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Intelligenza emotiva e successo nel lavoro

25 agosto 2010

Per avere successo nella vita in genere e nell’ambito lavorativo in particolare, non è sufficiente disporre di un elevato Quoziente Intellettivo o essere competenti da un punto di vista professionale; occorre anche poter disporre di quella che Daniel Goleman chiama intelligenza emotiva.

Quest’ultima si fonda su due tipi di competenza, una personale – connessa al modo in cui controlliamo noi stessi – e una relazionale, legata al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri. Di seguito verranno illustrate le singole componenti di ciascuna delle due competenze e le loro ripercussioni sul contesto lavorativo.

Se ci dovessero chiedere di elencare i fattori che portano un individuo ad avere successo nella vita in genere, e sul lavoro in particolare, probabilmente ai primi posti della lista metteremmo un’intelligenza vivace, una carriera scolastica brillante, precise competenze professionali e, probabilmente, alcuni fattori legati alla sorte, come ad esempio il far parte di una classe sociale abbiente, l’avere un aspetto fisico avvenente e l’essersi imbattuto in circostanze fortuite del tutto favorevoli.

Tutto vero, ma non basta. Pensiamo ad esempio ad una persona con una straordinaria intelligenza, brillante dal punto di vista accademico, competente sul piano lavorativo, ma arrogante, irascibile, incapace di trattare con le altre persone e di gestire le proprie emozioni: nonostante le sue competenze professionali e la sua intelligenza, non siamo affatto sicuri che avrà successo nella sua carriera professionale. Da questo punto di vista possiamo dire che, se per accedere ad una determinata professione spesso appaiono prerequisiti importanti l’essere qualificati come persone intelligenti, avere un titolo di studio conseguito a pieni voti, mettere in campo una competenza professionale di prim’ordine, per mantenere e facilitare una carriera lavorativa sono necessarie anche altre caratteristiche.

Quali sono? Daniel Goleman, in una fortunata pubblicazione, le raggruppa sotto il termine di intelligenza emotiva e le qualifica come un modo particolarmente efficace di trattare se stessi e gli altri.

Tra queste caratteristiche rientrano ad esempio:

la capacità di motivare se stessi e di continuare a perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni;
la capacità di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione;
la capacità di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare;
la capacità di essere empatici e di sperare.

Più in generale, alla base dell’intelligenza emotiva ci sono due grosse competenze:

una competenza personale , legata al modo in cui controlliamo noi stessi
una competenza sociale , legata al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri.

Entrambe le competenze sono caratterizzate da abilità specifiche. In particolare, alla base della competenza personale troviamo la consapevolezza, la padronanza di sé e la motivazione; alla base della competenza sociale troviamo invece l’empatia e le abilità nelle relazioni interpersonali.

Le abilità alla base della competenza personale

La consapevolezza di sé

Implica innanzitutto la capacità di riconoscere le proprie emozioni dando loro un nome  In genere quando qualcosa non va – il lavoro non riesce, i colleghi non ci capiscono, non ci considerano o peggio ci sfruttano – l’emozione prevalente è la rabbia. A ben guardare la rabbia è una emozione secondaria, cioè l’espressione di qualcosa che sta più a fondo e che può essere di volta in volta delusione, sconforto o anche paura. Dare il nome giusto a ogni emozione significa già esercitare una prima forma di contenimento , di controllo.
In secondo luogo la consapevolezza di sé comporta un’autovalutazione accurata delle proprie risorse interiori , delle proprie abilità e dei propri limiti e quindi porta sia alla percezione del proprio valore e delle proprie capacità, sia ad una sana fiducia in se stessi. Su queste basi sarà poi possibile proporsi con fermezza quando si tratta di mettere in evidenza i propri punti di vista, i propri diritti o di dar voce a opinioni impopolari ma giuste.

La padronanza di sé

Seppur vada intesa principalmente come autocontrollo, quindi come capacità di dominare le emozioni , non implica assolutamente la soppressione, il soffocamento o la negazione delle stesse. Da questo punto di vista se tutte le emozioni sono permesse, non tutte possono essere espresse. Infatti se non siamo responsabili dei nostri sentimenti, di ciò che proviamo interiormente di fronte a comportamenti o avvenimenti, siamo però responsabili per il modo in cui decidiamo di esprimerli. In questo senso, essere dotati di intelligenza emotiva significa essere in grado di gestire i propri sentimenti, essere quindi capaci di controllarli ed esprimerli in modo appropriato ed efficace .

Spesso la ragione per cui molte persone non esprimono appieno il loro potenziale risiede in una loro incompetenza emotiva, cioè in una incapacità di gestire le proprie emozioni. In effetti, non è raro il caso in cui, pur essendo intelligenti si agisce da stupidi sull’onda di un’emotività incontrollata, a volte impedendo, in tal modo, una collaborazione serena e finalizzata al raggiungimento di obiettivi comuni. Viceversa chi è padrone di sé è maggiormente in grado di comportarsi con onestà, agendo eticamente, nel rispetto delle regole, adoperandosi per costruire un clima di affidabilità e autenticità, ammettendo i propri errori e assumendosi le proprie responsabilità per quanto attiene alla propria prestazione, al rispetto degli impegni e all’attenzione al compito.

Il concetto di padronanza di sé potrebbe evocare l’intransigenza, la rigorosità assoluta: non è così; implica piuttosto uno spirito di innovazione e adattabilità, cioè l’essere aperti a nuove idee e approcci nuovi, alla ricerca e valutazione di soluzioni originali, all’assunzione di prospettive inedite senza lasciarsi paralizzare dal timore del rischio. Non è la semplice ricerca del nuovo fine a se stesso – nuovo non è sinonimo di migliore – o il lasciarsi guidare dalle mode, ma l’essere flessibili alle richieste di cambiamento poste dalle nuove circostanze adottando risposte e strategie adeguate; essere padroni di sé significa anche saper riconoscere i bisogni e innescare o gestire il cambiamento.

La motivazione

E’ data dall’insieme delle tendenze emotive che guidano, sostengono o facilitano il raggiungimento di obiettivi. La motivazione comporta sia la spinta alla realizzazione personale – connessa al cercare la propria soddisfazione proponendosi obiettivi stimolanti, orientandosi al risultato, e coltivando l’impulso a migliorare le proprie prestazioni – sia l’impegno nel dare senso e sostegno anche ad un eventuale lavoro d’équipe. La motivazione è sorretta da uno spirito di iniziativa che consiste in una tensione all’obiettivo, al di là di quanto viene prescritto e degli impedimenti burocratici, e nella prontezza a cogliere le opportunità.

In ultimo la motivazione è caratterizzata da una buona dose di ottimismo inteso sia come capacità di essere costanti nel perseguire gli obiettivi al di là degli ostacoli incontrati e degli errori commessi, sia come capacità di puntare sulla speranza di successo e non sulla paura del fallimento. Una solida competenza personale con la conseguente capacità di individuare correttamente i propri sentimenti e bisogni, consente anche di mettersi in sintonia con i sentimenti degli altri. Questa è la radice prima dell’empatia, cioè della capacità di comprendere gli altri nei loro sentimenti, punti di vista, interessi, preoccupazioni, mediante un ascolto attivo.

Le abilità alla base della competenza sociale

L’empatia E’, come già detto, insieme alle abilità nelle relazioni interpersonali, alla base di una delle due grosse competenze su cui si fonda l’intelligenza emotiva nell’ambito della competenza sociale.
Essere empatici significa far risuonare dentro di sé i sentimenti degli altri come se fossero i propri e senza dimenticare i propri, in una sorta di vicinanza senza confusione. E’ l’accettazione incondizionata degli stati d’animo così come vengono offerti nella relazione. Non si può discutere o negoziare il modo in cui gli altri provano un’emozione. Possiamo discutere o disapprovare i comportamenti, ma non le emozioni sottostanti.

Nell’essere empatici, accanto alla condivisione dei sentimenti, c’è anche la valorizzazione degli altri, che si manifesta nel credere nelle persone, nel mettere in risalto e potenziare le loro abilità, nel sostenere la loro autonomia, nel rispettare le loro diversità individuali, etniche e ideologiche, nell’utilizzare le differenze come opportunità al di là di ogni pregiudizio.

La comunicazione In conclusione, si può affermare che non esiste solo un’intelligenza di tipo cognitivo, ma ne esiste un’altra, di pari importanza, di tipo emotivo – relazionale, che ci consente di capire meglio noi stessi e di interagire in modo più efficace con gli altri. In questo senso è pertanto facile comprendere come per avere successo nella vita in genere e nell’attività professionale in particolare, non sia sufficiente avere un elevato Quoziente Intellettivo o essere competenti da un punto di vista professionale, ma occorra disporre anche di una intelligenza emotiva che ci consenta di essere competenti anche da un punto di vista relazionale.

A cura della Dott.ssa E. Maino

Fonte: http://www.benessere.com

Bibliografia

La comunicazione efficace

6 agosto 2010

La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti. Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto “entrare in relazione” con soggetti esterni a noi.

La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.

Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse, e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole, bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che “parlano” per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.

Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che “noi diventiamo le parole che ascoltiamo“. In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e “storpiature” che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti, le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).

Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.

A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa (Morelli, 2005).

Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti.

Sostiene Morelli (2005) che il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.

Che fare, allora? E’ importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta.

La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente).

Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore.

Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo.

Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999).

Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo.

La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere, e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri.

Fonte: http://www.manageconsulting.it

Bibliografia

La responsabilità del comunicare

9 aprile 2010

C’è un principio della comunicazione che mi sta molto a cuore ed è questo: ” Il significato di una comunicazione è la risposta che riceviamo “.

Quante volte ci è capitato di sentire qualcuno che diceva: “Ho parlato con lui, ma proprio non capisce. Gli ho ripetuto il concetto in tutte le salse, ma non ci sente da quell’orecchio!”. Questo è il classico esempio di un messaggio che è caduto nel vuoto dell’incomunicabilità.

Il principio di cui parliamo ci offre una chiave per capire dov’è finito il messaggio che non è arrivato a destinazione. Se la risposta della persona che vogliamo informare o convincere è assente oppure è diversa da quella che attendiamo, il significato della comunicazione è uguale a 0. Una formuletta semplice semplice che ci mette in gioco in modo totale nel processo comunicativo.

Siamo noi i primi responsabili dell’esito delle nostre parole. Questo significa che da un lato siamo molto fortunati ma, dall’altro, adesso sappiamo che addossare sugli altri l’accusa di “non aver capito” è una solenne fesseria. Possiamo dirci fortunati perchè, se la responsabilità è nelle nostre mani, possiamo procurarci tutti gli strumenti necessari per chiarire il nostro messaggio e per renderlo più efficace. Il primo passo da fare in questa direzione è indossare i panni dell’altro: ascoltiamo le sue parole, guardiamo i suoi occhi e il suo corpo per capire quello che si aspetta da noi. A questo punto, se siamo stati capaci di vestirci con il modo di essere dell’altro, allora smetteremo di dire che “non ha capito”: non vorremo darci degli stupidi, vero?

La capacità di ascolto e di scelta della strada giusta non sono abilità magiche. Lo diventano se si impara ad usarle bene, con l’esercizio e con l’umiltà nel riconoscere anche la propria responsabilità in una comunicazione che non ha funzionato.

di Linda Scotti

Fonte: http://www.comunicobene.com

l’arte di comunicare

12 marzo 2010

L’arte di comunicare così nuova e così antica. Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana. Communicare necesse est È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse.

Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).

L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.

Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol dire “mettere in comune, condividere, rendere partecipe”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane.

Ciò che conta non è il latinorum, ma il fatto che la comunicazione è essenziale alla vita, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire “comunicare”.

Il nuovo e l’antico: che cosa non cambia?

Aldous Huxley diceva: «Che gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è una delle più importanti lezioni della storia». In questo caso, non si tratta solo della storia, ma anche della preistoria.

Lo studio serio dell’antropologia è uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del DNA. Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture “primitive” strutture sociali, e capacità di comunicazione, molto più ricche di ciò che sembra nella visione convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato solo di clava che trascina per i capelli una povera donna assoggettata.

Poiché ciò che in uno scavo archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che prevalga la definizione homo faber . E saper fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato da una generazione all’altra. Cioè una cultura.

Come siamo “da sempre”

Questa non è una risorsa esclusiva dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa definire “umano”.

Ovviamente la parola, cioè la lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata, per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi, ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di comunicazione scritta, anche se non “testuale”. Oggetti non solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto estetico.

Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica (ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna, in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti, accessori o colori che sono contemporaneamente espressioni estetiche e codici di identità o di appartenenza).

C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi. Ma non cambiavano a ogni stagione.

Per tutte queste cose non possiamo indicare una “data di nascita”, una fase che ne segni l’inizio. Sono, semplicemente, antiche quanto l’umanità.

Possono esistere cultura, comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli, usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica, di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara, definizione “arti e mestieri”.

Capire le radici

Abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di continuo cambiamento. In parte, è vero. Ma non tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra) “innovazione” è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in cui stiamo ricadendo.

Se dovessimo cercare di capire la turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso, sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote origini dell’evoluzione.

La vita è comunicazione

L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che la vita è comunicazione. Un essere vivente non è un “oggetto materiale”, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato.

La vita, se non comunica, non esiste. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa) domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua “ragione di essere”.

L’evoluzione ha portato molte specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza. Continua a crescere, con conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa). Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della comunicazione nelle società e civiltà umane.

Communicare humanum

La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un “istinto”, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento.

Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere. Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.

Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara idea di dove si sta andando e perché, insieme all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.

È sempre stato così fin dalle origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di là del suo apparente limite. Navigare necesse est, nelle acque non sempre tranquille della conoscenza. Anche se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalla sue ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il “nuovo” non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di “antico”.

Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi fondamentali del nostro esistere e pensare. Senza mai dimenticare i valori di continuità, credo che sia importante capire come alcuni cambiamenti abbiano avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’ riassuntiva, ne possiamo elencare sei.

La scrittura – cinquemila anni fa

Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e linguaggio, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta“ ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.

Possiamo chiamarla “la nascita della storia”. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i Sumeri, gli Egizi o i Fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un cambiamento fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.

Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.

La stampa – cinquecento anni fa

La stampa non è nata con Johannes Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).

Ma è vero che c’è stato un profondo cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo per produrre più libri e in un maggior numero di copie.

Lo sviluppo dell’umanesimo aveva bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).

Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di “fare libri”. Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera.

Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.

La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente.

Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di «un’orribile massa di libri che cresce incessantemente».

Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).

Con le tecnologie molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse come ai tempi di Aldo Manuzio.

“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’Ottocento). Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi.

Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”.

Del ruolo della stampa, e in generale della parola scritta, nella situazione di oggi parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà nel prossimo numero.

La “rivoluzione copernicana” – quando?

Non è vero che un concetto eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il sopravvento in tutto il Medioevo.

È vero, invece, che il tema divenne di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia. Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la millenaria presunzione umana di essere in una posizione privilegiata.

Non è certo l’unico, fra gli sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente “tolemaiche” – non solo in senso astronomico.

Questo è un processo ancora “in divenire”. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a capire che l’intero sistema solare è una minuscola particella di un sistema smisuratamente più esteso, con miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione acquisita, poche generazioni non bastano per capirla.

Non si tratta di “sentirci piccoli”. L’impegno è molto più profondo: è il “sapere di non sapere”. Chi pensa di aver capito il senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in discussione le teorie che finora siamo stati capaci di elaborare.

Possiamo trovare, anche a questo proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture. Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza, insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una situazione in cui “il sapere” possa essere il privilegio di pochi.

La perdita di certezze apparenti, di percezioni abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la curiosità della conoscenza può essere molto più forte.

La “rivoluzione del conoscere” è cominciata da poco ed è ancora agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande evoluzione culturale nella storia dell’umanità. Se le generazioni future saranno o no più sapiens di tutte quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.

La libertà di stampa – da duecento anni

Può sembrare che questo non sia un cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico modo. Saranno gli storici di secoli futuri a capire se l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.

Il concetto di libertà aveva scarso spazio per potersi affermare nelle culture umane delle origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e culturale) della nostra specie è una inscindibile mescolanza di individuale e sociale, ma non è mai stato facile conciliare i diritti personali con le esigenze collettive.

Non siamo api, né formiche. Ma non possiamo neppure essere del tutto homo homini lupus. Una complessa interazione di individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace equilibrio fra le due “necessità”.

Quando è nato il concetto di libertà di stampa, cioè il diritto di esprimere liberamente e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie opinioni, di comunicare informazioni “a tutti” anziché a pochi privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in una parte del mondo.

La ricerca della libertà c’era anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto il “sapere” fosse considerato “empio” e pericoloso.

Benché ci siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia, la struttura del potere è sempre stata concentrata in due modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e tante altre).

Il terzo, ovviamente, è il denaro – ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del potere economico con il potere politico e con il controllo della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di oggi.

La libertà di stampa fu definita come diritto, per la prima volta nella storia, dal bill of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi, gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo Statuto Albertino del 1848 e poi dalla Costituzione del Regno nel 1861.

(Nella storia del Risorgimento non è sempre rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a censura in altre parti d’Italia).

E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo articolo.

La “contemporaneità” – da “non molto”

Sono sempre esistite forme di comunicazione “a distanza e in tempo reale”. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali.

Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie. Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.

Le “date di nascita” sono più di una. Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il “telegrafo senza fili“ dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.

C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare.

Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel modo le onde hertziane.

Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema oggi imperversante.
Perché i telegrammi personali, trasmessi “senza fili”,
potevano essere più facilmente intercettati.

Ma era inevitabile che dal “telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione (quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si sviluppò così, nel ventesimo secolo, il broadcasting – cioè la radio e la televisione.

Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).

La televisione esisteva dal 1936 (a livello sperimentale dal 1925) ma fu sviluppata in modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel 1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo articolo.

È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare “quasi” subito, “quasi” con tutti e “quasi” dovunque. (Ma, ancora oggi, nei “quasi’ si nascondono vaste aree di privazione – e non poche distonie di funzionamento).

Il fatto è che, per quanto “normale” ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene come orientarci in questa situazione.

La “globalità” – “lavori in corso”

Il mare di chiacchiere sulla “globalità” o “globalizzazione” è assordante. Quanto inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo.

Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile, tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o della microcultura, sperando di poter restare isolati quando ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare e crudeli quanto impreviste.

Non abbiamo altra scelta che imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è giusto avere paura.

Una cosa che, pur avendo cercato di studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di anni fa, a essere così profondamente collegate culture fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno, di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi, a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile.

I motivi, probabilmente, sono due. Il desiderio di conoscere – e perciò di comunicare – che (almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche culturali, che nella diaspora originaria della specie sono state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia.

Insomma la “globalità” non è nuova. Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze.

Anche questo è uno sviluppo troppo “nuovo” per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è altra strada che un miglioramento della conoscenza. È disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato.

Essere meglio informati, e soprattutto capire di più, è impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento, diventino strumenti per migliorare un habitat che non possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte della nostra esperienza quotidiana.

È un’evoluzione “accelerata”?

Un gioco noto, e forse un po’ banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le origini della specie umana risalgono a circa un milione di anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve.

Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a 40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata, troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La scienza “moderna”, cioè il predominio del metodo sperimentale, nell’ultimo quarto d’ora.

Il metodo di Gutenberg per la stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51. Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti dopo. Il telegrafo nasce sei minuti prima della mezzanotte. Il telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4 minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti secondi da quando la rete è diventata diffusamente accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la sua ossessiva diffusione da dieci secondi.

La sindrome della gatta frettolosa

Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.

Ernest Hemingway definiva la fretta come «quella esaltante perversione di vita, la necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne occorre». È vero che talvolta è necessario. E, se ci si riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta senza motivo è pericolosamente stupida.

Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza e competenza.

La fretta non è velocità, spesso è il contrario. E le scelte affrettate possono provocare conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi, generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.

Hic sunt leones

C’era saggezza in quegli antichi cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le profondità della terra e le remote distanze dello spazio, eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci danno la falsa sensazione di “sapere tutto”.

Dalla mappa di una città, spesso male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano di “dare per certe” conoscenze che l’astrofisica continua a mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.

Nossignori, quella che propongo non è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse (non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza»).

Se le ricerche sulle “capacità cognitive” continuano a confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza, fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel “grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo scoprire.

Per capire il nuovo, riscoprire l’antico

Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere “padroni” di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa.

Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro . Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.

Ci sono più somiglianze che differenze fra il frastornato homo cosiddetto sapiens nell’era dell’elettronica e quei remoti progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un po’ meglio.

Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire.

Fonte: www.Gandalf.it

Cos’è l’assertività?

10 febbraio 2010

L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale.

L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la teoria del sano egoismo. Chi non è felice non può dare felicità, chi non ha stima e fiducia di sé non è in grado di dare agli altri sicurezza; le interazioni sociali disarmoniche generano problemi di diversa natura e gravità.

Essere assertivi significa vivere esercitando i propri diritti in modo naturale, senza provare disagio, riconoscendo agli altri la reciprocità di questo assunto.

Per ottenere questo risultato è necessario avere queste due capacità:

1. capacità di ascolto, comprensione, attenzione per l’altro;
2. capacità di esprimere il proprio punto di vista (evitando termini aggressivi e passivi) e farlo rispettare.

Comunicazione ed assertività

L’assertività è, a mio avviso, il modo più efficace per ottenere realmente il meglio da noi stessi e dagli altri.
Chi comunica in modo assertivo comunica in modo efficace e sempre con finalità vincere-vincere (vinco io e vinci tu), cioè in un modo che porta tutte le persone coinvolte nella comunicazione (o nell’interazione) ad uscire soddisfatte dalla stessa.
Questa finalità è contrapposta alle finalità vincere-perdere, in cui c’è un solo vincitore (io vinco tu perdi) ed è tipica dei rapporti conflittuali, competitivi.

Un esempio di questo tipo di comunicazione è la vendita senza etica: se io sono un venditore e non mi faccio scrupoli ad usare tutte le più subdole tecniche di vendita per venderti qualcosa a condizioni estremamente favorevoli per me e svantaggiose per te, di primo acchito può sembrare che io abbia vinto (ho concluso un ottimo affare), ma in realtà ho vinto sul momento (ho concluso un ottimo affare), ma ho perso nel lungo periodo (ho perso un cliente e tutti quelli potenziali messi in guardia dal primo).

Quindi chi comunica in modo assertivo comunica sempre con finalità vincere-vincere. Facciamo un esempio per capire questo concetto: come reagiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa che non abbiamo fatto, ci interrompe o pretende da noi più di quanto possiamo offrire?
Se non siamo assertivi, a seconda dei casi possiamo avere reazioni aggressive o remissive.

Fonte: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252

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