Posts Tagged ‘personalità’

Affettività ed emotività nella terza età

25 novembre 2009

Anche se la personalità è un fattore psicologico relativamente “stabile” nel tempo, in condizioni normali d’ invecchiamento fisiologico, nella senescenza anche gli affetti e le emozioni subiscono delle varianti. L’affettività muta sia per quantità, sia per qualità. In primis si nota una riduzione del coinvolgimento emotivo soggettivo, rispetto agli eventi pregressi che in passato destavano reazioni forti; si evidenziano espressioni meno evidenti (endogeno).

In secundis, l’attenzione emotiva si polarizza su determinati eventi perchè, non dal contesto sociale, l’anziano è immerso nelle problematiche personali: cioè dal suo benessere fisico e psichico e dal suo status economico e sociale. Pertanto si nota una prevalenza di egocentrismo sempre più accentuato.

A differenza della personalità del giovane che è di tipo centrifugo, proiettata verso l’esterno e verso il futuro, la personalità dell’anziano è centripeta, proiettata internamente verso il proprio Io, con ricordi, esperienze e sentimenti che lo caratterizza. L’affettività è incentrata al proprio presente e al proprio corpo che, come spesso succede, diventare oggetto di somatizzazioni fantastiche o preoccupazioni ipocondriache o il tramite tramite cui relazionale all’esterno per attirare le attenzioni altrui.

Quest’utilizzo “ad personam” non significa che per l’anziano i legami affettivi e le relazioni interpersonali non esistano o minime; al contrario, l’anziano è in grado di amare e ha necessità di essere ricambiato, di ricevere attenzioni e affetto. Gloi studiosi hanno più volte ribadito che a qualsiasi età, rapporti affettivi soddisfacenti agevolano un’attività psichica integralmente efficiente e una giusta motivazione alla vita.

In questo periodo della vita la sessualità continua a rappresentare un importante aspetto della vita affettiva. La perdita o riduzione della capacità riproduttiva non costituisce motivo di rinuncia all’atto sessuale, che continua a rappresentare fondamentale espressione psico-fisica di una relazione consapevole basata sull’amore. Le mutazioni fisiologiche, funzionali e anatomiche, che si riscontrano durante la terza età non sono per lungo periodo invalidanti da rendere la persona avanti negli anni inidonea ad attività sessuale; lo confermano i risultati di alcune recenti statistiche, il rapporto sessuale coniugale tra le persone anziane è abbastanza frequente.

Tra gli elementi che condizionano e determinano una diminuzione o una sospensione del rapporto sessuale troviamo le motivazioni psicologiche o relazionali. Ad esempio l’alto numero di anziani che sono rimasti vedovi/e, per la morte del coniuge. Per questi e per coloro che vivono ancora in coppia possono avere un importante effetto inibente i pregiudizi e gli stereotipi culturali che vedono l’anziano come asessuato, privo di desideri sessuali, immerso nella “pace dei sensi”. L’influenza generata dai luoghi comuni appena citati sugli anziani possono essere quelli della vergogna e del senso di colpa per avere ancora esigenze e pulsioni del genere.

L’insorgenza di alcuni disturbi sessuali, quali l’impotenza secondaria, l’incapacità iaculatoria, il vaginismo, può essere legata a tali vissuti, o a una reazione ansiosa e fobica di fronte alle modificazioni fisiologiche indotte dall’età (erezione più lenta e meno vigorosa, minore lubrificazione vaginale) che, se serenamente accettate, non costituiscono ostacolo all’attuazione dell’atto sessuale.

Diverse persone anziane rinunciano all’attività sessuale per eliminare gli insuccessi, o le frustrazione e il confronto vissuto come sconfitta personale. Ciò vale per le coppie di coniugi anziani, ma, a maggior ragione, per gli le persone anziane rimaste sole, per le quali un nuovo compagno e il timore di non essere all’altezza possono portare ad un notevole stato d’ansia.

I cambiamenti affettivi ed emotivi incidono notevolmente e si sommano a quelli cognitivi che oltre a deteriorarsi concorrono con le distorsioni ad aggravare ulteriormente il decadimento fisico e la malattia. Il tutto si mescola in un sinergismo negativo che modifica le preesistenti abilità sociali e l’efficienza dell’età matura.

La progressiva “fragilità” della persona anziana, entro certi parametri, può essere favorevolmente sostituito da risorse ancora esistenti ed attivabili, ma, nel contempo, bisogna considerarel’impatto cui l’anziano va incontro quando, qualora collocato in un contesto, si trova a dovere affrontare l’immagine, la funzione, ma soprattutto l’importanza che gli viene oggi riservata nella cultura e nella struttura sociale.

(Dott.ssa Mariagabriella Corbi)

Fonte: http://www.laprevidenza.it/news/documenti/articoli_corbi/3833

Autostima e Amore

5 ottobre 2009

Autostima e AmoreLe “A” dell’autostima
1. Caratteristiche dell’autostima

1. APPREZZAMENTO genuino di sé in quanto persona, indipendentemente dalla propria attività o dai propri beni, così da considerarsi simili – pur nella differenza – a qualsiasi altro essere umano. E’ un apprezzamento che include tutto il positivo presente in se stessi: talenti, abilità, qualità fisiche, mentali e spirituali... Colui che si apprezza, gioisce stupito per le proprie qualità manifeste, e sa, qualora se lo proponga seriamente, di poterne sviluppare altre ancora latenti. Gioisce dei propri successi senza presunzione, né vanteria, indizi, generalmente, di sentimenti di inferiorità. “Tutti abbiamo dentro noi stessi una Buona Novella! La Buona Novella è che davvero non sappiamo quale possa essere la nostra grandezza, quanto possiamo amare, quanto possiamo ottenere, quanto grandi siano le nostre possibilità. Non si può rendere una Buona Novella migliore di questa” (Anne Frank)

2. ACCETTAZIONE tollerante e speranzosa dei propri limiti, debolezze, errori e insuccessi. Chi accetta se stesso, si riconosce essere umano fallibile, come tutti gli altri, e non si meraviglia, né si angoscia troppo, per il fatto di sbagliare con maggiore, o minor frequenza. Riconosce seriamente gli aspetti spiacevoli della propria personalità, assume la responsabilità di tutte le proprie azioni, senza sentirsi in colpa più del dovuto per gli sbagli commessi. Sa per esperienza che “l’orrore dell’errore è un errore peggiore“. Non lo spaventano i propri limiti e difetti, e preferisce compiere con successo ciò che fa, ma non affonda quando perde.

“Aspira a fare le cose bene, non alla perfezione. Non rinunciare mai al diritto di sbagliarti, ché altrimenti perderai la capacità di imparare cose nuove e di avanzare nella vita. Ricorda che sotto le ansie di perfezione si nasconde sempre la paura. Affronta le tue paure e concedi a te stesso il diritto di essere umano: paradossalmente, potrai fare di te una persona molto più feconda e felice” (D. Burns)

3. AFFETTO: una disposizione positiva e amichevole, comprensiva e benevola verso se stessi, così da sentirsi in pace, non in guerra, con i propri pensieri e sentimenti (anche se sgradevoli), con la propria immaginazione e il proprio corpo (quali che sino le sue rughe – letterali, o metaforiche – e difetti). Si è capaci di gioire della solitudine senza disdegnare la compagnia; ” ci si trova bene con se stessi, nella propria pelle” (L. Racionero).

“Dovremmo imparare a guardare noi stessi con la stessa tenerezza con cui ci guarderemmo se fossimo nostro padre”
(J.L. Martìn Descalzo)

4. ATTENZIONE e cura amorevole dei propri bisogni, fisici e psichiciintellettuali e spirituali (ovviamente, non ci riferiamo qui a quei bisogni superflui, creati artificialmente da una pubblicità aggressiva ed ingannevole). La persona che ha stima di sé preferisce la vita alla morte, il piacere al dolore, la gioia alla sofferenza. Non cerca il dolore per il dolore, protegge la propria integrità fisica e psichica, non si espone a pericoli inutili. E tuttavia è capace di accettare anche la sofferenza, e, se occorre, la morte, per una persona, o una causa con la quale si senta profondamente identificata. Così, ad esempio, una madre che ha stima di sé dona con gioia uno dei propri reni per farlo trapiantare ad un figlio che ne ha bisogno.

Queste quattro caratteristiche – le prime quattro “A” dell’autostima – presuppongono un buon livello di conoscenza di sé, e specialmente di autocoscienza, cioè di consapevolezza del proprio mondo interiore, conseguibile mediante l’amichevole ascolto di se stessi e l’attenzione costante a tutte le voci che sorgono da dentro. Già Socrate ci avvertiva che una vita inconsapevole non vale la pena di essere vissuta…

Quando parliamo di autostima, parliamo allora di AFFERMAZIONE di quell’essere umano fallibile, irripetibile, preziosissimo, che merita tutto il nostro rispetto e la nostra considerazione, ossia di quel “se” che ciascuno è; naturalmente, un “sé-in-relazione-con-gli-altri“, ché altrimenti non ci sarebbe individualità autentica. Non si tratta qui di narcisismo, poiché la persona che si stima davvero, nella propria globalità individuale e sociale, vive aperta e attenta all’altro, riconoscendone l’esistenza e affermandolo. Sa che non ci può essere affermazione duratura di sé senza solidarietà; accetta il fatto evidente dell’interdipendenza umana e si rende conto che non può, né le interessa, vivere isolata e indipendente dagli altri.

“Come le mele maturano con il sole, così anche noi uomini maturiamo in presenza dell’altro, collaborando con lui”
(G. Torrente Ballester)

Tratto da:

José Vicente Bonet.
AVERSI A CUORE.
Sulla stima e l’amicizia con se stessi.

Titolo originale: <Sé amigo de ti mismo. Manual de Autoestima>

Traduzione dallo spagnolo di MARIA GRAZIA DAL PORTO E LIDIA FONTANA.
Edizione italiana a cura di Giovanni Ruggeri

Fonte: http://pomodorozen.wordpress.com/2009/09/22/autostima-e-amore/

Depressione

1 giugno 2009

42-17501564La depressione è un disturbo molto diffuso.  Ne soffrono infatti circa 15 persone su 100.  Le statistiche ci dicono che in un gruppo di 6 persone almeno una persona soffrirà di depressione nella sua vita.

Tutti quanti abbiamo l’esperienza di una giornata storta, in cui siamo giù di corda, depressi tristi, più irritabili del solito e “ci sentiamo un po’ depressi”. Molto probabilmente non si tratta di un disturbo depressivo, ma di un calo d’umore passeggero.  La depressione clinica invece presenta molti altri sintomi e si prolunga nel tempo.  Per andare via richiede un trattamento psicologico e/o farmacologico.

Chi ne soffre ha un umore depresso per tutta la giornata per più giorni di seguito e non riesce più a provare interesse e piacere nelle attività che prima lo interessavano e lo facevano stare bene. Si sente sempre giù e/o irritabile, si sente stanco, ha pensieri negativi, e spesso sente la vita come dolorosa e senza senso (“dolore del vivere”).

In generale, chi ha la depressione clinica può soffrire quotidianamente dei seguenti sintomi:

  • umore depresso;
  • perdita di piacere e di interesse per quasi tutte le attività;
  • mancanza di energie, affaticamento, stanchezza;
  • aumento o diminuzione significative dell’appetito e quindi del peso corporeo;
  • disturbi del sonno (dorme di più o di meno o si sveglia spesso durante la notte);
  • rallentamento o agitazione;
  • difficoltà a concentrarsi;
  • sensazione di essere inutile, negativo o continuamente colpevole;
  • pensieri di morte o di suicidio.

Può essere che i sintomi si presentino improvvisamente in modo acuto in persone che generalmente hanno una personalità “ottimista e allegra” o siano costanti nel tempo ma più leggeri, con alcuni momenti o periodi di peggioramento. Naturalmente è raro che una persona depressa abbia contemporaneamente tutti i sintomi riportati nell’elenco, ma se soffre quotidianamente dei primi due sintomi nell’elenco e di almeno altri tre è molto probabile che abbia un disturbo depressivo.

I parenti e gli amici della persona depressa, animati da buone intenzioni, possono cercare di spronarla invitandola a sforzarsi di reagire, senza rendersi conto che questo aumenta il suo senso di colpa e la sua autosvalutazione. L’atteggiamento più utile è aiutare la persona depressa ad intraprendere un percorso di cura fatto di un’adeguata terapia farmacologica e una psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Il disturbo depressivo può colpire chiunque a qualunque età, ma è più frequente tra i 25 e i 44 anni di età ed è due volte più comune nelle donne adolescenti e adulte,  mentre le bambine e i bambini sembrano soffrirne in egual misura.
Le cause della malattia sono molteplici e diverse da persona a persona (ereditarietà, ambiente sociale, lutti familiari, problemi di lavoro, relazionali, etc.). Le ricerche hanno scoperto due cause principali: il fattore biologico, per cui alcuni hanno una maggiore predisposizione genetica verso questa malattia; e il fattore psicologico, per cui le nostre esperienze (particolarmente quelle infantili) possono portare ad una maggiore vulnerabilità acquisita alla malattia. La vulnerabilità biologica e quella psicologica interagiscono tra di loro e non necessariamente portano allo sviluppo del disturbo.

Una persona vulnerabile può non ammalarsi mai di depressione, se non capita qualcosa in grado di scatenare il disturbo e se ha relazioni buone e supportive. Il fattore scatenante è spesso qualche evento stressante o qualche tensione importante che turba la nostra vita. Ma spesso è difficile capire cosa ha scatenato la nostra depressione, soprattutto se non è la prima volta che ne soffriamo.

Il disturbo depressivo può portare a gravi compromissioni nella vita di chi ne soffre. Non si riesce più a lavorare o a studiare, a iniziare e mantenere relazioni sociali e affettive, a provare piacere e interesse nelle attività. 15 persone su 100 che soffrono di depressione clinica grave muoiono per suicidio.

Il disturbo depressivo si associa spesso ad altri disturbi psicologici (disturbo di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo da uso di sostanze e alcol, anoressia nervosa, e bulimia, disturbi di personalità, etc.). 25 persone su 100 che soffrono di un disturbo organico, come il diabete, la cardiopatia, l’HIV, l’invalidità corporea fino ad arrivare ai casi di malattie terminali, si ammalano anche di depressione.

Purtroppo la depressione può portare ad un aggravamento ulteriore, dato che quando si è depressi si ha difficoltà a collaborare nella cura, dal momento che ci si sente affaticati, con difficoltà a concentrarsi, senso di impotenza, scarsa fiducia di migliorare, passività, e così via. Inoltre, la depressione può complicare la cura anche per le conseguenze negative che può avere sul sistema immunitario e sulla già compromessa qualità di vita di chi soffre. E’ necessario dunque curare non solo il disturbo organico ma anche quello depressivo.

Nella maggior parte dei casi la guarigione da un episodio depressivo è seguita da diverse ricadute. Chi si ammala di depressione può facilmente soffrirne più volte nell’arco della vita. La depressione è infatti un disturbo ricorrente e sono rari i casi di episodi singoli nell’arco della vita.  Sebbene i farmaci siano molto efficaci nel ridurre i sintomi acuti, non lo sono altrettanto nel risolvere la vulnerabilità alla ricaduta e nella maggior parte dei casi la loro interruzione porta al riacutizzarsi della sintomatologia e alla ricorrenza.

La sola cura farmacologica inoltre può essere ostacolata dalla non collaborazione alla cura e disaccordo con la prescrizione medica. La combinazione tra un’adeguata farmacoterapia e la psicoterapia cognitivo-comportamentale aumenta significativamente il tasso di successi, sia nella cura dei sintomi acuti che della ricorrenza.

Fonte: http://www.apc.it/depressione.asp

Dimmi come baci e ti dirò chi sei….

24 marzo 2009

romantic-kiss-in-park-thumb7528235Secondo la ricerca la stragrande maggioranza delle persone si sporge verso destra.
“Chi bacia il partner ogni mattina, secondo i nostri dati vive cinque anni più degli altri”.

LONDRA – “You must remember this, a kiss is just a kiss”. Devi ricordatelo, un bacio è solo un bacio, ammoniva la canzoncina di Casablanca, riassumendo in un verso l’amore impossibile tra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman: ma non è proprio vero. Ogni bacio è diverso da un altro, e il modo in cui baciamo rivela in certa misura chi siamo, come siamo, forse perfino come finiremo.

Baciate sporgendovi verso destra? Siete emotivi dal cuore caldo. Verso sinistra? Siete timidi e freddi. Baciate il vostro o la vostra partner tutte le mattine al risveglio? Vivrete più a lungo. Baciate spesso? Sarete più sani e più ricchi. Sembra uno scherzo, ma dietro queste profezie ci sono un paio di studi scientifici, riporta il quotidiano Independent di Londra.

Per cominciare, esistono diverse categorie di baci: quello “nell’aria”, che si avvicina alle guance ma non vi posa le labbra, limitandosi a produrre l’onomatopeico “smack” dei fumetti; c’è il bacio tra uomini, diventato più comune, incluso quello tra uomini politici (che nella Russia sovietica e nei paesi del blocco comunista era la norma: i baci tra Leonid Breznev e il leader tedesco orientale Honecker sono passati alla storia); c’è il bacio tra donne, talvolta erotico, come quello fra Madonna e Kate Moss per una causa di beneficenza; il bacio casto, il bacio sensuale, il bacio di riappacificazione, il bacio svogliato.

Ricercatori dello Stranmillis University College di Belfast ne hanno esaminati di ogni tipo, dai baci scambiati tra centinaia di volontari a quelli fra sconosciuti, concludendo che la maniera in cui ci si bacia è uno specchio della personalità e del carattere.

Per esempio, circa l’80 per cento della gente, uomini e donne, gira la testa verso destra quando si avvicina alla persona da baciare. Ebbene, secondo uno studio pubblicato dal giornale scientifico Lateral, ciò significa che sono più emotivi del restante 20 per cento, che bacia girando la testa verso sinistra. “Volgendo la testa a destra, l’individuo rivela la propria guancia sinistra, che è controllata dall’emisfero destro del cervello, quello in cui ha sede l’emotività”, spiega il dottor Julian Greenwood dell’università di Belfast.

Un altro recente studio sui baci, condotto da psicologi tedeschi, afferma che baciare fa bene alla salute e dispone positivamente ad affrontare problemi e difficoltà: coloro che baciano il proprio coniuge o partner ogni mattina vivono mediamente cinque anni più a lungo di coloro che non lo fanno; e chi bacia spesso avrebbe addirittura il beneficio di meno incidenti automobilistici, meno giornate di malattie sul lavoro, un salario più alto di chi non lo fa.

Gli scettici possono dubitare di distinzioni simili; e i romantici obiettare che è assurdo teorizzare su un atto tanto irrazionale e istintivo. La riprova che forse queste ricerche contengono un po’ di verità, tuttavia, è semplice: basta chiedere a due innamorati se, dopo un bacio, si sentono meglio. Aveva ragione Bogart: “A kiss is just a kiss”. Ma ciascuno è prezioso, speciale e unico in modo diverso.

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

Fonte: http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/bacio/bacio/bacio.html

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Parte seconda

DAL RINASCIMENTO ALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Secondo molti studiosi, soprattutto giuristi, il Rinascimento segna l’inizio della dissoluzione della famiglia di tipo “esteso” ed il passaggio ad un modello “nucleare” soprattutto nelle ricche città mercantili.

rixon-family-groupI motivi di tali eventi vanno ricercati nelle trasformazioni di tipo economico, politico e sociale avvenute nei secoli XV – XVI. La fine delle servitù medioevali e del sistema corporativo di tale epoca aveva favorito una “personalizzazione” dei capitali e delle ricchezze il cui possesso ora spettava maggiormente ai singoli più che ai gruppi familiari.

Inoltre, a partire dalla riscoperta dell’antico diritto romano operata da Bartolo da Sassoferrato anche il diritto privato divenne territoriale e no più legato al clan di appartenenza.

I sovrani, in primo luogo quelli francesi e spagnoli, avocarono a se il monopolio della giustizia civile e penale (ma non di quella amministrativa) incrinando e rompendo quella visione medioevale secondo cui tutte queste attività dovevano essere regolate in seno alla famiglia ed alla struttura di questa.

Un’accelerazione al processo di nuclearizzazione lo si ebbe grazie al fatto che i patrimoni e le eredità venivano tramandate in denaro che poteva essere diviso e, quindi, i figli eredi non erano più legati fra di loro da vincoli economici poiché cominciavano a svolgere attività indipendenti le une dalle altre costituendo nuclei familiari i più ristretti possibili.

Durante la prima Rivoluzione industriale (XVIII secolo) la famiglia complessa subì un altro colpo che ne aumentò la tendenza alla frantumazione.

Nella società preindustriale le esigenze ed i bisogni dei singoli più deboli venivano assorbiti, soddisfatti e risolti dall’azione dell’intero gruppo familiare in cui il singolo viveva. Quindi la massima sicurezza sociale dell’individuo era ben protetta e ben tutelata dall’esistenza di solidi gruppi familiari il più estesi possibili: più una famiglia era ampia e solida più essa poteva tutelare i propri componenti.

La società industriale, invece, prevedeva forme di assistenza non più legate alla propria famiglia di origine, ma pubblica e/o legata ad associazioni operaie o professionali.

Inoltre la possibilità di trovare impiego non era frutto della famiglia di provenienza, ma era strettamente connessa alle proprie personali capacità professionali.

Tutti questi elementi condussero a strutture familiari di tipo nucleare.

Negli anni ‘70 alcuni studiosi inglesi hanno sottolineato come in Gran Bretagna tali affermazioni non fossero valide, ma bensì si poteva sostenere il contrario, ovvero che la famiglia nucleare diffusa su larga scala fosse già presente prima della Rivoluzione industriale e che quindi non ne fosse stata un prodotto, ma un elemento propedeutico per l’industrializzazione dell’Inghilterra.

Tali affermazioni, espresse massimamente negli studi di Loslett, sono validi solo per l’Inghilterra dove, infatti, la famiglia nucleare era già diffusa ed affermata anche nel mondo rurale. Ma questo è e rimane un aspetto peculiare del sistema inglese e non può essere affatto esteso ai paesi continentali e soprattutto a quelli mediterranei in cui fino alla maturazione del processo di industrializzazione erano maggioritarie le famiglie estese e, quindi, assume valore l’equazione precedentemente espressa secondo cui il superamento di una società agricola a vantaggio di una società industriale favorisce la frantumazione della famiglia estesa segnandone il tramonto a favore di un modello familiare mononucleare.

1800 – 1900: L’AFFERMAZIONE DELLA FAMIGLIA NUCLEARE

Il processo di nuclearizzazione della famiglia e le trasformazioni in essa avvenute sono da considerarsi spiegabili attraverso due differenti linee di studio l’una collega la nuclearizzazione alla società finanziaria e mercantile dei capitali e dei beni mobili e divisibili, l’altra ad un più recente processo di urbanizzazione e di migrazione lungo le direzioni campagna – città e nord – sud.

Per quanto riguarda il caso italiano si possono utilizzare entrambi i modelli. Una prima fase, con una tendenza alla nuclearizzazione meno elevata e riconducibile alle sole realtà cittadine, affonda le proprie origini nel primo modello di studio, mentre una seconda e distinta fase, più legata ai decenni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, avvalora il secondo modello interpretativo.

Ancora nella prima metà del 1900, contrariamente a quanto avveniva in altri paesi europei, buona parte della popolazione viveva in famiglie patriarcali estese con più di tre generazioni e più unità coniugali.

Era questo il modello tradizionale di famiglia complessa destinata a durare ancora per pochi decenni. Le differenze di condizione sociale delle singole famiglie favorivano forme più o meno estese di struttura delle medesime: mezzadri e proprietari avevano famiglie più ampie rispetto ai braccianti così come i proprietari di ampi tendevano a costituire famiglie molto complesse, formate da più gruppi coniugali e che spesso contenevano anche persone e coppie non legate fra loro da vincoli di parentela (ad esempio le persone di servizio ed le personalità “specializzate” quale, ad esempio, medici, fattori, ecc…., N. d. A.).

Ciò indica come l’elemento principale di tali strutture fosse la terra (di proprietà o presa in affitto poco cambiava) e che il legame con essa fosse una delle poche certezze economiche possedute e l’unico modo per avere tale legame non era che il rimanere in famiglia.

Nell’Italia meridionale, regione ricca di latifondi molto ampi di proprietà di pochi, erano maggiormente presenti famiglie mononucleari di braccianti che lavoravano la terra altrui a cottimo rispetto ad una realtà come la Pianura Padana in cui una differente ripartizione della proprietà terriera (piccola proprietà o mezzadria) favoriva la formazione di famiglie complesse ed estese di tipo patriarcale.

Tra il 1800 e la Prima Guerra Mondiale anche nella Pianura Padana si ebbe un incremento del modello bracciantile mononucleare che, negli anni successi al conflitto, però, fu di nuovo abbandonato a seguito di una tendenziale ridistribuzione delle terre che preferiva modelli patriarcali estesi e complessi.

granddaddyhayPer riassumere ci sembra lecito affermare che il processo di nuclearizzazione delle famiglie agricole dell’Italia centrosettentrionale è stato lineare e continuo, ma molto lento poiché bilanciato da spinte in senso opposto verificatesi in diversi, ma precisi e ben determinati momenti storici.

L’Italia resta, però, un’anomalia nel panorama degli altri paesi europei e tale condizione peculiare è presente anche nel processo di urbanizzazione.

Fino al 1950 non erano rari i casi di operai ex-contadini che, pur lavorando già in fabbrica da parecchio tempo, continuavano a vivere in famiglie patriarcali estese e che una forte mononuclearizzazione delle famiglie si sia raggiunta solo nella seconda metà degli anni ‘70, ancora oggi molte zone dell’Italia meridionale ed insulare, forse a causa di un minore e diverso sviluppo industriale, vedono la presenza di famiglie estese.

È indicativo e curioso come un grande scrittore del XIX secolo come Giovanni Verga nel suo memorabile “I Malavoglia” vedesse e condannasse ogni tentativo di abbandonare la famiglia patriarcale non solo come un fatto negativo, ma come fonte di sventura e di sfortuna per il “fuggiasco” e per l’intera famiglia.

1400 – 1800: STABILITÀ E MUTAMENTI

La tradizionale equazione industria – famiglia nucleare non può assolutamente spiegare la condizione delle famiglie italiane del periodo rinascimentale.

Esse già nel XIV secolo tendevano a vivere in gruppi ristretti e spesso ciò era dovuto al tipo di attività che esse svolgevano. Un elemento molto importante che favorì tali avvenimenti va ricercato che molte famiglie complesse trasferitesi dalle campagne alle città anche per godere delle libertà e dei privilegi che il vivere in città comportava si frantumavano dando origine a famiglie mononucleari.

Fino al 1660 (data dell’ultima grande epidemia) la bassa frequenza di famiglie complesse po’ trovare giustificazione nell’alto tasso di mortalità dovuto sia a cause fisiologiche sia a cause straordinarie.

Dopo tale pestilenze, però, non aumentò il numero delle famiglie complesse e ciò indica che la scelta nucleare era strategicamente irreversibile e non dovuta a cause straordinarie e naturali.

Il 1660 ha segnato un forte cambiamento in seno alle famiglie nucleari: sono diminuiti i casi di famiglie incomplete per la mancanza di un coniuge e/o di un genitore e, di conseguenza, è diminuita la “mobilità” di giovani che, per ragioni di studio o per necessità di lavoro) andavano a vivere presso altre famiglie divenendone parte integrante.

Col passare dei secoli oltre a situazioni già analizzate in precedenza come ad esempio la liquidità dell’eredità, vi furono altri elementi che favorirono lo “snellimento” delle famiglie nucleari urbane.

La nascita di strutture di scuole collettive cominciò a ridurre la presenza di precettori ed insegnanti privati stabili.

Parallelamente nelle campagne aumentò, a causa del legame con la terra analizzato in precedenza, il peso delle famiglie complesse.

Tra il XVII ed il XVIII secolo vi fu un aumento della popolazione rurale ed un ristagno di quella urbana che portò ad una egemonia della famiglia complessa su quella nucleare, ma, come si è già detto, nei secoli successi la dinamica si invertì a favore della famiglia nucleare.

Anche le relazioni domestiche in seno alla famiglia sono variate e mutate nel corso dei secoli: il matrimonio da un semplice contratto stipulato dalle famiglie degli sposi si è trasformato in legame sempre a carattere affettivo ed anche i rapporti con i figli sono migliorati anche a seguito della razionalizzazione e del controllo della maternità e della drastica riduzione della mortalità infantile che ha portato all’abbandono della pratica del baliatico a cui si ricorreva anche per non affezionarsi troppo a bambini della cui sopravvivenza nei primi anni di vita non si era sicuri.

Come si vede in qualche modo esiste un tenue legame che collega struttura della famiglia e relazioni familiari, due processi che se pur in linea di massima indipendenti si sono intrecciati, sovrapposti ed influenzati reciprocamente.

EVOLUZIONE DEI RAPPORTI FAMILIARI

Una chiara esemplificazione del mutamento dei rapporti familiari è rappresentato dal seguente brano:

“Sinteticamente si può dire che, secondo i loro autori, la famiglia <<moderna>> è nata da alcune trasformazioni avvenute nelle relazioni di autorità e di affetto esterne ed interne all’unità coniugale elementare. In primo luogo questa si è liberata a poco a poco dai controlli della comunità e della parentela. Vi è stato in secondo luogo il passaggio da un sistema di matrimonio combinato dai genitori mossi esclusivamente da interessi di tipo economico e sociale, ad uno basato sulla libera scelta dei coniugi, sull’attrazione fisica e sull’amore. È mutato in terzo luogo il rapporto fra i coniugi. La tradizionale asimmetria di potere fra marito e moglie si è attenuata (…) la passione erotica ha acquistato una crescente importanza. Infine, sono cambiate le relazioni fra genitori e figli. Per lungo tempo i padri e le madri hanno avuto un atteggiamento di indifferenza verso i figli (…). Con la nascita della famiglia moderna gli atteggiamenti ed i comportamenti dei genitori sono!

radicalmente cambiati ed i figli sono diventati i destinatari privilegiati delle loro cure e del loro affetto. “

Ci proponiamo ora di analizzare in maniera abbastanza schematica i rapporti tra i diversi componenti della famiglia.

Genitori-figli- fratelli

Nelle famiglie di ceto medio-alto e di origine nobiliare le relazioni fra genitori e figli erano basate su principi rigidi e su di una forte verticalizzazione.

Nel 1700 i giovani nobili si rivolgevano ad entrambi i genitori con il “lei” e tutta la corrispondenza inizia con formule di apertura reverenziali ed anche ogni riferimento al padre ed alla madre era accompagnato da espressioni e sostantivi nobilitanti.

Ai figli i genitori rispondevano utilizzando il “voi” ed evitavano di precisarne il nome preferendo indicarne la condizione di parentela.

Ogni corrispondenza prevedeva formule di costrizione e di umiliazione dei figli nei confronti dei genitori.

Anche fratelli e sorelle mantenevano rapporti formali utilizzando formule di cortesia e di stampo burocratico allo scopo di mantenere le distanze anche nell’ottica di una possibile diatriba fra fratelli nel momento di divisione dell’eredità che sarebbe stata più acuta e profonda in caso di rapporti fraterni più stretti e più intimi.

Istitutori ecclesiastici e collegi

Le famiglie nobili, come già si è detto, tenevano fortemente divisi i genitori dai figli ed il tempo dedicato dai primi ai secondi era molto poco. I figli venivano vissuti e percepiti come un peso, come un elemento di contorno per la propria vita intima e che si ponevano in un’ottica di importanza dinastica e patrimoniale più che personale e che, quindi, potevano benissimo essere affidati a mani estranee soprattutto per quanto riguarda la loro educazione che veniva esercitata da maestri e precettori soprattutto di estrazione ecclesiastica.

È proprio svolgendo questa attività di insegnamento in una casa ricca e nobile che Giuseppe Parini poté analizzare e descrivere ironicamente le abitudini e l’inutilità del “Giovin Signore” definito come colui che “tutti servon e che a nullo serve”.

A metà del 1700 calò il grado di rigidità di tali rapporti, ma la figura del precettore rimase predominante e dominante per l’educazione dei giovani, anche se cominciò ad essere sempre più importante fu il ruolo dei collegi che, creati dai Gesuiti, ebbero la funzione di omogeneizzare i giovani nobili ai principi della Controriforma cattolica: erano istituzioni totalizzanti con il chiaro compito di controllare ed organizzare la vita di questa piccola elités di giovani che risultavano così essere chiaramente inquadrati nei principi e negli schemi controriformisti.

Così facendo i Gesuiti avevano conquistato il controllo sul futuro della classe dominante dell’epoca potendo avere un’egemonia sulla maggior parte della nobiltà e, quindi, sull’intera società.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

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