corrugare il naso, innalzare gli angoli delle labbra, abbassare il labbro inferiore, innalzare gli angoli delle labbra, abbassare il labbro inferiore, abbassare la mandibola, strizzare gli occhi e così via.

Il sistema cinesico comprende anche i gesti, che nella comunicazione umana riguardano in primo luogo le mani. La gestualità viene spesso utilizzata per sottolineare o enfatizzare quanto si dice con le parole, ma in molti casi costituisce anche l’unico codice comunicativo utilizzato. Quando sono utilizzati assieme al discorso verbale, i gesti devono essere considerati come parte integrante della comunicazione, i gesti sono spesso più importanti delle parole, in modo particolare nei casi in cui la comunicazione verbale risulta ambigua, incerta o contraddittoria.

Assume quindi ancora maggiore importanza il problema della difformità interpretativa del sistema comunicativo gestuale: un gesto sbagliato o interpretato in modo imprevisto può scatenare conseguenze che vanno da un generico imbarazzo fino a complesse tensioni internazionali.

La postura ( ovvero la posizione assunta dal nostro corpo quando siamo seduti, in piedi, sdraiati) è anch’essa parte del sistema cinesico e veicolo di comunicazione interpersonale.

Con la prossemica entriamo nel mondo della gestione dello spazio e del territorio. L’analisi sistematica della prossemica ha portato a identificare quattro zone principali in cui suddividiamo lo spazio che ci circonda:

- la zona intima va dalla superficie della nostra pelle a circa 50 centimetri di distanza. Si tratta di una zona particolare all’interno della quale accettiamo con piacere solo poche persone. Un’invasione non autorizzata della zona provoca disagio, imbarazzo o paura.
- la zona personale va da 50 centimetri a circa un metro di distanza dalla nostra pelle. Qui sono ammessi i familiari meno stretti, gli amici o i colleghi con cui lavoriamo abitualmente. È’ la zona in cui avvengono le conversazioni rilassate, il volume della voce può essere mantenuto basso, oltre alla voce si percepiscono chiaramente lo sguardo, i dettagli del volto, il respiro e alcuni movimenti del proprio interlocutore.
- la zona sociale va da uno a tre metri o quattro metri: è la distanza a cui ci manteniamo rispetto agli interlocutori più o meno casuali. All’interno di questa zona è possibile osservare l’intera figura della persona che abbiamo di fronte, controllarne i movimenti.
- la zona pubblica, oltre i quattro metri, è quella prevista per le occasioni pubbliche ufficiali, per conferenze, comizi o lezioni universitarie. In questo caso la comunicazione diventa di solito qualcosa di accuratamente preparato in anticipo attraverso lo studio di tutte le sue componenti: parole, voci, gesti, postura etc.

L’aptica:   infine la comunicazione non verbale avviene anche attraverso l’aptica, ovvero le forme diverse del contatto fisico come una stretta di mano, un doppio bacio sulla guancia, un abbraccio, una semplice pacca sulla spalla. In generale, l’aptica costituisce un terreno tanto importante quanto delicato: un tocco in più o uno in  meno può farci passare, nel migliore dei casi, per persone fredde oppure invadenti.

Fonte: http://www.comunicazionidimassa.net/TTCM/Riassunti-del-libro-di-Paccagnella-cap.2-e-cap.3.html

Dire la verità

27 novembre 2009

Perché è così difficile dire la verità?

Questo si può considerare (in parte) un supplemento a La stupidità della pubblicità. E (più precisamente) ad alcuni capitoli di Il potere della stupidità (per esempio Stupidi e furbi e Il circolo vizioso della stupidità). Ma la prospettiva è più ampia. Sono infinite le situazioni in cui si “dicono le bugie” – o comunque le informazioni e le opinioni sono distorte.

Ci sono (e non sono pochi) bugiardi così bugiardi che finiscono col credere alle loro bugie. Come ci sono persone che credono di essere sincere, ma senza rendersene conto ripetono panzane altrui – o dicono, con infondata certezza, cose di cui non hanno un’adeguata conoscenza.

Si dice che le bugie “hanno le gambe corte”. Può essere vero, per quelle che è facile controllare. Ma ce ne sono tante che hanno gli stivali delle sette leghe e circolano indisturbate per anni (non sono poche quelle che imperversano da millenni).

Qui dobbiamo, almeno per un momento, mettere da parte il (fondamentale) concetto filosofico che la “verità assoluta” non esiste. Accontentiamoci di ciò che “possiamo ragionevolmente considerare vero”. Un’enorme quantità di ciò che si dice e si scrive non rientra neppure in questa “minima” definizione. E non sempre è facile capire perché.

C’è chi è bugiardo di professione. Imbroglioni, venditori di fumo o di patacche, fabbricatori di pettegolezzi, manipolatori dell’informazione. Lo sono spesso i politici, per motivi “elettorali” o anche solo per abitudine. Personaggi più o meno noti (o che sperano di diventarlo) per arroganza, presunzione, vanteria o illusione di essere divertenti. Ogni sorta di opinionisti, tuttologi, presunti “esperti”, scribacchini e chiacchieroni (talvolta lautamente pagati per dissertare su cose che non sanno).

Ma c’è chi mente per il gusto di mentire. Per vantarsi o “farsi bello”. Per cercare di sedurre, o stupire, o rendersi interessante. Per offrire consigli non richiesti. Per fingere competenze che non ha. Per nascondere o travestire ciò che non vuol far sapere. Per il gusto (spesso sgradevole) del pettegolezzo. Per nuocere a un avversario o a qualcuno che gli è antipatico. Per vedere quanti e come “ci cascano”. O anche solo per abitudine.

Quando è uno scherzo, o un pesce d’aprile, se rimane in quei limiti può essere divertente. Anche educativo, se serve a dimostrare come le più incredibili panzane possano avere una sorprendente diffusione. Ma (come dimostrano alcune “leggende metropolitane”) può accadere che una scempiaggine detta per scherzo cresca come un incontrollabile parassita e finisca con l’essere accettata come “verità” anche se non era quella l’intenzione di chi si era divertito a inventarla.

L’occasione per questo ragionamento non è qualche bufala pubblicata nei giornali o trasmessa in televisione o circolante nell’internet. (Di quelle ne incontro ogni giorno più di quanto è umanamente sopportabile). Lo spunto che mi porta a ripensarci è un recente articolo (7 febbraio) di un autore che ho spesso citato e a cui, di nuovo, mi ispiro volentieri. Gerry McGovern The customer CAN handle the truth (che si può tradurre, pressappoco, “Il cliente SA capire la verità”).

Cita alcuni esempi (da cui risulta che certe stupidaggini non succedono solo in Italia). «Sarebbe ora – dice – che venditori e comunicatori smettessero di trattare i loro clienti come bambini e cominciassero a trattarli come adulti intelligenti».

(Mentire ai bambini non è una buona idea. Oltre a confonderli,
serve anche a farli diventare diffidenti – e bugiardi.
Ma quello è un altro – anche se importante – discorso).

Nel suo articolo Gerry McGovern prende in giro, giustamente, Google per un’arzigogolata dichiarazione di settantasei parole con cui spiegano una cosa che si poteva dire meglio in dieci – e soprattutto presentano come “sofisticato miglioramento nel servizio ai clienti” una riduzione di qualità tecnica fatta per comodità loro. Tutt’altro che comunicazione efficace, da parte di un’impresa che si considera specializzata in quel campo.

E altrettanto giustamente, con una serie di altri esempi, critica la proliferazione di sistemi “automatizzati” (per telefono, per e-mail o anche negli “uffici informazioni”) che promettono di offrire un servizio migliore mentre fanno il contrario. Un comportamento esasperante diffuso da parecchi anni – che, invece di correggersi, continua a imperversare. Con l’irritante finzione di proporsi come “innovazioni tecniche” o customer care mentre sono riduzioni di servizio, fatte per spendere meno e per ridurre i “disturbi” – o marchingegni burocratici per evitare di spiegarsi in modo comprensibile.

Ma Gerry cita anche altri fatti, non influenzati direttamente dalle tecnologie dell’informazione. Come un ascensore guasto in un albergo (così bisogna fare le scale a piedi con le valige) presentato come “siamo lieti di annunciare che stiamo ristrutturando per un miglior servizio ai nostri ospiti”. O una casa in vendita, presentata come “deliziosamente tradizionale”, mentre alla resa dei conti si rivela che “l’ unica cosa da fare è demolirla e ricostruirla daccapo”. Eccetera…

Un fatto abbastanza evidente, se si osserva con un po’ di attenzione, è che quando c’è qualità reale basta esporre semplicemente i fatti – quando non c’è abbondano gli aggettivi, gli orpelli, i travestimenti. Ma l’abitudine è così diffusa che si ricorre a quei miserandi trucchi anche quando non ce n’è alcun bisogno. Con l’unico risultato di aumentare la confusione – e la diffidenza.

Gli anni passano, il fastidio aumenta, la perversa tendenza continua. A tal punto che i falsi salamelecchi interferiscono anche quando non c’è una consapevole intenzione di mascherare un peggioramento o una mancanza di qualità. Cioè quei comportamenti, oltre che bugiardi, sono anche stupidi.

Così conclude Gerry McGovern «Ecco un’idea radicale: dite la verità». Ma sembra che stia diventando sempre più difficile. Bugie e travestimenti sono un’abitudine, un modo di essere, un riflesso condizionato.

Non si tratta solo di situazioni “commerciali”. In tutte le forme di informazione e comunicazione imperversano le bugie (e le sciocchezze) togliendo spazio e respiro a tutto ciò che può essere un’attendibile verità – o almeno uno stimolo a cercare di capire meglio.

Uno dei problemi è la pretesa che tutti debbano (o possano) avere un’opinione su tutto. E molto più chiaro dire “non lo so”. O almeno cercare di informarsi prima di dire (o riferire) sciocchezze.

Uno dei motivi per cui non dico bugie è che sarei costretto a ricordarle – cosa fastidiosamente faticosa. Ma c’è chi se la cava con sfacciata disinvoltura. “Non ho mai detto così, sei tu che ti sbagli”. (O, viceversa, si ostina ad attribuirci opinioni che non abbiamo mai avuto o affermazioni che non abbiamo mai fatto).

Le menzogne (o gli errori di comprensione) hanno una pericolosa tendenza a moltiplicarsi. Perché per sostenerne una occorre inventarne un’altra. O perché circolando si deformano, assumono aspetti e significati diversi. Non è raro che una cosa, sensata e credibile in un contesto, diventi assurda quando “migra” altrove.

Dobbiamo mentire per cortesia? Qualche volta, forse, può essere necessario. Ma le autentiche “buone maniere” non si nutrono di falsità. Ci sono molti modi per dire la verità senza essere offensivi. E c’è più amicizia in una critica sincera che in un falso complimento.

Ci sono bugie sincere? Qualcuna si. Se un innamorato dice alla sua amata “farò di te la donna più felice del mondo” (o viceversa) è poco probabile che possa essere letteralmente “vero” (anche perché non c’è alcuno strumento per misurare la felicità di tutte le persone del mondo). Ma se è un’intenzione profonda e appassionata ha un autentico valore – sia che duri per tutta la vita o solo per un magico momento. Questa non è menzogna, è poesia.

Ci vuole coraggio, per dire la verità? Talvolta si. Ma mentire è quasi sempre una vigliaccheria. E anche tacere, se è per opportunismo, può essere riprovevole.

Non occorre essere aggressivi, né polemici o insultanti. Spesso una verità, grande o piccola, si afferma meglio con pacata chiarezza. Ed è opportuno essere pronti a cambiare idea, o a correggere le nostre percezioni, quando c’è un buon motivo per farlo.

Non c’è dialogo quando ognuno è arroccato sulla sua posizione. È sempre importante saper ascoltare – anche quando ciò che sentiamo dire è (o ci sembra) sciocco. Come diceva Catone. «I saggi imparano di più dagli stupidi che gli stupidi dai saggi».

Se altri capiscono le nostre verità, meglio per tutti. Ma se solo noi impariamo dalle verità (o falsità) degli altri siamo noi, non gli altri, a uscire arricchiti da quell’esperienza. Anche nel caso che ciò che ne abbiamo ottenuto sia solo un dubbio. (Lo diceva bene Voltaire. «Il dubbio è scomodo, la certezza è ridicola». E Bertrand Russell. «Il problema del mondo è che gli stupidi sono troppo sicuri e gli intelligenti sono pieni di dubbi»).

Silvio Ceccato usava spiegarlo così. «Se tu mi dai una moneta e io ti do una moneta, ognuno di noi ha una moneta. Se io ti do un’idea e tu mi dai un’idea, ognuno di noi ha due idee». Ma purtroppo da molti dialoghi si esce senza alcun arricchimento (o impoveriti da chiacchiere insulse che ci hanno confuso le idee).

Cercare e affermare la verità non vuol dire credere che sia incisa nel marmo. Né restare ciecamente ancorati a ciò che crediamo di sapere. Non si finisce mai di imparare. Ma per arricchire davvero le nostre conoscenze, e avere utili scambi di opinione, occorre togliere di mezzo le bugie, i pregiudizi, i preconcetti, le “mezze verità” e la sciocca convinzione che qualcosa sia “vero” solo perché lo sentiamo continuamente ripetere.

Tutto questo è ovvio? Sarei felice se lo fosse – o se lo diventasse – finalmente rendendo inutili e superate osservazioni come quelle che sto scrivendo. Ma così, purtroppo, non è. E, anche in quel caso, non potremmo smettere di stare in guardia. Perché le bugie (come la stupidità) hanno un’insidiosa capacità di riprodursi “sotto mentite spoglie” e di riproporsi con ogni genere di travestimenti.

Insomma proviamo a dire più spesso la verità. E soprattutto a cercarla, nel marasma di panzane, pressapochismi, consapevoli inganni o superficiali errori, in cui siamo quotidianamente sommersi.

È difficile? Meno di quanto sembra. Con un po’ di esercizio può diventare una “sana abitudine”. E – come ogni buona ginnastica mentale – spesso è divertente.

Fonte: http://www.gandalf.it

Comunicazione seduttiva

17 novembre 2009

Comunicazione seduttivaLa seduzione è un gioco molto simile allo scherzo ironico, ecco perché chi sa essere ironico è generalmente un ottimo seduttore.

Il corteggiamento, sia negli animali che nell’uomo, comporta il ricorso a esibizioni mascherate, inganni e, più genericamente, a forme di comunicazione indiretta e obliqua.

La seduzione è un gioco sottile di adescamento che richiede l’utilizzo della giusta dose di esibizionismo e di nascondimento, finzione e svelamento, raccontando qualcosa ma senza mai dire troppo.
La chiarezza non è certamente la caratteristica essenziale della comunicazione seduttiva, così come di quella ironica. Con l’ironia e con la seduzione si può mirare agli stessi scopi: ingannare, affascinare o persuadere.

Nella letteratura scientifica si trovano due approcci diversi alla comunicazione seduttiva, l’approccio evolutivo-etologico e quello psicologico e sociologico.

Nel modello evoluzionistico la seduzione potrebbe essere definita come una sequenza definita di comportamenti strategici e intenzionali lo scopo primario dei quali sarebbe quello di attrarre (sessualmente) un’altra persona (generalmente del sesso opposto). Lo scopo principale della seduzione sarebbe quello di costruire un legame intrigante con il partner allo scopo di raggiungere un contatto intimo. Desmond Morris descrive appunto la seduzione come una serie di steps da percorrere nel tempo: identificazione-scelta del partner; contatto; definizione degli interessi reali di entrambi; intimità relazionale; instaurazione di un legame definitivo e stabile.

Questo modello, tuttavia, si concentra unicamente sul ruolo del seduttore, mentre trascura del tutto gli aspetti di simultaneità ed interazione e, soprattutto, gli aspetti comunicativi.

Un approccio complementare concentra l’attenzione invece sui comportamenti comunicativi degli attori del gioco della comunicazione seduttiva:

1. uscire dall’anonimato:
in questa fase lo scopo è quello di farsi notare e di apparire migliori di quanto l’altro possa pensare. Questo tipo di comportamento comunicativo mostra molti punti di contatto con la comunicazione ingannevole!

2. Una volta attirato l’interesse l’intenzione seduttiva
deve essere rivelata gradualmente, un poco alla volta, a causa dell’impossibilità di sapere con certezza le intenzioni e i sentimenti dell’altro. La situazione è pertanto a rischio di un rifiuto e quindi di un grave danno. Da qui il ricorso alla comunicazione obliqua, indiretta, ironica. Ecco alcuni esempi di comunicazione allusiva per arrivare a proporre un altro incontro:

- Vieni qui spesso?

- Mi domando se accadrà che ci incontreremo ancora

- Mi chiedo se potremo incontrarci di nuovo

- Sarebbe carino rivederci

- Mi piacerebbe rivederti

- Vorrei rincontrarti, tu sei d’accordo?

Nella comunicazione seduttiva tutto ciò che è esplicito e spontaneo è generalmente evitato, piuttosto ogni mossa è calcolata e tattica, come la strategia di mostrarsi vulnerabili per indurre l’altro ad abbassare le difese.
L’ironia e la persuasione non si limitano solo a convincere, come la comunicazione persuasiva, ma mirano ad attrarre e affascinare il partner.

Fonte: http://guide.supereva.it/ironia/interventi/2005/02/198809.shtml

La timidezza e il linguaggio del corpo

14 novembre 2009

La timidezza e il linguaggio del corpoGesticolare con le mani, arrossire, scegliere in un dato contesto di stare in gruppo o appartati, il modo di vestirsi, la scelta del posto in cui sedersi a tavola, la mimica e i più svariati atteggiamenti, costituiscono tutti  un tipo di comunicazione non verbale ma molto importante perché svela ciò che una persona realmente pensa e che alle volte è esattamente il contrario di ciò che dice.

Il linguaggio del corpo quindi, in molti casi, trasmette più di quanto non trasmetta il linguaggio verbale. Pensiamo addirittura al ruolo importante che esso riveste nel caso di soggetti sordomuti, in cui il linguaggio delle mani sostituisce il linguaggio vocale

Diversi studi hanno dimostrato che durante un discorso, una buona percentuale delle informazioni che ci arrivano, pervengono non solo dalle parole, ma anche e soprattutto dal tono della voce e dal linguaggio del corpo (anche altri organi sono interessati al sondaggio, per esempio il naso). Ciò che arriva tramite il “canale verbale” sono essenzialmente i cosiddetti fatti salienti, mentre tramite il “canale non verbale” viene poi trasmesso ciò che in definitiva “lascia traccia”.

Bisogna però fare attenzione a non valutare una persona da un solo gesto: così come una parola non ha senso se non all’interno di un discorso quindi insieme ad altre parole, così un singolo gesto non basta per definire una determinata personalità;è invece necessario osservare tutto l’insieme dei gesti, dei segnali inconsci per avere una traccia più precisa del carattere di una persona.

I gesti si dividono in consci e inconsci;  innati e acquisiti.

Le espressioni facciali per esprimere gioia, rabbia, tristezza, sorpresa, paura, vergogna,repulsione, disprezzo sono innate (rientrano nella cosiddetta memoria filogenetica) comuni a tutta l’umanità in  quanto non variano da individuo a individuo, né tra razze diverse. Innato è anche il gesto del neonato di succhiare il latte dal seno materno. Altri gesti vengono acquisiti, cioè copiati. Quando li impariamo, imitiamo dei modelli.

- Potere e età  riducono i gesti. Più in alto si trova una persona nella scala del potere, più misurati sono i suoi gesti. Più in basso egli si trova in questa scala, più espressivo è il suo linguaggio del corpo. Ancora un’altra cosa: più si cresce, più si diventa adulti, più si cerca di contenere le manifestazioni di affetto (col rischio però di diventare eccessivamente freddi e distaccati).

- A tutti voi sarà capitato, almeno qualche volta nella vita, di dire qualche piccola bugia e sicuramente avete usato come mezzo la telefonata o l’sms (usati spesso anche per addii o scuse diverse). Tutto questo perché in un contatto interpersonale “faccia a faccia”, se è facile mentire con le parole, non è altrettanto facile costringere il nostro inconscio. Esso si libera continuamente e continuamente agisce: mentre si dice la bugia, il nostro inconscio trasmette tanta energia nervosa. Questa si trasforma in un gesto insicuro, in microsegnali che non possiamo controllare perfettamente (l’inarcare di un sopracciglio, l’arrossire,  il tic di un angolo della bocca, il sudore della fronte, lo sbattere delle palpebre, i giochi nervosi delle dita e tanti altri gesti) che distruggono tutto ciò che era stato costruito faticosamente  e che inducono l’osservatore a pensare che qualcosa di  ciò che stiamo dicendo, non corrisponde proprio alla realtà.

Chi si scosta spesso per questioni professionali dalla via della verità, come per esempio i politici, gli attori, i rappresentanti, i venditori, chi abitualmente compie atti disonesti o anche chi semplicemente è abituato a mentire , educa il proprio linguaggio del corpo (attraverso un costante controllo emotivo) al punto tale da riuscire ad ingannare perfettamente un occhio poco esperto.

- E’ importante tener conto inoltre, che, nella vita di tutti i giorni, tramite il linguaggio corporeo, mandiamo costantemente e inconsciamente agli altri dei segnali che si traducono in percezioni di alto, medio o basso gradimento. Ad esempio, quando stiamo bene con noi stessi, tutto il nostro corpo è fisiologicamente predisposto a inviare agli altri segnali positivi, di apertura, per un “fluida” comunicazione.

- Può accadere però, in alcune circostanze, che tratti della nostra personalità , pongano in qualche modo un ostacolo tra noi e il mondo esterno. Ad esempio, le persone particolarmente timide, spesso sono giudicate in maniera diversa da ciò che sono realmente in quanto inevitabilmente la timidezza manda dei segnali di chiusura.

- Bisogna comunque fare attenzione a non confondere il semplice imbarazzo con la timidezza “cronica”, quella che porta gradualmente ad estraniarsi da qualsiasi contesto fino ad assumere la forma di una vera e propria fobia sociale.

- Seneca diceva ” la timidezza è degli animi nobili “. Credo sia profondamente vero. Ciononostante il fatto di evitare di esporsi e di dire la propria opinione, la difficoltà nel riuscire a sostenere un contatto oculare, parlare a bassa voce e in fretta e  rimanere in qualche modo sempre a una certa distanza dagli altri, possono essere interpretati come indici di altezzosità e superbia.

Il timido viene facilmente etichettato come una persona strana, asociale, antipatica e quindi da tenere in disparte. A sua volta, egli sentirà su di sé il peso del giudizio sbagliato degli altri e di conseguenza, tenderà sempre più a chiudersi nel proprio guscio.

- Ma cosa c’è realmente alla base della timidezza? Il più delle volte le cause sono: una scarsa autostima, un’insicurezza di fondo e una forte paura di essere giudicati (deboli, stupidi, incapaci, etc ). Tutto ciò probabilmente può essere stato determinato oltre che da una certa predisposizione genetica, anche e soprattutto da qualche esperienza infantile-adolescenziale o della vita adulta (ad esmpio, nel caso di bambini: educazione particolarmente rigida, rimproveri frequenti o comunque la scarsità o mancanza di rinforzi positivi in situazioni importanti).

- Sicuramente il timido non vive bene la sua condizione, considerando anche il fatto che oggi più che mai, la società sta ovunque e chiede continuamente reazioni da parte dell’individuo, reazioni che egli spesso, non riesce a dare. Anche se con i suoi atteggiamenti può apparire sfuggente, il timido è una persona estremamente sensibile e profonda che non riuscendo ad esprimere ciò che sente, vive in uno stato di costante conflitto interiore e tensione.

- Se in qualche modo vi siete riconosciuti in questo profilo, potreste trovare giovamento sperimentando per un periodo, un corso di teatro. La recitazione si basa su tecniche che vi permetteranno di entrare in maggior contatto con la vostra gestualità, con le vostre espressioni corporee per una prossima comunicazione interpersonale più diretta e serena. Imparerete cioè ad esprimere tranquillamente un’emozione, un’idea, senza più il desiderio di nasconderle e di nascondervi …

Lozzi Emanuela – Studentessa di Psicologia iscritta all’Università dell’Aquila all’indirizzo “Sperimentale, generale e della valutazione clinica”

Fonte: http://www.ilmiopsicologo.it/pagine/il_linguaggio_del_corpo_e_la_timidezza.aspx

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