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Single per scelta o per forza

23 febbraio 2009

essere-singleLa coppia e il ritorno a casa sono argomenti di moda. Viene enfatizzata la fine del single e della sua scelta liberatoria, avventurosa e trasgressiva, da molti interpretata come una fuga dalle strutture «borghesi» della coppia e della fa miglia, vissute più come strutture oppressive che come rassicuranti.

La realtà non è così semplice, e la scelta di vivere soli deve essere valutata tenendo conto delle alternative individuali, che possono essere individuate in quattro cerchi concentrici.

C’è chi sceglie di essere single. Altri subiscono questa con­dizione. A volte escono dallo spazio della coppia come vedo­vi. In altri casi, perdono anche l’appartenenza alla famiglia, come certi divorziati.

Per il single per scelta, può essere facile trovare nella cerchia degli amici una valida alternativa alla struttura familiare. Il modello inglese dell’uomo che passa i week-end con gli amici, partecipando alla vita sociale e affet­tiva di un club sportivo, ha rappresentato una soluzione alter­nativa alla monotonia della coppia per generazioni di coniugi oppressi.

Per loro, concedersi momenti di single significava sfuggire a una vita di coppia di cui non sapevano apprezzare i vantaggi e che era divenuta poco sopportabile.

All’interno del «pianeta single», esiste insomma un calei­doscopio di personaggi e di ruoli. Eccone alcuni.

SINGLE PER FORZA. Per loro, la condizione di single è una realtà ineluttabile. In questi casi, a essere maggiormente pe­nalizzate sono le donne. Solo per citare un esempio, sarà mol­to più facile per un paraplegico maschio trovare una moglie, mentre le donne portatrici di handicap ben difficilmente rie­scono a stabilire relazioni affettive con uomini sani. Le donne sono svantaggiate anche in caso di divorzio, specie se la sepa­razione si verifica nella maturità.

A loro viene negato lo sta­tuto di single: capita più spesso che vengano considerate per­sone sole, e costrette a confrontarsi con una solitudine non scelta ma subita.

Altri diventano single per forza a causa della loro personalità. Il loro carattere è talmente difficile che impedisce loro k convivenza con chiunque. A volte anche piccoli difetti come l’eccessiva sudorazione, se trascurati, condannano alla solitu­dine. Per non parlare delle nevrosi personali.

Andrea non può percorrere lunghe distanze in aereo, sog­giornare negli alberghi, convivere nello stesso appartamento: con altre persone. Il suo problema: non riesce a urinare se ci sono altre persone nei paraggi. E per questo mi chiede un ap­puntamento, al quale arriva visibilmente turbato.

A 35 anni sarebbe quello che si definisce un buon partito: è ricco e ama fare l’amore, anche se a volte raggiunge un po’ troppo in fretta l’orgasmo. Ha molte avventure, ma non appena una delle sue amanti gli propone di passare insieme il week-end, viene preso dal panico. L’invito da un lato attiva il suo bisogno vescicale, dall’altro blocca completamente la relazione.

Dopo essere finito un paio di volte al pronto soccorso per farsi svuotare la vescica, Andrea ha imparato a farsi dei son­daggi vescicali da solo. Ma questo non ha sciolto la sua in­quietudine. Appassionato di vela, fa gite in compagnia solo d’estate, quando può buttarsi in acqua e urinare senza essere scoperto.

Quando ha programmato una lunga traversata, è stato costretto ad affrontarla in solitario. A rendere la sua vi­ta un inferno e inchiodarlo al ruolo di single è il persistere di una nevrosi infantile, che insieme abbiamo deciso di affronta­re e che stiamo forse per risolvere.

SINGLE PER VIZIO. Sì, proprio per vizio. E lo scrivo senza che il termine implichi un qualche giudizio da parte mia, ma perché bene esprime la condizione dei single che tali sono per una lucida scelta narcisistica. Sono quelli che, in fondo, pen­sano di non avere bisogno di nessuno.

Matteo, 50 anni, è il prototipo di queste persone che agli esseri umani preferiscono la solitudine, la lettura e il rapporto con gli oggetti. Considerato dai rari conoscenti un vero orso, ripete che è meglio essere soli che male accompagnati. Ama l’alpinismo, e la sua unica attività sessuale consiste nel ma­sturbarsi. In quei momenti, le sue fantasie sono ambigue, e a forte componente omosessuale. Non si masturba perché è so­lo, ma perché l’autoerotismo è il comportamento sessuale più congeniale al suo carattere di single per obbligo.

SINGLE PER SCELTA (e soddisfatto di esserlo).     Quando la solitudine è temporanea, può semplicemente corrispondere alla fisiologica fluttuazione di bisogni che portano a essere talvolta estroversi e talvolta meditativi. In altri casi, la deci­sione di isolarsi può nascere dal desiderio di canalizzare tutte le proprie energie su un obiettivo professionale, umanitario o religioso. Oppure è la delusione che deriva da una disavventu­ra sentimentale o da un lutto familiare a portare alla condi­zione di single.

Talvolta, però, anche nella più onorevole delle motivazioni appare in controluce il disagio. In alcuni casi si tratta della paura di affrontare persone del sesso opposto, oppure dell’at­trazione per persone del proprio sesso che viene negata. La bisessualità coesiste sovente con il matrimonio, che costituisce un ottimo paravento e allo stesso tempo un pretesto ideale per non ammettere la propria condizione. Oppure può celarsi dietro la non volontà di stabilire rapporti durevoli con le donne.

Luca è un bell’uomo di 50 anni: molto curato nei gesti, sensibile e interessato al teatro, è un venditore dalla carriera brillante e dai numerosi rapporti sociali. Pur avendo vissuto con donne anche per lunghi periodi, ha deciso di non sposar­si, accontentandosi di rapporti con donne volgari, a volte di aspetto mascolino, a volte decisamente sottomesse. Nono­stante l’interesse che nutre per i bambini e la paternità, nessu­na di queste relazioni è sfociata in un matrimonio.

Di fronte a tanto mistero, una parte dei suoi amici aveva sviluppato dubbi sull’identità sessuale di Luca. Ma nonostan­te questo, sono tutti rimasti sorpresi nel sapere che dopo ave­re ottenuto il prepensionamento lui aveva deciso di partire per il Marocco, dove si è stabilito in un villaggio notoriamen­te frequentato da omosessuali occidentali.

Autore: Willy Pasini

Fonte:  La qualità dei sentimenti

Fonte: http://www.willypasini.it

Modelli familiari e relazioni interpersonali

19 febbraio 2009

famille-4-personnes-10-1Per avere un’idea dell’entità dei cambiamenti che si sono verificati nella famiglia italiana nel corso degli ultimi vent’anni basterebbe confrontare le definizioni di “famiglia” contenute in due documenti ufficiali, che in certo modo segnano le tappe di un percorso tuttora aperto.

Da un lato, la riforma del diritto di famiglia (1975) si rifà ancora al principio contenuto nella Costituzione che definisce la famiglia nei termini di una “società naturale fondata sul matrimonio”;dall’altro, un recente decreto presidenziale (1994) vede in essa “un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi”, la cui unica condizione imprescindibile è la coabitazione delle persone e la residenza nello stesso Comune.

A parte la valutazione che ognuno di noi può dare circa la validità e i limiti di ciascuna delle due definizioni (la prima è impegnata nella difesa di valori tradizionali, la seconda nello sforzo di comprendere tutto l’esistente), colpisce comunque il fatto che una registrazione di cambiamento così notevole sussista anche in Italia, malgrado quanto risulta dalle ricerche sociologiche e demografiche più accreditate, secondo cui i processi di cambiamento e di trasformazione della famiglia sono molto meno evidenti e meno rapidi in Italia che nella maggior parte degli altri Paesi occidentali.

L’Italia cioè resterebbe, per ora, una nazione caratterizzata da una cultura “familistica” più tenace e più legata alle tradizioni di quanto non sia avvenuto e non avvenga altrove, soprattutto nel Nord-Europa e negli Stati Uniti.

Ma le cose stanno davvero così?

Chiara Saraceno sottolinea come sia per certi versi “paradossale” che l’attuale ripresa di attenzione per la famiglia come luogo di solidarietà e reciprocità (viste da alcune parti come un ritorno a valori tradizionali fondanti) “avvenga in un contesto sociale in cui i modi di formazione della famiglia stanno modificandosi fortemente, sia lungo l’asse dei rapporti di coppia che lungo quello dei rapporti di generazione”1.

Ma la paradossalità non riguarda soltanto questo tipo di contraddizione, forse spiegabile con l’esistenza di modi diversi o contrapposti di considerare e vivere l’istituzione familiare: la paradossalità pare insita nello stesso processo trasformativo che investe l’istituzione, dove spesso il vecchio e il nuovo convivono intrecciandosi l’un l’altro. Il che fa dire a P. Donati: “Una società altamente complessa come quella occidentale contemporanea ha come tipo “normale” di famiglia un modello culturale tendenzialmente “de-normalizzato”. Si tratta di un paradosso, che richiede soluzioni di tipo “paradossale”.

Marzio Barbagli sintetizza efficacemente questo stato di cose, comune a tutti i Paesi occidentali, sottolineando che, malgrado le differenze di ogni genere esistenti fra tali Paesi, si ha quasi l’impressione che essi si siano accordati, negli ultimi quarant’anni, “per cambiare le regole con le quali le famiglie si formano, si trasformano, si espandono, si dividono e scompaiono [...]. In breve, il matrimonio è diventato un rapporto sempre più fragile e instabile e la famiglia coniugale, che su di esso si basa, ha perso a poco a poco di importanza, lasciando spazio ad altri tipi di famiglia”.

La “norma” dunque non è più rappresentata, neppure in Italia, da un nucleo familiare stabile, nel quale la coppia genitoriale sviluppa una sorta di divisione di compiti nel processo di socializzazione primaria dei figli; ma è rappresentata piuttosto da un contesto relazionale fragile in cui il “normale” è diventato “improbabile”, e che richiede perciò di essere considerato e gestito con modalità nuove, in un’ottica che tenga conto della complessità nella quale viviamo.

Le esemplificazioni possibili degli effetti di tale complessità, legati alla cosiddetta “improbabilità del normale”, sono ben note. Diminuiscono sempre più (statisticamente parlando) le probabilità che un bambino nasca e si sviluppi rimanendo stabilmente con i propri genitori naturali, mentre aumentano le probabilità che egli debba affrontare eventi quali la separazione o il divorzio tra i genitori, l’affidamento a uno di essi con possibili cambiamenti successivi, la sostituzione di uno dei genitori con un’altra figura, l’inserimento in un nucleo ricostituito e allargato, e così via.

Diventa “normale” per un adulto avere più di una famiglia, per un giovane rimanere o tornare nella famiglia di origine, per un bambino relazionarsi con due madri o due padri e con fratelli nati da genitori diversi.

Naturalmente tutto questo risulta evidente da un punto di vista socio-demografico, mentre è più difficilmente accettabile dal punto di vista soggettivo e psicologico da parte di chi si dispone a vivere in coppia o a mettere al mondo un bambino.

Ma, per fare qualche esempio apparentemente meno “anormale” dei precedenti, pensiamo alle tante situazioni che costringono la famiglia di oggi – strutturalmente già così fragile e isolata – a deformare la propria stessa organizzazione esasperandone i disagi per accogliere o riaccogliere i propri anziani ammalati (problema che in breve tempo raggiungerà livelli intollerabili), i propri membri non autonomi per ragioni diverse, con problemi di handicap o di devianza, i propri stessi figli ormai maturi, reduci da separazioni o divorzi; e capiremo meglio come sia urgente, anziché esaltare comportamenti di “solidarietà” familiare indotti forzatamente dalla disastrosa assenza di efficienti politiche sociali, affrontare la realtà con la piena coscienza di ciò che essa implica in termini di cambiamento di mentalità, di abitudini sociali, di gestione delle relazioni.

Le diffuse resistenze a prender coscienza di una situazione concreta ed estesa, che risulta tanto evidente, non solo dal punto di vista sociodemografico, ma nella nostra stessa esperienza quotidiana, appaiono dovute in gran parte ai residui di quella contrapposizione politica che ha determinato in Italia per molto tempo lo scontro fra “concezioni radicalmente opposte del matrimonio, della famiglia, della procreazione”.

Ma, ancora più profondamente, questa polarità di concezioni e questa difficoltà di presa di coscienza appaiono legate alla resistenza a liberarsi dal mito della a-storicità della famiglia “naturale”, che rimanda a sua volta a quello del legame di sangue, su cui ancora oggi si basa la cultura prevalente dei servizi sociali e delle norme giuridiche.

Ciò è in parte comprensibile se si pensa che la famiglia, come indicano F. Emiliani e P. Bastianoni, “non si definisce solo mediante uno stato anagrafico, bensì, in modo ben più ampio e deciso, con uno statuto sociale e simbolico” e che la sua astoricità, la sua “arcaica consistenza”, è la stessa che alimenta gli archetipi e i miti, e che risiede nella memoria simbolica dell’umanità. Ma attorno al mito è inevitabile il formarsi di un involucro protettivo, un argine rassicurante di contro alle minacce di demitizzazione dovute ai cambiamenti storici, i quali tendono inevitabilmente a smantellarlo o anche solo a relativizzarlo, a metterne in questione la pretesa validità universale e assoluta.

Secondo queste autrici, per riuscire a inglobare il cambiamento senza abbattere il mito, l’immaginario collettivo è andato arricchendosi di “immagini fortemente polarizzate: la famiglia rifugio, luogo di affetti, di intimità e archetipo della solidarietà, contrapposta a un’immagine negativa che ne esalta gli aspetti di disuguaglianza, di oppressione, di violenza ed egoismo”. Accanto a un’immagine di famiglia che esprime solidarietà per i propri membri più deboli, c’è anche quella di una famiglia che li espelle da sé: ma sempre per salvaguardare la “purezza del mito”.

Per rendersi conto delle incredibili remore che agiscono sulla cultura e sulle politiche dei servizi persino quando è in gioco l’integrità (fisica e psichica) del bambino, basta pensare ai pesantissimi intralci che finora hanno incontrato gli interventi attuabili nei casi di violenza esercitata nell’ambito familiare sui figli: perché l’idea della violenza intra-familiare, dell’esistenza di cattivi genitori costituisce per la nostra cultura un contrasto insopportabile con l’immagine di famiglia ideale che ci viene continuamente riproposta.

Credo sia senz’altro accettabile l’ipotesi delle suddette autrici, secondo le quali le “riedizioni del mai sopito mito del legame di sangue” (sfidato oggi in modi imprevedibili anche dalle varie tecnologie procreative) poggiano su certe teorizzazioni contenute nella letteratura psicologica della prima metà del secolo, e riguardanti le prime fasi dello sviluppo infantile, che enfatizzavano l’unicità e insostituibilità del legame con la figura materna e del contesto genitoriale “completo” e “naturale” per la crescita del bambino8. Per cui una cattiva famiglia viene ritenuta sempre e comunque il male minore rispetto a eventuali soluzioni alternative.

Proprio per rimanere nel campo più specificamente psicologico, dopo questa premessa cercherò di mettere in luce le connotazioni attuali della coppia e della famiglia nelle loro implicazioni psicologiche e relazionali, e di sottolineare le modalità, a volte viziate da stereotipi e da “miti” tenacissimi, con cui vengono spesso disinvoltamente liquidati, con giudizi di tipo morale, i problemi connessi ai cambiamenti in corso nella famiglia italiana.

Pertanto, dopo aver preso in considerazione le tipiche dinamiche della coppia (eterosessuale od omosessuale, il che, dal punto di vista della relazione e della comunicazione, non fa differenza), affronterò l’argomento delle relazioni genitori/figli non solo nell’ambito della famiglia nucleare classica, ma anche nelle nuove tipologie (famiglia monoparentale, famiglia omosessuale, famiglia ricostituita). Seguirà una breve conclusione in cui prenderò atto anche dei limiti della mia stessa impostazione, sperando che i contributi degli altri autori riempiano le lacune da me lasciate.
familystudies1. La coppia e le sue vicende

Secondo il Primo rapporto sulla famiglia in Italia9, i cambiamenti strutturali non possono da soli giustificare certi aspetti delle trasformazioni della famiglia, che sono invece da ricondursi soprattutto a un mutato quadro di riferimenti valoriali e psicologici di portata sociale.

Non vi è dubbio circa la pluricausalità e la costante interazione reciproca dei fattori causali che stanno alla base di qualsiasi tipo di mutamento istituzionale.

Questo rilievo vale anzitutto per quanto riguarda i mutamenti intervenuti nella relazione di coppia e nella sua eventuale decisione di convivenza. In questo caso il mutamento avvenuto, rispetto ad un passato ancora abbastanza prossimo, è stato tale da determinare una “differenza cruciale” rispetto alle precedenti modalità di formazione di un vissuto di coppia e familiare.

In passato, tutto ciò che riguardava la coppia e il matrimonio era “presidiato da gruppi sociali”, determinato da alleanze fra parentele, soprattutto in riferimento a vantaggi economici; di conseguenza la relazione affettiva tra coniugi poteva esserci o non esserci, avendo solo un valore strumentale.

La coppia aveva in genere davanti a sé un sicuro tragitto di vita in comune: infatti, l’inesistenza o il venir meno dell’amore non poteva cambiare i connotati di un’unione non basata su di esso. Alle relazioni d’amore erano destinati spazi clandestini e, in genere, erano vicende che si concludevano drammaticamente, attraverso la rinuncia-sacrificio o la fuga-trasgressione.

Con l’affermarsi del principio secondo cui la persona in quanto tale va rispettata nel suo diritto alla propria autodeterminazione, specialmente per quanto riguarda scelte di vita e rapporti di intimità, la decisione di essere coppia spetta unicamente ai suoi componenti, non ai loro parenti o al loro gruppo sociale, e viene presa soprattutto per motivazioni affettive: la norma fondamentale che presiede alla formazione della coppia è l’amore reciproco dei partners, i quali si scelgono liberamente l’un l’altro.

Per questo gli studiosi parlano di una coppia che è “norma a se stessa”: infatti, da questo tipo di scelta deriva un vissuto a due che è fondamentalmente e prioritariamente un vissuto di intimità, di elaborazione “interna” o “intimistica” delle proprie norme e dei propri riferimenti di valore.

La coppia di oggi appare quindi caratterizzata da una spiccata differenza rispetto alla coppia di ieri: essa decide di instaurare una relazione, stabilisce le proprie norme di comportamento, costruisce il proprio progetto, fa riferimento a propri valori, desideri, aspettative. E, soprattutto, il fattore di coesione assunto dalla coppia è dato dalla priorità del “codice affettivo” rispetto all’accordo contrattuale, alla regolazione oggettiva dell’impegno.

Se la coppia è “norma a se stessa”, quel che da questa coppia risulta è, secondo la definizione del Primo rapporto sulla famiglia in Italia, una famiglia “autopoietica”, cioè auto-costruita e auto-costruentesi: e tende a costruirsi appunto come sfera soprattutto intima e privata. Ha quindi ben ragione chi afferma che “la famiglia oggi non è più la famiglia naturale, ma un prodotto culturale complesso e in un certo senso artificiale, creato dalla volontà e dai desideri degli individui”.

Perciò, se si può dire che la positività di questo tipo di coppia e di famiglia consiste nel riconoscimento dell’importanza delle relazioni affettive, il suo limite sta nel rischio di diventare una sorta di sistema chiuso, che, pur ricevendo informazioni dall’esterno, tende a elaborarle in senso “autoreferenziale”, a proprio uso e consumo, senza la consapevolezza delle funzioni e del significato che essa comunque assume nel sociale: e spesso anzi in un rapporto di ostilità e diffidenza verso quelle forze del sociale che vengono considerate quasi “controparte”.

Ma nella coppia stessa, prima ancora che nella famiglia, sono presenti elementi di potenziale conflitto tra aspetti ideali e aspetti reali di una unione basata soprattutto sul legame affettivo. Si è osservato giustamente che, se oggi esiste una “terapia di coppia”, nata da poco, è proprio perché da poco si sono rivelati pienamente i problemi inerenti a una realtà di coppia connotata come affettivamente bastante a se stessa, auto-normativa e quindi, in un certo senso, “assoluta”.

La prevalenza del codice affettivo, la priorità conferita ad esso, comporta infatti una serie di conseguenze: i bisogni emotivi e affettivi dei partners sono messi a nudo ed enfatizzati, le attese di reciproca empatia e comprensione si fanno altissime, ciascuno dei due si aspetta che l’altro sia in grado di rispondere subito a una serie di esigenze intime, ha fiducia di trovare condivisione di sentimenti, stati d’animo, fantasie, significati.

Sarebbe davvero sbagliato credere che questo “mito” di una perfetta intesa nella coppia sia oggi patrimonio di pochi sprovveduti. In realtà, come è stato notato, “il modello della coppia unita, monolitica, fusa in un unico blocco di desideri, giudizi e volontà è estremamente diffuso anche tra persone colte che esercitano la professione di educatori e di psicologi. Si pensa che solo questo tipo di coppia parentale sia in grado di comunicare ai figli stabilità emotiva e sicurezza. Modello tanto irreale quanto nefasto. Questi duri blocchi monolitici si spezzano violentemente… “.

In effetti, una delle più diffuse ragioni di tante rotture di coppia, che intervengono poco dopo l’inizio della vita a due, è proprio la caduta di questo modello irreale, di questo mito, a contatto con la realtà vissuta.

Che cosa succede, in molti di questi casi?

Il partner si rivela diverso da come lo si era immaginato; ma ognuno dei due scopre anche, più o meno consapevolmente, di essere diverso da come immaginava se stesso. Quindi la decisione di vivere insieme appare sbagliata, frutto di errore, di illusione. La coppia che è norma a se stessa può anche decidere, autonomamente, di sciogliersi nelle forme che ritiene praticabili. Tuttavia il processo di separazione, che è sempre lungo e doloroso, anche quando non ci siano figli, anche quando la decisione sia presa consensualmente, mette in luce il profondo gioco di implicazioni in cui entrambi i coniugi sono coinvolti, dovendosi separare non solo dal compagno, ma anche da parti del proprio sé.

Di che tipo di “gioco” si tratta?

Si potrebbe schematizzarlo così: nelle avventure affettive le spinte “fusionali”, cioè i bisogni di intimità e quasi di identificazione con l’altro, devono fare i conti con le spinte “individuative”, cioè con i bisogni di autonomia, di autoaffermazione, precedentemente mortificati (specie nel periodo di più forte innamoramento) dal mito dell’assimilazione reciproca.

Il momento della caduta del mito, quindi, è un momento cruciale ma anche potenzialmente salutare, che mette la coppia davanti alla possibilità di scegliere davvero se stessa, non semplicemente attraverso il legame d’amore, ma attraverso un lavoro di “negoziazione” nella realtà quotidiana.

Questo lavoro di negoziazione e di mediazione può in effetti risultare molto difficile, perché ognuno dei due coniugi non è portatore semplicemente delle proprie diversità, ma di un patrimonio di altre diversità legate alla vita vissuta nella famiglia di origine. E questo patrimonio, proprio perché largamente relegato nell’inconscio, esercita una estrema potenza in un contesto conflittuale di coppia.

Un buon aiuto alla comprensione di questo nodo può essere fornito dalla rilettura di analisi ormai classiche, come quelle condotte da R.D. Laing13 sulle dinamiche familiari viste in rapporto al “fantasma” delle famiglie d’origine. La famiglia di cui Laing parla, anzi la Famiglia con la maiuscola (non in quanto ideale, ma in quanto forza inconscia dominante), è la “famiglia interiorizzata”, cioè il contesto familiare di provenienza, di cui ciascuno di noi si porta dentro il “fantasma”, l’immagine inconscia: un’immagine che consiste soprattutto in rapporti, vicende, atteggiamenti delle e con le figure genitoriali, entro quella rete relazionale in cui è nata e si è sviluppata la propria identità.

Il fantasma della famiglia d’origine è potentissimo, comunque queste relazioni primarie siano state vissute e qualunque sia l’atteggiamento cosciente assunto in seguito verso di esse.

Ebbene, la neo-coppia costituisce il punto d’incontro di due “fantasmi”, di due storie familiari: l’intreccio plurigenerazionale di cui ciascuno dei partners è portatore diventa il canale che veicola stili di vita, abitudini, riferimenti e atteggiamenti, norme e valori. Nel momento in cui l’amore dà spazio ai bisogni di fusione, che prevalgono sulle esigenze di autonomia, le differenze legate alle diversità delle famiglie d’origine possono sembrare facilmente superabili o armonizzabili; ma quando, a contatto con la realtà effettiva dell’altro nel vissuto quotidiano, i bisogni di individuazione si fanno sempre più imperiosi, tali differenze possono costituire stimolo al conflitto e alla contrapposizione sistematica.

È perciò necessaria una presa di coscienza e una decisa scelta circa la possibilità di iniziare un lavoro quotidiano di negoziazione che insegni poco alla volta a entrambi “come le due persone possono esser coppia”14, quali spazi, distanze, momenti possano rispondere sia ai bisogni di intimità, sia ai bisogni di autonomia personale; come sia possibile educarsi al senso del limite proprio e altrui, accettare la differenza, promuovere sempre nuovo scambio e nuova reciprocità.

Non sempre questo lavoro è possibile, o almeno non sempre può essere affrontato e condotto senza un aiuto specifico, perché ciò dipende anche da come la famiglia d’origine è stata vissuta, dal fatto che se ne sia interiorizzato un “fantasma” costruttivo o distruttivo rispetto alla propria individualità. Il che può risultare già evidente dal tipo di scelta del partner che è stato messo in atto.

Infatti, se a partire dalla propria infanzia sono rimasti aperti problemi di dipendenza emotiva, di fragilità nella costruzione dell’identità, la scelta del partner sarà spesso condotta secondo criteri di “somiglianza” o di “contrasto” rispetto all’immagine genitoriale con cui sono stati vissuti i problemi emotivi. Le difficoltà si evidenziano allora, ad esempio, nella sofferenza procurata da sensazioni di perdita ogni volta che l’adattamento reciproco richieda capacità di distanziarsi dall’altro, di auto-determinarsi.

Quando la delusione e i sensi di frustrazione sono reciproci, ciascuno dei partners tende a colpevolizzare l’altro e insieme a sentirsi colpevole, riattivando così quei “fantasmi” originari nei quali ciascuno dei due ha precedentemente vissuto le stesse sensazioni, le stesse ambiguità, lo stesso dibattersi senza vie d’uscita.

Nei casi più gravi, in cui la coppia non riesce a ricuperare una dimensione di realtà e resta prigioniera del circolo chiuso della propria situazione conflittuale, si instaurano a livello di interazione vere e proprie forme di patologia comunicativa, di cui molti studiosi hanno analizzato i modelli tipici: si parla così di “giochi psicotici”, di “legami disperanti”, caratterizzati dal fatto che la coppia non riesce né a separarsi né a negoziare: il suo modo di esser coppia diventa lo scontro quotidiano, che si ripete sempre con le stesse modalità, in una circolarità che la invischia e che si auto-conferma incessantemente.

È come se tra i due ci fosse un’alleanza non detta, una sorta di “collusione” che li tiene insieme, inseparabilmente, per distruggersi a vicenda giorno dopo giorno.

Questa analisi non esaurisce, ovviamente, tutta la complessa casistica delle separazioni di coppia, ma fornisce un buon modello di riferimento per comprendere i meccanismi conflittuali che in ognuno di quei casi, comunque, si esprimono. Le motivazioni di una crisi e di una separazione possono essere diverse, ma la dinamica di fondo dei conflitti presenta una regolarità che è stata efficacemente messa in luce dagli studiosi della comunicazione umana.

Tutte le precedenti considerazioni sono ugualmente valide sia per la coppia eterosessuale, sia per la coppia omosessuale. Anzi, si potrebbe affermare che, quanto al farsi “norma a se stessa”, la coppia omosessuale si dimostri più libera dai conformismi e dagli stereotipi sociali di quanto non sia la coppia eterosessuale, che in qualche modo ne subisce sempre il condizionamento.

Quanto alle dinamiche affettive, ai bisogni di fusione e di individuazione, al lavoro costante di confronto e di mediazione che permette la crescita dei partners nel rispetto e nell’amore reciproco, questi sono tutti aspetti ugualmente presenti in ogni tipo di coppia, malgrado le tante differenze (e non solo quelle sessuali!) che possono sussistere tra una coppia e l’altra.

Come sottolinea Giovanni Dall’Orto, “la felicità o infelicità di una coppia non dipende dal fatto che sia eterosessuale od omosessuale, ma dalla capacità e volontà delle/dei partners di risolvere i problemi (per quanto siano di tipo diverso a seconda che si tratti di una coppia “omo” o “etero”) e di volersi bene”.

Infine possiamo prendere in considerazione brevemente (anche perché le ricerche in proposito sono ancora allo stadio iniziale) la situazione delle nuove coppie i cui componenti, o uno solo di essi, ha alle spalle una separazione o un divorzio.

Secondo M. Barbagli, “chi si risposa porta sulle spalle il gran peso della precedente esperienza coniugale. Così, se da un lato è attratto dall’idea di riprovare a farsi una famiglia, dall’altra vive nell’incubo di fallire ancora. Per scongiurare questo pericolo usa tutta la cautela di cui è capace. Si fa guidare da un’immagine del matrimonio meno romantica e idealizzata di un tempo.

Esamina e riesamina con cura tutte le alternative che gli si presentano nella scelta del nuovo partner. Fa tutto il possibile, se ha figli, per convincerli ad accettare il nuovo coniuge. Spesso, prima di risposarsi, convive con questo per un certo periodo di tempo per mettere alla prova la solidità del nuovo rapporto”17. Malgrado ciò, le ricerche condotte finora dimostrerebbero che la fragilità delle seconde nozze è ancora più accentuata di quella delle prime, per una serie di ragioni che riguarderebbero non solo le personalità dei singoli e il peso delle esperienze precedenti, ma anche una più problematica accettazione ed elaborazione sociale dei problemi che queste coppie devono affrontare.

Ciò riguarda in modo particolare le cosiddette “famiglie ricostituite”, risultanti dall’unione di partners precedentemente sposati con altri partners: situazione di cui parleremo più avanti per le sue ripercussioni sulle esperienze dei bambini coinvolti.

Non abbiamo invece preso in considerazione il fenomeno (in aumento anche in Italia) delle “famiglie di fatto” risultanti da coppie che convivono more uxorio, in quanto tale tema interessa più per i suoi aspetti giuridici che per quelli psicologici, i quali rientrano nel quadro qui delineato delle dinamiche della coppia.

2. Genitori e figli

In un’inchiesta condotta in Italia su giovani coppie nel 1988, il 69% riteneva che il numero ideale di figli fosse due, possibilmente maschio e femmina: sembra questo un modello che idealmente propone la replicazione della coppia genitoriale e indica la centralità che essa si assegna come nucleo determinante della nuova famiglia.

In questa nuova famiglia, che, come abbiamo detto, viene definita “auto-referenziata”, “autopoietica”, “autonormativa”, e si connota come sfera affettiva e privata, c’è indubbiamente un’attenzione alla persona e ai suoi bisogni psicologici molto più evidente che in passato, e una interazione più intensa e personalizzata fra genitori e figli. Ma, come vedremo, proprio per la minore ampiezza del suo contesto e per la concentrazione emotiva sui problemi relativi ai figli, le relazioni diventano problematiche, faticose, spesso conflittuali.

Anche qui siamo in presenza di aspetti contrastanti e in una certa misura paradossali. Da un lato l’attenzione alla persona e ai bisogni individuali fa sì che la cura dell’identità, della realizzazione di sé, appaia lo scopo principale anche nel rapporto genitori-figli; dall’altro, proprio questa concentrazione sui bisogni individuali, e quindi sul modo di soddisfarli, comporta rischi notevoli dal punto di vista psicologico e interpersonale.

In sintesi si può dire che la centralità del ruolo attribuito ai figli viene a creare un altro “mito” che, nel momento in cui si rivela tale, apre conflitti e disagi o rivela patologie latenti: esattamente come abbiamo visto avvenire per il mito della coppia, in cui il valore del principio di scelta libera e personale veniva a invischiarsi nella vana ricerca di una sfera intimistica e fusionale, incapsulata su se stessa ma destinata a spezzarsi a contatto con la realtà.

Già una trentina di anni fa, una studiosa scriveva: “L’allevamento dei figli è diventato la preoccupazione e l’occupazione principale sia degli uomini che delle donne; rendere i figli felici è diventata una delle cose più importanti; dare ai figli ciò che i genitori non hanno mai avuto è diventata una necessità; la crescita, lo sviluppo e i successi dei figli costituiscono ormai per i genitori uno dei modi principali per trovare una convalida del proprio valore personale; l’atteggiamento dei figli verso i genitori può ormai in larga misura contribuire a costruire o a distruggere i loro sentimenti di autostima”.

In queste brevi frasi mi sembra sia ben espresso quello che è tuttora il disorientamento di moltissimi genitori rispetto a quel tipo di rapporto con i figli che è chiamato “relazione educativa”. In particolare possiamo chiederci come mai in un contesto familiare come quello attuale, dove il valore delle persone è posto al centro e dove i figli fin dalla nascita vengono considerati persone, il disagio (sia dei figli che dei genitori, e quindi delle relazioni che li riguardano) sia così diffuso.

Secondo P. Di Nicola è avvenuto questo: la famiglia è diventata il centro focale di riferimento per l’identità dei singoli, il rapporto genitori-figli si è affinato soprattutto dal punto di vista della comunicazione (si parla molto di più, si comunicano i propri bisogni, si esprimono le motivazioni, i desideri e s’incoraggiano i figli a farlo offrendo loro il modello di come “ci si parla”).

Ma si è sempre meno capaci di fornire anche modelli normativi di comportamento: ossia c’è stato – in reazione ai precedenti tipi di educazione autoritaria – un vero e proprio “ribaltamento del modello normativo in un modello comunicazionale”. Così l’educazione dei figli viene a impostarsi essenzialmente sull’asse di un’etica dell’autorealizzazione, a spese di un’etica della responsabilizzazione.

spoiltkiddm2203_468x326Il vuoto normativo in cui il figlio è lasciato – vuoto che in genere è accompagnato dalla soddisfazione di ogni bisogno materiale – viene così occupato in maniera pervasiva e anonima dai messaggi dei mass media, o da quelli del gruppo dei coetanei, o da altre presenze sociali, in genere non congruenti con i messaggi impliciti che la famiglia trasmette.

Questa diagnosi risulta abbastanza convincente, se pensiamo a come tuttora il fattore “responsabilità” venga frainteso nel rapporto genitori-figli e tradotto spesso in termini di “desiderio” piuttosto che di “impegno”.

E questo, fin da quando il figlio non è ancora stato concepito: basta pensare a quanto spesso il concetto di maternità e paternità “responsabile” significhi, per la maggior parte delle persone, che un figlio deve essere desiderato e non concepito per caso. Ciò equivale a far coincidere responsabilità e desiderio (e ad avallare l’idea distorta che un figlio non desiderato sia poi un figlio poco amato e quindi infelice). Ma il concetto di responsabilità è, per sua natura, relazionale; per cui, parlare di maternità e paternità responsabili significa proporsi di assumere (anche verso la società) l’impegno di un lungo percorso di accompagnamento rispetto al figlio (sia esso stato “programmato” o no).

Si apre allora l’avvio a un lavoro quotidiano quale è quello richiesto da un’esperienza di relazione particolarmente intensa: lavoro che viene a intrecciarsi con l’altro, di mediazioni reciproche e di costruzione del “noi” nell’ambito della coppia.

La conclusione che gli studiosi traggono dall’analisi di cui sopra è la seguente: si determina una situazione paradossale per cui il figlio, che è diventato affare privato della coppia, costituisce insieme il massimo investimento affettivo e valoriale e la massima fonte di difficoltà per la coppia. Da un lato, la famiglia si pone come contesto di riferimento per la crescita dell’identità personale dei figli; dall’altro, diventa essa stessa una fonte di disagio psicologico per tutti i suoi componenti.

Questo “disagio intra-familiare” appare in aumento: crescono le patologie relazionali, le crisi di identità, i casi di disadattamento, di disordini psicosomatici (anoressia e bulimia), fino ai suicidi di adolescenti e di preadolescenti. Non bisogna però dimenticare che la famiglia di oggi si trova inserita in un contesto sociale caratterizzato da quella che U. Bronfenbrenner definisce una “ecologia degradata”20, e che i suoi modi di gestire la complessità di una relazione educativa sono pesantemente condizionati da un tipo di cultura e di organizzazione collettiva che privilegia valori di riuscita, di benessere, di protagonismo raggiunto attraverso il possesso e il successo, prospettandoli come elementi costitutivi dell’autorealizzazione, e conferme di un valore intrinseco alla persona.

Fra i più recenti e significativi contributi su questo tema, citiamo quello di A. C. Moro21, il quale, parlando dei rischi sociali che minacciano oggi il processo di costruzione dell’identità nel bambino e nell’adolescente, li vede personificati in una società di adulti “deresponsabilizzati”, divenuti incapaci – a livello sia individuale, sia collettivo – di “incarnare” un codice di valori responsabilizzanti: mentre il modello prevalente è quello fornito da “culture negative”, basate sul primato dell’efficienza, del consumo, della novità, del diritto, dell’occasione da sfruttare, dell’omologazione al gruppo, del ricorso a meccanismi di delega, con il risultato di una “infantilizzazione” generale.

E una società di adulti deresponsabilizzati è una società rischiosa per chi si affaccia alla vita: anche se il rischio, in se stesso, può essere uno strumento fondamentale di crescita, quando venga affrontato con adeguate risorse, rese possibili se ci s’impegna a sviluppare, a livello individuale e collettivo, una nuova e autentica “pedagogia del rischio”.
3. La famiglia “monoparentale”

Come si è visto, anche nella famiglia considerata “normale” il disagio può essere di casa. Esso anzi è uno di quegli ospiti che dal regno dell’improbabilità in cui sembrano confinati hanno ricevuto il passaporto per accedere a quello della probabilità entro il contesto familiare normale.

Ci si domanda allora in nome di quale presunta superiorità i fautori di tale contesto rivolgano oggi pesanti critiche e segnali d’allarme nei confronti dell’affermarsi di altri tipi di famiglie, come quelle che risultano da separazioni, divorzi, seconde nozze, o da convivenze di un singolo genitore con i figli, o ancora da convivenze di persone omosessuali con figli avuti da precedenti unioni eterosessuali.

Giustamente Emiliani e Bastianoni osservano che già l’uso dei termini cui si ricorre per indicare questi nuclei rivela quanto sia potente la persistenza del mito della famiglia “naturale” come unico quadro di riferimento: “È così che un genitore senza partner non può che offrire ai propri figli una “famiglia incompleta o spezzata”, chi si sposa dopo un precedente matrimonio può dare avvio soltanto ad una “famiglia ricostruita” e persone legate da rapporti affettivi non sanciti da vincoli matrimoniali rimangono per sempre, agli occhi della gente, “famiglie di fatto”.

Cominciamo dunque a parlare della famiglia chiamata “monoparentale”, sottolineando che, secondo E. Scabini23, l’espressione usata per indicare questo tipo di famiglia sarebbe adeguata solo per i casi di genitori vedovi; negli altri casi, successivi a un’unione matrimoniale o no, l’altro genitore esiste, ma viene virtualmente cancellato: tanto che si parla anche di famiglie “a genitore unico”, per indicare il nucleo formato dal genitore affidatario e dal figlio dopo un divorzio.

Questa osservazione è importante perché mette in luce un altro limite: quello per cui nelle ricerche che riguardano il nucleo familiare, e specialmente quello “ridotto”, prevale ancora una vecchia impostazione, che non tiene conto della complessità delle relazioni che attraversano la diade costituita da genitore (di solito madre) e bambino: relazioni interfamiliari oltre che intrafamiliari, presenze a volte molto significative che influiscono comunque sulla relazione di cura del figlio.

“L’approccio predominante è ancora quello più squisitamente individuale o duale, nel quale la tentazione più ricorrente è quella di sacrificare la varietà dei significati dell’esperienza ad un rigido e riduttivo schematismo e a collegare, secondo schemi unicausali, determinati atteggiamenti materni e paterni ai comportamenti dei figli, annullando la portata conoscitiva dei processi interattivi e relazionali. L’esito di tutto ciò è la predominanza degli studi che affrontano il problema dando rilievo ad uno solo dei personaggi (in questo caso è soprattutto il bambino, come risulta dalla mole di studi sugli effetti della separazione sul figlio), oppure sulla diade genitore-bambino (in primis: madre-bambino, poi padre-bambino)”.

Nel caso del nucleo costituito dal genitore affidatario e dal figlio (o dai figli), non è possibile considerarlo un nucleo “monoparentale” giacché l’altro genitore esiste, anche se non è convivente; esiste soprattutto in quei casi, purtroppo per ora abbastanza rari, ma in aumento, nei quali la divisione tra coniugi si accompagna con interventi di “mediazione familiare”, la cui finalità è quella di aiutarli ad essere, entrambi, “genitori ancora” malgrado la separazione della coppia.

E può d’altra parte esistere, in maniera negativa ma non per questo meno influente, nei casi opposti in cui, dopo la separazione, i genitori continuano, magari attraverso la persona stessa del bambino, a inviarsi segnali di conflitto, minacce, rivalse.

La presenza, attorno alla famiglia “monoparentale”, di reti di relazioni amicali con funzione di sostegno e di accompagnamento, è confermata anche per quel tipo di nucleo in cui uno dei genitori (generalmente la madre) decida o accetti di vivere col figlio, senza intrattenere una convivenza con il partner, a volte aggregandosi ad una persona amica, altre volte restando “sola”. E a questo proposito veniamo alla questione cruciale: il fatto di avere un solo genitore in “servizio permanente effettivo” è davvero una condizione “a rischio” per il bambino?

Giustamente A. Oliverio Ferraris sostiene che “lo svantaggio diventa reale soltanto quando a questa condizione se ne uniscono altre, come l’isolamento dal contesto sociale e dalle altre famiglie, oppure uno stato di conflittualità permanente o dei problemi economici”, e che “le famiglie monoparentali non sono di per sé a rischio, ma lo diventano quando sono ripiegate su se stesse e isolate”.  E aggiunge opportunamente che anche le famiglie allargate e patriarcali possono essere separate dalla società, seguire norme proprie, antagoniste rispetto a quelle pubbliche (e fa l’esempio delle famiglie mafiose…).

A livello psicologico, molte volte le difficoltà delle madri sole (anche di quelle rimaste sole per vedovanza) si possono ricondurre alla tenacia dello stereotipo interiorizzato secondo il quale lo sviluppo armonico della personalità infantile sarebbe condizionato dalla presenza delle due figure di riferimento, materna e paterna. Come vedremo tra poco parlando delle famiglie omosessuali, sul terreno scientifico questa ipotesi è oggi generalmente abbandonata, ma sopravvive tenacemente nel mito e nella concezione di una personalità che può strutturarsi solo attraverso il forte attaccamento alle figure genitoriali.

Per rendersi conto della persistenza di tale mito, basta ricordare le enormi diffidenze e difficoltà che hanno caratterizzato in Italia il sorgere dei primi asili-nido, visti come luoghi di abbandono affettivo e assimilati nientemeno che alle famigerate “istituzioni totali”. Questo mito, infatti, agisce negativamente, col peso di un giudizio di valore, sia nei confronti di un nucleo familiare “incompleto”, sia, all’opposto, nei confronti di contesti di educazione extra-familiari collettivi; e spesso assume il peso di una diagnosi di buona o cattiva salute mentale.

La madre sola è spesso angustiata dalle valutazioni che percepisce attorno a sé, dai sensi di colpa per aver violato il mito della coppia genitoriale, ma viceversa può oggi contare su reti amicali, femminili e maschili, su servizi come gli asili-nido, e oggi anche su servizi alternativi al nido, che offrono momenti di socializzazione, di confronto e di sostegno con altri adulti e altri bambini.

Ma certo tutto questo fa a pugni con la concezione di una famiglia e di una “casa” come contesto gelosamente chiuso su se stesso e auto-sufficiente; una casa di questo tipo, anche se in essa vivono una coppia di genitori e un bambino, con tutte le carte in regola, è destinata a incapsularsi su se stessa e a diventare un nucleo patogeno per tutti i suoi componenti.

4. La famiglia omosessuale

Sappiamo bene quanto sia diffusa, non solo tra la gente comune, ma anche tra professionisti dell’educazione, l’idea che un bambino allevato da una coppia omosessuale non possa avere uno sviluppo equilibrato della personalità, e soprattutto non possa maturare un’adeguata identità sessuale, o meglio “di genere”, intendendosi per “identità di genere” la percezione e categorizzazione di sé come maschio o come femmina, e l’interiorizzazione di essa fino ad acquisire un orientamento psicosessuale e un comportamento di ruolo corrispondenti alle aspettative sociali circostanti.

Su questo argomento Monica Bonaccorso, autrice del primo saggio-ricerca italiano sulla famiglia omosessuale, afferma: “Una delle più significative ipotesi che muove la ricerca è che l’omosessualità genitoriale non interferisca nello sviluppo dell’identità di genere, dell’identità sessuale e del successivo orientamento sessuale del bambino. Gli studi dimostrano che l’eventuale omosessualità dei figli non dipende dal comportamento sessuale dei genitori ma da fattori di natura diversa, semmai più legati alla relazione. Ciò in nome del fatto che non si verificano sostanziali differenze nell’incidenza dell’omosessualità nei figli di genitori omosessuali e nei figli di genitori eterosessuali”.

Per quanto riguarda l’equilibrio psicologico del bambino in senso più generale, vengono riportati anche i risultati di ricerche condotte in altri Paesi (Gran Bretagna e Stati Uniti), secondo cui “un bambino il cui genitore è omosessuale non ha più probabilità di avere problemi emotivi di quanti non ne abbia un bambino il cui genitore è eterosessuale; e non ha più probabilità di adottare un comportamento sessuale anomalo o di diventare a propria volta omosessuale, di quante non ne abbia un bambino allevato in circostanze assolutamente convenzionali”.

Queste naturalmente non sono asserzioni gratuite, ma conclusioni risultanti da ricerche comparate condotte con rigore scientifico rispetto a tematiche come la qualità della maternità e paternità omosessuali, lo sviluppo sessuale, psicologico e sociale dei bambini allevati da un single o da una coppia omosessuale, nel confronto con le stesse problematiche affrontate da genitori eterosessuali.

Ne emergono dati molto interessanti che sconvolgono alcuni stereotipi diffusissimi: ad esempio quello secondo cui, nella coppia omosessuale, soprattutto lesbica, sarebbe inevitabile una ripartizione di ruoli fissa, secondo l’ottica eterosessuale: una delle donne sarebbe cioè costretta a “fare l’uomo”, anche nei confronti del bambino da allevare. Al contrario, “i ricercatori non hanno evidenziato nel nucleo familiare lesbico alcun tentativo di riprodurre lo stereotipo eterosessuale dei ruoli: le responsabilità nella coppia lesbica sembrano essere suddivise in base al tempo a disposizione e all’intima predisposizione di una madre o dell’altra alla cura dei figli”.

I risultati di queste ricerche contribuiscono indubbiamente a contestare gran parte delle obiezioni che oggi vengono mosse alla possibilità di adozioni di minori da parte di adulti omosessuali, in coppia o singoli. In realtà, come nota G. Dall’Orto, “l’adozione omosessuale fa paura perché pone domande importantissime: cosa fa di un genitore un buon genitore? E chi è un buon genitore?… Il genitore omosessuale propone infatti una definizione di genitore che è “buono” non per la sua tendenza sessuale, ma per il suo comportamento. Che chiede insomma di essere giudicato per quello che fa, non per quello che è”.

Possiamo aggiungere che, mentre le obiezioni e le paure che vengono espresse nei confronti della famiglia omosessuale si richiamano a vecchie teorizzazioni che fanno capo al mito della famiglia “naturale” attraverso assunzioni e rielaborazioni della teoria iniziale di Bowlby32, disponiamo oggi di radicali revisioni di tali modelli teorici da parte dei più validi e noti studiosi dello sviluppo infantile. Ne cito due che, pur essendo di matrice culturale diversa, esprimono lo stesso tipo di valutazione su ciò che fa del genitore un buon genitore, e su ciò di cui il bambino ha realmente bisogno.

R. Schaffer, nel suo Mothering (1977), parlando della formazione del legame di attaccamento nel bambino, sostiene (e il corsivo è suo) che “non è necessario che la madre sia la madre biologica; lo può essere qualsiasi persona, indipendentemente dal sesso a cui appartiene. La capacità di allevare un bambino, di amarlo, di averne cura è principalmente una questione di personalità”.

U. Bronfenbrenner, in una comunicazione tenuta al Congresso internazionale di Ancona per gli educatori della prima infanzia (1986), dopo aver sottolineato che il bambino ha bisogno, non solo di una figura di attaccamento (anzi, egli dice: “di un essere umano con cui egli abbia una relazione emozionale”), ma anche di un’altra figura “che dia supporto, appoggio… risalto alla persona che interagisce col bambino”, aggiunge: “È utile, ma non assolutamente necessario, che questa persona sia di sesso diverso dalla prima”.

Va dunque chiarito che l’opposizione preconcetta alla famiglia omosessuale e alla possibilità per il bambino di crescere felicemente con uno o due adulti omosessuali non è supportata da alcuna teorizzazione valida sullo sviluppo infantile, ma solo dal disagio in cui ci pone il contrasto troppo sconvolgente di questa immagine di famiglia con quella cui siamo abituati e con lo stereotipo dominante, che non è se non una riedizione del tenacissimo mito della “naturalità” sovrapposto a quelle che sono comunque e sempre costruzioni culturali.

Possiamo ancora aggiungere che, secondo gli studi più recenti sullo sviluppo dell’identità sessuale e di genere, sono ormai abbandonate sia l’ipotesi psicoanalitica classica, sia l’ipotesi comportamentistica, che in modi diversi consideravano fondamentale il ruolo dell’adulto nel processo di acquisizione dell’identità sessuale da parte del bambino. Le più recenti teorie (interattivo-cognitiviste) privilegiano invece il ruolo svolto dall’interazione coi coetanei e dalla maturazione dei processi mentali infantili, come dinamismi congiunti che conducono il bambino a categorizzarsi come maschio o femmina e ad acquisire i comportamenti “di ruolo” corrispondenti a tale categorizzazione nell’ambito della cultura di appartenenza.

5. La famiglia “ricostituita”

L’uso delle virgolette che racchiudono il termine “ricostituita” in ogni trattazione su questo tipo di famiglia, mette in luce la difficoltà di attribuire una caratterizzazione soddisfacente a un fenomeno nuovo e complesso, che è stato indicato persino come “la creazione di un nuovo paradigma”.

La famiglia ricostituita è quel nucleo in cui almeno uno dei coniugi, con o senza figli, è al suo secondo matrimonio. Si tratta quindi di un tipo di famiglia che strutturalmente può essere più o meno complesso, e che raggiunge la massima complessità quando entrambi i coniugi hanno alle spalle precedenti matrimoni con figli, e mettono al mondo altri figli nati dalla nuova unione. I rapporti di parentela diventano allora molto intricati, e molto diversi da quelli della famiglia nucleare tradizionale.

Le secondo nozze non sono, ovviamente, un nuovo paradigma. Ma in passato esse si verificavano solo dopo la morte di uno dei coniugi, e non comportavano particolari complicazioni in quanto il nuovo coniuge veniva a sostituire quello deceduto: la struttura del nucleo familiare rimaneva fondamentalmente invariata.

Il fenomeno delle famiglie ricostituite, molto alto negli Stati Uniti e notevole negli Stati Nord-europei, è assai più contenuto in Italia, ma gli studiosi osservano che esso è indubbiamente destinato a crescere. Inoltre va tenuto conto del fatto che vi sono molte famiglie ricostituite senza che avvenga un nuovo matrimonio, ma attraverso una convivenza more uxorio.

Già si è detto, in un precedente capitolo, che le famiglie ricostituite appaiono caratterizzate da una certa fragilità. Secondo M. Barbagli, che in Italia è stato fra i primi ad occuparsi di questo fenomeno37, la causa principale di questa fragilità sarebbe la mancata “istituzionalizzazione” di tale modello familiare: non esistono ruoli ben definiti, regole collaudate, soluzioni già sperimentate per risolvere gli inediti problemi che queste unioni comportano; inoltre le norme giuridiche esistenti hanno come unico modello di riferimento quello della famiglia di prime nozze.

Tutto ciò comporta una serie di incertezze, non puramente psicologiche, ma anche comportamentali: ad esempio per quanto riguarda il ruolo genitoriale del nuovo marito, che non può sostituirsi in nessuna mansione al padre naturale, neppure quando quest’ultimo sia uscito completamente dalla vita dei figli.

Ma vediamo quale possa essere la situazione relazionale e psicologica nella famiglia ricostituita e specialmente in quella a struttura complessa.

Si può dire che i ricercatori prospettino facce diverse di questa situazione, che sembra essere presentata da un lato come potenzialmente confusiva e angosciante, soprattutto per i bambini, dall’altro potenzialmente arricchente dal punto di vista affettivo e adattativo. Ciò non può meravigliare, trattandosi appunto di un contesto nuovo, che è insieme indice di adeguamento alla società complessa in cui viviamo, ma i cui processi di trasformazione, come è stato osservato, implicano sempre alti costi umani.

Questi costi umani sono testimoniati anche dai ricordi di Benjamin Spock, il famoso pediatra ed educatore americano, che si è trovato a vivere personalmente la situazione della famiglia ricostituita e che racconta le grandi difficoltà connesse con la sua posizione di padre “acquisito”39.

Barbagli sottolinea che, se già il divorzio mette in crisi l’identità e il senso di appartenenza delle persone, e soprattutto dei figli, questo stato di confusione aumenta quando i genitori si risposano: viene così a decrescere il grado di sicurezza e integrità che i bambini provano nei confronti dei rischi e delle minacce che il mondo esterno comporta. Nella famiglia ricostituita non esistono infatti quegli argini (di tipo spaziale, psicologico, giuridico) che fanno della “casa” dei genitori una fonte di protezione sicura: non tutti i membri vivono sempre nella stessa casa, i punti di riferimento si moltiplicano, diviene incerta la stessa fonte di autorità, dal punto di vista psicologico come da quello giuridico.

Questa visione piuttosto drammatica del vissuto infantile nella famiglia ricostituita è però giustificata solo in una parte dei casi: quelli in cui, ad esempio, la separazione tra i genitori sia stata condotta con modalità conflittuali, l’affidamento dei figli sia stato deciso senza porre al centro i bisogni del bambino, la nuova famiglia non sia capace di dare priorità a questi stessi bisogni e non offra sufficienti garanzie di sostegno rispetto ai rischi di confusione che possono sconvolgere la mappa dei riferimenti affettivi del figlio.

Fondamentalmente diversa è la presentazione delle valenze della famiglia ricostituita da parte di Donata Francescato40, nota ricercatrice esperta di “psicologia di comunità”, la quale preferisce indicare le famiglie ricostituite con l’appellativo di famiglie “aperte”. In che consiste questa apertura? Nel fatto che la loro struttura comporta la presenza di una rete di rapporti la quale, in modo inedito e originale, armonizza passato e futuro: da un lato cioè si riallaccia all’esperienza delle famiglie estese tradizionali, dall’altro appare proiettata verso forme nuove di “comuni familiari”.

Per la Francescato, che ha condotto una ricerca-pilota su cinquanta famiglie ricostituite italiane, il termine “ricostituita” ha una connotazione negativa (tende in effetti a svalutare la nuova esperienza coniugale rispetto alla precedente, che non aveva bisogno di aggettivi). Le due caratteristiche principali di questa famiglia sono: il riferimento a più di una casa, e il fatto che in ogni casa convivono persone che hanno stili di vita, modelli di comportamento, valori di riferimento diversi, dovuti – per quanto riguarda i coniugi – non solo alle famiglie di origine, ma anche alle esperienze coniugali precedenti. Queste differenze possono certamente condurre a conflitti e scontri, ma possono anche promuovere un’integrazione in positivo, insegnare la tolleranza reciproca e determinare la gestione dei conflitti in senso costruttivo.

Un esempio del potenziale positivo contenuto in un contesto così eterogeneo è fornito dalla Francescato per quanto riguarda la vita emotivo-affettiva e sessuale dei bambini. I membri della famiglia “aperta” sperimentano una più vasta gamma di sentimenti rispetto ai componenti della famiglia nucleare classica, devono imparare ad affrontare il cambiamento e i rischi connessi, sviluppano maturità e flessibilità; la vita sessuale non viene tenuta segreta, ma ha più occasioni per essere oggetto di discorso e di confronto. Insomma, la famiglia aperta diventa un vero e proprio “laboratorio di crescita emotiva”.

Anche le Kitzinger42 sottolineano la presenza di questo effetto maturativo, quando affermano che, all’interno degli intricati rapporti di famiglia esistenti in questi contesti, i bambini si allenano alla “negoziazione”, specie se sono esposti a buoni modelli; “… i figli vengono a conoscenza delle varie gamme del comportamento umano all’interno del nucleo familiare imparando come poter esercitare la propria influenza. Ed è probabile che imparino tutto questo molto più rapidamente, anche se in modo più sofferto e doloroso, in una famiglia “complicata” e dove i rapporti sono più intricati, che in un nucleo familiare semplice, nel quale i genitori condividono gli stessi valori e cercano di andare sempre d’accordo”.

Come sempre, è a partire dalla qualità delle relazioni, e non dalla struttura del contesto, che si può tentare una valutazione circa gli aspetti positivi o negativi della famiglia ricostituita o aperta. Ma è anche necessario liberarsi da alcuni pregiudizi, riguardanti le condizioni generalmente considerate rischiose per lo sviluppo infantile.

Tali pregiudizi si esprimono nella convinzione che sia dannoso per il bambino, e soprattutto per il bambino piccolo, vivere in un contesto che comporti riferimenti affettivi plurimi, che lo esponga a una diversità di opinioni, di fedi, di orientamento e stili di vita, che implichi variazioni e dislocazioni ritenute dannose per il formarsi di un senso di sicurezza derivante da stabilità e ripetitività di abitudini.

Si può obiettare a tutto questo che, fin da età molto precoci, il bambino appare felicemente disposto a sviluppare legami di attaccamento con più di una persona, e non dimostra affatto di avere un bisogno innato di attaccamento esclusivo che contrasti con l’investimento su molte figure44. In seguito, il trovarsi esposto a una varietà di convinzioni e di opinioni è un salutare antidoto a quell’educazione di tipo dogmatico, tuttora assai diffusa, che consiste nel far credere al bambino che le persone che si occupano di lui formano un blocco monolitico di credenze, ritenute naturalmente giuste e inconfutabili. In questo modo si blocca nel bambino lo sviluppo dello spirito critico e il gusto della ricerca autonoma dei significati dell’esperienza.

Una disparità di vedute tra genitori nuoce al bambino solo se conduce allo scontro e alla contrapposizione tra vincenti e perdenti; non se conduce alla discussione e al confronto. Anche in questi casi, dunque, è la qualità delle relazioni e delle comunicazioni che determina il risultato.

Infine, per quanto riguarda lo sviluppo del senso di sicurezza e di stabilità, possiamo dire che esso non è affidato tanto alla semplicità e immobilità delle situazioni, quanto piuttosto alla possibilità che anche in un contesto complesso venga creato un “sistema regolare”, qualunque esso sia, tenendo conto degli impegni degli adulti: “se c’è una situazione di base a cui si ritorna, egli [il bambino] può anche tollerare alcune deviazioni dalla regolarità: l’aspetto chiave è la regolarità del sistema” nel suo complesso.

Riteniamo che lo sforzo di costruire questo “sistema” regolare sia un buon compito per la famiglia ricostituita a struttura complessa, tale da avviarla a non dimenticare la centralità del bambino nella rete di rapporti che la caratterizzano.

Conclusione

Al termine di questa breve rassegna, riguardante soprattutto le vicende psicologiche che caratterizzano il vissuto di coppia e di famiglia in un momento di rapida trasformazione come l’attuale, ci rendiamo conto che la scelta di parlare dei nuovi modelli di famiglia, nella sua apparente ampiezza, è invece basata su di un criterio limitante: non ci ha permesso, ad esempio, di parlare delle famiglie a rischio, delle famiglie marginali, delle famiglie difficili, indipendentemente dal fatto che esse rientrino o meno in qualcuno di tali modelli. In sostanza ha limitato il nostro discorso a una serie di considerazioni psicologiche non sempre sostenute dal raccordo con una prospettiva sociale più ampia e determinante, con la quale esse vanno inevitabilmente a intrecciarsi.

Lo scopo di queste pagine è stato soprattutto quello di mettere in luce come ciò che fonda la validità – o il “valore” – di un nucleo familiare non sia il suo modello strutturale o la sua supposta “naturalità”, ma esclusivamente la qualità delle relazioni tra le persone che lo compongono.

A questo fine si è cercato di condurre il discorso su due binari: da un lato rivelando il carattere mitico e illusorio dei presupposti sottostanti alla diffusa fede in una famiglia che per la sua stessa fisionomia tradizionale garantirebbe salute morale e benessere psicologico ai suoi membri; dall’altro ponendo in luce le risorse presenti in ognuno dei nuovi modelli di famiglia, che non vanno temuti come virtuali distruttori della famiglia naturale, ma anzi visti come possibili fonti di apprendimento delle risorse affettive e relazionali insite in qualsiasi tipo di aggregazione umana.

Abbiamo anche cercato, parlando della situazione dei bambini, di riferirci, molto sinteticamente, alle ricerche condotte dalla psicologia scientifica negli ultimi trent’anni; ricerche i cui risultati hanno contribuito a eliminare o a capovolgere molti dei luoghi comuni e degli stereotipi riguardanti il processo di sviluppo della personalità infantile. Gli esiti di tali ricerche, le nuove prospettive che esse aprono, costituiscono la sfida più significativa e promettente a quei pregiudizi che con tenacia mai sopita ricompaiono ogni qualvolta si tratti di negare cambiamenti, erigere difese, arroccarsi nei miti più arcaici, fingendo che la storia possa e debba rispettare, unica eccezione, la sacralità della famiglia naturale.

Come è stato giustamente rilevato, le inevitabili trasformazioni della famiglia nel corso del tempo vengono di fatto negate: e tanto più sofferte proprio in quanto non accettate. “La famiglia viene pensata come una struttura statica, rigida, senza cambiamenti: invece cambiamenti strutturali profondi caratterizzano la storia di ogni famiglia… Vengono ignorate le fasi di sviluppo dove non solo il soggetto muta, ma muta il gruppo familiare nel suo complesso… È il gruppo, non l’individuo, il protagonista della vita familiare”.

Il che significa che veri protagonisti della storia di ogni famiglia sono i rapporti che in essa si costituiscono: rapporti che si possono considerare la vera chiave interpretativa del significato e valore di ogni nucleo aggregativo umano.

Di Rita Gay Cialfi
Estratto dal libro “Volti nuovi della famiglia. – Tra libertà e responsabilità”, edito da Claudiana Editrice.

L’autrice, Rita Gay Cialfi, è psicologa, esperta di servizi socio-educativi per l’infanzia.
Con gentile concessione dell’Editore.

Fonte: www.radioradicale.it

Divorzio: con te sto male ma senza di te sto ancora peggio

16 febbraio 2009

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Nessun rapporto finisce di punto in bianco e nessun matrimonio soddisfacente finisce con un divorzio.

Di solito, la decisione di separarsi è conseguente ad uno periodo prolungato di profonda insoddisfazione: non si riesce più a stare bene insieme, si hanno valori e obiettivi diversi e inconciliabili, non si fa che litigare oppure al contrario, nella coppia regna la distanza emotiva e la mancanza di comunicazione.

Ma persino quando il rapporto è ormai compromesso, la scintilla si è spenta da anni  e la fiducia reciproca è incrinata, dirsi addio può essere tremendamente difficile.

Persino quando il matrimonio è stato estremamente deludente e i due coniugi sono arrivati al punto di odiarsi, difficilmente la separazione viene vissuta come una liberazione.

Anzi, la maggioranza delle persone dopo il divorzio sperimenta un periodo di insicurezza personale e di estrema fragilità emotiva: a prescindere dalla durata del matrimonio, si esce dal divorzio in qualche modo “segnati” e cambiati.

Infatti, la dissoluzione del legame matrimoniale non costituisce  solo la fine di una storia d’amore importante ma anche di tutto quello che un matrimonio rappresenta a livello psicologico: è la fine di un progetto di vita in cui si era creduto e scommesso, dei sogni per il futuro, di una relazione che si sperava sarebbe durata per sempre.

Il divorzio è una perdita  affettiva importante  che racchiude in sé tante altre perdite (economiche, pratiche, sociali, familiari, ecc) e in quanto tale è in grado di scuotere in modo profondo l’identità e  l’autostima.

A questo punto è importante fare una precisazione: la fine di una relazione è processo doloroso  anche per chi prende la decisione di lasciare, ma per chi viene lasciato lo è molto di più.

Infatti, il partner che decide di interrompere la relazione, pur essendo costretto a sopportare il peso della responsabilità della  decisione e dovendo fare i conti con il dubbio di aver fatto la scelta giusta e con i sensi di colpa, è quello che se la cava meglio perché è il meno coinvolto emotivamente.

Chi viene lasciato vive, invece, una dolorosa esperienza di abbandono e di rifiuto che può intaccare in modo molto profondo l’autostima e la fiducia nell’amore e nel futuro.

Il coniuge che ” subisce” il divorzio soffre molto più a lungo e molto più intensamente, ma se riesce a superare questa esperienza così devastante, esce dalla separazione con Io più forte e con una rinnovata  consapevolezza delle proprie capacità e delle possibilità che la vita può offrire.

Come superare l’abbandono.

Il divorzio è una delle esperienze più dolorose e devastanti che gli esseri umani possano sperimentare dopo la morte di una persona cara, l’invalidità permanente e una grave malattia. Accettare l’abbandono della persona amata richiede tempo (come minimo sei mesi)  e un processo psicologico complesso per certi versi analogo a quello che avviene alla morte di una persona cara.

In genere, il processo dell’elaborazione del lutto avviene per fasi la cui durata e intensità varia da individuo a individuo. Ciascuno vive il lutto  a modo suo, in alcuni predomina la componente depressiva, in altri la rabbia per l’abbandono subito e il bisogno di risarcimento.

La fase di negazione.

Raramente la separazione avviene di comune accordo: di solito, quando la relazione finisce c’è  un partner che prende l’iniziativa della rottura, cogliendo l’altro completamente di sorpresa.

Non è infrequente che chi è stato lasciato, faccia commenti del tipo.” Avevamo un matrimonio felice e l’ultima cosa che mi sarei aspettato è che lui/ lei volesse divorziare” oppure “c’erano dei problemi ma non pensavo che lui/ lei fosse così infelice”

Infatti, non sempre il coniuge che decide di porre fine al matrimonio ha il coraggio di esplicitare i suoi dubbi e la sua infelicità. In molti casi il partner che lascia, fino al giorno della rivelazione continua a comportarsi normalmente, senza lasciare trapelare esplicitamente la propria insoddisfazione.

Ma anche quando  tutto procede “abitualmente”  partner che non ama più manda senza volerlo  una serie di  messaggi sotterranei  di noia e di disinteresse che l’altro sembra incapace di cogliere.

Ma anche quando il partner mostra in modo inequivocabile il suo disamore, il coniuge più innamorato nega anche l’evidenza.

La ragione di tale cecità psicologica sta nel meccanismo della negazione, un meccanismo di difesa che ci permette di proteggerci dall’impatto di eventi traumatici , semplicemente negandoli.

Nelle prime fasi della separazione, la negazione è l’aspetto predominante. Chi viene lasciato non riesce a credere che sia veramente finita, che l’altro lo voglia lasciare e che non lo ami più, perciò continua a sperare contro ogni logica e ogni evidenza.

Negazione e choc

Quando la negazione è particolarmente forte ( e più intenso è il coinvolgimento emotivo più intensa è la negazione) si vive un temporaneo stato di choc. Chi è stato di choc, quando viene lasciato non ha alcuna reazione e non sperimenta nessuna emozione. Va avanti come se niente fosse e come se il  divorzio lo lasciasse perfettamente indifferente. Contrariamente a quello che può sembrare, questa reazione tradisce un profondo turbamento emotivo e può essere il preludio ad un tracollo psicologico successivo.

Adesso che tu mi lasci, mi crolla il mondo addosso

surviving-infidelity-1La maggior parte delle persone quando cominciano a rendersi conto che è finita e che il partner vuole veramente lasciarle, sperimentano un  intensa sensazione di ansia e disorientamento.

Tale incertezza deriva dal rendersi conto di dover affrontare, forse per la prima volta, il mondo da soli. Una relazione amorosa consolidata è un punto di riferimento importante e rappresenta in un certo senso una fonte di scurezza, proprio per questo quando una relazione significativa si conclude ci ha la sensazione che il proprio mondo vada in pezzi e ci si sente  sperduti e vulnerabili.

I cambiamenti sono sempre faticosi, anche quando sono voluti e desiderati, chi subisce la separazione è costretto ad affrontare suo malgrado una serie di cambiamenti piccoli e grandi in tempi molto rapidi.

Nessuna meraviglia che in un periodo così stressante, la salute ne risenta (dopo una separazione non voluta la probabilità di ammalarsi aumenta  vertiginosamente!) e molte persone comincino ad accusare una serie di sintomi psicofisici quali insonnia ostinata, disturbi alimentari, estremo nervosismo, disturbi psicosomatici, ecc.  Altre persone nel tentativo di gestire l’ansia legata al radicale cambiamento di vita, ricorrono a comportamenti compulsivi: come spese sconsiderate, fumare o bere in eccesso, guidare in modo spericolato, ecc

Rimorsi e sensi di colpa.

Non appena le questioni pratiche si sono sistemate e ci si ritrova a dover fare i conti con il letto vuoto, la casa silenziosa, e con tutti i cambiamenti che comporta la nuova vita da single, la maggioranza delle persone inizia a sperimentare una profonda sensazione di depressione.

La depressione deriva dal fatto che cominciamo a renderci conto della perdita subita ma non riusciamo ( e non  vogliamo!) accettarla. Durante la fase depressiva, la persona che è stata lasciata si addossa tutta la responsabilità del fallimento del matrimonio e si macera nel rimorso e nel senso di colpa. In altre parole, continua a credere che se non avesse fatto certi errori, se avesse avuto un carattere diverso, sarebbe ancora felicemente sposata.

Paradossalmente, questi dubbi sono la prova dell’attaccamento verso il partner e della buona volontà di far funzionare il matrimonio!

A volte, i rimorsi e i rimpianti vengono rinforzati dal ex partner. Chi lascia, per sentire meno il peso del senso di colpa, si difende scaricando la responsabilità sul poveraccio che viene lasciato.

Questa fase è molto delicata dal punto di vista psicologico perché se non adeguatamente elaborata può portare chi sta vivendo la separazione a vivere il divorzio come la prova della propria inadeguatezza personale.

Dal punto di vista psicologico, questo ritenersi completamente responsabili della fine della relazione ha un altro risvolto: inconsciamente crediamo che se tutto dipende da noi e se la relazione è fallita per colpa nostra, se ci impegniamo abbastanza la relazione potrà essere riportata in vita. Purtroppo questo non si verifica quasi mai : infatti, nel momento in cui l’altro non vuole più vivere il rapporto e non vuole neppure fare un tentativo per salvarlo, è evidente che la relazione non esiste già più. Quello che c’è è solo una persona che si illude che il rapporto esista ancora.

Una profonda rabbia

Dopo alcuni mesi o settimane di depressione, comincia ad insorgere verso l’ex partner un sentimento di rabbia. Mentre prima ci si dava tutte le colpe del mondo, adesso tutti i torti vengono attribuiti al partner. Ci si percepisce come la vittima di una persona indegna che ci ha rovinato la vita.

In questa fase è normale provare un sentimento di rancore nei confronti del proprio ex, nutrire dei desideri di vendetta o avere delle fantasie aggressive. E’ una reazione normale e assolutamente necessaria del processo di guarigione psicologica, tuttavia se questi sentimenti non vengono elaborati in modo adeguato, si finisce per trascorrere tutta la vita sentendosi delle vittime e precludendosi la possibilità di amare di nuovo.

Una nuova rinascita.

Dopo aver attraversato tutte le emozioni dolorose che l’elaborazione della rottura comporta, la persona  che ha subito la separazione si rende conto che la vita gli offre numerose prospettive al di là del matrimonio. Inoltre, molte persone escono dalla separazione con una rinnovata autostima e con una maggiore consapevolezza delle proprie capacità proprio perché hanno dovuto cavarsela da sole e padroneggiare sfide che ritenevano di non essere in grado di affrontare.

Tutte le esperienze negative offrono anche  una possibilità di crescita  e  uno dei possibili doni che la fine del matrimonio comporta è quello di potersi riappropriare del proprio Io.

Non sono poche le persone che si rendono conto di desiderare uno stile di vita molto diverso da quello che conducevano con il loro partner. Una tipica reazione che si prova dopo la fine di una relazione, è la consapevolezza di quanto di se stessi  si è sacrificato nel matrimonio.

Infatti, spesso per tenere in piedi un rapporto, specialmente quando non funziona, si è costretti ad accantonare sogni, interessi, preferenze ed aspirazioni.

Con la separazione gradualmente si comincia a diventare consapevoli e a ricoprire aspetti della propria personalità che erano stati annullati nella coppia. Questo riprendere possesso di interessi e potenzialità dimenticate è sempre un momento entusiasmante : si ha l’impressione di vivere una seconda adolescenza e di poter fare delle scelte ( anche in campo affettivo) più in sintonia con i bisogni profondi.

Anche se nessuno deciderebbe di sua spontanea scelta di vivere un esperienza devastante come il divorzio, molti, quando riescono ad elaborare il lutto, si rendono conto che la separazione ha segnato l’inizio del loro sviluppo come persone e sono quasi grati al partner per averli lasciati.

Quando il lutto che consegue la fine di un rapporto significativo viene superato, si è in grado di riconoscere tutti i doni che la passata relazione ci ha lasciato. Tutte i rapporti, anche quelli più negativi e più autodistruttivi, hanno qualcosa da insegnarci: anche solo a diventare più consapevoli dell’importanza della propria dignità personale.

Quando diventiamo in grado di pensare al nostro ex senza dolore e senza rabbia , ma augurandogli ogni bene e felicità, siamo pronti per innamoraci di nuovo!

Dottoressa Anna Zanon

Fonte: http://www.ilmiopsicologo.it

Il distacco: quando un amore finisce

13 febbraio 2009

divorziati-1Le storie d’amore possono finire. Poco male quando la cosa succede da entrambe le parti e ci si lascia di comune accordo. Quando invece si è lasciati, allora non è più un semplice dolore: l’angoscia di essere abbandonati può divenire una vera malattia, una frattura che spezza la vita in due (prima e dopo l’abbandono), lasciando svuotati e confusi.

Anche biochimicamente le cose cambiano nell’organismo: durante l’innamoramento si ha un aumento della produzione di endorfine e di feniletilamina (con conseguente senso di benessere, euforia, vitalità e desiderio sessuale); quando la relazione finisce, per contro, si ha un crollo dei livelli di queste sostanze (con conseguente ansia, apatia, senso di frustrazione, irritabilità…).

Che fare?

Bisogna riuscire a convertire la “separazione-frustrazione ” in “separazione-operazione attiva “; che vuol dire alcune cose come:

* concedersi un giusto “periodo di lutto ” (un tempo adeguato per poter elaborare l’infelicità)

* farsene una ragione (trovare una spiegazione, capire, e apprendere dall’esperienza della perdita)

* prendere l’iniziativa , affrontare la situazione, piuttosto che lasciarsi andare, autodistruggersi…

* adottare la filosofia (dell’antica Cina) “può essere una disgrazia, può essere una fortuna “

* viversi il tempo come alleato per cicatrizzare la ferita

* far leva sulle forze residue per prendere in mano la situazione, accettando l’evento traumatico come una sfida, verso ulteriori traguardi possibili, poiché “la vita continua “, ed è l’unica che abbiamo.

Perché una storia di coppia finisce, un amore muore, un matrimonio finisce?

Si possono cercare molte spiegazioni e trovare molte griglie di lettura: ma è importante capire , è rilevante – per apprendere dall’esperienza – analizzare alcune ipotesi di ricerca dell’evento “separazione”. Fra i molti approcci possibili, se ne propongo tre: uno d’ispirazione psicanalitica, l’altro più legato alla ricerca empirica, il terzo – infine – di tipo storico-evolutivo.

Approccio d’ispirazione psicanalitica

Si può sottintendere l’idea che la disfunzionalità della coppia sia da collegare a immaturità evolutiva, o a vera e propria patologia, per il prevalere dei giochi inconsci nel rapporto; ecco brevemente la tipologia mutuata da questa ottica:

* Il primo tipo di relazione è la cosiddetta “collusione narcisistica “. In questo rapporto l’amore è inteso prevalentemente in funzione simbiotica, “amore come essere uno “, e comporta abitualmente un partner schizoide. L’unione simbiotica è un rapporto sado-masochista (dove il più forte fagocita il più debole) e in cui va perduta l’identità e la “noità” della coppia (l’essere noi). La relazione matura comporta invece una unione nella distinzione, il rispetto dell’altro come distinto, l’accettazione della diversità, ecc.

* Un secondo tipo di relazione è la cosiddetta “collusione orale “: qui l’amore è concepito come “aver cura dell’altro”. E’ un amore di tipo materno, che comporta un partner a struttura depressiva, autodenegantesi. L’amore maturo invece è caratterizzato da mutualità, reciprocità, essere contemporaneamente soggetto e oggetto nella relazione; non solo capacità di dare, ma anche di ricevere.

* Un terzo tipo di relazione è la cosiddetta “collusione sadico-anale “. Qui l’amore è inteso come possesso totale ; l’oggetto dell’amore è considerato proprio dominio e tenuto continuamente sotto il proprio controllo. Questa relazione comporta un partner a struttura ossessiva. L’amore maturo invece è caratterizzato da libertà, autonomia, fiducia. Mutualità, interdipendenza reciproca di due soggetti indipendenti e liberi.

* Un quarto tipo di relazione è la cosiddetta “collusione fallico-edipica ” dove l’amore è vissuto soprattutto come autoaffermazione antagonista (virile) e il partner è vissuto sostanzialmente come rivale e luogo della propria affermazione. Questa relazione contempla un partner a struttura isterica.

6a00e54fb68ba8883400e554b87e4f8833-800wiL’amore maturo è caratterizzato invece da solidarietà, compartecipazione, parità di possibilità di autorealizzazione al cento per cento. Senza eccessiva competitività. La mancata evoluzione verso un rapporto d’amore più maturo può condurre alla crisi di coppia; le tecniche per rimettere in movimento la maturazione bloccata (ove ciò è possibile) si rifanno alle varie metodologie d’intervento e alle varie scuole di psicologia.

Approccio legato alla ricerca empirica

In questo approccio, più legato alla ricerca empirica, è sottintesa l’idea che molto spesso le relazioni falliscano perché la scelta è stata fatta in base a quello che conta di più nell’immediato e non a quello che conta di più nel lungo periodo.

Sternberg , Professore di psicologia e pedagogia a Jale, ha teorizzato, suffragato da alcune sue recenti ricerche, un concetto di amore completo , sulla base di tre componenti fondamentali: l’impegno come componente cognitiva, l’intimità come componente emotiva e la passione come componente motivazionale dell’amore. Si può visualizzare l’amore come un triangolo in cui quanto maggiori sono impegno-intimità-passione, tanto più grande è il triangolo e più intenso l’amore.

Da questa teoria scaturisce una tipologia collegata alla combinazione dei tre diversi fattori, dando luogo a otto possibili tipi di relazione.

* La prima è “l’assenza di amore “: tutte e tre le componenti mancano; è la situazione della grande maggioranza delle nostre relazioni personali, casuali o funzionali.

* Il secondo tipo è la “simpatia “. C’è solo l’intimità , si può parlare con una persona, parlare di noi, ci si riferisce ai sentimenti che si provano in una autentica amicizia e comporta cose come la vicinanza, il calore umano (ma non i sentimenti forti della passione e dell’impegno).

* Il terzo tipo è “l’infatuazione “: quando c’è solo la passione . Quell’amore a prima vista che può nascere all’istante e svanire con la stessa rapidità. Vi interviene una intensa eccitazione fisiologica, ma senza intimità o impegno . La passione è come una droga, rapida a svilupparsi e rapida a spegnersi, brucia alla svelta e dopo un po’ non fa più l’effetto che si voleva: ci si abitua, arriva l’assuefazione.

* “L’amore vuoto ” è il quarto tipo di relazione, dove l’impegno è privo di intimità e di passione : tutto quello che rimane è l’impegno a restare insieme. Un rapporto stagnante che si osserva talora in certe coppie sposate da molti anni: un tempo c’era l’intimità, ma ormai non si parlano più; c’era la passione, ma anche quella si è spenta da un pezzo.

* “L’amore romantico ” è una combinazione di intimità e di passione (tipo Giulietta e Romeo). Più di una infatuazione, è vicinanza e simpatia, con l’aggiunta dell’attrazione fisica e dell’eccitazione, ma senza l’impegno, come un’avventura estiva che si sa che finisce.

* “Amore fatuo ” è quello che comporta la passione e l’impegno, ma senza intimità . E’ l’amore da fotoromanzo: i due si incontrano, dopo una settimana sono fidanzati, e dopo un mese si sposano. S’impegnano reciprocamente in base all’attrazione fisica., ma dato che l’intimità ha bisogno di tempo per svilupparsi, manca il nucleo emotivo su cui può reggersi l’impegno. E’ un tipo d’amore che di solito non dà buon esito nel lungo periodo.

* “Sodalizio d’amore ” è chiamato un rapporto d’intimità e impegno reciproco, ma senza passione . E’ come un’amicizia destinata a durare nel tempo. Quel tipo di amore che spesso si osserva nei matrimoni dove l’attrazione fisica è scomparsa.

* Infine quando tutti e tre gli elementi si combinano in una relazione, abbiamo quello che Sternberg chiama “amore perfetto o completo “. Raggiungere un perfetto amore, dice quest’autore, è come cercare di perdere un po’ di peso, difficile ma non impossibile; la cosa davvero ardua è mantenere il peso forma una volta che ci si è arrivati o tenere in vita un amore completo quando lo si è raggiunto.

E’ un compito aperto, non una tappa raggiunta una volta per tutte. In questa visione, l’indice più valido per predire la felicità di una relazione è dato dalla consonanza tra triangolo ideale passivo (i sentimenti che si desiderano dall’altro) e il triangolo percepito (i sentimenti che si presuppongono dall’altro). La relazione tende a finir male se non c’è corrispondenza tra quello che si vuole dall’altro e quello che si pensa di riceverne: chiunque ha amato senza essere ricambiato altrettanto, sa quanto può essere frustrante.

Alle volte si potrebbe consigliare di ridurre le proprie aspettative e diminuire il proprio coinvolgimento: ma è un consiglio difficile da seguire. In USA metà dei matrimoni finiscono in divorzio e anche chi non divorzia non è detto che viva in una coppia molto felice. La gente è davvero così stupida da fare sempre la scelta sbagliata? Probabilmente no: il fatto è che sceglie troppo spesso in base a quello che conta di più nell’immediato. Ma quello che conta nel lungo periodo è diverso: i fattori che contano cambiano, cambiano le persone e cambiano le relazioni.

Nella ricerca fatta sui fattori che tendono a diventare più importanti con l’andare del tempo, si sono rilevati questi tre:

* la disponibilità a cambiare in funzione delle esigenze dell’altro

* la disponibilità ad accettare le sue imperfezioni

* la comunanza di valori, specie quelli religiosi.

Queste sono cose che è difficile giudicare all’inizio di una relazione: l’idea che l’amore vinca tutti gli ostacoli è molto romantica, ma poco reale. Quando si devono prendere delle decisioni, quando arrivano i figli e si devono fare alcune scelte, una cosa che sembrava poco importante, lo diventa.

Altri fattori invece nel lungo periodo diventano secondari: come l’idea che l’altro sia “interessante” (all’inizio c’è il timore che se cala l’interesse la relazione svanisce). In realtà quasi tutto tende a diminuire col tempo (nelle coppie studiate statisticamente): calano la capacità di comunicare, l’attrazione fisica, il piacere di stare insieme, gli interessi in comune, la capacità di ascoltare, il rispetto reciproco, il trasporto romantico… può essere deprimente, ma è importante fin dall’inizio sapere che cosa aspettarsi col tempo, avere aspettative realistiche circa quello che si potrà ottenere e quello che finirà con l’essere più importante a lungo andare.

Cosa fare allora per migliorare un rapporto di coppia?

Sternberg propone un ultimo triangolo: quello dell’azione. Spesso c’è un bel salto fra pensiero, sentimento e azione. Le nostre azioni non sempre rispecchiano i nostri sentimenti, per cui può essere utile sapere quali atti sono specificamente associati alle varie componenti dell’amore.

couple_showerzLa passione richiederà il contatto fisico, la sessualità, la varietà e non la monotonia dei comportamenti sessuali. L’intimità richiederà la comunicazione dei propri sentimenti interiori, l’offerta del sostegno emotivo, la condivisione del proprio tempo e delle proprie cose.

L’impegno , infine, comporterà il fidanzamento, il matrimonio, la fedeltà, la capacità di superare i momenti difficili, la capacità di trovare un valido compromesso nelle diverse legittime esigenze ed aspirazioni.

E’ importante esprimere l’amore nei comportamenti perché il modo in cui ci comportiamo plasma i nostri modi di pensare e di sentire, forse non meno di quanto ciò che pensiamo e proviamo plasma le nostre azioni (se non agisci come pensi, finirai per pensare come agisci).

Inoltre certe azioni portano ad altre azioni: le espressioni d’amore dell’uno influiscono su ciò che l’altro pensa di lui (sui sentimenti e sui comportamenti dell’altro nei suoi confronti) dando luogo così ad una serie di azioni che si rinforzano a vicenda. E’ necessario dare importanza alle espressioni d’amore. Senza espressione anche il più grande amore può morire.

Approccio Storico-Evolutivo

Questo approccio, per capire la crisi di coppia, è stato sviluppato dal Prof. Mario Bertini dell’Università di Roma.

L’idea che guida questa analisi è che la coppia tradizionale spesso entra in crisi e può morire a motivo della forte contrattualità , statica e consumistica, che sta al fondo di questa relazione: un disegno di norme latenti che modellano con forte direttività la relazione stessa.

Bertini fa notare che storicamente, superato il modello di tipo vittoriano dell’epoca precedente (rigidità dei ruoli e soggezione globale della donna), tra le due guerre, si è venuto affermando un modello apparentemente (e in parte obiettivamente) liberatorio , ma portante alla base, filtrata attraverso le varie ideologie post-freudiane e il consumismo capitalistico di ispirazione nord americana, una contrattualità implicita bloccante e mortificante .

E’ la cultura romantica dei fiori bianchi, dell’abito bianco di nozze, della fedeltà reciproca a tutti i costi, della felicità di stare insieme… (concomitantemente a questo mutamento di prospettiva, e apparentemente in modo contraddittorio, aumenta la conflittualità, la coppia è sempre più in crisi).

E’ come se la coppia dicesse: “Dopo tanto laborioso cammino, finalmente siamo approdati a questo meraviglioso giardino recintato dove tutto si può godere. Protetti dal nostro amore e dalla consistenza del contratto . Il compito che ci sta davanti è finalmente quello di godere “consumando” insieme tutto quello che ci viene chiesto è di rispettare le regole di non uscire dal recinto e di sacrificarsi l’un l’altro , sicuri che l’amore riuscirà a far superare ogni ostacolo”.

E’ un atteggiamento di base dettato dal consumismo imperante nella cultura odierna. E’ una visione statica, “di morte”, ispirata all’ideologia del mercato che fa del matrimonio (invece che una fase cruciale per lo sviluppo della persona), un punto di stasi , entro cui godere e consumare dei vantaggi acquisiti.

Quali sono queste norme contrattuali implicite nella relazione tradizionale? O. Neill le indica così:

1^ norma – possesso o proprietà del partner : marito e moglie sono reciprocamente vincolati nel “tu mi appartieni” . E’ una concezione tipicamente statica del rapporto, dove le tentazioni simbiotiche riaffiorano, mortificando in vario modo la realizzazione personale.

2^ norma – denegazione del proprio sé . Al contratto insensibilmente si finisce per sacrificare la propria identità personale : “Sono pronto a sacrificarmi per te, a rinunciare a questa mia esigenza a vantaggio della nostra unione”; sembrerebbe altruismo e generosità, invece è una concezione di morte ad ispirare questa norma. Il solco che separa masochismo e altruismo è sottile, ma profondo è il baratro sotteso.

Chi si dispone a coartare, a sacrificare la propria identità e il proprio bisogno di realizzazione, forse riuscirà a salvare formalmente la propria unione, ma preparerà l’atrofia dell’unione stessa. L’altro cresce non nella misura in cui l’uno si sacrifica, ma nella misura in cui si realizza nel rapporto stesso.

3^ norma – mantenimento del fronte-coppia . “Come gemelli siamesi noi dobbiamo sempre apparire come coppia”. Il matrimonio in sé diventa la carta d’identità, come se uno non esistesse senza di esso.

4^ norma -comportamento rigidamente ispirato al ruolo . I compiti e le prestazioni varie sono predeterminate dagli stereotipi di mascolinità e femminilità. L’alibi del ruolo serve così a eludere il rischio di una implicazione interpersonale più profonda.

5^ norma – fedeltà assoluta . Fisicamente e psicologicamente obbligante, mediante coercizione morale, se non fisica, piuttosto che frutto di libera scelta e di maturazione.

6^ norma – esclusivismo totale . “Lo stare insieme ad ogni costo e sempre, anche se forzato, finirà per salvaguardare l’unione, qualunque cosa accada”.

Questa cappa di normatività estrinseca, al servizio di un intimismo consumistico, va smascherata, perché prepara la stasi, la morte della coppia. Va affermata invece una visione del matrimonio di tipo evolutivo, come tappa di sviluppo, non come traguardo definitivo (NB: bisogna “investire” meno nel matrimonio).

Ci sono due concezioni dello sviluppo della personalità : una impostazione per così dire “accrescitiva ” di sviluppo, (di significato passivo), conservatrice e sostanzialmente statica. Il bambino è concepito come un uomo in miniatura e lo sviluppo un fenomeno statico lineare di crescita di una struttura che sostanzialmente è identica a sé stessa, si muove solo nel senso di un accrescimento quantitativo.

In contrapposizione a questa posizione accrescitiva si è venuta affermando una visione dinamica dello sviluppo della personalità, intesa come un processo continuo di trasformazione e di evoluzione. L’uomo quindi non si accresce, ma evolve; la sua legge non è la statica prevedibilità, ma il cambiamento. Lungo questa linea incessante di progresso si misura il cammino agile della personalità verso la sua liberazione nel senso del passaggio da situazioni di dipendenza (eteronomia), verso forme sempre più evolute di autodeterminazione razionale e creativa (autonomia).

Alla radice della logica conservatrice, accrescitiva, si nasconde la paura come molla che blocca il progresso della persona. Paura di lasciarsi andare fluidamente nel gioco rischioso della libertà: paura di abbandonare le vecchie certezze, paura di affrontare il vuoto senza rischiarsi verso nuovi orizzonti creativi. Invece, molla traente della prospettiva dinamica dello sviluppo è la speranza .

Speranza che dopo aver lasciato il braccio della madre (la morte ha questa certezza), c’è la scoperta dell’autonomia. Dopo la morte la risurrezione. Quella speranza che (come osserva Erikson ) “è la più precoce e indispensabile virtù inerente allo stato di essere vivi “. Quella speranza che una volta stabilita come qualità “basica” dell’esperienza, rimane viva anche indipendentemente dalla verificabilità delle “speranze”.

Il rischio liberante della innovazione continua , sotto l’impulso della speranza, costituisce quindi una prima chiave interpretativa importante per l’analisi della coppia in crisi. A questo rischio si contrappone (nell’impostazione statica-conservatrice) il “bisogno di controllo” di sé stessi e degli altri.

L’evoluzione, la realizzazione della persona, non si attua tuttavia nel vuoto: l’uomo cambia ed evolve in un rapporto di coesione con gli altri. Il bisogno di coesione è fondante lo sviluppo a patto che avvenga nella dimensione della mutualità . La mutualità può essere concepita come una relazione un cui due membri dipendono l’uno dall’altro per lo sviluppo delle rispettive potenzialità (interdipendenza).

Questo principio ci fa capire che non è tanto nella misura in cui uno dà o si mortifica per l’altro che l’altro cresce, ma nella misura piuttosto in cui uno si “realizza” nel rapporto con l’altro, che l’altro cresce. Il contrario della mutualità è la pretesa che l’altro cambi senza il rischio partecipativo del proprio cambiamento nel rapporto stesso. Non ha senso dire: “ho la speranza che la mia donna sarà più donativa”, ma nella misura in cui rischiandomi nel rapporto, io stesso divento più donativo, in quella misura si cresce entrambi.

La garanzia quindi dello sviluppo sembra fondarsi in relazioni di reciprocità, in cui al di fuori di ogni logica prevaricatrice, la realizzazione di sé passa attraverso la realizzazione dell’altro e viceversa. Questo sono due chiavi normative ideali che possono innovare profondamente il rapporto di coppia: accettazione della vita come processo continuo di innovazione nella speranza e convinzione che la crescita autentica non avviene se non nel rispetto della mutualità .

Accettazione della vita non come processo statico di accrescimento, ma come processo dinamico di innovazione nella mutualità : questa chiave di lettura ci consente di prendere coscienza di ciò che è morto nel modello tradizionale di relazione di coppia e di individuare le linee emergenti di un significativo salto evolutivo. E’ in questa luce che andranno rivisti i concetti stessi di fiducia, di sessualità, di ruolo, di uguaglianza nella coppia.

A cura del Dott. Cesare De Monti

Fonte: http://www.benessere.com

Crisi della coppia e minori

11 febbraio 2009

Crisi della coppia e minoriLa situazione di figlio di genitori separati sta diventando sempre più frequente in Italia, come del resto in tutto il mondo occidentale. È una situazione che comporta inevitabilmente per il bambino momenti di crisi non solo nel periodo in cui tale separazione di fatto avviene, ma anche e soprattutto nel periodo precedente ad essa e talora in quello successivo. Non si tratta per lui solo di cambiare abitudini di vita e modalità di rapporto con i genitori: sono in gioco anche la qualità di tale rapporto, la possibilità di trovare sostegno nei genitori, i suoi processi di identificazione, lo stesso strutturarsi della sua immagine di sè e della sua identità sociale.

Il bambino può sentirsi in pericolo perchè non trova chi si preoccupa pienamente dei suoi autentici bisogni, ma – soprattutto se è piccolo – può sentirsi minacciato dai suoi stessi impulsi, quando vede concretizzarsi nella realtà quelle sue fantasie aggressive e di divisione dei genitori che sono normale retaggio di alcune fasi del suo sviluppo psicologico.

Egli può reagire a questo con comportamenti che aggravano la distanza psicologica tra lui e i genitori, già presente per il concentrarsi delle loro energie e della loro attenzione sul conflitto reciproco, ma può anche cercare un ‘accomodamento’, instaurando stili di comportamento funzionali alla situazione familiare, ma disfunzionali per la sua crescita come persona e per la sua socializzazione (come quando accetta ruoli che lo pongono in posizione di passività, o sviluppa meccanismi difensivi che risultano adeguati per non essere troppo coinvolto o danneggiato nel conflitto genitoriale ma che a lungo andare si rivelano inadeguati nell’ambito di altri sistemi relazionali a cui partecipa: quello scolastico, il gruppo dei coetanei…). Egli può anche, a volte intenzionalmente ma più spesso senza rendersene conto, sostenere o accentuare il conflitto dei genitori attraverso la ‘scelta’ di uno di essi, a cui spesso viene più o meno direttamente sollecitato. Ma anche questo acuisce le sue difficoltà e i suoi motivi di crisi perchè, lungi dall’aiutarlo ad uscire dal disagio, lo porta a dover sostenere in continuazione tale scelta e a volte anche ad autoprecludersi i rapporti con l’altro genitore, non avendo altra possibilità, per vivere meno angosciosamente e non porsi sempre in discussione, che il rifiutare il contatto con una realtà che gli ripropone una “verità” diversa e lo espone a sensi di colpa e a timori di punizione e di abbandono.

Naturalmente, la separazione dei genitori non comporta automaticamente una problematica dei figli che non possa essere superata. È stato anzi da più parti dimostrato come si sviluppino nel corso degli anni maggiori disturbi di personalità e di socializzazione tra i figli di genitori formalmente uniti ma il cui menage è caratterizzato da tensioni più o meno acute e prolungate.

Tuttavia, la crisi del bambino che partecipa al disgregarsi dell’unione dei genitori può essere superata solo se questi ne percepiscono l’esistenza e si adoperano per aiutare il figlio in tal senso. Ciò purtroppo spesso non avviene. I genitori infatti non poche volte tendono a coinvolgere e a strumentalizzare il figlio nella loro contesa e spesso non riescono a cogliere il significato dei comportamenti che egli mette in atto per adeguarsi alla situazione, o comunque con l’intento di trovare in essa un vantaggio, o anche solo la possibilità di essere “visto” o “ascoltato“. Una lettura non appropriata di tali comportamenti anzi a volte li allarma, ed essi divengono sempre meno disponibili a comprendere le reazioni del figlio e ad aiutarlo a superare le sue difficoltà.

È d’altra parte comprensibile che un simile aiuto venga dato difficilmente nel momento della separazione, che è per ambedue i genitori momento di grave crisi personale. I vari stati d’animo che si possono sviluppare in questa circostanza inevitabilmente rendono soggettiva la percezione della realtà e fanno concentrare ogni energia nel tentativo di trovare, in se stessi e nel contesto, elementi che permettano di sentirsi, e di proporsi agli altri, come persone valide. Non raramente, inoltre, per potersi garantire un’immagine di sè positiva, i coniugi hanno bisogno di contrapporre ad essa l’immagine negativa del coniuge: in questi casi, non solo vi è scarsa disponibilità verso il figlio, ma vi è anche l’esigenza che il figlio sia disponibile a confermare la propria interpretazione della situazione.

Tuttavia, una difficoltà ad aiutare il bambino nei suoi problemi può esistere anche prima della separazione se i genitori, nel tentativo di definire la consistenza della propria posizione con la ricerca di “alleati” fuori e dentro il nucleo familiare, condizionano il loro rapporto con il figlio all’atteggiamento che questi assume nei loro confronti e nei confronti dell’altro.

Ugualmente, può mancare per molto tempo dopo la separazione una capacità a recepire le esigenze e le problematiche del figlio, quando i genitori non riescono a raggiungere un “divorzio psichico”, cioè la cessazione di una dipendenza emotiva reciproca, e tendono a bloccare lo scorrere degli eventi piuttosto che adeguarsi ad essi. In tali casi, anzi, essi possono danneggiare ulteriormente il figlio quando, coinvolgendolo nella strutturazione delle loro difese, arrivano a costruirgli, attraverso complessi meccanismi di proiezione, identificazione o compensazione, bisogni e ruoli non suoi, che lo costringono a nascondere, camuffare, distorcere i propri sentimenti (ad esempio quelli verso l’altro genitore), e ad accettare pertanto di perdere qualcosa di sè per non perdere una disponibilità, se pur parziale, di uno o di ambedue i genitori.

Così appare evidente che la risoluzione delle problematiche affettive del bambino i cui genitori si stanno separando o si sono separati, potrebbe essere favorita da un aiuto che venisse dato a questi ultimi dall’esterno, sia direttamente, attraverso una chiarificazione delle problematiche del figlio e una guida e una risposta adeguata al loro esprimersi, sia indirettamente, attraverso un’azione intesa a sostenere i genitori nell’uscita dalla loro stessa situazione di crisi personale, perchè possano trovare da soli, una volta riacquistata una sufficiente stima di sè, modalità di rapporto con il figlio valide e gratificanti per ambedue, e conservare uno spazio per un simile rapporto tra il figlio e l’altro genitore.

Questo aiuto alla famiglia che si disgrega, in funzione della prevenzione e del trattamento dei disturbi psichici dei suoi componenti, è ormai scontato in molti paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, si è venuta sviluppando una specializzazione nel trattamento delle problematiche psicologiche inerenti alla separazione e al divorzio. In questo caso, nel lavoro terapeutico non vengono presi in considerazione solo i problemi che i coniugi pongono, ma anche gli aspetti psicologici che essi non sono riusciti ad evidenziare e che stanno alla base del permanere di incomprensioni e conflitti. Tra questi viene posto di solito in primo piano il problema dei figli, considerati in situazione di rischio psicologico, anche se non vi è una dichiarata contesa di essi da parte dei genitori: il lavoro in questi casi è indirizzato a una chiarificazione delle forme con cui essi vengono concretamente coinvolti nel conflitto, e ad un progetto di prevenzione della comparsa e dell’aggravamento di eventuali disturbi psichici.

Sono comparse anche pubblicazioni a carattere divulgativo per genitori e per gli stessi bambini, mentre la pubblicistica specializzata appare molto abbondante. Questo non significa che non debba essere tentata, ove possibile, una ricostruzione dell’unione coniugale, considerando che una sua dissoluzione è pur sempre fonte di difficoltà per tutti i membri del nucleo familiare, ma significa che, una volta accertata l’impossibilità di ristrutturare l’unione in modo tale da presentare elementi di positività per le relazioni familiari, viene presa in considerazione in modo realistico la possibilità che la separazione comporti la minor sofferenza possibile per tutti.

In Italia, l’aspetto psicologico della separazione è relativamente trascurato, se si fa eccezione per alcuni consultori familiari e per qualche associazione privata che hanno scelto come campo d’azione e d’interesse principale il terreno delle problematiche relazionali.

Risulta così scoperto un grosso ambito d’intervento su persone a rischio psicologico, e in particolare sui bambini soggetti a tale rischio.

In questa situazione ha certo un’influenza notevole un atteggiamento culturale verso la separazione che deriva da una concezione di famiglia intesa ancora essenzialmente come istituzione garante della struttura sociale e della trasmissione dei valori etico-normativi che ad esse sottendono. Una famiglia che va quindi protetta e garantita al massimo nella sua unità, indipendentemente dalle dinamiche interpersonali che si sono sviluppate tra i coniugi, anche se queste non solo non permettono più alcuna forma di sostegno reciproco, o determinano una situazione di conflittualità permanente tra loro, ma sono anche venute assumendo caratteristiche tali da poter essere considerate distruttive per ambedue.

È una concezione che rispecchia una scarsa attenzione all’uomo come persona, ponendo in primo piano un interesse “sociale” esso stesso basato più sulla conservazione delle istituzioni che sulle effettive esigenze degli individui che tale società compongono, e che trova riscontro in quanti temono che il dar peso alle esigenze personali dei singoli, e quindi anche dei coniugi, possa essere di per sè un elemento di indebolimento della famiglia e quindi della società. In questo contesto, la separazione viene accettata solo come dato di fatto, ma non valutata positivamente, nè considerata un mezzo atto a risolvere problemi coniugali non altrimenti risolvibili e per consentire ai coniugi di trovare altri modi e altri spazi non solo per vivere e per realizzarsi, ma anche per essere più disponibili ai figli e per permettere loro esperienze di vita più positive.

E di questo sembrano convinti, nella realtà italiana, paradossalmente, gli stessi coniugi che si separano, che assai spesso tendono a nascondere ai figli questa loro intenzione o a spiegar loro in modo poco chiaro e contraddittorio cosa sta avvenendo. Certo, ciò accede anche perchè essi vivono la separazione con ansia e con notevole incertezza per la nuova condizione: ma è evidente che se essi non la sentissero socialmente poco accettabile riuscirebbero ad affrontarla più realisticamente e a prospettarla più serenamente al figlio ponendo in evidenza i vantaggi che egli stesso ne può ricavare.

In quest’ottica, anche il discorso dell’interesse e dell’educazione dei figli, pur considerato scopo primario della famiglia, assume un carattere particolare e riflette la sostanziale scotomizzazione dei singoli come persone: è evidente infatti che il loro crescere in una famiglia solo formalmente unita ma caratterizzata da scontri o incomunicabilità tra i suoi membri può essere considerato solo un mezzo per trasmettere loro un valore di indissolubilità del matrimonio che prescinda dalla qualità delle relazioni interpersonali tra i componenti del nucleo familiare. Sembra così perseguito non tanto l’interesse per una adeguata crescita psicologica del bambino, quanto piuttosto l’interesse che esso assuma alcune norme sociali: atteggiamento che, peraltro, corrisponde al concetto ancora largamente diffuso di educazione intesa come trasmissione di valori, piuttosto che come aiuto al bambino a far emergere le sue capacità e a realizzarle in modo autonomo.

In tale situazione, è comprensibile come i coniugi e chi li circonda non riescano ad avvicinarsi alla realtà della separazione senza tendere ad una immediata classificazione morale dell’evento che richiede la ricerca di un colpevole e di un innocente, di una “ragione” e di un “torto”. Ed è comprensibile come spesso l’intervento del giudice venga visto come l’unico possibile in caso di contrasti che i coniugi non riescono a risolvere da soli.

I tempi appaiono maturi anche in Italia per interventi psicologici specifici sul disagio della famiglia che si va disgregando e in quest’ambito la psicologia italiana ha ancora molto da recuperare rispetto a quanto è già stato fatto in altri paesi. Si tratta, oltre che di affrontare un lavoro delicatissimo nella sua specificità, di compiere un lavoro più vasto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica al problema nella sua concretezza. È evidente infatti che i coniugi che si separano saranno tanto più capaci di affrontare con realismo le loro difficoltà e quelle dei figli quanto più si sentiranno capiti da coloro che li circondano.

di Laura Mullich

Fonte: http://www.geocities.com

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