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Saper ascoltare

19 ottobre 2009

saper ascoltareE’ possibile valutare la capacità di ascolto in relazione al tempo dedicato, alla modalità ed ai benefici ricevuti?

Saper “ben ascoltare” può portare ad aprire la mente a nuove idee, a nuove soluzioni, ad arricchimento della persona. E’ un’abilità che può essere molto utile anche per la crescita professionale. Questa capacità contribuisce notevolmente ad essere dei bravi genitori, dei buoni figli, degli insostituibili compagni; è indispensabile ai medici, ai manager, indiscutibilmente agli addetti alle vendite.

Da studi statistici,  è stato rilevato che, nei processi di comunicazione, la maggior parte del tempo viene dedicata all’ascolto.

Poiché il tempo è un bene prezioso e va utilizzato al meglio, le modalità di ascolto dovrebbero essere migliorate. Un metodo è quello di analizzare schematicamente le proprie modalità di ascolto e tentare di quantificarle:

Ascolto finto

Ascolto “a tratti” , lasciandosi catturare da distrazioni, dall’immaginazione e comunque fidandosi dell’intuito che precocemente cattura le cose “importanti” tralasciando quelle meno importanti. Ascolto quindi passivo, senza reazioni, vissuto solo come opportunità per poter parlare.

Ascolto logico

Ci si sente già soddisfatti quando ci si scopre ad ascoltare applicando un efficace controllo del significato logico di quello che ci viene detto. L’attenzione sarà concentrata sul contenuto di ciò che viene espresso ed anche l’interlocutore potrebbe avere l’errata convinzione di essere stato capito.

Ascolto attivo empatico

Ci si mette in condizione di “ascolto efficace” provando a mettersi “nei panni dell’ altro “, cercando di entrare nel punto di vista del nostro interlocutore e comunque condividendo, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni che manifesta.  Attenzione: da questa modalità è escluso il giudizio, ma anche il consiglio e la tensione del “dover darsi da fare” per risolvere il problema.

Quanto si è disposti a credere che quest’ultima modalità possa allargare le  conoscenze, facilitare i rapporti, evitare errori, risparmiare tempo, aumentare la fiducia nella relazione? Può valer la pena di fare dei tentativi?

Lo sforzo necessario sarà di spostare il l’interesse dal “perché ” l’altro dice, interpreta o vive una situazione al “come ” la dice: avendo, e quindi mostrando, interesse e comprensione (“sei importante, ho stima di te e riconosco, rispetto e condivido il tuo sentimento”). Potrebbe succedere che chi parla, sentendosi ascoltato, tenterà di migliorare la comunicazione sia nella quantità che nella qualità a tutto vantaggio della ricchezza delle informazioni, del senso di sicurezza, della fiducia e dell’onestà.

Applicare una più efficiente modalità di ascolto avrà diversi vantaggi nei vari ambiti:

* riduce le incomprensioni.
* induce l’interlocutore ad esprimersi a pieno senza timore: spesso stimola in lui la ricerca delle migliori possibilità espressive, anche nei contenuti!

Rapportarsi al meglio con gli altri aumenta l’autostima e la fiducia in se stessi : si immagazzinano più informazioni, si eseguono meglio le istruzioni ed anche si ha maggior controllo su quelle date. Meno errori vuol dire impiegare il tempo al meglio in un clima di fiducia e di rispetto. Saper ascoltare se  stessi, inoltre, metterà al riparo da scelte di cui ci si potrebbe pentire e aiuterà a soddisfare i bisogni ben individuati.

Gli obiettivi raggiungibili ascoltando a livello attivo empatico potrebbero consistere, quindi, in un arricchimento personale, in un sostegno al nostro interlocutore perché trovi da solo le risposte ai suoi problemi o entrambi contemporaneamente; in tutti i casi:

conviene aspettare il proprio turno ascoltando e poi parlare

Attenzione: le nostre abitudini di ascolto in qualche modo sono state influenzate dai modelli appresi da bambini e da come si è sviluppata la nostra integrazione nelle prime occasioni di socializzazione. Tuttavia, con un certo esercizio, è possibile migliorare le proprie capacità di ascolto.

Ecco due semplici esercitazioni per:

* migliorare le abilità di ascolto imparando ad utilizzare un ascolto attivo empatico

Nella situazione in cui il nostro interlocutore è preda di uno stato emotivo alto (rabbia, ansia, agitazione), per un fatto che non dipende da te, prova ad ascoltare al livello attivo empatico.

Prova ad ascoltare al livello attivo empatico quando il problema che ha causato lo stato emotivo ti coinvolge come attore (l’interlocutore ti considera la causa del suo stato emotivo perturbato). La  teoria, in questo caso, è  applicabile più difficilmente e sarà necessario uno sforzo per  riuscire nell’impresa.

Fai mente locale su qualche persona che  ritieni un “buon ascoltatore“, poi rifletti sul suo modo di porgersi e sulle gradevoli sensazioni che ti procura; ricorda, inoltre, qualche situazione in cui un buon ascolto ha o avrebbe risolto un problema più in fretta.

* allenarsi all’ascolto e alla consapevolezza

Prova a ripensare ad alcuni momenti passati della tua vita in cui sei riuscito ad esprimerti su argomenti “difficili”;  quanto ti sei sentito veramente ascoltato; con chi eri? Quando o quanto invece hai “dovuto tener dentro” perché bloccato dal tuo interlocutore? Chi era? Da chi ti piacerebbe o ti sarebbe piaciuto essere ascoltato di più?
Per alcuni minuti chiudi gli occhi e concentrati sui rumori che provengono dall’esterno sforzandoti di captare anche quelli meno percettibili.

Prova ad ascoltare con impegno una conferenza per te poco interessante o gli interventi di una riunione noiosa.

Fonte: http://www.benessere.com

Le emozioni come nascono …

7 ottobre 2009

gestire-emozioni

… a cosa servono e dove possono condurre.

Le emozioni sono parte integrante del paesaggio umano ed esprimono alcuni tratti della personalità. E, tuttavia, si tratta di manifestazioni reattive del sistema nervoso.

Le emozioni sono chiamate anche passioni o falsi feelings; esse sono infatti manifestazioni compensative che affiorano quando si perde la connessione con la qualità originaria dell’essere. Quando le emozioni/passioni sono presenti in modo compulsivo, possono connotare un individuo, come pauroso, collerico, allegro, malinconico, ossessivo.

Per contro, le varie qualità dell’essenza – come Amore, Pace, Gioia, Valore, Forza, Volontà, Fiducia, Saggezza, Creatività – sono presenti nella profondità del nostro essere; quando ci si riconnette con questa o quella qualità dell’essenza esse vengono sperimentate come sensazioni intime, profonde, appaganti: proprio per questo sono chiamate veri feelings.

Le emozioni/passioni sono in qualche modo una forma distorta delle qualità essenziali con le quali condividono identiche risonanze; ma le emozioni vivono in superficie in una forma reattiva e caotica. Più ci si riconnette con l’essenza e con le sue espressioni, meno si sentono le emozioni.

Le emozioni sono dunque reazioni, mentre le qualità essenziali sono stati dell’Essere.

All’inizio – nei primi mesi di vita – vi è solo essenza a riempire l’essere; poi – già a partire dai primi mesi di vita -, a causa di un ambiente primario di accoglienza inadeguato, vi è la separazione dall’essenza e la comparsa del senso di vuoto o di mancanza di qualcosa (il cosiddetto buco), cui segue l’insorgenza delle emozioni e il conflitto intorno ad esse che crea ogni tipo di pensieri.

Alcune persone sono tagliate fuori non solo dalla loro essenza, ma anche dalle loro emozioni e questo le rende veramente estranee a se stesse. Questa disconnessione incomincia ad accadere quando si perde il coraggio di vivere aperti alla vita, nella fragilità e senza difese preventive. Spesso accade che il non sentire sostegno nell’ambiente circostante, il timore di essere incompresi, feriti, derisi conduce a reprimere e nascondere agli altri e – ciò che è più grave – anche a se stessi le proprie emozioni, le proprie sensazioni e i propri sentimenti.

Si diviene estranei al proprio mondo interiore.

Si rimane in contatto soltanto con l’elaborazione mentale delle emozioni. Si ama, si va in collera, si ha paura, si è malinconici e tristi, si è allegri soltanto attraverso la mediazione dell’attività mentale. Accade così di essere identificati con i propri pensieri e di perdere il contatto con il proprio sentire, con quanto accade dentro di noi di momento in momento e, in tal modo, con il proprio stesso essere.

E’ veramente importante ritornare in contatto con le proprie emozioni e viverle pienamente per giungere presto o tardi a comprendere come e perché esse nascono. Vale la pena di precisare che vivere pienamente le proprie emozioni non vuol dire cavalcare l’onda emotiva della rabbia, della malinconia, della paura o della gioia, ma piuttosto ‘stare-nel-mezzo’, – senza esprimerle e senza reprimerle -, ‘semplicemente’ rimanendo consapevoli. Cresce via via la capacità di essere ‘il testimone’: colui che è presente a tutto quanto accade dentro di noi, senza identificazione e attaccamento.

Da questo comportamento, che è accettazione di quello che sta accadendo nel momento, nasce, quando il tempo è maturo, una nuova comprensione. E’ questa comprensione di se stessi che permetterà di dissolvere le difese erette inconsciamente dalla personalità, di sperimentare l’esistenza del ‘buco’, di vivere il dolore dell’assenza di questa o quella qualità – amore, valore, forza, creatività … – senza cercare compensazioni. Solo in questo modo l’essenza perduta riprende a fluire.

A. H. Almaas così si esprime, “Per prima cosa le persone devono imparare a sentire se stessi, a prestare attenzione a se stessi, affinché le necessarie informazioni siano disponibili. La maggior parte delle persone vivono la vita senza la necessaria consapevolezza perché cercano di evitare di sentire il vuoto, la falsità, la sensazione che ci-sia-qualcosa-di-sbagliato. Non si può evitare l’autoconsapevolezza e compiere il Lavoro” (di crescita in consapevolezza, umana e spirituale).

Le emozioni, perciò possono indicare come, dove, quando, in termini di memorie, una certa qualità dell’Essenza è andata smarrita rispetto alla propria consapevolezza.

Questo articolo è stato pubblicato su Hod, giugno-luglio 2004.

Fonte: http://www.lamentemente.com

La gestione dei conflitti

23 febbraio 2009

6a00e54ee984f1883400e54f9c9ee18833-800wiRiuscire a vivere dei momenti di conflitto senza distruggere la qualità della relazione con l’altro è possibile. Salvo accettare che le divergenze non sono eliminabili, e che occorrono tempi e capacità opportune per gestirle al meglio.

Perfino in vacdistanze,confini invisibili,anza, perfino con la persona più amata, litigare sembra inevitabile, e ci si colpevolizza o si colpevolizza l’altro, per non riuscire a evitarlo.

La vicinanza e la convivenza sono difficili. E’ una questione di distanze, di confini invisibili e assolutamente soggettivi da rispettare e da far rispettare.

E? come nel caso dei due porcospini che morivano di freddo: decisero di scaldarsi stringendosi il più possibile, ma presto si accorsero che si pungevano terribilmente con i loro aculei; così si allontanarono, ma il freddo ricominciò a farsi sentire.

Dopo numerose e faticose prove, trovarono la giusta distanza che consentiva loro di tenersi caldo ma non pungersi troppo. In questo aneddoto di Schopenhauer, e spesso nella vita, non ci sono soluzioni al conflitto, ma solo delle opportunità di accomodamento che portino al minor danno.

E’ utile disegnare dei confini, comunicando le proprie esigenze e dandosi il diritto di dire di “no”, piuttosto che sforzarsi di essere accomodanti, per poi magari sentirsi invasi e soccombere alla propria incontenibile aggressività difensiva.

In passato, galateo e rituali rigidi semplificavano la convivenza, codificandone norme civili anche se ingessate.

Liberi da tutto ciò, siamo ora in balia di intolleranze e incomprensioni.

E’ quindi più che mai importante parlare e negoziare, mantenendo il conflitto sul piano simbolico piuttosto che agirlo nei comportamenti.

Invece di reagire in modo compulsivo, bisogna saper aspettare, tollerare la tensione sinché cala e si riesce ad affrontare il confronto con altri toni. Con l’obiettivo di trovare un accordo creativo che non comporti un vincitore e un perdente, ma che accontenti entrambi, che rispetti le reciproche esigenze.

Quando si cerca la pace a tutti i costi c’è spesso il prevalere di qualcuno sull’altro. Il conflitto può diventare invece un momento di crescita, grazie al quale imparare a rispettare se stessi e gli altri, salvaguardando le parti buone delle relazioni.

Olga Chiaia

Psicologa Psicoterapeuta

http://www.lifegate.it/

Vita da single

11 febbraio 2009

Vita da single

Cresce in Italia il numero delle persone che vivono da sole e aumentano le loro difficoltà economiche.

MILANO – Non potevano certo saperlo Adriano Celentano e Claudia Mori, quando nel 1967 partecipavano al Cantagiro con la famosa canzone : “Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri che sono tristi”, che quattro generazioni dopo, ben 5 milioni di italiani non avrebbero fatto vita di coppia. E, anzi, avrebbero seguito le orme di Hugh Grant e Bridget Jones, diventati a modo loro dei simboli della vita single. Un fenomeno di dimensioni sempre più ampie anche in Italia, un Paese considerato ancora oggi la patria della famiglia tradizionale, dove i figli “mammoni” (o, per dirla con il ministro Padoa-Schioppa, “bamboccioni”) tendono a ritardare il più possibile – per scelta o per necessità – l’allontanamento dalla casa paterna. La conferma arriva dall’Istat: i single sono l’11% della popolazione, senza contare i 2 milioni di separati, divorziati, vedovi. Negli Stati Uniti i single rappresentano già un quarto della nazione e in tutta la Francia si parla di 14 milioni di “Jjms” (jeunes jolies mais seules): giovani e soli indicativamente dai 25 ai 35 anni.

Per alcuni, è una scelta da esibire con orgoglio. Non a caso l’Anis, l’Associazione nazionale italiana single, ha proclamato il 15 febbraio, “San Faustino”, la Giornata nazionale dei single, una festa simbolica e al tempo stesso una occasione per rivendicare la parificazione giuridica-sociale nei confronti delle istituzioni. La ricorrenza non si festeggia mai in concomitanza con il giorno degli innamorati San Valentino, ma simbolicamente il giorno successivo. Se il vocabolario, alla voce single, recita: «persona che vive sola, soprattutto se celibe o nubile» è importante quantificarne il disagio sociale territoriale che si configura in una nuova morfologia sociale. Mentre il mercato «coccola» questa categoria considerandola più propensa alla spesa, emerge sempre più la difficoltà di essere soli per quanti hanno redditi medio bassi. E il caso non riguarda più soltanto anziani e pensionati. Il sistema statistico nazionale per esempio parla di un paese in cui la precarietà dilaga, ma è generale la sensazione che la povertà sfiori la classe media, tra cui anche i single. Anche nell’indagine realizzata per la Regione Lazio dai ricercatori del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) «Povertà e indebitamento delle famiglie» sono emersi dati oggettivi sconfortanti: il 54,3 per cento si sente povero, i single più degli altri, le donne più degli uomini.

Il riconoscimento sociale

«C’è una questione single che va affrontata al più presto – dice Carmela Rozza battagliera Consigliera del Partito democratico a Milano -. I dati che ci preoccupano sono quelli che provengono dai censimenti dell’anagrafe. Le città sono cambiate e Milano non è più la stessa. I single, sotto la Madonnina, sono la maggioranza della popolazione e cioè 332.987 contro 244.659 famiglie». Una fotografia della realtà che impone scelte nuove agli amministratori. Ma che a tutt’oggi è ancora oggetto di scontro in consiglio comunale. «E’ assolutamente necessario rivedere la modalità di accesso alle domande di edilizia popolare – spiega ad esempio la consigliera del Pd -. Occorre cambiare le regole del gioco perché l’applicazione regionale di questo sistema di fatto non risponde più alla composizione anagrafica della città. Oggi i single nelle domande di assegnazione delle case popolari sono i primi per richiesta e sono esclusi da ogni forma di supporto sociale. La povertà quando è certificata agli atti, non distingue le classi sociali. Essere soli può voler dire, purtroppo rispondere a questi requisiti».

NEL 1971 SOLO 2.061.978 – Sembrano i tempi delle calende greche quando i single nel 1971 secondo l’ Eurispes erano appena 2.061.978, pari al 12,9% del totale delle famiglie. E pensare che solo vent’anni dopo il loro numero era salito a 4.099.970, con un incremento percentuale del 98,8%. La crescita è ulteriormente proseguita, tanto che al censimento del 2001, le famiglie cosiddette unipersonali ammontavano a 5.427.621, pari a ben un quarto del numero complessivo delle famiglie italiane e nel 97,6% dei casi si tratta di soggetti che non sono in coabitazione con altri.

Ambra Craighero

11 febbraio 2008(ultima modifica: 12 febbraio 2008)

Fonte: http://www.corriere.it

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