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	<title>Sto Bene Con Tutti &#187; comunicazione</title>
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		<title>La responsabilità del comunicare</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 05:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un principio della comunicazione che mi sta molto a cuore ed è questo: &#8221; Il significato di una comunicazione è la risposta che riceviamo &#8220;. Quante volte ci è capitato di sentire qualcuno che diceva: &#8220;Ho parlato con lui, ma proprio non capisce. Gli ho ripetuto il concetto in tutte le salse, ma non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/04/comunicazione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3213" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="La responsabilità del comunicare" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/04/comunicazione-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a>C&#8217;è un principio della comunicazione che mi sta molto a cuore ed è questo: &#8221; <em><strong>Il significato di una comunicazione è la risposta che riceviamo</strong> &#8220;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte ci è capitato di sentire qualcuno che diceva: &#8220;Ho parlato con lui, ma proprio non capisce. Gli ho ripetuto il concetto in tutte le salse, ma non ci sente da quell&#8217;orecchio!&#8221;. Questo è il classico esempio di un messaggio che è caduto nel vuoto dell&#8217;incomunicabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il principio di cui parliamo ci offre una chiave per capire dov&#8217;è finito il <strong>messaggio </strong>che non è arrivato a destinazione. Se la risposta della persona che vogliamo informare o convincere è assente oppure è diversa da quella che attendiamo, il significato della comunicazione è uguale a 0. Una formuletta semplice semplice che ci mette in gioco in modo totale nel <strong>processo comunicativo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo noi i primi responsabili dell&#8217;esito delle nostre parole</strong>. Questo significa che da un lato siamo molto fortunati ma, dall&#8217;altro, adesso sappiamo che addossare sugli altri l&#8217;accusa di &#8220;non aver capito&#8221; è una solenne fesseria. Possiamo dirci fortunati perchè, se la responsabilità è nelle nostre mani, possiamo procurarci tutti gli strumenti necessari per <strong>chiarire il nostro messaggio e per renderlo più efficace.</strong> Il primo passo da fare in questa direzione è indossare i panni dell&#8217;altro: ascoltiamo le sue parole, guardiamo i suoi occhi e il suo corpo per capire quello che si aspetta da noi. A questo punto, se siamo stati capaci di vestirci con il modo di essere dell&#8217;altro, allora smetteremo di dire che &#8220;non ha capito&#8221;: non vorremo darci degli stupidi, vero?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La capacità di ascolto</strong> e di scelta della strada giusta non sono abilità magiche. Lo diventano se si impara ad usarle bene, con l&#8217;esercizio e con l&#8217;umiltà nel riconoscere anche la propria responsabilità in una comunicazione che non ha funzionato.</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Linda Scotti</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="La responsabilità del comunicare" href="http://www.comunicobene.com" target="_blank">http://www.comunicobene.com</a></p>
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		<title>l&#8217;arte di comunicare</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 05:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’arte di comunicare così nuova e così antica. Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana. Communicare necesse est È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse. Secondo i repertori, fu citata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Larte-di-comunicare.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3094" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="L'arte di comunicare" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/Larte-di-comunicare-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></a>L’arte di comunicare così nuova e così antica. Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la <strong>comunicazione</strong>, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana.<strong> Communicare necesse est </strong>È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).</p>
<p style="text-align: justify;">L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre comunicare (e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol dire “<strong>mettere in comune, condividere, rendere partecipe</strong>”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che conta non è il latinorum, ma il fatto che <strong>la comunicazione è essenziale alla vita</strong>, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire “comunicare”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Il nuovo e l’antico: che cosa non cambia?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Aldous Huxley diceva: «Che gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è una delle più importanti lezioni della storia». In questo caso, non si tratta solo della storia, ma anche della preistoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio serio dell’antropologia è uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del DNA. Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture “primitive” strutture sociali, e<strong> capacità di comunicazione</strong>, molto più ricche di ciò che sembra nella visione convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato solo di clava che trascina per i capelli una povera donna assoggettata.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché ciò che in uno scavo archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che prevalga la definizione homo faber . E saper fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato da una generazione all’altra. Cioè una cultura.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Come siamo “da sempre”</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Questa non è una risorsa esclusiva dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa definire “umano”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente la parola, cioè la lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata, per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi, ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di comunicazione scritta, anche se non “testuale”. Oggetti non solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto estetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica (ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna, in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti, accessori o colori che sono contemporaneamente <strong>espressioni estetiche</strong> e codici di identità o di appartenenza).</p>
<p style="text-align: justify;">C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi. Ma non cambiavano a ogni stagione.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutte queste cose non possiamo indicare una “data di nascita”, una fase che ne segni l’inizio. Sono, semplicemente, antiche quanto l’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Possono esistere cultura, comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli, usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica, di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara, definizione “arti e mestieri”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Capire le radici</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di <strong>continuo cambiamento</strong>. In parte, è vero. Ma non tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra) “innovazione” è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in cui stiamo ricadendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessimo cercare di capire la turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso, sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote origini dell’evoluzione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La vita è comunicazione</span></h3>
<p style="text-align: justify;">L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che <strong>la vita è comunicazione</strong>. Un essere vivente non è un “oggetto materiale”, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La vita, se non comunica, non esiste</strong>. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa) domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua “ragione di essere”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’<strong>evoluzione</strong> ha portato molte specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza. Continua a crescere, con conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa). Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della comunicazione nelle società e civiltà umane.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Communicare humanum</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un “istinto”, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere. Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara idea di dove si sta andando e perché, insieme all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.</p>
<p style="text-align: justify;">È sempre stato così fin dalle origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di là del suo apparente limite. Navigare necesse est, nelle acque non sempre tranquille della <strong>conoscenza</strong>. Anche se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalla sue ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il “nuovo” non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di “antico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi fondamentali del nostro <strong>esistere</strong> e <strong>pensare</strong>. Senza mai dimenticare i valori di continuità, credo che sia importante capire come alcuni <strong>cambiamenti</strong> abbiano avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’ riassuntiva, ne possiamo elencare sei.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La scrittura – cinquemila anni fa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e <strong>linguaggio</strong>, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta“ ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo chiamarla “la nascita della storia”. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i Sumeri, gli Egizi o i Fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un <strong>cambiamento</strong> fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La stampa – cinquecento anni fa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La stampa non è nata con Johannes Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la Library of Congress a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è vero che c’è stato un profondo cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo per produrre più libri e in un maggior numero di copie.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sviluppo dell’umanesimo aveva bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di “fare libri”. Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.</p>
<p style="text-align: justify;">La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di «un’orribile massa di libri che cresce incessantemente».</p>
<p style="text-align: justify;">Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).</p>
<p style="text-align: justify;">Con le tecnologie molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse come ai tempi di Aldo Manuzio.</p>
<p style="text-align: justify;">“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’Ottocento). Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”.</p>
<p style="text-align: justify;">Del ruolo della stampa, e in generale della parola scritta, nella situazione di oggi parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà nel prossimo numero.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La “rivoluzione copernicana” – quando?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Non è vero che un concetto eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il sopravvento in tutto il Medioevo.</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, invece, che il tema divenne di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia. Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la millenaria presunzione umana di essere in una posizione privilegiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è certo l’unico, fra gli sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente “tolemaiche” – non solo in senso astronomico.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questo è un processo ancora “in divenire”. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a capire che l’intero sistema solare è una minuscola particella di un sistema smisuratamente più esteso, con miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione acquisita, poche generazioni non bastano per capirla.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di “sentirci piccoli”. L’impegno è molto più profondo: è il “<strong>sapere di non sapere</strong>”. Chi pensa di aver capito il senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in discussione le teorie che finora siamo stati capaci di elaborare.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo trovare, anche a questo proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture. Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza, insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una situazione in cui “il sapere” possa essere il privilegio di pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita di certezze apparenti, di <strong>percezioni</strong> abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la curiosità della conoscenza può essere molto più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">La “rivoluzione del conoscere” è cominciata da poco ed è ancora agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande <strong>evoluzione culturale</strong> nella storia dell’umanità. Se le generazioni future saranno o no più sapiens di tutte quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La libertà di stampa – da duecento anni</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Può sembrare che questo non sia un cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico modo. Saranno gli storici di secoli futuri a capire se l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di <strong>libertà</strong> aveva scarso spazio per potersi affermare nelle culture umane delle origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e culturale) della nostra specie è una inscindibile mescolanza di individuale e sociale, ma non è mai stato facile conciliare i diritti personali con le esigenze collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo api, né formiche. Ma non possiamo neppure essere del tutto homo homini lupus. Una complessa interazione di individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace equilibrio fra le due “necessità”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è nato il concetto di libertà di stampa, cioè il diritto di <strong>esprimere liberamente </strong>e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie opinioni, di comunicare informazioni “a tutti” anziché a pochi privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in una parte del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ricerca della libertà</strong> c’era anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto il “sapere” fosse considerato “empio” e pericoloso.</p>
<p style="text-align: justify;">Benché ci siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia, la struttura del potere è sempre stata concentrata in due modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e tante altre).</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo, ovviamente, è il denaro – ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del potere economico con il potere politico e con il controllo della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La libertà di stampa fu definita come diritto, per la prima volta nella storia, dal bill of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi, gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo Statuto Albertino del 1848 e poi dalla Costituzione del Regno nel 1861.</p>
<p style="text-align: justify;">(Nella storia del Risorgimento non è sempre rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a censura in altre parti d’Italia).</p>
<p style="text-align: justify;">E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo articolo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La “contemporaneità” – da “non molto”</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Sono sempre esistite forme di comunicazione “a distanza e in tempo reale”. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie. Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le “date di nascita” sono più di una. Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il “telegrafo senza fili“ dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare.</p>
<p style="text-align: justify;">Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel modo le onde hertziane.</p>
<p style="text-align: justify;">Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema oggi imperversante.<br />
Perché i telegrammi personali, trasmessi “senza fili”,<br />
potevano essere più facilmente intercettati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma era inevitabile che dal “telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione (quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si sviluppò così, nel ventesimo secolo, il broadcasting – cioè la radio e la televisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).</p>
<p style="text-align: justify;">La televisione esisteva dal 1936 (a livello sperimentale dal 1925) ma fu sviluppata in modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel 1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare “quasi” subito, “quasi” con tutti e “quasi” dovunque. (Ma, ancora oggi, nei “quasi’ si nascondono vaste aree di privazione – e non poche distonie di funzionamento).</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che, per quanto “normale” ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene come orientarci in questa situazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La “globalità” – “lavori in corso”</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il mare di chiacchiere sulla “globalità” o “globalizzazione” è assordante. Quanto inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile, tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o della microcultura, sperando di poter restare isolati quando ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare e crudeli quanto impreviste.</p>
<p style="text-align: justify;">Non abbiamo altra scelta che imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è giusto avere paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Una cosa che, pur avendo cercato di studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di anni fa, a essere così profondamente collegate culture fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno, di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi, a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">I motivi, probabilmente, sono due. Il <strong>desiderio di conoscere</strong> – e perciò di comunicare – che (almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche culturali, che nella diaspora originaria della specie sono state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma la “globalità” non è nuova. Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche questo è uno sviluppo troppo “nuovo” per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è altra strada che un miglioramento della conoscenza. È disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato.</p>
<p style="text-align: justify;">Essere meglio informati, e soprattutto capire di più, è impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento, diventino strumenti per migliorare un habitat che non possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte della nostra <strong>esperienza quotidiana</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">È un’evoluzione “accelerata”?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Un gioco noto, e forse un po’ banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le origini della specie umana risalgono a circa un milione di anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve.</p>
<p style="text-align: justify;">Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a 40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata, troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La scienza “moderna”, cioè il predominio del metodo sperimentale, nell’ultimo quarto d’ora.</p>
<p style="text-align: justify;">Il metodo di Gutenberg per la stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51. Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti dopo. Il telegrafo nasce sei minuti prima della mezzanotte. Il telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4 minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti secondi da quando la rete è diventata diffusamente accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la sua ossessiva diffusione da dieci secondi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">La sindrome della gatta frettolosa</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.</p>
<p style="text-align: justify;">Ernest Hemingway definiva la fretta come «quella esaltante perversione di vita, la necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne occorre». È vero che talvolta è necessario. E, se ci si riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta senza motivo è pericolosamente stupida.</p>
<p style="text-align: justify;">Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza e competenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La fretta non è velocità, spesso è il contrario. E le scelte affrettate possono provocare conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi, generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Hic sunt leones</span></h3>
<p style="text-align: justify;">C’era <strong>saggezza</strong> in quegli antichi cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le profondità della terra e le remote distanze dello spazio, eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci danno la falsa sensazione di “sapere tutto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla mappa di una città, spesso male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano di “dare per certe” conoscenze che l’astrofisica continua a mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Nossignori, quella che propongo non è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse (non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza»).</p>
<p style="text-align: justify;">Se le ricerche sulle “<strong>capacità cognitive</strong>” continuano a confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza, fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel “grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo scoprire.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Per capire il nuovo, riscoprire l’antico</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere “padroni” di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa.</p>
<p style="text-align: justify;">Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro . Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono più somiglianze che differenze fra il frastornato homo cosiddetto sapiens nell’era dell’elettronica e quei remoti progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un po’ meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma <strong>la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire</strong>.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="L'arte di comunicare" href="www.Gandalf.it" target="_blank">www.Gandalf.it</a></p>
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		<title>Cos’è l’assertività?</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 05:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale. L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la teoria del sano egoismo. Chi non è felice non può dare felicità, chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/assertività.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3023" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="cos'è l'assertività" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/assertività-300x130.jpg" alt="" width="300" height="130" /></a>L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la <strong>teoria del sano egoismo. </strong>Chi non è felice non può dare felicità, chi non ha stima e <strong>fiducia di sé </strong>non è in grado di dare agli altri sicurezza; le interazioni sociali disarmoniche generano problemi di diversa natura e gravità.</p>
<p><strong>Essere assertivi significa vivere esercitando i propri diritti in modo naturale</strong>, senza provare disagio, riconoscendo agli altri la reciprocità di questo assunto.<span style="text-decoration: underline;"><br />
</span></p>
<h3><span style="text-decoration: underline;">Per ottenere questo risultato è necessario avere queste due capacità:</span></h3>
<p style="text-align: justify;">1. <strong>capacità di ascolto</strong>, comprensione, attenzione per l’altro;<br />
2. <strong>capacità di esprimere</strong> il proprio punto di vista (evitando termini aggressivi e passivi) e farlo rispettare.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Comunicazione ed assertività</span></h3>
<p style="text-align: justify;">L’assertività è, a mio avviso, il modo più efficace per <strong>ottenere realmente il meglio da noi stessi e dagli altri</strong>.<br />
Chi comunica in modo assertivo comunica in modo efficace e sempre con finalità vincere-vincere (vinco io e vinci tu), cioè in un modo che porta tutte le persone coinvolte nella comunicazione (o nell’interazione) ad uscire soddisfatte dalla stessa.<br />
Questa finalità è contrapposta alle finalità <strong>vincere-perdere</strong>, in cui c’è un solo vincitore (io vinco tu perdi) ed è tipica dei rapporti conflittuali, competitivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un esempio di questo tipo di <strong>comunicazione</strong> è la vendita senza etica: se io sono un venditore e non mi faccio scrupoli ad usare tutte le più subdole tecniche di vendita per venderti qualcosa a condizioni estremamente favorevoli per me e svantaggiose per te, di primo acchito può sembrare che io abbia vinto (ho concluso un ottimo affare), ma in realtà ho vinto sul momento (ho concluso un ottimo affare), ma ho perso nel lungo periodo (ho perso un cliente e tutti quelli potenziali messi in guardia dal primo).</p>
<p>Quindi chi <strong>comunica in modo assertivo</strong> comunica sempre con finalità vincere-vincere. Facciamo un esempio per capire questo concetto: come reagiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa che non abbiamo fatto, ci interrompe o pretende da noi più di quanto possiamo offrire?<br />
Se non siamo assertivi, a seconda dei casi possiamo avere reazioni aggressive o remissive.</p>
<p><em><strong>Fonte:</strong></em> <a title="Cos'è l'assertività" href="http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252" target="_blank">http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252</a></p>
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		<title>Le parole giuste</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Parlando, parlando&#8230; quali sono le parole giuste per ogni occasione? Le parole per tutti i giorni, per tutti gli interlocutori, semplicemente, non esitono! Una delle prime regole della comunicazione, infatti, è: &#60;scegli le parole che piacciono al destinatario del tuo messaggio&#62;. Quando parliamo con qualcuno, la prima cosa da fare è spedire il messaggio nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/04/Il-linguaggio-del-corpo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3226" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="le parole giuste" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/04/Il-linguaggio-del-corpo-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>Parlando, parlando&#8230; quali sono le <strong>parole giuste</strong> per ogni occasione? Le parole per tutti i giorni, per tutti gli interlocutori, semplicemente, non esitono! Una delle prime regole della <strong>comunicazione</strong>, infatti, è: &lt;scegli le parole che piacciono al destinatario del tuo messaggio&gt;.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parliamo con qualcuno, la prima cosa da fare è spedire il <strong>messaggio</strong> nella porta giusta. I cinque sensi sono le nostre finestre sul mondo, le nostre porte percettive spalancate sulla <strong>realtà esterna</strong>. La Programmazione Neuro-linguistica ha elaborato un modello che identifica tre tipi &#8220;umani&#8221;, ovvero tre principali gruppi di persone che interpretano la realtà secondo un canale sensoriale: il <strong>Visivo</strong>, V, l’<strong>Auditivo</strong>, A, ed il <strong>Cinestesico</strong>, K. Quest&#8217;ultimo fa riferimento alla preferenza per il tatto, il gusto e l&#8217;olfatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni <strong>canale sensoriale</strong> ha le sue parole preferite. Se stiamo parlando con un Visivo, ad esempio, quali saranno i punti cardinali di riferimento del suo mondo di percezioni? Le luci e i colori! Una persona che fa dei suoi occhi la guida per conoscere e sperimentare gli oggetti del mondo, come costruisce il suo linguaggio, i suoi messaggi? Con parole chiare a precise, che sanno di luci, prospettive e poligoni definiti. Facciamo qualche esempio dei termini che i Visivi amano sopra ogni cosa? Eccoli qui: vedere, guardare, definire, luce, colori, prospettiva, osservare, sguardo, delineare, tracciare, dipingere, disegnare&#8230; Chi utilizza la vista come canale privilegiato, quindi, si aspetta di sentir parlare con questo linguaggio, perchè è quello che conosce meglio ed è quello che rappresenta nel modo migliore le forme dei suoi pensieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Un <strong>ragionamento</strong> analogo vale a proposito delle persone Auditive, ovvero quelle che descrivono le proprie <strong>esperienze</strong> soprattutto con termini come sentire, <strong>ascoltare</strong>, armonia, musica, parole, scrittura, lingua, traduzione, conversazione, audio, sintonizzarsi, cantare, leggere&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">I Cinestesici, molto numerosi nella popolazione umana (circa il 40-45%), sembrano meno facili da individuare a prima vista, ma ci sono tanti segnali che portano dritti dritti alla loro &#8220;tribù&#8221;. Il loro <strong>universo</strong> semantico è fatto di parole come sensazione, emozione, toccare, concreto, pratico, sentimento, percepire, solido, sperimentare, sentire, costruire, tastare, abbracciare, approfondire&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Come forse avrai immaginato, i gruppi &#8220;<strong>sensoriali</strong>&#8221; hanno un modo molto diverso di <strong>comunicare</strong>. Può capitare, quindi, che l&#8217;incontro fra persone di gruppi differenti generi un groviglio di messaggi che finiscono nel vuoto. Se ognuno parla il suo <strong>linguaggio</strong>, infatti, sarà impossibile capirsi. E&#8217; quello che succede tra due persone che parlano due lingue diverse, inglese e russo, italiano e francese: come si può comprendere senza una traduzione? Impossibile!</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, prima di tutto, mettiamoci in ascolto del nostro interlocutore per capire se è Visivo, Auditivo o Cinestesico. Afferrato questo gancio essenziale, saremo capaci di usare le parole che gli fanno comprendere al meglio quello che vogliamo dire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Linda Scotti</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Le parole giuste" href="http://www.comunicobene.com" target="_blank">http://www.comunicobene.com</a></p>
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		<title>La comunicazione non verbale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 05:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;uomo, oltre alle parole utilizza varie forme di comunicazione non verbale. Il senso comune considera la comunicazione non verbale come qualcosa di più spontaneo, più naturale e in certo senso più &#8220;semplice&#8221; rispetto alle parole, considerandola come una specie di linguaggio innato e universalmente comprensibile. Per comprendere l&#8217;inaspettata ricchezza della comunicazione non verbale si può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/la-comunicazione-non-verbale.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-3017" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="la comunicazione non verbale" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/02/la-comunicazione-non-verbale-300x223.gif" alt="" width="300" height="223" /></a>L&#8217;uomo, oltre alle <strong>parole</strong> utilizza varie forme di <strong>comunicazione non verbale</strong>. Il senso comune considera la comunicazione non verbale come qualcosa di più spontaneo, più naturale e in certo senso più &#8220;semplice&#8221; rispetto alle parole, considerandola come una specie di<strong> linguaggio innato e universalmente comprensibile</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere l&#8217;inaspettata ricchezza della comunicazione non verbale si può iniziare a studiarla nelle sue diverse componenti:</p>
<p style="text-align: justify;">- Il sistema paralinguistico<br />
- Il sistema cinesico<br />
- Prossemica<br />
- Aptica</p>
<p style="text-align: justify;">- <strong>Il sistema paralinguistico o sistema vocale non verbale</strong>, è costituito da tutti i suoni che emettiamo a prescindere dal significato delle parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta in primo luogo del tono e della <strong>frequenza della voce</strong>, entrambi legati a fattori fisiologici ma anche alla posizione sociale di chi parla. La frequenza della voce si accompagna alla sua intensità, anch&#8217;essa spesso modulata in funzione di variabili sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">Una variabile della comunicazione paralinguistica è relativa al ritmo, alla velocità delle frasi e all&#8217;impiego delle pause. Accanto a queste pause vuote (silenzio) tutti noi utilizziamo le cosiddette pause piene, ovvero quei suoni non verbali come &#8220;mmh&#8230;beh&#8230;&#8221; che servono sia per &#8220;prendere tempo&#8221; quando si stanno ancora cercando le parole giuste, sia soprattutto per governare lo scambio dei turni e gestire l&#8217;andamento complessivo della comunicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il silenzio, paradossalmente, può &#8220;parlare&#8221; più delle parole: a seconda dei casi, può indicare un&#8217;ottima o pessima relazione, può indicare assenso o dissenso.Il <strong>silenzio</strong> a sua volta può essere un indice di estrema concentrazione o al contrario distrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il sistema cinesico comprende i movimenti degli occhi, del volto e del corpo. Da un punto di vista fisiologico, il contatto oculare aumenta l&#8217;attivazione nervosa sia in situazioni appaganti che in situazioni di pericolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mimica facciale</strong> è una seconda componente importante del sistema cinesico. In alcuni casi le espressioni del nostro viso sono completamente al di fuori del nostro controllo, in altri sono invece completamente volontarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni studiosi hanno cercato di scomporre la<strong> ricchezza del volto umano</strong>, arrivando a identificare ben 44 &#8220;unità di azione&#8221;, tra queste sono compresi, per esempio, gesti come sollevare l&#8217;interno e l&#8217;esterno della fronte, le sopracciglia, le palpebre, le guance, corrugare il naso, innalzare gli angoli delle labbra, abbassare il labbro inferiore, innalzare gli angoli delle labbra, abbassare il labbro inferiore, abbassare la mandibola, strizzare gli occhi e così via.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il sistema cinesico</strong> comprende anche i gesti, che nella comunicazione umana riguardano in primo luogo le mani. La gestualità viene spesso utilizzata per sottolineare o enfatizzare quanto si dice con le parole, ma in molti casi costituisce anche l&#8217;unico codice comunicativo utilizzato. Quando sono utilizzati assieme al discorso verbale, i <strong>gesti</strong> devono essere considerati come parte integrante della comunicazione, i gesti sono spesso più importanti delle parole, in modo particolare nei casi in cui la comunicazione verbale risulta ambigua, incerta o contraddittoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Assume quindi ancora maggiore importanza il problema della difformità interpretativa del sistema comunicativo gestuale: un gesto sbagliato o interpretato in modo imprevisto può scatenare conseguenze che vanno da un generico imbarazzo fino a complesse tensioni internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">La postura ( ovvero la posizione assunta dal nostro corpo quando siamo seduti, in piedi, sdraiati) è anch&#8217;essa parte del sistema cinesico e veicolo di <strong>comunicazione interpersonale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la prossemica entriamo nel mondo della gestione dello spazio e del territorio. L&#8217;analisi sistematica della prossemica ha portato a identificare quattro zone principali in cui suddividiamo lo spazio che ci circonda:</p>
<p style="text-align: justify;">- la zona intima va dalla superficie della nostra pelle a circa 50 centimetri di distanza. Si tratta di una zona particolare all&#8217;interno della quale accettiamo con piacere solo poche persone. Un&#8217;invasione non autorizzata della zona provoca disagio, imbarazzo o paura.<br />
-<strong> la zona personale va da 50 centimetri a circa un metro di distanza dalla nostra pelle. </strong>Qui sono ammessi i familiari meno stretti, gli amici o i colleghi con cui lavoriamo abitualmente. È&#8217; la zona in cui avvengono le conversazioni rilassate, il volume della voce può essere mantenuto basso, oltre alla voce si percepiscono chiaramente lo sguardo, i dettagli del volto, il respiro e alcuni movimenti del proprio interlocutore.<br />
<strong>- la zona sociale va da uno a tre metri o quattro metri:</strong> è la distanza a cui ci manteniamo rispetto agli interlocutori più o meno casuali. All&#8217;interno di questa zona è possibile osservare l&#8217;intera figura della persona che abbiamo di fronte, controllarne i movimenti.<br />
<strong>- la zona pubblica, oltre i quattro metri</strong>, è quella prevista per le occasioni pubbliche ufficiali, per conferenze, comizi o lezioni universitarie. In questo caso la comunicazione diventa di solito qualcosa di accuratamente preparato in anticipo attraverso lo studio di tutte le sue componenti: parole, voci, gesti, postura etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;aptica</strong>:   infine la comunicazione non verbale avviene anche attraverso l&#8217;aptica, ovvero le forme diverse del contatto fisico come una stretta di mano, un doppio bacio sulla guancia, un abbraccio, una semplice pacca sulla spalla. In generale,<strong> l&#8217;aptica costituisce un terreno tanto importante quanto delicato</strong>: un tocco in più o uno in  meno può farci passare, nel migliore dei casi, per persone fredde oppure invadenti.</p>
<p><em><strong>Fonte:</strong></em> <a title="La comunicazione non verbale" href="http://www.comunicazionidimassa.net/TTCM/Riassunti-del-libro-di-Paccagnella-cap.2-e-cap.3.html" target="_blank">http://www.comunicazionidimassa.net/TTCM/Riassunti-del-libro-di-Paccagnella-cap.2-e-cap.3.html</a></p>
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		<title>Dire la verità</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 05:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/dire-la-verità.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3100" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="dire la verità" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2010/03/dire-la-verità-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Perché è così difficile dire la verità?</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Questo si può considerare (in parte) un supplemento a La stupidità della pubblicità. E (più precisamente) ad alcuni capitoli di Il potere della stupidità (per esempio Stupidi e furbi e Il circolo vizioso della stupidità). Ma la prospettiva è più ampia. Sono infinite le situazioni in cui si “dicono le bugie” – o comunque <strong>le informazioni e le opinioni sono distorte</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono (e non sono pochi) bugiardi così bugiardi che finiscono col credere alle loro bugie. Come ci sono persone che credono di <strong>essere sincere</strong>, ma senza rendersene conto ripetono panzane altrui – o dicono, con infondata certezza, cose di cui non hanno un’adeguata conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dice che le <strong>bugie</strong> “hanno le gambe corte”. Può essere vero, per quelle che è facile controllare. Ma ce ne sono tante che hanno gli stivali delle sette leghe e circolano indisturbate per anni (non sono poche quelle che imperversano da millenni).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui dobbiamo, almeno per un momento, mettere da parte il (fondamentale) concetto filosofico che <strong>la “verità assoluta” non esiste. </strong>Accontentiamoci di ciò che “possiamo ragionevolmente considerare vero”. Un’enorme quantità di ciò che si dice e si scrive non rientra neppure in questa “minima” definizione. E non sempre è facile capire perché.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è chi è bugiardo di professione. Imbroglioni, venditori di fumo o di patacche, fabbricatori di pettegolezzi, manipolatori dell’informazione. Lo sono spesso i politici, per motivi “elettorali” o anche solo per abitudine. Personaggi più o meno noti (o che sperano di diventarlo) per arroganza, presunzione, vanteria o illusione di essere divertenti. Ogni sorta di opinionisti, tuttologi, presunti “esperti”, scribacchini e chiacchieroni (talvolta lautamente pagati per dissertare su cose che non sanno).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è chi mente per il gusto di mentire. Per vantarsi o “farsi bello”. Per cercare di sedurre, o stupire, o rendersi interessante. Per offrire consigli non richiesti. Per fingere competenze che non ha. Per nascondere o travestire ciò che non vuol far sapere. Per il gusto (spesso sgradevole) del pettegolezzo. Per nuocere a un avversario o a qualcuno che gli è antipatico. Per vedere quanti e come “ci cascano”. O anche solo per abitudine.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è uno scherzo, o un pesce d’aprile, se rimane in quei limiti può essere divertente. Anche educativo, se serve a dimostrare come le più incredibili panzane possano avere una sorprendente diffusione. Ma (come dimostrano alcune “leggende metropolitane”) può accadere che una scempiaggine detta per scherzo cresca come un incontrollabile parassita e finisca con l’essere accettata come “verità” anche se non era quella l’intenzione di chi si era divertito a inventarla.</p>
<p style="text-align: justify;">L’occasione per questo ragionamento non è qualche bufala pubblicata nei giornali o trasmessa in televisione o circolante nell’internet. (Di quelle ne incontro ogni giorno più di quanto è umanamente sopportabile). Lo spunto che mi porta a ripensarci è un recente articolo (7 febbraio) di un autore che ho spesso citato e a cui, di nuovo, mi ispiro volentieri. Gerry McGovern The customer CAN handle the truth (che si può tradurre, pressappoco, “Il cliente SA capire la verità”).</p>
<p style="text-align: justify;">Cita alcuni esempi (da cui risulta che certe stupidaggini non succedono solo in Italia). «Sarebbe ora – dice – che venditori e comunicatori smettessero di trattare i loro clienti come bambini e cominciassero a trattarli come adulti intelligenti».</p>
<p style="text-align: justify;">(<strong>Mentire ai bambini non è una buona idea</strong>. Oltre a confonderli,<br />
serve anche a farli diventare diffidenti – e bugiardi.<br />
Ma quello è un altro – anche se importante – discorso).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo articolo Gerry McGovern prende in giro, giustamente, Google per un’arzigogolata dichiarazione di settantasei parole con cui spiegano una cosa che si poteva dire meglio in dieci – e soprattutto presentano come “sofisticato miglioramento nel servizio ai clienti” una riduzione di qualità tecnica fatta per comodità loro. Tutt’altro che <strong>comunicazione efficace</strong>, da parte di un’impresa che si considera specializzata in quel campo.</p>
<p style="text-align: justify;">E altrettanto giustamente, con una serie di altri esempi, critica la proliferazione di sistemi “automatizzati” (per telefono, per e-mail o anche negli “uffici informazioni”) che promettono di offrire un servizio migliore mentre fanno il contrario. Un comportamento esasperante diffuso da parecchi anni – che, invece di correggersi, continua a imperversare. Con l’irritante finzione di proporsi come “innovazioni tecniche” o customer care mentre sono riduzioni di servizio, fatte per spendere meno e per ridurre i “disturbi” – o marchingegni burocratici per evitare di spiegarsi in modo comprensibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Gerry cita anche altri fatti, non influenzati direttamente dalle tecnologie dell’<strong>informazione</strong>. Come un ascensore guasto in un albergo (così bisogna fare le scale a piedi con le valige) presentato come “siamo lieti di annunciare che stiamo ristrutturando per un miglior servizio ai nostri ospiti”. O una casa in vendita, presentata come “deliziosamente tradizionale”, mentre alla resa dei conti si rivela che “l’ unica cosa da fare è demolirla e ricostruirla daccapo”. Eccetera&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Un fatto abbastanza evidente, se si osserva con un po’ di <strong>attenzione</strong>, è che quando c’è qualità reale basta esporre semplicemente i fatti – quando non c’è abbondano gli aggettivi, gli orpelli, i travestimenti. Ma l’abitudine è così diffusa che si ricorre a quei miserandi trucchi anche quando non ce n’è alcun bisogno. Con l’unico risultato di aumentare la confusione – e la diffidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni passano, il fastidio aumenta, la perversa tendenza continua. A tal punto che i falsi salamelecchi interferiscono anche quando non c’è una consapevole intenzione di mascherare un peggioramento o una mancanza di qualità. Cioè quei comportamenti, oltre che bugiardi, sono anche stupidi.</p>
<p style="text-align: justify;">Così conclude Gerry McGovern «<strong>Ecco un’idea radicale: dite la verità</strong>». Ma sembra che stia diventando sempre più difficile. Bugie e travestimenti sono un’abitudine, un modo di essere, un riflesso condizionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta solo di situazioni “commerciali”. In tutte le forme di informazione e comunicazione imperversano le bugie (e le sciocchezze) togliendo spazio e respiro a tutto ciò che può essere un’attendibile verità – o almeno uno stimolo a cercare di capire meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei problemi è la pretesa che tutti debbano (o possano) avere un’opinione su tutto. E molto più chiaro dire “non lo so”. O almeno cercare di informarsi prima di dire (o riferire) sciocchezze.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei motivi per cui non dico bugie è che sarei costretto a ricordarle – cosa fastidiosamente faticosa. Ma c’è chi se la cava con sfacciata disinvoltura. “Non ho mai detto così, sei tu che ti sbagli”. (O, viceversa, si ostina ad attribuirci opinioni che non abbiamo mai avuto o affermazioni che non abbiamo mai fatto).</p>
<p style="text-align: justify;">Le <strong>menzogne</strong> (o gli errori di comprensione) hanno una pericolosa tendenza a moltiplicarsi. Perché per sostenerne una occorre inventarne un’altra. O perché circolando si deformano, assumono aspetti e significati diversi. Non è raro che una cosa, sensata e credibile in un contesto, diventi assurda quando “migra” altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo mentire per cortesia? Qualche volta, forse, può essere necessario. Ma le autentiche “<strong>buone maniere</strong>” non si nutrono di falsità. Ci sono molti modi per dire la verità senza essere offensivi. E c’è più amicizia in una critica sincera che in un falso complimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono bugie sincere? Qualcuna si. Se un innamorato dice alla sua amata “farò di te la donna più felice del mondo” (o viceversa) è poco probabile che possa essere letteralmente “vero” (anche perché non c’è alcuno strumento per misurare la felicità di tutte le persone del mondo). Ma se è un’intenzione profonda e appassionata ha un autentico valore – sia che duri per tutta la vita o solo per un magico momento. Questa non è menzogna, è poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci vuole coraggio, per dire la verità? Talvolta si. Ma mentire è quasi sempre una vigliaccheria. E anche tacere, se è per opportunismo, può essere riprovevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Non occorre essere aggressivi, né polemici o insultanti. Spesso una verità, grande o piccola, si afferma meglio con pacata chiarezza. Ed è opportuno essere pronti a cambiare idea, o a correggere le nostre percezioni, quando c’è un buon motivo per farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è dialogo quando ognuno è arroccato sulla sua posizione. È sempre importante saper ascoltare – anche quando ciò che sentiamo dire è (o ci sembra) sciocco. Come diceva Catone. «I saggi imparano di più dagli stupidi che gli stupidi dai saggi».</p>
<p style="text-align: justify;">Se altri capiscono le nostre verità, meglio per tutti. Ma se solo noi impariamo dalle verità (o falsità) degli altri siamo noi, non gli altri, a uscire arricchiti da quell’esperienza. Anche nel caso che ciò che ne abbiamo ottenuto sia solo un dubbio. (Lo diceva bene Voltaire. «Il dubbio è scomodo, la certezza è ridicola». E Bertrand Russell. «Il problema del mondo è che gli stupidi sono troppo sicuri e gli intelligenti sono pieni di dubbi»).</p>
<p style="text-align: justify;">Silvio Ceccato usava spiegarlo così. «Se tu mi dai una moneta e io ti do una moneta, ognuno di noi ha una moneta. Se io ti do un’idea e tu mi dai un’idea, ognuno di noi ha due idee». Ma purtroppo da molti dialoghi si esce senza alcun arricchimento (o impoveriti da chiacchiere insulse che ci hanno confuso le idee).</p>
<p style="text-align: justify;">Cercare e affermare la verità non vuol dire credere che sia incisa nel marmo. Né restare ciecamente ancorati a ciò che crediamo di sapere. Non si finisce mai di imparare. Ma per arricchire davvero le nostre conoscenze, e avere utili scambi di opinione, occorre togliere di mezzo le bugie, i pregiudizi, i preconcetti, le “mezze verità” e la sciocca convinzione che qualcosa sia “vero” solo perché lo sentiamo continuamente ripetere.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo è ovvio? Sarei felice se lo fosse – o se lo diventasse – finalmente rendendo inutili e superate osservazioni come quelle che sto scrivendo. Ma così, purtroppo, non è. E, anche in quel caso, non potremmo smettere di stare in guardia. Perché le bugie (come la stupidità) hanno un’insidiosa capacità di riprodursi “sotto mentite spoglie” e di riproporsi con ogni genere di travestimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma proviamo a dire più spesso la verità. E soprattutto a cercarla, nel marasma di panzane, pressapochismi, consapevoli inganni o superficiali errori, in cui siamo quotidianamente sommersi.</p>
<p style="text-align: justify;">È difficile? Meno di quanto sembra. Con un po’ di esercizio può diventare una “sana abitudine”. E – come ogni buona ginnastica mentale – spesso è divertente.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a href="http://www.gandalf.it" target="_blank">http://www.gandalf.it</a></p>
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		<title>Comunicazione seduttiva</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 05:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La seduzione è un gioco molto simile allo scherzo ironico, ecco perché chi sa essere ironico è generalmente un ottimo seduttore. Il corteggiamento, sia negli animali che nell’uomo, comporta il ricorso a esibizioni mascherate, inganni e, più genericamente, a forme di comunicazione indiretta e obliqua. La seduzione è un gioco sottile di adescamento che richiede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2849" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="Comunicazione seduttiva" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/11/Corteggiare.jpg" alt="Comunicazione seduttiva" width="300" height="300" />La seduzione è un gioco molto simile allo scherzo ironico, ecco perché chi sa essere ironico è generalmente un ottimo seduttore.</h4>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>corteggiamento</strong>, sia negli animali che nell’uomo, comporta il ricorso a esibizioni mascherate, inganni e, più genericamente, a forme di comunicazione indiretta e obliqua.</p>
<p>La seduzione è un gioco sottile di adescamento che richiede l’utilizzo della giusta dose di esibizionismo e di nascondimento, finzione e svelamento, raccontando qualcosa ma senza mai dire troppo.<br />
La chiarezza non è certamente la caratteristica essenziale della<strong> comunicazione seduttiva</strong>, così come di quella ironica. Con l’ironia e con la seduzione si può mirare agli stessi scopi: ingannare, affascinare o persuadere.</p>
<p>Nella letteratura scientifica si trovano due approcci diversi alla comunicazione seduttiva, l’approccio evolutivo-etologico e quello psicologico e sociologico.</p>
<p>Nel modello evoluzionistico la <strong>seduzione</strong> potrebbe essere definita come una sequenza definita di <strong>comportamenti </strong>strategici e intenzionali lo scopo primario dei quali sarebbe quello di attrarre (sessualmente) un’altra persona (generalmente del sesso opposto). Lo scopo principale della seduzione sarebbe quello di costruire un legame intrigante con il partner allo scopo di raggiungere un contatto intimo. Desmond Morris descrive appunto la seduzione come una serie di steps da percorrere nel tempo: identificazione-scelta del partner; contatto; definizione degli interessi reali di entrambi;<strong> intimità relazionale</strong>; instaurazione di un <strong>legame</strong> definitivo e stabile.</p>
<p>Questo modello, tuttavia, si concentra unicamente sul ruolo del seduttore, mentre trascura del tutto gli aspetti di simultaneità ed interazione e, soprattutto, gli<strong> aspetti comunicativi</strong>.</p>
<p>Un approccio complementare concentra l’attenzione invece sui comportamenti comunicativi degli attori del gioco della <strong>comunicazione seduttiva</strong>:<br />
<span style="text-decoration: underline;"><strong><br />
1. uscire dall’anonimato:</strong></span> in questa fase lo scopo è quello di farsi notare e di apparire migliori di quanto l’altro possa pensare. Questo tipo di comportamento comunicativo mostra molti punti di contatto con la comunicazione ingannevole!<br />
<span style="text-decoration: underline;"><strong><br />
2. Una volta attirato l’interesse l’intenzione seduttiva</strong></span> deve essere rivelata gradualmente, un poco alla volta, a causa dell’impossibilità di sapere con certezza le intenzioni e i sentimenti dell’altro. La situazione è pertanto a rischio di un rifiuto e quindi di un grave danno. Da qui il ricorso alla comunicazione obliqua, indiretta, ironica. Ecco alcuni esempi di comunicazione allusiva per arrivare a proporre un altro incontro:</p>
<p>- Vieni qui spesso?</p>
<p>- Mi domando se accadrà che ci incontreremo ancora</p>
<p>- Mi chiedo se potremo incontrarci di nuovo</p>
<p>- Sarebbe carino rivederci</p>
<p>- Mi piacerebbe rivederti</p>
<p>- Vorrei rincontrarti, tu sei d’accordo?</p>
<p>Nella <strong>comunicazione seduttiva</strong> tutto ciò che è esplicito e spontaneo è generalmente evitato, piuttosto ogni mossa è calcolata e tattica, come la strategia di mostrarsi vulnerabili per indurre l’altro ad abbassare le difese.<br />
L’<strong>ironia</strong> e la <strong>persuasione</strong> non si limitano solo a convincere, come la <strong>comunicazione persuasiva</strong>, ma mirano ad <strong>attrarre</strong> e <strong>affascinare</strong> il partner.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Fonte:</strong></em><a title="ironia e seduzione" href="http://guide.supereva.it/ironia/interventi/2005/02/198809.shtml" target="_blank"> http://guide.supereva.it/ironia/interventi/2005/02/198809.shtml</a></p>
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		<title>La timidezza e il linguaggio del corpo</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 05:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gesticolare con le mani, arrossire, scegliere in un dato contesto di stare in gruppo o appartati, il modo di vestirsi, la scelta del posto in cui sedersi a tavola, la mimica e i più svariati atteggiamenti, costituiscono tutti  un tipo di comunicazione non verbale ma molto importante perché svela ciò che una persona realmente pensa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignleft size-full wp-image-2764" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="La timidezza e il linguaggio del corpo" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/11/timidezza1-300x240.jpg" alt="La timidezza e il linguaggio del corpo" width="330" height="270" />Gesticolare con le mani</strong>, <strong>arrossire</strong>, scegliere in un dato contesto di stare in gruppo o appartati, il modo di vestirsi, la scelta del posto in cui sedersi a tavola, la mimica e i più svariati <strong>atteggiamenti</strong>, costituiscono tutti  un tipo di <strong>comunicazione non verbale</strong> ma molto importante perché svela ciò che una persona realmente pensa e che alle volte è esattamente il contrario di ciò che dice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il linguaggio del corpo</strong> quindi, in molti casi, trasmette più di quanto non trasmetta il <strong>linguaggio verbale</strong>. Pensiamo addirittura al ruolo importante che esso riveste nel caso di soggetti sordomuti, in cui il <strong>linguaggio delle mani sostituisce il</strong> <strong>linguaggio vocale</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diversi studi hanno dimostrato che durante un <strong>discorso</strong>, una buona percentuale delle informazioni che ci arrivano, pervengono non solo dalle parole, ma anche e soprattutto dal tono della voce e dal linguaggio del corpo (anche altri organi sono interessati al sondaggio, per esempio il naso). Ciò che arriva tramite il &#8220;<strong>canale verbale</strong>&#8221; sono essenzialmente i cosiddetti fatti salienti, mentre tramite il &#8220;canale non verbale&#8221; viene poi trasmesso ciò che in definitiva &#8220;lascia traccia&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna però fare attenzione a non valutare una persona da un solo<strong> gesto</strong>: così come una parola non ha senso se non all&#8217;interno di un discorso quindi insieme ad altre parole, così un singolo gesto non basta per definire una determinata <strong>personalità</strong>;è invece necessario osservare tutto l&#8217;insieme dei gesti, dei <strong>segnali inconsci</strong> per avere una traccia più precisa del <strong>carattere</strong> di una persona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I gesti si dividono in consci e inconsci;  innati e acquisiti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le <strong>espressioni facciali </strong>per esprimere <strong>gioia</strong>,<strong> rabbia</strong>,<strong> tristezza</strong>, <strong>sorpresa</strong>, <strong>paura</strong>, <strong>vergogna</strong>,<strong>repulsione</strong>, <strong>disprezzo</strong> sono innate (rientrano nella cosiddetta <strong>memoria</strong> filogenetica) comuni a tutta l&#8217;umanità in  quanto non variano da individuo a <strong>individuo</strong>, né tra razze diverse. Innato è anche il gesto del neonato di succhiare il latte dal seno materno. Altri gesti vengono acquisiti, cioè copiati. Quando li impariamo, imitiamo dei<strong> modelli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>- Potere e età  riducono i gesti.</strong> Più in alto si trova una persona nella scala del potere, più misurati sono i suoi gesti. Più in basso egli si trova in questa scala, più<strong> espressivo</strong> è il suo linguaggio del corpo. Ancora un&#8217;altra cosa: più si cresce, più si diventa adulti, più si cerca di contenere le manifestazioni di affetto (col rischio però di diventare eccessivamente freddi e distaccati).</p>
<p style="text-align: justify;">- A tutti voi sarà capitato, almeno qualche volta nella vita, di dire qualche piccola bugia e sicuramente avete usato come mezzo la telefonata o l&#8217;sms (usati spesso anche per addii o scuse diverse). Tutto questo perché in un contatto interpersonale &#8220;faccia a faccia&#8221;, se è facile <strong>mentire </strong>con le parole, non è altrettanto facile costringere il nostro <strong>inconscio</strong>. Esso si libera continuamente e continuamente agisce: mentre si dice la bugia, il nostro inconscio trasmette tanta <strong>energia nervosa</strong>. Questa si trasforma in un gesto insicuro, in microsegnali che non possiamo controllare perfettamente (<em>l&#8217;inarcare di un sopracciglio, l&#8217;arrossire,  il tic di un angolo della bocca, il sudore della fronte, lo sbattere delle palpebre, i giochi nervosi delle dita e tanti altri gesti</em>) che distruggono tutto ciò che era stato costruito faticosamente  e che inducono l&#8217;<strong>osservatore</strong> a pensare che qualcosa di  ciò che stiamo dicendo, non corrisponde proprio alla <strong>realtà</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si scosta spesso per questioni professionali dalla via della verità, come per esempio i politici, gli attori, i rappresentanti, i venditori, chi abitualmente compie atti disonesti o anche chi semplicemente è abituato a mentire , educa il proprio linguaggio del corpo (attraverso un costante <strong>controllo emotivo</strong>) al punto tale da riuscire ad <strong>ingannare</strong> perfettamente un occhio poco esperto.</p>
<p style="text-align: justify;">- E&#8217; importante tener conto inoltre, che, nella vita di tutti i giorni, tramite il linguaggio corporeo, mandiamo costantemente e inconsciamente agli altri dei <strong>segnali che si traducono in percezioni di alto, medio o basso gradimento. </strong>Ad esempio, quando stiamo bene con noi stessi, tutto il nostro corpo è fisiologicamente predisposto a inviare agli altri <strong>segnali positivi</strong>, di apertura, per un &#8220;fluida&#8221;<strong> comunicazione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">- Può accadere però, in alcune circostanze, che tratti della nostra personalità , pongano in qualche modo un ostacolo tra noi e il<strong> mondo esterno</strong>. Ad esempio, le persone particolarmente <strong>timide</strong>, spesso sono giudicate in maniera diversa da ciò che sono realmente in quanto inevitabilmente la <strong>timidezza</strong> manda dei <strong>segnali di chiusura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">- Bisogna comunque fare attenzione a non confondere il semplice <strong>imbarazzo</strong> con la timidezza &#8220;cronica&#8221;, quella che porta gradualmente ad estraniarsi da qualsiasi contesto fino ad assumere la forma di una vera e propria <strong>fobia sociale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">- Seneca diceva &#8221; <strong>la timidezza è degli animi nobili </strong>&#8220;. Credo sia profondamente vero. Ciononostante il fatto di evitare di esporsi e di dire la propria opinione, la difficoltà nel riuscire a sostenere un contatto oculare, parlare a bassa voce e in fretta e  rimanere in qualche modo sempre a una certa distanza dagli altri, possono essere interpretati come indici di altezzosità e superbia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>timido</strong> viene facilmente etichettato come una persona strana, asociale, antipatica e quindi da tenere in disparte. A sua volta, egli sentirà su di sé il peso del <strong>giudizio</strong> sbagliato degli altri e di conseguenza, tenderà sempre più a chiudersi nel proprio guscio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>- Ma cosa c&#8217;è realmente alla base della timidezza?</strong> Il più delle volte le cause sono: una scarsa <strong>autostima</strong>, un&#8217;<strong>insicurezza</strong> di fondo e una forte <strong>paura</strong> di essere giudicati (deboli, stupidi, incapaci, etc ). Tutto ciò probabilmente può essere stato determinato oltre che da una certa predisposizione genetica, anche e soprattutto da qualche <strong>esperienza</strong> infantile-adolescenziale o della vita adulta (ad esmpio, nel caso di bambini: educazione particolarmente rigida, rimproveri frequenti o comunque la scarsità o mancanza di rinforzi positivi in situazioni importanti).</p>
<p style="text-align: justify;">- Sicuramente il timido non vive bene la sua condizione, considerando anche il fatto che oggi più che mai, la società sta ovunque e chiede continuamente<strong> reazioni</strong> da parte dell&#8217;individuo, reazioni che egli spesso, non riesce a dare. Anche se con i suoi atteggiamenti può apparire sfuggente, il timido è una persona estremamente sensibile e profonda che non riuscendo ad esprimere ciò che sente, vive in uno stato di costante <strong>conflitto interiore</strong> e tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">- Se in qualche modo vi siete riconosciuti in questo profilo, potreste trovare giovamento sperimentando per un periodo, un corso di teatro. La recitazione si basa su tecniche che vi permetteranno di entrare in maggior contatto con la vostra <strong>gestualità</strong>, con le vostre espressioni corporee per una prossima<strong> comunicazione interpersonale </strong>più diretta e serena. Imparerete cioè ad esprimere tranquillamente un&#8217;emozione, un&#8217;idea, senza più il desiderio di nasconderle e di nascondervi &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lozzi Emanuela</strong> &#8211; Studentessa di Psicologia iscritta all&#8217;Università dell&#8217;Aquila all&#8217;indirizzo &#8220;Sperimentale, generale e della valutazione clinica&#8221;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Il linguaggio del corpo e la timidezza" href="http://www.ilmiopsicologo.it/pagine/il_linguaggio_del_corpo_e_la_timidezza.aspx" target="_blank">http://www.ilmiopsicologo.it/pagine/il_linguaggio_del_corpo_e_la_timidezza.aspx</a></p>
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		<title>Come ascoltare gli altri</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 05:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
				<category><![CDATA[>>> STARE BENE CON GLI ALTRI]]></category>
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		<description><![CDATA[Una delle competenze comunicative più importanti relative all’ascolto consiste nel riconoscere ciò che il nostro interlocutore dice, anche se non siamo d’accordo con lui, prima ancora di parlare della nostra esperienza o esprimere il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più attenzione da parte del nostro interlocutore in situazioni tese, è necessario innanzitutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-2603" style="margin: 10px;" title="Ascolto" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/11/Ascolto-300x199.jpg" alt="Come ascoltare gli altri" width="300" height="199" />Una delle competenze <strong>comunicative</strong> più importanti relative all’ascolto consiste nel <strong>riconoscere</strong> ciò che il nostro interlocutore dice, anche se non siamo d’accordo con lui, prima ancora di parlare della nostra <strong>esperienza</strong> o <strong>esprimere</strong> il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più <strong>attenzione</strong> da parte del nostro interlocutore in situazioni tese, è necessario innanzitutto che prestiamo attenzione al suo messaggio, riformulando a parole nostre ciò che abbiamo <strong>ascoltato</strong> (specialmente i suoi sentimenti) prima di esprimere i nostri bisogni o la nostra posizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tipo di ascolto che vi vorrei suggerire in questo articolo tiene distinti due elementi che spesso nella nostra <strong>comunicazione</strong> con gli altri tendiamo a confondere: riconoscere e approvare. Infatti riconoscere i <strong>pensieri</strong> ed i <strong>sentimenti</strong> di una persona NON significa approvare o essere d’accordo con le <strong>azioni</strong> dell’altro o il dell’altro o il suo modo di percepire e di vivere le <strong>esperienze</strong>, né accettare di fare tutto ciò che ci viene chiesto di fare. Ascoltare in modo disponibile è sempre un modo valido per far capire agli altri che ci stanno a cuore e che ci prendiamo cura di loro. I nostri interlocutori non si rendono conto automaticamente se e quanto li abbiamo capiti, ed è anche possibile che non possano o vogliano chiederci conferme. Specialmente quando una conversazione è tesa o difficile, è importante ascoltare e riconoscere quanto ci viene detto. Altrimenti, le possibilità di venire a nostra volta ascoltati dagli altri saranno molto basse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ascoltare</strong> gli altri costituisce una premessa indispensabile per far sì che anche gli altri ascoltino. Nell’imparare a coordinare meglio le nostre attività di vita con quelle degli altri, è bene che evitiamo due diffusi ma terribili modelli di comunicazione: difendere a tutti i costi la nostra “causa” come in un tribunale; dibattere. Nei tribunali e nei dibattiti, ciascuna delle parti cerca di far prevalere la propria <strong>opinione</strong> ed ascolta l’altra parte solo per dimostrare l’infondatezza del suo punto di vista. Ma siccome coloro che sono incaricati di argomentare o perorare una causa non devono raggiungere necessariamente un accordo o lavorare ad un progetto comune, non conta che il loro stile di <strong>conversazione</strong> sia positivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la maggior parte di noi si trova in una situazione completamente differente. Noi infatti passiamo una parte considerevole della nostra <strong>vita</strong> cercando di collaborare con gli altri e di raggiungere degli accordi, per questo dobbiamo preoccuparci non di sconfiggerli, ma di coinvolgerli. Al lavoro e in famiglia la persona che sconfiggiamo oggi potrebbe essere la persona con cui avremo bisogno di collaborare domani! Quando siamo preoccupati per qualcosa e ne vogliamo <strong>parlare</strong>, la nostra capacità di ascoltare diminuisce sensibilmente. Per questo, farci capire da una persona che sta tentando di esprimere dei <strong>sentimenti</strong> piuttosto forti spingerà ancor più quella persona a ricercare un riconoscimento delle sue emozioni. D’altro canto, quando sentiamo che il contenuto del nostro <strong>messaggio</strong> ed i nostri sentimenti sono stati ascoltati, cominciamo a rilassarci e siamo più disponibili ad ascoltare gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Come scrive Marhall Rosemberg nel suo libro Nonviolent Communication “studi relativi alle negoziazioni nel mondo del lavoro dimostrano che il tempo necessario a risolvere un <strong>conflitto </strong>si dimezza quando ciascun negoziatore ripete, prima di rispondere, ciò che il suo interlocutore ha detto”. Ad esempio in un ospedale un’infermiera, dopo aver ascoltato un paziente, potrebbe esprimersi così:<br />
Vedo che ti senti molto a disagio, Franco, e vorresti alzarti da quel letto e muoverti. Ma il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ probabile che il paziente in questo caso sia più disposto ad ascoltare l’infermiera rispetto al caso in cui quest’ultima avesse invece detto: Mi dispiace molto, Franco, ma devi stare a letto. Il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana. Quello che manca in questa seconda versione è il riconoscimento dello stato fisico ed <strong>emotivo</strong> del paziente. E’ il riconoscere i <strong>pensieri</strong> ed i <strong>sentimenti </strong>dell’altro che potenzia enormemente le nostre capacità si ascoltare e fa’ veramente la differenza nelle nostre <strong>relazioni</strong> con loro.</p>
<p><strong>Giuseppe Falco</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Fonte:</strong></em></span> <a title="Come ascoltare gli altri" href="http://www.comunicazionepositiva.it" target="_blank">www.comunicazionepositiva.it</a></p>
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		<title>La gestualità: il linguaggio del corpo</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 05:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mirimun</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Ee3eCvUyjzY&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Ee3eCvUyjzY&#038;hl=it&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="300" height="250"></embed></object>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-2423" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="linguaggio_del_corpo" src="http://www.stobenecontutti.it/wp-content/uploads/2009/10/linguaggio_del_corpo-300x290.jpg" alt="linguaggio_del_corpo" width="300" height="290" />Una voce calda e sensuale, un vocabolario ricco e vario bastano ad <strong>affascinare il pubblico</strong>? La risposta è&#8230; no! Secondo un’indagine condotta dal ricercatore Albert Mehrabian, la <strong>comunicazione</strong> passa per il 55% attraverso il <strong>linguaggio del corpo</strong>. Quindi, perché non facilitarsi la vita, imparando a riconoscere e controllare la <strong>gestualità</strong>? Spiegazioni.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Fare una buona prima impressione.</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Il viso</strong></span>: E’ la parte più <strong>espressiva</strong> del <strong>corpo</strong>, subito dopo gli occhi. Per dimostrare che si è contenti di un incontro, si invia un <strong>messaggio</strong> positivo sorridendo. <strong>Attenzione</strong> a non offrire un sorriso esagerato che puo’ essere percepito come forzato: meglio tenere la bocca chiusa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong> Gli occhi</strong></span>: Si stabilisce un <strong>contatto visivo</strong> franco e diretto. Se troppo insistente e lungo, puo’ essere interpretato come una minaccia o un bisogno di imporre la propria superiorità. Sfuggente o diretto verso il suolo, viene percepito come un <strong>segno di sottomissione</strong>, di <strong>debolezza</strong> o di <strong>dissimulazione</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>La stretta di mano</strong></span>: Un esercizio delicato che verrà eseguito guardando il proprio interlocutore negli <strong>occhi</strong>. Meglio se dinamica, salda e breve, per dimostrare <strong>franchezza</strong>,<strong> carattere</strong> ed <strong>efficacia</strong>.<br />
In compenso, meglio evitare le strette di mano molli che denotano per il 66% delle persone un’assenza di carattere. Per quanto riguarda le <strong>mani umide</strong>, tradiscono l’<strong>ansia</strong> e il <strong>nervosismo</strong>!<br />
Quando si desidera dimostrare <strong>compassione</strong> o <strong>riconoscenza</strong>, si prolunga il contatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>La posizione ideale</strong></span>: Seduta ben dritta sulla poltrona, senza incrociare né le braccia né le gambe (sono segnali di chiusura e di rifiuto) e di fronte al proprio <strong>interlocutore</strong>. Se ti siedi di traverso, indichi che ti senti a <strong>disagio.</strong> Puoi mettere le mani sulle ginocchia ma senza mostrare i palmi, gesto che tradisce <strong>sottomissione</strong> o <strong>impotenza</strong>, e non devi stringere i pugni, perché <strong>trasmetti aggressività</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il territorio del proprio interlocutore va rispettato, meglio evitare di avvicinarsi troppo a lui o di mettere le mani o gli avambracci sulla sua scrivania. Una distanza di 60 cm è la distanza giusta da <strong>rispettare</strong>.</p>
<h4><span style="text-decoration: underline;">Il linguaggio della seduzione</span></h4>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta, i gesti possono dirla più lunga di tante belle <strong>dichiarazioni</strong>. Quindi, drizzare le antenne!<br />
<span style="text-decoration: underline;"><strong>L’effetto specchio</strong></span>: più le <strong>persone</strong> ci sono vicine o vogliono esserlo, più faranno eco ai nostri movimenti. Se lo sorprendiamo ad accavallare le gambe, grattarsi un ginocchio o toccarsi i capelli quando lo facciamo noi, bingo! E’ un ottimo<strong> segno</strong>.<br />
In compenso, se arretra sulla sedia, questo dimostra purtroppo che non è interessato&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Una parata amorosa: gli specialisti hanno notato che come gli animali, gli uomini e le donne fanno alcuni gesti che invitano a <strong>conoscersi meglio</strong>&#8230;<br />
Durante una <strong>conversazione</strong> con una <strong>persona</strong> di sesso maschile, una donna non si renderà per forza conto di avvicinare le braccia al busto e di sporgersi in avanti per mettere in risalto la scollatura, o di sistemarsi la maglietta per mostrare il seno. Dal canto suo, l’uomo manderà dei segnali d’apertura stando seduto con le gambe divaricate, i pollici in tasca e ile mani distese!</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><object type="application/x-shockwave-flash" data="http://www.youtube.com/v/Ee3eCvUyjzY&#038;fs=1" width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Ee3eCvUyjzY&#038;fs=1" /><param name="FlashVars" value="playerMode=embedded"/><param name="wmode" value="transparent"/></object></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">I movimenti della testa: per <strong>incoraggiare</strong> una <strong>conversazione</strong> e dimostrare la propria <strong>attenzione</strong>, non si deve esitare ad annuire piano e regolarmente. Una leggera inclinazione sul lato basta ad indicare che capisci il <strong>discorso</strong> del tuo <strong>interlocutori</strong> e te ne <strong>interessi</strong>.</p>
<h4><span style="text-decoration: underline;">La macchina della verità</span></h4>
<p style="text-align: justify;">Smascherare un imbroglione, è possibile! <strong>Attenzione</strong>, queste indicazioni sono da prendere nel loro complesso. Un <strong>gesto</strong> solo non basta a <strong>smascherare</strong> un bugiardo. In compenso, se si accumulano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>L’autocontatto</strong></span>: a meno che non ci si trovi di fronte a un bugiardo di professione e senza vergogna, l’autore del « crimine » ha raramente la <strong>coscienza</strong> a posto. Tenderà quindi, al momento di raccontare i fatti, a <strong>toccarsi il viso</strong> più del solito. Si metterà la mano davanti alla bocca, come se volesse <strong>impedire</strong> alle parole di sfuggirgli di bocca, si toccherà il naso (per impedirgli di allungarsi?) e potrebbe passarsi la mano tra i capelli e accarezzarsi nervosamente il mento&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Non sta fermo un momento</strong></span>: Saltella su una gamba e sull’altra, pesticcia con i piedi, continua a <strong>incrociare </strong>le gambe, ha il piede che batte per terra&#8230; Insomma, desidera una cosa sola: andarsene, e al più presto!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> <span style="text-decoration: underline;">Gioco di mano, gioco da villano</span>!</strong>: Il bugiardo le nasconde dietro la schiena, le mette in tasca o le occupa <strong>giocando </strong>con le chiavi, con una penna&#8230; Secondo Gordon R.Wainwright, specialista della <strong>comunicazione</strong>, il fatto di esporre i palmi delle mani è un <strong>gesto</strong> abbastanza<strong> frequente</strong> presso i bugiardi. Diversamente dal suo primo significato che è l’impotenza, questo <strong>gesto</strong> vuole attirare la <strong>simpatia</strong> dell’<strong>interlocutore</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="text-decoration: underline;"><strong>Fonte:</strong></span></em> <a href="http://www.alfemminile.com/scheda/psiche/f12396-la-gestualita-il-linguaggio-del-corpo.html" target="_blank">http://www.alfemminile.com/scheda/psiche/f12396-la-gestualita-il-linguaggio-del-corpo.html</a></p>
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