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Attacchi di panico

28 giugno 2010

Gli psicologi e gli psichiatri possono diagnosticare un disturbo di panico con o senza agorafobia con l’aiuto dei cosiddetti criteri diagnostici del DSM IV, ovvero del manuale diagnostico per i disturbi psichici.

Questi criteri sono per lo più frutto di studi a tavolino, in cui vengono presi come indicativi alcuni segnali che sono statisticamente accoppiati a questo disturbo (infatti la S in DSM sta proprio per statistico).

Nella pratica clinica tuttavia gli attacchi di panico sono qualcosa di più ampio e, da un punto di vista proprio pragmatico, possono essere presi in considerazione, con le stesse tipologie di trattamento anche classi di configurazioni di segnali non in linea con quelli descritti nel manuale diagnostico.

Secondo l’esperienza degli psicoterapeuti che si occupano approfonditamente di questo disturbo, infatti, quella che più di ogni altra componente caratterizza il disturbo di panico è senza dubbio la paura del prossimo attacco. Anche se per attacco dovesse venire indicato soggettivamente dall’individuo qualcosa che per il manuale diagnostico non corrisponde ad un vero e proprio attacco.

Per lo psicoterapeuta una persona è soprattutto ciò che prova, non una statistica su una tabella. La seconda componente che caratterizza l’attacco, nel disturbo di panico, è il fatto che tale attacco possa insorgere apparentemente in qualunque momento e in qualunque luogo. In certi casi gli attacchi sembrano essere legati a luoghi, a persone o a periodi della giornata. In altri sembrano legati a situazioni. In ogni caso non c’è qualcosa di esclusivo, altrimenti si potrebbe parlare di fobie specifiche, claustrofobia, ipocondria o fobia sociale.

I segnali

Un attacco di panico esplode all’improvviso con una paura travolgente che viene senza avvisaglie e senza alcuna ragione apparente. È molto più intensa della sensazione di spavento dovuto a qualcosa di specifico che la maggior parte delle persone può avere sperimentato. I segnali ansiosi che compaiono in un attacco di panico includono uno o più dei sintomi.

Oltre ai sintomi degli attacchi di panico, un attacco di panico è contrassegnato dalle seguenti condizioni:

1. Capita improvvisamente, senza preavviso e senza modo di fermarlo
2.Il livello di paura non è affatto proporzionale alla situazione corrente. In realtà, spesso non è affatto correlato.
3.Dura da pochi minuti a mezz’ora circa; il corpo non riesce a sostenere la risposta “attacca o fuggi” più a lungo di così. Attacchi di panico ripetuti possono tuttavia ricorrere di continuo per ore.

Un attacco di panico non è pericoloso, ma può essere terrificante, soprattutto perché si sente di perdere completamente il controllo. Il disturbo è così grave non solo per via degli attacchi di panico in sé, ma anche perché spesso porta ad altre complicazioni quali depressione e abuso di psicofarmaci. Gli effetti possono variare dal deterioramento delle relazioni sociali all’incapacità completa di affrontare il mondo esterno.

fonte: http://www.disturbodipanico.com

La Famiglia: Mancanza di autorevolezza.

2 marzo 2009

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Uno dei Problemi della attuale famiglia è la messa in crisi del suo ruolo tradizionale e la riduzione della sua autorevolezza.

Innanzi tutto è chiaro che sarebbe anacronistico riproporre modelli centrati su autorità e obbedienza presenti in un passato non recente.

Oggi la questione è che, superati questi modelli a vantaggio di una maggiore capacità di negoziazione e condivisione di valori, quello che entra in crisi è la definizione di ruoli e compiti che prima apparivano chiari ed oggi, in una visione più individualistica, sono lasciate alla discrezionalità e alla soggettività dei componenti.

Se il vantaggio è una effettiva apertura e democratizzazione, il rischio evidente può essere un eccessivo relativismo. Cioè la mancanza di regole fondanti che non possono essere messe in discussione pena la rottura e frammentazione del ruolo e significato culturale e biologico dell’istituzione famiglia.

Si pensi – tanto per citare qualche esempio al di là delle posizioni personali- al recente e acceso dibattito sul riconocimento delle coppie di fatto, delle famiglie omosessuali, ecc. Per evitare il rischio in cui possa essere possibile tutto e il contrario di tutto, occorre ripartire da valori semplici e massimamente condivisi, pur in una visione dinamica, che una società aperta e libera deve comunque darsi per evitare il caos.

Cerchiamo di capire quali sono alcune difficoltà e ostacoli che la famiglia incontra nel suo ruolo di agenzia educativa e nel compito di trasmettere valori.

a) L’ ambiente esterno diviene in questi anni sempre piu importante e decisivo rispetto alle tradizionali agenzie educative (scuola, famiglia, comunità), assumendo un peso nella definizione dei ruoli, nella costituzione dei desideri e delle aspirazioni delle persone e capace di influenzare la morfologia e l’autonomia della famiglia.

Si pensi alla televisione, a trasmissioni come “amici”, “grande fratello”, che propongono modelli alternativi e un nuovo conformismo che possono confliggere con scuola e famiglia. La questione può essere vista in questo modo: è ancora possibile educare all’anticonformismo, a valori diversi da quelli proposti da agenzie culturali in primis la televisione? Spesso la famiglia più che contrapporsi si adegua: spesso assistiamo a genitori che comprano ai figli la Play Station o il Nintendo “se no quando va a scuola tutti ce l’hanno e mio figlio si sente emarginato, escluso”.

b) L’abbassamento del potere d’acquisto con tendenza all’indebitamento ha messo in luce il crescere dei problemi economici e di bilancio delle famiglie medie. Il risultato è che sempre più spesso i membri della famiglia tendono a proiettarsi all’esterno alla ricerca di nuove attività economiche, seconde, terze occupazioni, diminuendo considerevolmete la qualità della vita, la serenità ed un corretto e più equilibrato uso del tempo libero e del tempo di interazione e scambio. Per esempio tempo da passare con i figli, educare, parlare di problemi, viaggiare, fruire di eventi culturali.

Tale mancanza di tempo influisce sulla qualità della vita e delle relazioni tra componenti familiari ed è causa di una tendenza all’isolamento intrafamiliare. Questa situazione, non solo causata da necessità economiche, ma come diffuso stile di vita, è aggravata anche dal massiccio e non controllato utilizzo delle nuove tecnologie, cellulare, internet, ecc.

In definitiva appare realistica e condivisibile la tendenza a considerare sempre più la disponibilità di tempo come misura di lusso e benessere (che come aria pulita, acqua pura, paesaggio incontaminato costituiscono l’insieme di beni immateriali sempre meno disponibili).

In conclusione: la famiglia oggi è isolata e schiacciata tra l’adeguamento a modelli culturali “esterni” e pericoli di isolamento. Una monade in una dimensione sempre meno incline alla solidarietà, allo scambio e alla comunicazione con altre famiglie (soprattutto nelle grandi città). Ne fanno le spese in questo quadro i figli che sempre più si trovano davanti genitori poco disponibili, indaffarati, ansiosi, problematici, o al contrario (che è il modo in cui viene convertita l’ansia, quindi una specie di rovescio della medaglia) iper protettivi, eterni “ragazzini”, che tendono al rapporto “amicale” e a un’eccessiva apertura, tolleranza, e assenza di regole da trasmettere.

Il genitore si trova nella condizione di dire sempre (o quasi) di si per evitare conflitti, scontri, rotture che è sempre meno in grado di gestire, e perchè per costruire e crescere reciprocamente da un conflitto o da uno scontro di valori, occorre discutere, spiegare, capire. Occorre tempo, per l’ascolto, per il ragionamento e per lasciare sedimentare le emozioni…quel tempo che, come si diceva, è oggi merce rara.

Questa “latitanza” genitoriale come un circolo vizioso mette il ragazzo in una situazione di mancanza di punti di riferimento e lo pone ad attivare una ricerca all’esterno della famiglia: amici, gruppo e una svalutazione del ruolo genitoriale. In questo quadro la famiglia è destinata a perdere progressivamente autorevolezza tranne che sappia ritrovare al suo interno la dimensione valoriale, capace di fermare questa corsa continua al non si sa bene cosa, che è divenuta un abitudinario e stereotipato modo di vivere.

Dott. Orazio Caruso
Fonte: http://www.studentidipsicologia.it

La gelosia

18 febbraio 2009

42-15229838Quello della gelosia è un tema che abbiamo affrontato molto spesso, spesso in maniera superficiale e a volte forse senza prenderci troppo sul serio.

Eppure si tratta di un problema molto sentito, a proposito del quale ci scrivete regolarmente, e che ha una duplice valenza: la gelosia del partner nei nostri confronti ma anche quella nostra nei confronti del nostro partner.

Per questo motivo abbiamo intervistato la D.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa e psicoterapeuta, ed abbiamo cercato di affrontare il problema da un punto di vista più serio e completo.

Iniziamo subito con una gelosia di cui si parla poco. Molte ragazze ci scrivono raccontandoci di vivere una sorta di situazione patologica nei confronti del proprio ragazzo, il quale non può nemmeno guardare o esprimere un apprezzamento su un’altra ragazza. Alcune lettrici ci hanno addirittura scritto di non poter sopportare la visione di show televisivi – in compagnia del partner – in cui appaiono veline o vallette per la troppa gelosia…

L’ “amore geloso” si attiva quando predomina una tensione determinata da insoddisfazione, frustrazione: un “vuoto di sé” che il partner dovrebbe colmare. In questa modalità di relazione, si tende al possesso avido del partner. C’è un bisogno esasperato e passivo di essere amati, ammirati e scelti come unici destinatari dell’investimento amoroso e sessuale del partner. Da questi si esige una presenza e una disponibilità continua e totale, un amore incondizionato qualunque sia la condotta della persona gelosa.

Il partner geloso, con la sua pretesa di possesso esclusivo dell’altro (idealizzato) da cui ricevere un amore incondizionato ed una soddisfazione totale, non riesce ad identificare il partner come “altro da sé”, ma come “specchio” di se stesso.

Per amare, invece, è necessario riconoscere il partner come “altro” da noi, con la sua personalità, il suo modo di essere.

Ogni movimento autonomo del partner, ogni pensiero, atteggiamento che non sia diretto al compagno/a, provoca nella persona gelosa, una rancorosa delusione. In questo caso non è necessario che ci sia effettivamente un rivale, si è gelosi comunque di tutto e di tutti. Il tradimento sta nella delusione per ogni attenzione mancata, per ogni complimento non ricevuto, per ogni esclusività negata.

C’è il rischio di impostare la vita rispondendo al meccanismo del “tutto o niente” che racchiude il vuoto drammatico dell’incapacità di amare. E’ interessante fare una riflessione sul disagio provato da molte donne nel momento in cui il partner guarda la velina in tv o la vicina di ombrellone in costume da bagno. Le fantasie, la curiosità, l’osservare l’altro fanno parte della nostra natura istintuale, della nostra vitalità che ci accompagna dalla nascita.

Cosa succederebbe se il bambino non fosse curioso, se non avesse la tentazione di scoprire, di guardare, di confrontarsi con il mondo intorno a sé? Cosa succederebbe al partner se gli fosse impedito l’accesso alla libertà di pensiero, alla libertà della vista, alla curiosità? Non si può imbrigliare un pensiero, nostro o altrui. Inibire la naturale curiosità del partner verso l’esterno (non solo verso le altre donne, ma anche nel lavoro, negli hobby etc.), può significare mettere una bomba ad orologeria nel rapporto: si può determinare una fortissima aggressività, tacita o espressa, che tenderà a logorare la coppia.

Molte lettere invece ci raccontano storie di donne che non possono quasi più uscire di casa a causa della gelosia del partner. Non possono parlare con altri uomini, non possono uscire con le amiche. Cosa possiamo consigliare a queste lettrici che si trovano a vivere situazioni al limite?

Questo tipo di rapporto, nei casi limite, esula dall’ambito del piacere condiviso, dall’ambito della cura dell’altro. Si assiste ad una tipologia di rapporto di potere, nel quale il godimento nasce non dal piacere del mutuo abbraccio, ma dal dominio e dalla consapevolezza di questo dominio sull’altro. Manipolazione crudele dove la relazione d’amore è inesistente e la solitudine è la protagonista della scena.

In questo caso, la persona gelosa non lascia il partner libero di esistere e la realtà potrebbe essere alterata in maniera assai pericolosa. Non rare possono presentarsi crisi violente di gelosia attivate da motivazioni irreali e immaginate. Quando la moglie esce con le amiche, diviene facile immaginare incontri clandestini con uomini, con la copertura delle amiche, impuntarsi per un “odore sconosciuto” tra i capelli della propria compagna.

La vita, per chi sta accanto alla persona gelosa, può diventare impossibile, frequenti possono essere le sensazioni di senso di colpa e pesantezza ogni qual volta si riesce a vivere un benessere lontano dal partner. Il desiderio di lasciarlo, di scappare a volte può farsi molto intenso. Molte donne confidano anche di avere timore a lasciare il proprio partner geloso.

Cosa potrebbe accadere? Il compagno accetterà la loro decisione? Se è vero che nei casi più drammatici gli eventi possono precipitare (non va trascurato che le cronache dei giornali riportano frequentemente casi di omicidio o suicidio legati a motivi cosiddetti “passionali”), vorrei tranquillizzare le lettrici dicendo che, nella maggioranza dei casi, la crisi di gelosia ha una evoluzione ed una conclusione diverse da quella drammatica.

Il modo si sentire del geloso comporta che tutto l’amore, la bontà e la giustizia sono in lui, mentre tutto l’odio, la colpa e l’ingiustizia sono in chi non è degno di amarlo, nei suoi persecutori dai quali è naturale difendersi. Tutto il suo comportamento è volto a dimostrare e ad imporre agli altri quanto egli abbia moralmente ragione. Si tratta probabilmente di personalità in cui la capacità di tollerare la sofferenza mentale e la frustrazione è estremamente ridotta.

Per esempio il geloso può rifarsi di tutti i torti che sente di aver subito, trionfando onnipotentemente sulla partner, attaccandola, svalutandola e disprezzandola. Così lei, da assolutamente importante quale era, diviene ora ai suoi occhi, un essere spregevole, con cui non vale neanche la pena prendersela e dalla quale è, anzi, vantaggioso allontanarsi. Un’altra possibilità è che il geloso assuma verso la partner un atteggiamento amoroso di tipo ablativo, rinunciando, con un atto di assoluto amore e di totale dedizione, ad ogni suo desiderio ed esigenza.

Proprio quei desideri per i quali, fino a poco tempo prima, con tanta energia, rabbia ed accanimento si era battuto. Adesso annulla invece se stesso per privilegiare esclusivamente la felicità ed il benessere della partner. “Quello che voglio io non conta più niente: Io esco di scena. L’unica cosa veramente importante e che fa stare bene anche me, è che tu sia felice”. E’ naturalmente una posizione falsa che il geloso assume per liberarsi dalla morsa del proprio amore possessivo e venire fuori dalla crisi.

Nei casi in cui la persona gelosa non arriva a prendere coscienza del proprio stato patologico, non ci può essere il riconoscimento dell’altro e inevitabilmente, dopo un periodo di tempo in cui si sarà ristabilita nella coppia, la precedente condizione di freddezza, distacco e monotonia, una nuova crisi si ripresenterà con le stesse caratteristiche e modalità della precedente.

Il consiglio che posso dare alla lettrici che si trovano a vivere un rapporto di questa natura è riflettere sul fatto che il proprio partner così geloso non le vede nemmeno, non è veramente e profondamente interessato allo loro persona. E’ un amore a metà dove predomina l’illusoria convinzione di essere ricercate, amate, desiderate intensamente da un uomo che dice di non poter vivere senza il loro amore, ma che in realtà sta pensando solo a se stesso.

Per resistere all’interno di una relazione di questo tipo, è necessario non desiderare la propria libertà, essere pronte a rinunciare alla propria vita, alle proprie amicizie, ai propri spazi per dedicarsi anima e corpo solo e soltanto a lui, perdonarlo quando ha delle crisi di gelosia per motivi irreali e immaginari e convincersi che lo fa perché ama troppo!

Pur sapendo che non sempre è possibile generalizzare, è possibile tracciare un profilo della persona gelosa? (uomo e donna)

La persona gelosa cerca di assoggettare il partner e di opporsi alle sue necessità ed alle sue leggi (compreso lo spazio e il tempo) e contemporaneamente ha un bisogno assoluto di essere obbedito e assecondato. Nei confronti di tutti gli altri mantiene un atteggiamento di diffidenza e di pregiudizio.

Non può governare da sé la sua vita, come è proprio di un adulto, né può lasciarsi governare, come è proprio di un bambino, invece desidera ardentemente dirigere la vita di un’altra persona sulla quale esercita un controllo esasperato, mai perfetto, al quale dedica tutte le risorse che altri utilizzano per modulare la loro vita.

Il geloso furioso deve necessariamente accertare il tradimento, è come un investigatore che vuole chiarire tutte le circostanze del fatto. Vuole delle prove! Se è stato tradito, tutto torna, tutto ciò che è avvenuto dopo, la sua intera vita, sarebbe il derivato di quel tradimento. Nel geloso inoltre c’è la mancanza di autostima che porta a non sentirsi sicuro di sé e della capacità di generare e di mantenere vivo l’amore. Il geloso o la gelosa soffrono allo stesso modo.

Cosa si nasconde solitamente dietro alla gelosia? Insicurezza, paura di perdere il partner, non sentirsi all’altezza?

young-couple-conflict-thumb3778810Il geloso è già tale prima di precipitare dentro l’esperienza. La caratteristica fondamentale dell’amore geloso è quella di essere portatore di un antico desiderio impossibile: realizzare stabilmente il possesso totale ed esclusivo, fisico e morale, dell’altro, per essere amato incondizionatamente.

Fissato a questo tipo di relazione primitiva, il geloso soffre, spesso del tutto inconsapevolmente, di una menomazione nella capacità di amare. Poco capace di amare, quindi senza fiducia nella propria capacità di contenere l’aggressività e di tollerare la colpa, dà vita ad un rapporto di coppia in cui il partner esiste non tanto per amarlo riconoscendone le qualità reali, quanto perché idealizzandolo, ne può ricevere sicurezza per sé e il sentimento di essere amato.

E’ evidente che in un rapporto di questo genere, in cui il partner esiste solo per rispondere alle necessità infantili secondo il modello di un’antica madre ideale, i problemi sorgeranno ogni volta che si renderà più acuto il divario tra l’enormità dei bisogni della persona gelosa e la risposta che può dare la realtà. Tutta la fedeltà e l’affetto del partner saranno sempre insufficienti rispetto al bisogno.

Il geloso, per quanto faccia, non riuscirà mai a farsi amare quanto vorrebbe, la delusione sarà sempre presente. Tanto più si espone alla delusione tanto più sarà costretto a proiettare indifferenza e freddezza o addirittura intenzioni malevole vere e proprie. La posizione del partner è altrettanto precaria. Ogni volta che propone i propri bisogni e desideri, compie un tradimento: permette alla realtà di irrompere nella relazione. Quando ciò accade, il partner del soggetto geloso si espone alla terribile rabbia che ne seguirà.

“Ieri mi sentivo giù e mi sono avvicinato a mia moglie per fare l’amore, l’ho sentita fredda, non l’ho sopportato! So che anche lei può essere stanca…anche lei lavora fino a tardi…Secondo me, però, in quel momento stava pensando al suo nuovo collega di lavoro che lavora nel suo reparto. Allora ho preso una scusa per uscire di casa e ho organizzato una serata con una mia amica che è innamorata di me. Abbiamo fatto l’amore…lo so che ora starò male e forse peggio ma non posso stare dietro gli umori di mia moglie. E poi così impara!”

Per l’amore geloso infatti il problema dell’infedeltà del partner ha un senso particolare. Basta che abbia un altro pensiero, una non disponibilità immediata, una sessualità poco partecipativa e il tradimento è avvenuto. Che ci sia o meno l’infedeltà, la gelosia è già determinata dal conflitto instabile tra il bisogno e la realtà.

Essere gelosi vuol dire amare molto? E non essere gelosi del proprio partner significa non amarlo?

Tutti gli amori mettono in conto un pizzico di gelosia, ci si sente speciali se l’altro teme che ci possa piacere qualcun’ altro o se desidera un rapporto esclusivo. Fino a quando il desiderio di appartenenza ed esclusività rimangono tali, possono essere considerati il sale dell’amore.

Infatti l’amore e la gelosia sono entità separate l’una dall’altra. La gelosia è indipendente dall’amore, può esistere senza amore. La gelosia è un processo legato all’angoscia, all’ansia, alla solitudine. L’amore implica il bisogno di comunicazione preverbale e verbale, il desiderio di mostrarsi all’altro e il piacere di donarsi all’altro. La cura dell’altro, il non trascurare l’altro.

L’amore non deve essere pensato in termini di assenza, di annientamento di qualcosa che c’era e adesso non c’è più ma piuttosto in termini di “presenza”, di qualcosa che c’è. L’amore è ricerca di compagnia, la parola chiave dell’amore è: “con”. L’amore è nel senso concreto del: “stammi vicino”, “stammi accanto”, “rimani con me”, “ho bisogno della tua presenza”.

La gelosia invece è strettamente legata alla possessività. Nella possessività si è convinti: ” Mio! Questo è mio! Solamente mio e totalmente mio!” Con esclusione di altri con cui condividere il possesso. Per la persona gelosa, il partner diviene solo un oggetto, (non è ancora un soggetto, una persona amata per quello che è veramente) per questo dove impera la gelosia non c’è amore vero. L’amore infatti presuppone che l’altro possa amare e odiare, ma con assoluta libertà.

Il partner che si cerca di possedere non è sempre amato, ma spesso temuto o addirittura odiato, un nemico, un non-amato che bisogna “possedere” per imprigionarlo, controllarlo e renderlo innocuo. L’amore è amore in quanto tiene conto dell’altro.

L’amore va abbinato alla libertà dove libertà vuol dire: “Tu, che io amo, sei tuo, non mio!”. Chi ama, se abbandonato, soffre la solitudine in cui si trova, è lecito e legittimo il dolore per la perdita per il vuoto che lascia chi mi lascia. Il geloso, invece, tenta di opporsi con odio alla decisione del partner di separarsi, forte è il desiderio di impedire che il proprio partner stia bene senza lui.

E’ vero, chi ama non può tollerare la presenza di una terza persona nella coppia però, solo il geloso fissa ossessivamente lo sguardo sul terzo incomodo non permettendo alla coppia di vivere serenamente il naturale corso della sua esistenza.

Quando la gelosia diventa un problema per la vita di coppia, e personale, cosa si deve fare? Come cercare di superare il problema?

Non esiste una regola uguale per tutti, il campanello d’allarme che potrebbe preannunciare che esistono delle problematiche serie all’interno del rapporto può essere solo rappresentato dalla natura e dall’intensità del malessere all’interno della coppia. A volte il partner della persona gelosa si incastra così bene all’interno della gelosia dell’altro, che di fronte alla assenza di crisi di possessività e di gelosia del compagno si spaventa, si convince di non essere più amato e attua comportamenti che tendono a scatenare nuovamente il lato fragile e geloso dell’altro.

E’ come se la gelosia potesse, in rapporti che non sono destinati a diventare costruttivi, fare da collante per due persone che altrimenti non conoscerebbero nessun altra modalità per stare insieme. In casi in cui la gelosia comincia a diventare un disagio insopportabile per l’altro, è importante che il geloso faccia un lavoro di autocritica, di ripensamento delle proprie crisi di gelosia e cerchi di comprendere la natura irreale dell’esperienza vissuta. Prendere coscienza del proprio lato fragile, potrebbe consentire al geloso di cambiare a poco a poco il proprio atteggiamento verso il mondo e verso se stesso.

Egli così potrebbe cominciare a volersi bene e a prendersi cura di sé. Cercare di comprendere anche cosa la partner provi specialmente durante le sue crisi di gelosia, quali sono le sue sensazioni, le sue paure. Comprendere il significato della propria possessività e riuscire a concepire l’altro come una persona, con una esistenza indipendente ed una struttura propria e non come un semplice supporto su cui proiettare un personaggio ideale costruito in base ai propri bisogni e desideri, potrebbe rappresentare un traguardo fondamentale, indispensabile per tenere unita una coppia che, insieme, desidera affrontare il problema e crescere migliorandosi. Se la presa di coscienza del geloso pare insormontabile, indicato sarebbe un lavoro di psicoanalisi.

Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta

Fonte: http://www.margherita.net

Crisi della coppia e minori

11 febbraio 2009

Crisi della coppia e minoriLa situazione di figlio di genitori separati sta diventando sempre più frequente in Italia, come del resto in tutto il mondo occidentale. È una situazione che comporta inevitabilmente per il bambino momenti di crisi non solo nel periodo in cui tale separazione di fatto avviene, ma anche e soprattutto nel periodo precedente ad essa e talora in quello successivo. Non si tratta per lui solo di cambiare abitudini di vita e modalità di rapporto con i genitori: sono in gioco anche la qualità di tale rapporto, la possibilità di trovare sostegno nei genitori, i suoi processi di identificazione, lo stesso strutturarsi della sua immagine di sè e della sua identità sociale.

Il bambino può sentirsi in pericolo perchè non trova chi si preoccupa pienamente dei suoi autentici bisogni, ma – soprattutto se è piccolo – può sentirsi minacciato dai suoi stessi impulsi, quando vede concretizzarsi nella realtà quelle sue fantasie aggressive e di divisione dei genitori che sono normale retaggio di alcune fasi del suo sviluppo psicologico.

Egli può reagire a questo con comportamenti che aggravano la distanza psicologica tra lui e i genitori, già presente per il concentrarsi delle loro energie e della loro attenzione sul conflitto reciproco, ma può anche cercare un ‘accomodamento’, instaurando stili di comportamento funzionali alla situazione familiare, ma disfunzionali per la sua crescita come persona e per la sua socializzazione (come quando accetta ruoli che lo pongono in posizione di passività, o sviluppa meccanismi difensivi che risultano adeguati per non essere troppo coinvolto o danneggiato nel conflitto genitoriale ma che a lungo andare si rivelano inadeguati nell’ambito di altri sistemi relazionali a cui partecipa: quello scolastico, il gruppo dei coetanei…). Egli può anche, a volte intenzionalmente ma più spesso senza rendersene conto, sostenere o accentuare il conflitto dei genitori attraverso la ‘scelta’ di uno di essi, a cui spesso viene più o meno direttamente sollecitato. Ma anche questo acuisce le sue difficoltà e i suoi motivi di crisi perchè, lungi dall’aiutarlo ad uscire dal disagio, lo porta a dover sostenere in continuazione tale scelta e a volte anche ad autoprecludersi i rapporti con l’altro genitore, non avendo altra possibilità, per vivere meno angosciosamente e non porsi sempre in discussione, che il rifiutare il contatto con una realtà che gli ripropone una “verità” diversa e lo espone a sensi di colpa e a timori di punizione e di abbandono.

Naturalmente, la separazione dei genitori non comporta automaticamente una problematica dei figli che non possa essere superata. È stato anzi da più parti dimostrato come si sviluppino nel corso degli anni maggiori disturbi di personalità e di socializzazione tra i figli di genitori formalmente uniti ma il cui menage è caratterizzato da tensioni più o meno acute e prolungate.

Tuttavia, la crisi del bambino che partecipa al disgregarsi dell’unione dei genitori può essere superata solo se questi ne percepiscono l’esistenza e si adoperano per aiutare il figlio in tal senso. Ciò purtroppo spesso non avviene. I genitori infatti non poche volte tendono a coinvolgere e a strumentalizzare il figlio nella loro contesa e spesso non riescono a cogliere il significato dei comportamenti che egli mette in atto per adeguarsi alla situazione, o comunque con l’intento di trovare in essa un vantaggio, o anche solo la possibilità di essere “visto” o “ascoltato“. Una lettura non appropriata di tali comportamenti anzi a volte li allarma, ed essi divengono sempre meno disponibili a comprendere le reazioni del figlio e ad aiutarlo a superare le sue difficoltà.

È d’altra parte comprensibile che un simile aiuto venga dato difficilmente nel momento della separazione, che è per ambedue i genitori momento di grave crisi personale. I vari stati d’animo che si possono sviluppare in questa circostanza inevitabilmente rendono soggettiva la percezione della realtà e fanno concentrare ogni energia nel tentativo di trovare, in se stessi e nel contesto, elementi che permettano di sentirsi, e di proporsi agli altri, come persone valide. Non raramente, inoltre, per potersi garantire un’immagine di sè positiva, i coniugi hanno bisogno di contrapporre ad essa l’immagine negativa del coniuge: in questi casi, non solo vi è scarsa disponibilità verso il figlio, ma vi è anche l’esigenza che il figlio sia disponibile a confermare la propria interpretazione della situazione.

Tuttavia, una difficoltà ad aiutare il bambino nei suoi problemi può esistere anche prima della separazione se i genitori, nel tentativo di definire la consistenza della propria posizione con la ricerca di “alleati” fuori e dentro il nucleo familiare, condizionano il loro rapporto con il figlio all’atteggiamento che questi assume nei loro confronti e nei confronti dell’altro.

Ugualmente, può mancare per molto tempo dopo la separazione una capacità a recepire le esigenze e le problematiche del figlio, quando i genitori non riescono a raggiungere un “divorzio psichico”, cioè la cessazione di una dipendenza emotiva reciproca, e tendono a bloccare lo scorrere degli eventi piuttosto che adeguarsi ad essi. In tali casi, anzi, essi possono danneggiare ulteriormente il figlio quando, coinvolgendolo nella strutturazione delle loro difese, arrivano a costruirgli, attraverso complessi meccanismi di proiezione, identificazione o compensazione, bisogni e ruoli non suoi, che lo costringono a nascondere, camuffare, distorcere i propri sentimenti (ad esempio quelli verso l’altro genitore), e ad accettare pertanto di perdere qualcosa di sè per non perdere una disponibilità, se pur parziale, di uno o di ambedue i genitori.

Così appare evidente che la risoluzione delle problematiche affettive del bambino i cui genitori si stanno separando o si sono separati, potrebbe essere favorita da un aiuto che venisse dato a questi ultimi dall’esterno, sia direttamente, attraverso una chiarificazione delle problematiche del figlio e una guida e una risposta adeguata al loro esprimersi, sia indirettamente, attraverso un’azione intesa a sostenere i genitori nell’uscita dalla loro stessa situazione di crisi personale, perchè possano trovare da soli, una volta riacquistata una sufficiente stima di sè, modalità di rapporto con il figlio valide e gratificanti per ambedue, e conservare uno spazio per un simile rapporto tra il figlio e l’altro genitore.

Questo aiuto alla famiglia che si disgrega, in funzione della prevenzione e del trattamento dei disturbi psichici dei suoi componenti, è ormai scontato in molti paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, si è venuta sviluppando una specializzazione nel trattamento delle problematiche psicologiche inerenti alla separazione e al divorzio. In questo caso, nel lavoro terapeutico non vengono presi in considerazione solo i problemi che i coniugi pongono, ma anche gli aspetti psicologici che essi non sono riusciti ad evidenziare e che stanno alla base del permanere di incomprensioni e conflitti. Tra questi viene posto di solito in primo piano il problema dei figli, considerati in situazione di rischio psicologico, anche se non vi è una dichiarata contesa di essi da parte dei genitori: il lavoro in questi casi è indirizzato a una chiarificazione delle forme con cui essi vengono concretamente coinvolti nel conflitto, e ad un progetto di prevenzione della comparsa e dell’aggravamento di eventuali disturbi psichici.

Sono comparse anche pubblicazioni a carattere divulgativo per genitori e per gli stessi bambini, mentre la pubblicistica specializzata appare molto abbondante. Questo non significa che non debba essere tentata, ove possibile, una ricostruzione dell’unione coniugale, considerando che una sua dissoluzione è pur sempre fonte di difficoltà per tutti i membri del nucleo familiare, ma significa che, una volta accertata l’impossibilità di ristrutturare l’unione in modo tale da presentare elementi di positività per le relazioni familiari, viene presa in considerazione in modo realistico la possibilità che la separazione comporti la minor sofferenza possibile per tutti.

In Italia, l’aspetto psicologico della separazione è relativamente trascurato, se si fa eccezione per alcuni consultori familiari e per qualche associazione privata che hanno scelto come campo d’azione e d’interesse principale il terreno delle problematiche relazionali.

Risulta così scoperto un grosso ambito d’intervento su persone a rischio psicologico, e in particolare sui bambini soggetti a tale rischio.

In questa situazione ha certo un’influenza notevole un atteggiamento culturale verso la separazione che deriva da una concezione di famiglia intesa ancora essenzialmente come istituzione garante della struttura sociale e della trasmissione dei valori etico-normativi che ad esse sottendono. Una famiglia che va quindi protetta e garantita al massimo nella sua unità, indipendentemente dalle dinamiche interpersonali che si sono sviluppate tra i coniugi, anche se queste non solo non permettono più alcuna forma di sostegno reciproco, o determinano una situazione di conflittualità permanente tra loro, ma sono anche venute assumendo caratteristiche tali da poter essere considerate distruttive per ambedue.

È una concezione che rispecchia una scarsa attenzione all’uomo come persona, ponendo in primo piano un interesse “sociale” esso stesso basato più sulla conservazione delle istituzioni che sulle effettive esigenze degli individui che tale società compongono, e che trova riscontro in quanti temono che il dar peso alle esigenze personali dei singoli, e quindi anche dei coniugi, possa essere di per sè un elemento di indebolimento della famiglia e quindi della società. In questo contesto, la separazione viene accettata solo come dato di fatto, ma non valutata positivamente, nè considerata un mezzo atto a risolvere problemi coniugali non altrimenti risolvibili e per consentire ai coniugi di trovare altri modi e altri spazi non solo per vivere e per realizzarsi, ma anche per essere più disponibili ai figli e per permettere loro esperienze di vita più positive.

E di questo sembrano convinti, nella realtà italiana, paradossalmente, gli stessi coniugi che si separano, che assai spesso tendono a nascondere ai figli questa loro intenzione o a spiegar loro in modo poco chiaro e contraddittorio cosa sta avvenendo. Certo, ciò accede anche perchè essi vivono la separazione con ansia e con notevole incertezza per la nuova condizione: ma è evidente che se essi non la sentissero socialmente poco accettabile riuscirebbero ad affrontarla più realisticamente e a prospettarla più serenamente al figlio ponendo in evidenza i vantaggi che egli stesso ne può ricavare.

In quest’ottica, anche il discorso dell’interesse e dell’educazione dei figli, pur considerato scopo primario della famiglia, assume un carattere particolare e riflette la sostanziale scotomizzazione dei singoli come persone: è evidente infatti che il loro crescere in una famiglia solo formalmente unita ma caratterizzata da scontri o incomunicabilità tra i suoi membri può essere considerato solo un mezzo per trasmettere loro un valore di indissolubilità del matrimonio che prescinda dalla qualità delle relazioni interpersonali tra i componenti del nucleo familiare. Sembra così perseguito non tanto l’interesse per una adeguata crescita psicologica del bambino, quanto piuttosto l’interesse che esso assuma alcune norme sociali: atteggiamento che, peraltro, corrisponde al concetto ancora largamente diffuso di educazione intesa come trasmissione di valori, piuttosto che come aiuto al bambino a far emergere le sue capacità e a realizzarle in modo autonomo.

In tale situazione, è comprensibile come i coniugi e chi li circonda non riescano ad avvicinarsi alla realtà della separazione senza tendere ad una immediata classificazione morale dell’evento che richiede la ricerca di un colpevole e di un innocente, di una “ragione” e di un “torto”. Ed è comprensibile come spesso l’intervento del giudice venga visto come l’unico possibile in caso di contrasti che i coniugi non riescono a risolvere da soli.

I tempi appaiono maturi anche in Italia per interventi psicologici specifici sul disagio della famiglia che si va disgregando e in quest’ambito la psicologia italiana ha ancora molto da recuperare rispetto a quanto è già stato fatto in altri paesi. Si tratta, oltre che di affrontare un lavoro delicatissimo nella sua specificità, di compiere un lavoro più vasto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica al problema nella sua concretezza. È evidente infatti che i coniugi che si separano saranno tanto più capaci di affrontare con realismo le loro difficoltà e quelle dei figli quanto più si sentiranno capiti da coloro che li circondano.

di Laura Mullich

Fonte: http://www.geocities.com

Famiglia in crisi

10 febbraio 2009

Famiglia in crisiDifficile fare i genitori oggi. La famiglia intesa come “istituzione”, quella tradizionale insomma, traballa: coppie in crisi, uno dei due assente, il troppo lavoro che allontana dai valori “veri”, i giovani che fanno richieste economicamente sempre più esose, non più il conflitto sano tra genitori e figli ma piuttosto l’estraneità. Faticoso trasmettere dentro le mura di casa il senso delle cose che contano: la televisione la fa da padrona, e i modelli che propone trovano terreno fertile in famiglie che sono sempre più lasciate sole dalla società. Eppure, in tanta fatica domestica, la maggior parte delle mamme e dei papà italiani confidano ancora in quello che non sanno più essere: la forza della famiglia stessa. Che punta, più che in passato, sul suo ruolo di soggetto economico.

E’ questo l’inquietante ritratto della famiglia d’oggi così come viene fuori da uno studio del Censis commissionato dal gruppo Zurich Italia e dal titolo “Pochi rischi, siamo genitori”. Dalle interviste fatte a 1300 padri e madri italiani emergergono i grandi mutamenti della famiglia ma anche “la voglia di restituirle quel ruolo e qualle centralità al momento perduti“. Una centralità perduta per diversi motivi: per il 64,2% la famiglia è troppo sola nel momento di bisogno perché “non ha adeguato supporto da soggetti come la scuola”; per il 50,9% la sua difficoltà sta nel contrapporre alternative valide ai modelli di vita proposti dai media; il 49,6% dice che i padri sono assenti e/o delegano alle madri l’educazione dei figli; il 41,7% mette in risalto che le madri di oggi non sono quelle di una volta, protettive al limite dell’ansioso, e non lo sono perché stressate dal lavoro in casa e fuori; ed il 39,5% dice che la famiglia non trasmette valori positivi, come tolleranza e rispetto per gli altri.

Insomma esser genitore oggi è considerato (73%) difficile, più difficile rispetto al passato. Perché? Per i mutamenti ed i cambiamenti intervenuti nella società. “Troppe richieste” da parte dei figli, dice il 29,6%; costi divenuti insostenibili per il 23,3%; eccesso di impegni lavorativi per il 20,1%. Ma c’è un rimedio a queste “defaillance”, i nonni. E’ così per il 41,3% degli intervistati che ricevono un aiuto concreto nella vita e nelle attività quotidiane dei figli, mentre il 44,5% ammette che l’aiuto economico dei nonni è fondamentale.

Ma chi sono i genitori e come si sentono nel loro ruolo di padri e madri? Il 34,1% dice di essere apprensivo e cerca di essere presente nella vita del figlio; il 32,3% ha fiducia nel figlio e ha poca paura che gli capiti qualcosa; il 29,6% si dice discreto, tende a interferire il meno possibile nelle scelte del figlio. Atteggiamenti questi che poi si traducono (69,3%) nel mettersi da parte per responsabilizzare il figlio o per conquistarsene la sua fiducia (49,6%), piuttosto che esercitare un controllo continuo. Insomma più dialettica e confronto “alla pari” e meno esercizio di un supposto “dominio”.

Cosa pensano, cercano e in cosa credono i figli? Intanto è morto “il mito” della laurea che dà prestigio ma non benessere economico. E di fronte a questa grossa novità il 53% dei 1300 genitori intervistati replica che è in ogni caso utile puntare sullo studio di una o più lingue; il 41% scommette su informatica e nuove tecnologie mentre il 23,1% nella frequentazione degli ambienti culturalmente stimolanti ed il 18% nella conoscenza di culture diverse mediante viaggi.

Il futuro, un’incognita. Che però non azzera le speranze. Per 7 genitori su 10 ci sono più rischi e pericoli (nell’ordine: incidenti stradali; droga; compagnie non buone; malattie; pedofilia) che certezze per i figli: metter su famiglia è quindi complicato e arduo. Ma nonostante questo, i genitori italiani guardano avanti positivamente, convinti che la famiglia saprà comunque trovare una soluzione per uscire dalla crisi e garantire un domani ai propri figli. A fronte di un 20,8% di pessimisti totali, il 64,2% degli intervistati ritiene che la famiglia è in grado di affrontare da sola i rischi a cui i figli potrebbero andare incontro nel futuro e il 58,2% dei genitori si dichiara ottimista malgrado tutto.

Se è in crisi di valori, la famiglia assume un ruolo sempre più forte dal punto di vista economico. “Oggi la famiglia italiana ha cambiato maschera – spiega direttore generale del Censis Giuseppe De Rita – è una famiglia fortemente responsabilizzata e altamente patrimonializzata: vuole prima di tutto garantire una sicurezza economica, con l’acquisto di una casa, l’avvio dell’attività lavorativa, la stipula di polize assicurative e in secondo luogo trasmettere ai propri figli un forte senso di responsabilità. Non a caso, davanti ad un 39,5% di genitori che sono consapevoli di non riuscire più a trasmettere valori e norme di comportamento, c’è un 65% che pensa di poter trasmettere l’etica della responsabilità”.

Fonte: http://www.repubblica.it/online/cronaca/giovanicensis/famiglia/famiglia.html

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