Posts Tagged ‘genitori’

La famiglia italiana

6 novembre 2009

Famiglia italianaLa struttura della famiglia degli ultimi trenta anni è molto diversa dal modello tradizionale della famiglia italiana. La famiglia moderna è composta dai genitori ed uno o due figli (raramente, almeno al Centro- e Nord-Italia, più di due), ed entrambi i genitori generalmente lavorano fuori casa.

La famiglia tradizionale, agricola e patriarcale, era invece molto numerosa e riuniva genitori, figli e nipoti sotto uno stesso tetto: era formata, insomma, da quelle che oggi sarebbero considerate più famiglie differenti. Gli uomini lavoravano, mentre le donne si occupavano della casa e dell’educazione dei figli.

La trasformazione della famiglia, causata dalla conversione dell’Italia da un paese prevalentemente agricolo ad uno industriale, non ha, tuttavia, ancora cancellato ogni traccia del vecchio modello. Ci sono ancora abitudini e modi di pensare che legano la famiglia del passato a quella del presente.

In primo luogo, a livello della vita quotidiana, le famiglie italiane si riuniscono sempre, per almeno un pasto al giorno, intorno allo stesso tavolo. La cena è un momento di dialogo tra genitori e figli, uno dei pochi nei quali tutti i membri della famiglia hanno la possibilità di stare insieme.

In secondo luogo, pur essendo una famiglia nucleare, non è raro che uno dei nonni paterni o materni, specialmente se è rimasto vedovo o vedova, viva in casa con uno dei figli. Anche se non in casa, in ogni modo, i nonni vivono generalmente nella stessa città di uno dei figli e sono oggetto delle cure dei familiari. Accade di rado, solo in caso di impossibilità pratica a fornir loro assistenza, che i figli chiedano il ricovero dei genitori anziani in istituti (le cosiddette “Case di riposo”).

Un ulteriore elemento che lega ancora la famiglia italiana di oggi a quella del passato è lo stretto legame affettivo che rimane tra i suoi membri, anche quando questi hanno formato nuovi nuclei familiari. Gli italiani sono, per esempio, sempre pronti ad aiutare i loro parenti, specie nel campo del lavoro o nelle difficoltà economiche.

E anche se vivono lontano i membri di uno stesso gruppo familiare cercano sempre di ritrovarsi tutti insieme in occasione delle feste religiose (Natale e Pasqua) o di quelle familiari (battesimi, prime comunioni, matrimoni).

Se confrontiamo, infine, la famiglia italiana con quella americana, emerge un’ultima caratteristica del modello italiano. E’ molto comune che i figli vivano con i propri genitori molto più a lungo che negli altri paesi occidentali, spesso fino ai trenta/trentacinque anni. Prima di sposarsi e di iniziare una nuova famiglia, infatti, è normale, per un giovane italiano, continuare a vivere nella stessa casa dei genitori e dipendere economicamente da loro (su questo tema vedi anche i giovani e il rapporto con la famiglia).

A differenza dei giovani americani, che anche quando vanno a scuola hanno spesso lavori stagionali, i giovani italiani che continuano gli studi dopo la scuola dell’obbligo, di solito, non lavorano né durante l’anno scolastico, né durante l’estate e continuano ad essere mantenuti dai genitori. Anche questo è un elemento della mentalità dei giovani e dele famiglie italiane che può stupire un americano. Ma non si tratta solo di un problema di mentalità: è anche vero che molti giovani non lavorano durante le vacanze perché in Italia è molto difficile trovare un lavoro stagionale.

Anche per quanto riguarda il lavoro che un giovane cerca una volta che ha finito gli studi, ci sono molte differenze tra la situazione di un italiano e quella di un americano. Dopo l’università una larga percentuale dei giovani rimane in attesa di un’occupazione per lungo tempo. Oltre ai problemi di un mercato del lavoro in recessione, infatti, i giovani devono fare i conti con problemi di mentalità. Per un italiano, infatti, il posto di lavoro deve essere stabile per essere davvero soddisfacente. Egli cerca nel lavoro per prima cosa la sicurezza che non dovrà né cambiare occupazione né trasferirsi in un’altra città. Se trova un’occupazione che gli garantisce questo tipo di stabilità, la preferisce anche ai possibili benefici economici di una carriera più elastica.

Fonte:http://www.italica.rai.it/principali/lingua/culture/famiglia.htm

Genitori separati e figli

30 marzo 2009

divorce-2La separazione sarà dolorosa ma è accettabile, ciò che è dannoso è essere oggetto di rivendicazione, restare invischiato in dinamiche inconsce.

Il numero dei divorzi è in aumento ed ormai la maggior parte di noi lo ha sperimentato in prima persona o condiviso con parenti o amici.

Perchè si verificano tanti divorzi?

Le persone oggi sono così fragili che alla prima difficoltà ricorrono all’avvocato?

I figli sono ” condannati” ad una vita sofferente per la separazione?

Cambiamenti sociali sono in atto ed è sotto gli occhi di tutti che la famiglia come istituzione incrollabile è in crisi. Situazioni di malessere e disagio ci sono da sempre, oggi non è più un tabù ascoltare i propri vissuti, non a caso è “il femminile”, la donna, che per secoli si è impegnata a mantenere l’equilibrio interno della famiglia, che oggi rompe spesso il legame matrimoniale.

Immaturità, delega, pigrizia psicologica, assenza di comunicazione, sono spesso alla base dei nostri problemi, che se non affrontati, possono condurre alla separazione, come soluzione di distanza, per porre fine ad un malessere che non sappiamo più gestire.

Separarsi significa distinguersi, farsi autonomo, individuo e soggetto: la separazione è tappa fondamentale nel processo di crescita del bambino, che si affranca dalle figure genitoriali, e il nostro distinguerci e nascere come soggetti ha sempre a che fare con un separarci dal collettivo, da una vecchia identità. Nella vita di coppia avviene una medesima dinamica.

Sappiamo bene che nel rapporto di coppia sono in gioco grosse proiezioni.

Da una fase di identità inconscia tipica dell’innamoramento in cui si è “una cosa sola”, arriva il momento critico, ma anche evolutivo, in cui iniziamo a percepire l’altro per quello che è, a percepirne le ombre. A parte casi in cui si insinuano patologie o dinamiche più complesse, accade che se non si coglie l’occasione di tornare a se stessi, la dinamica del rigetto psicologico e concreto dell’altro vincerà. Passare da un rapporto interdipendente e spesso simbiotico ad uno più intersoggettivo, accettando fasi alterne, vicinanze e distanze fisiologiche, sembra molto difficile, ma necessario. Farci consapevoli delle ombre in gioco nella relazione è la sola strada per non ripetere copioni infantili e affrancarci dalle dinamiche edipiche che intessono troppo spesso i nostri rapporti.

Un recente sogno di una donna separata provocatoriamente la sveglia:

Ella si reca da un meccanico, figura saggia , per aggiustare l’auto. Si accorge che in realtà sta portando ad aggiustare l’attuale compagno. Le viene detto che ” il problema non è lui ma in se stessa. Capita ancora che si sostituisca il partner, restando nella opposizione e facendo fuori l’altro, rifuggendo o rimandando un confronto con noi stessi. Diventa più complicato “uccidere” e disfarsi dell’altro ( ammesso che sia possibile) quando ci sono figli. La presenza dei figli ci richiama alla necessità di recuperare l’altro come persona e come genitore necessario al bambino. Paradossalmente la presenza dei figli in un processo di separazione può essere il motivo che ci inchioda a farci consapevoli. Tutti i bambini sono profondamente scossi e turbati dalla separazione. Non capiscono (loro ancora meno dei genitori) quello che succede, hanno una terribile paura di essere abbandonati e di essere loro la causa di ciò che accade. Non a caso rabbia, tristezza, regressioni, aggressioni e somatizzazioni varie si possono accompagnare a questo difficile evento. Gli adulti sono spesso sopraffatti dai loro vissuti dolorosi e contraddittori e hanno bisogno di aiuto psicologico per essere sostenuti. Scattano sentimenti di colpa e autopunizione del tipo” i miei bambini devono soffrire per le conseguenze dei miei errori?”. Tutto ciò rimanda alla necessità improrogabile di elaborare il più possibile ciò che accade.

I genitori covano rabbia durante il processo di separazione e si incolpano l’un l’altro per il divorzio, così amarezza, rifiuto, tradimento ed abbandono non li mette in grado di soffermarsi sui bisogni dei figli. Questi vissuti che sono inevitabili, possono essere superati. Molti invece, nonostante la separazione, non smettono di litigare, non possono chiudere il matrimonio definitivamente, rimangono emozionalmente legati, anche se il legame è doloroso.

Chiudere il matrimonio psicologicamente è molto più difficile che risolvere la causa in tribunale. Chiudere col passato significa anche accettare l’ambivalenza dei propri sentimenti. La separazione si lascia dietro sempre cose buone e cattive. Là dove la separazione emotiva non avviene, sorgono problemi nei figli, perchè l’attenzione alle reciproche ombre impedisce di trovare un accordo. Non è importante che un bambino provenga da una famiglia unita o da una famiglia divisa: i bambini possono trovarsi male in entrambi i tipi di famiglia. Ci può essere collaborazione, una buona educazione e attenzione alle regole in ogni tipo di famiglia. Le minacce, i litigi, le offese e le tensioni continue possono creare bambini infelici, insicuri, con problemi comportamentali anche in una famiglia “tradizionale.” La separazione sarà dolorosa ma è accettabile, ciò che è dannoso è essere oggetto di rivendicazione, restare invischiato in dinamiche inconsce.

Il tema “separazione” è scottante e attuale, poichè ci rimanda a legami rispetto alla famiglia di origine da prosciogliere: cordoni ombelicali invisibili sono attivi più spesso di quanto non vogliamo credere. Sono testimone di molte persone che proprio a partire dal divorzio, iniziano quel lento e faticoso ritiro delle proiezioni e pretese dal partner, scoprono per la prima volta di avere potere trasformativo sulla loro vita, riescono a percepire l’ex coniuge come persona, e uscendo dalla delega reciproca si scoprono padre e madre dei figli, confermando ancora che non sono gli eventi in sè a essere buoni o cattivi, ma il desiderio e la capacità di crescere attraverso ogni esperienza.

Simonetta Figuccia

Fonte: http://www.geagea.com/

I rapporti familiari

19 marzo 2009

0806-12-004“Per famiglia s’intende un insieme di persone tra loro coabitanti qualunque sia il vincolo di parentela, affinità, di amicizia che le lega e può essere costituita anche da una persona sola; per nucleo famigliare s’intende un insieme di persone tra loro coabitanti che sono legate dal vincolo di coppia e/o dal rapporto genitori-figli. (ISTAT 1988)”

Famiglia: un sistema dinamico

Per molti la famiglia è il luogo in cui si sperimentano l’amore e l’odio più forti; in cui si gode della più profonda soddisfazione e in cui si soffrono le più dolorose delusioni. Esistono più fattori che agiscono costantemente per mantenere il sistema familiare in equilibrio; tutte le famiglie sono, infatti, soggette a tensioni, a squilibri, a crisi, e tutte sviluppano un numero di tecniche, più o meno ampio, per mezzo delle quali affrontano le situazioni che inducono ad un cambiamento. Alcune di queste forze possono essere considerate “eventi prevedibili” come:

fidanzamento

matrimonio

nascita del primo figlio

entrata a scuola del primo figlio

adolescenza dei figli

matrimonio dei figli

pensionamento di uno dei due coniugi

morte di uno di loro…

Altri eventi, invece, possono essere considerati “tensioni traumatiche” come:

morte inaspettata di un coniuge o di un figlio

malattia o l’inabilità di un membro della famiglia

crolli finanziari…

Fasi del ciclo vitale

Formazione della coppia

Famiglia con bambini

Famiglia con adolescenti

Famiglia trampolino

Famiglia in tarda età

Evento critico

Matrimonio o convivenza

Nascita dei figli

Adolescenza dei figli

I figli escono di casa

Pensionamento, malattia, morte

Livelli di funzionamento della famiglia

In una famiglia indipendente e adeguata i membri del nucleo sanno identificare le diverse problematiche, sono competenti e sanno come fare ad affrontare le difficoltà.

In una famiglia vulnerabile alla crisi i membri della famiglia riescono a fronteggiare i loro problemi ma talvolta vanno incontro, per un certo periodo di tempo, a difficoltà. Hanno necessità di un aiuto limitato.


I membri della famiglia definita ristrutturabile  presentano notevoli problemi che non sanno risolvere da soli, perciò hanno bisogno di un aiuto esterno.

Nella famiglia supportabile I membri del nucleo necessitano continuamente di un sostegno esterno.

La comunicazione in famiglia

Molti problemi che si innescano tra genitori e figli come pure tra partner, nascono dalla difficoltà di comunicazione. I blocchi comunicativi creano nodi all’interno delle relazioni e squilibrio nel nucleo familiare.

La cattiva comunicazione Induce i membri della famiglia a:

Non aver chiaro che cosa si deve fare

Fraintendere quello che viene detto loro

Non comunicare idee e pensieri personali

Non sapere perchè fanno quello che fanno

Avere una bassa autostima

Creare una struttura della famiglia rigida e poco reattiva

La comunicazione efficace Induce i membri della famiglia a:

Essere al corrente di quello che si deve fare

Capire il perché di quello che si sta facendo e in che modo corrisponde agli obiettivi dell’organizzazione familiare.

Disporre delle risorse al posto giusto e al momento opportuno

Accettare ed applicare qualsiasi idea che possa migliorare il clima e le relazioni in famiglia

Apprendere e sviluppare più rapidamente le proprie capacità relazionali

Risolvere rapidamente i problemi

Creare un’organizzazione familiare flessibile che reagisce agli eventi stressanti rapidamente

E’ importante tenere presente che: Ogni genitore che manifesta un atteggiamento positivo e accogliente verso sé e gli altri, cresce figli sani I genitori che si prendono cura di sé sono maggiormente capaci di prendersi cura dei figli educare un figlio significa insegnargli ad usare pensieri, emozioni e comportamenti personali affinché sia responsabile delle proprie azioni.

Essere genitori può far precipitare a bisogni e paure che caratterizzano la fascia evolutiva che sta attraversando il proprio figlio.

Fonte:http://www.benedettabarbanti.it

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Prima parte

warner_p1-usata-usataDa ormai molti decenni gli studiosi di sociologia e gli storici hanno considerato “la famiglia” argomento degno di analisi e di studio.

Nell’antichità e nell’epoca classica la famiglia era basata su regolamenti molto ampli e, come affermato dalla prof.ssa F. Sofia, poteva esserci una sorta di equazione tra il concetto di famiglia (inteso come somma di una struttura abitativa ed i suoi componenti) e quello di economia: l’economia è “domestico-familiare” in quanto dispensatrice di sussistenza che, in molti casi, è di tipo circolare e nasce, si sviluppa e si conclude in se stessa.

Nel 1700, invece, comincia a svilupparsi una trasformazione di tali elementi che condurrà l’economia ad uscire dall’ambito familiare-domestico per unirsi all’ambito del “pubblico” e della “politica”, dando così origine “all’economia politica” retta da elementi legati a dinamiche non più solamente di autolimitazione e di sussistenza.

Non è un caso che per molti, filosofi e pensatori politici in primo luogo, solo il “buon cittadino”, cioè chi è libero dal lavoro e che mantiene se e la propria famiglia, potrà occuparsi di politica risultando un buon patriota.

Gli studi sulla famiglia, inizialmente, videro forti differenziazioni metodologiche tra storici, sociologi e demografi, ma negli ultimi decenni si è assistito ad un riavvicinamento tra questi diversi campi di studio anche se le differenti scuole e correnti di studio hanno prodotto risultati molto discrepanti fra loro, la cui comparazione ed analisi risulta molto interessante e stimolante.

LA FAMIGLIA: LE DEFINIZIONI

Con il termine “famiglia” si è soliti indicare tre differenti e distinte realtà:

a) un gruppo di individui che vivono insieme nella medesima abitazione, le regole con le quali si forma tale gruppo, la sua ampiezza e la sua composizione, le modalità secondo cui si trasforma, si sviluppa e si divide. In questo caso il termine più corretto per indicare tale situazione è “struttura familiare”;

b) i rapporti (affetto, autorità) esistenti in tale gruppo e le dinamiche con le quali i coresidenti sotto il medesimo tetto interagiscono e le emozioni che provano l’uno per l’altro. Il termine più adatto per indicare questa condizione è “relazioni familiari”;

c) i legami ed i rapporti esistenti fra distinti gruppi di coresidenti tra i quali vi siano dei rapporti di parentela e tutto ciò che intercorre fra di loro (aiuto, frequenza degli incontri, ecc.). “Rapporto di parentela” è il termine più esplicito per indicare questa situazione.

Le analisi e gli studi compiuti a riguardo dei tre angoli visivi sopracitati hanno condotto ad affermare che essi sono molto distinti ed indipendenti l’uno dall’altro e che quanto studiato in un singolo ambito non può essere automaticamente esteso agli altri poiché le dinamiche interne sono indipendenti le une dalle altre e conducono ad esiti disomogenei.

MUTAMENTI DELLE FAMIGLIE DELL’ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE

La struttura della famiglia tipo dell’Italia centro-settentrionale comincia a verificare una forte differenziazione tra città e campagna già dal XIV secolo: le famiglie urbane sono, per lo più, nucleari; quelle rurali complesse.

Nelle città la maggior parte della popolazione vive in nuclei familiari ristretti e ciò è dovuto al tipo di attività che i “cittadini” svolgono. In massima parte sono artigiani e commercianti che vivono del frutto del proprio lavoro e, per tale motivo, una struttura familiare di piccole dimensioni è propedeutica a tale modello economico e permette soddisfacenti condizioni di vita. Si deve ricordare che, spesso, sono presenti casi di persone che, almeno nella fase centrale e/o finale della propria vita, vivono sole.

Caso a parte è quello delle famiglie dei ceti più elevati: al momento di contrarre il matrimonio la moglie si trasferiva stabilmente presso la casa del genitore del marito e vi risiedeva vivendo in famiglie multiple (sia verticali che orizzontali) nelle quali erano presenti più generazioni di persone (molteplicità verticale) o più nuclei matrimoniali e/o persone sole (molteplicità orizzontale).

image021-usataLa famiglia tipica rurale era invece necessariamente numerosa, in quanto la sussistenza economica era legata al podere di proprietà o preso in affitto, la cui lavorazione richiedeva un’ampia composizione della famiglia stessa.

E’ legittimo affermare che la struttura familiare tra il XIV ed il XIX secolo fu molto stabile (sia nella versione urbana che in quella rurale) e che le epidemie del XVII secolo (tra cui la famosa “peste manzoniana”) ridusse solo temporaneamente la complessità delle differenti realtà familiari che, appena ripresesi dalle crisi di mortalità, riassumevano abbastanza rapidamente le caratteristiche precedenti.

La mortalità, sia quella dovuta a cause fisiologiche che quella dovuta a cause eccezionali, risultava essere una variabile con influenza non rilevante sulla struttura familiare; ciò risulta da una indagine compiuta su ampia scala.

Furono altri i due più importanti mutamenti avvenuti in seno alla famiglia dell’Italia centro-settentrionale nel periodo di tempo compreso tra il XIV ed il XX secolo.

Il primo riguarda le famiglie rurali ed è ben espresso dalle seguenti parole di M. Barbagli:

“Esso fu provocato da un insieme di profonde trasformazioni economiche e sociali delle campagne, ma soprattutto dalla diffusione dell’organizzazione produttiva poderale e dal passaggio della popolazione agricola da un tipo di insediamento prevalentemente accentrato ad uno sparso. Iniziate in alcune aree prima del XV secolo, queste trasformazioni avvennero in momenti diversi nelle varie zone dell’Italia centro-settentrionale nei tre secoli successivi.”

Esso produsse una forte trasformazione della struttura famigliare che cominciò ad assumere caratteristiche sempre più complesse legando se ed il proprio destino al podere su cui lavoravano.

Si ebbe il “trasloco” da insediamenti rurali limitrofi alla terra coltivata in locali abitatitivi posti al centro (o comunque all’interno) del podere su cui esercitavano la propria attività.

Si era passati da un tipo di insediamento accentrato ad uno sparso.

Il secondo mutamento, invece, interessò le famiglie delle aree urbane appartenenti al ceto medio-borghese (mercanti e commercianti) che andarono sempre più nella direzione di una struttura di tipo nucleare (sec. XVIII – XIX ).

Ciò fu favorito dai cambiamenti giuridici relativi alla trasmissione della proprietà avvenuta nel XVIII secolo: l’eredità era sempre più spesso costituita da denaro liquido che poteva essere molto facilmente diviso in più parti senza perdere di valore complessivo (contrariamente ai beni immobili per cui l’unità del lotto era parte integrante ed intrinseca del medesimo).

La storia delle relazioni domestiche, invece, è avvenuta in maniera abbastanza differente rispetto a quella della struttura familiare in quanto è stata influenzata da differenti variabili sociali ed economiche come espresso chiaramente nelle seguenti righe tratte da un saggio del già citato M. Barbagli:

“Naturalmente le regole di formazione della famiglia e la sua composizione hanno influito in vario modo sulla configurazione dei ruoli al suo interno. Da queste variabili dipendeva ad esempio se i bambini trascorrevano i primi anni di vita unicamente con i genitori oppure anche con nonni, zii e cugini e se gli anziani risiedevano da soli o con altri parenti. Il modello di residenza dopo le nozze influiva d’altra parte sull’età a cui si acquisiva una relativa autonomia dal padre.

Nella grande maggioranza della popolazione urbana, in cui ha sempre dominato la regola neolocale, i maschi si sposavano ad un’età un po’ più avanzata di quella della popolazione agricola appoderata, che seguivano invece il modello patrilocale. I primi diventavano però capofamiglia al momento delle nozze, mentre i secondi dovevano spesso attendere la morte del padre per raggiungere questa posizione. Ma dal modello di residenza dopo le nozze, dal grado di complessità della struttura familiare, dalla presenza o meno di persone di servizio dipendeva anche il sistema di divisione del lavoro che veniva seguito in casa.”

Elemento presente in tutti i diversi modelli di relazioni domestiche fu il mantenimento fino a tempi molto recenti della superiorità del potere e dell’autorità dell’uomo: la struttura ed il potere patriarcale fu caratteristica comune a tutte le differenti relazioni familiari e domestiche.

Nel secolo XIX tale modello basato sulla completa e totale deferenza dei figli nei confronti del padre, entrò in crisi e si affermò un modello, detto coniugale intimo, in cui il maschi (marito e padre) pur continuando ad avere potere e d autorità assoluta riduceva di molto le distanze sociali con la moglie ed i figli.

Volontariamente si ebbe una riduzione ed un controllo delle nascite e, in maniera indirettamente proporzionale, aumentò il tempo dedicato dai genitori ai propri figli. Ciò fu, ovviamente, il frutto delle grandi trasformazioni sociali, politiche ed economiche avvenute nei secoli XVIII – XIX (in primis la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese) che, messo in crisi l’Antico Regime, produsse grandi cambiamenti ai quali dovettero adeguarsi anche le relazioni familiari: nasceva un nuovo modello di famiglia dapprima sviluppatasi nei ceti più alti della realtà urbana e poi estesasi anche nei ceti meno abbienti, che avrebbe visto la propria affermazione nel XX secolo.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

Parlami, ti ascolto!

2 marzo 2009

parents1Molti genitori si lamentano della chiusura dei loro bambini.
“Non parla” “E’ sempre ombroso” “Vorrei che mi dicesse cosa prova” oppure…..

“E’ tutto suo padre/ sua madre , è chiuso come lui”….”Io mi metto con tutta la volontà ma lei/lui fa fatica a raccontare”.
Frasi comuni ,ma, cosa blocca il bambino nel comunicare i suoi stati d’animo, le sue emozioni, le sue paure?

Poniamoci una domanda : riusciamo ad ascoltarli senza esprimere giudizi? Ad ascoltare senza prendere posizioni, dare consigli, a proporre frasi fatte e confezionate da esibire ?

L’ascolto efficace deve rimandare al bambino la capacità di capire , di cercare soluzioni personali ( è deleterio “liquidare” le eventuali difficoltà con la ricerca di somiglianze parentali).

Un bambino ha bisogno di essere incoraggiato ed è errato pensare che i problemi dell’infanzia siano solo quelli drammatici ( povertà ,maltrattamento, violenza). La difficoltà di fare amicizia, la paura di misurarsi in ambienti esterni,ecc , non sono di poco conto considerato che la forza è roporzionata alla fatica. Sminuire le difficoltà ,e/o proporsi con un ascolto sommario,impedisce la costruzione di un dialogo e crea sfiducia nelle figure di riferimento.

Analizziamo alcuni elementi che impediscono la relazione empatica:
Ascoltare i fatti e non le emozioni:
ascoltare gli episodi che il bambino racconta non significa ascoltarlo davvero. Quando un bambino è preoccupato, triste o in difficoltà , non ha la capacità di esprimere la sua emozione ; i suoi messaggi in codice , raramente, vengono decifrati dall’adulto che focalizza l’attenzione sull’evento superficiale.

E’ necessario sintonizzarsi sul versante emozionale per “sentire” e “farsi sentire”
Postura del corpo durante l’ascolto:

Il bambino fa fatica a dire ma il suo corpo si esprime benissimo . Di fronte ad una emozione negativa la postura del piccolo si trasforma : è rigido , ripiegato, contratto… La posizione dell’adulto , nell’ascolto, deve trasmettere attenzione (proiettato verso il bambino ); una postura rilassata e lontana, dà l’idea di essere distratti e poco motivati ad accogliere il messaggio.

Drammatizzare :
Farsi prendere dal panico o sentirsi impotenti rispetto alla sofferenza del piccolo , non offre validi punti di riferimento e non stimola la fiducia nei “grandi”
La forza dell’adulto serve a facilitare lo scarico delle tensioni evitando di moltiplicarle con le proprie ansie.

Usare i perchè:
L’uso dei perché ha il sapore dell’indagine, dell’inquisizione, del giudizio pronto a colpire.
Porre delle domande usando ” che cosa”, “come” ” di che cosa” , apre maggiormente al dialogo ed elimina i sensi di colpa

“Cosa succede”- “Cosa hai pensato quando”-”Come hai vissuto la cosa” “Di che cosa hai paura” “Di che cosa hai bisogno”..ecc

Si può successivamente provare a ricongiungere i dati per avere insieme un quadro emotivo completo ( non interpretando ma unificando le informazioni)
Successivamente si può passare a chiedere :

“Quale può essere una soluzione”
“Cosa puoi fare”
“Cosa posso fare”
“Come posso aiutarti”

La comunicazione assume un altro significato , il bambino vive la sua difficoltà in modo attivo e sente di poter avere delle competenze ; il problema viene vissuto, quindi, come temporaneo e aperto alla soluzione.

Fonte: http://www.genitoriquasiperfetti.it

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