Illuminazione e Consapevolezza
2 ottobre 2009
| Sto Bene Con Tutti |
| e anche con me stesso |
Quando si parla di comunicazione, si pensa sempre che la cosa più importante sia sapersi esprimere. Ma non è così. L’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare. Questo è vero in qualsiasi forma di comunicazione, anche se apparentemente non è un dialogo.
Mentre scrivo queste pagine sto cercando di “ascoltare” – per immaginare che cosa penserà chi legge, per ricordare ciò che ho imparato da chi ha letto altre cose che ho scritto e mi ha aiutato a renderle più chiare. Un libro che nessuno legge (o che nessuno trova utile o interessante) è solo un mucchio di carta sporco di inchiostro.
La necessità di ascoltare è più immediatamente rilevante quando si tratta di comunicazione interattiva. È importante in ogni dialogo, ma soprattutto in rete – anche se i nostri interlocutori sono “invisibili” e in alcune situazioni non sappiamo chi sono (per esempio quando siamo in un’area di dialogo collettivo di cui non conosciamo tutti i partecipanti).
Naturalmente “ascoltare” non significa usare solo l’udito; ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni. Anche quando la comunicazione si trasmette con parole scritte anziché “a voce”. E proprio perché non vediamo le altre persone (e non possono correggerci subito, con una parola a con un gesto, se le capiamo male) dobbiamo essere particolarmente attenti nell’ascoltare e capire.
Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse. Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”. Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo. Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro; e chi parla più forte ha ragione, anche se non sa quello che sta dicendo. Il risultato è che si può coesistere, perfino convivere, senza mai capirsi o avere alcuna vera comunicazione.
La percezione può fare curiose magie. Stiamo davanti a uno schermo televisivo su cui si muovono immagini piatte, “persone” alte una spanna. Sono pupazzi; molto spesso identità costruite, che somigliano poco alle persone reali come le potremmo percepire se le incontrassimo in carne e ossa. Ma nella nostra mente quelle immagini si formano come veri esseri umani; impariamo ad amarli, odiarli, a sentire simpatia o antipatia, a “viverli” fino al punto che li sentiamo parte della nostra vita quotidiana. Si crea così, davvero, un mondo “virtuale” che non riusciamo più a distinguere da quello “reale”.
In rete non è così. Un giorno, forse, se tutto il mondo avrà davvero voglia di comunicare con webcam o altri sistemi “audiovisivi”… avremo ricreato nell’internet una specie di “televisione per tutti”. Che avrà tutte le falsità della televisione “a senso unico”, perché è difficile che una persona si comporti in modo “naturale” e spontaneo quando sa di essere davanti a una telecamera.
Ma lasciamo perdere le fantasie e vediamo la rete com’è. Ogni cosa che accade è comunicazione. Prima di pensare a ciò che possiamo dire o scrivere, l’importante è saper ascoltare e capire. Chi vuole comunicarci qualcosa e perché? Siamo sicuri di aver capito bene le sue intenzioni e ciò che sta cercando di dirci? Non è una fatica, né uno sforzo, se abbiamo un atteggiamento disposto ad ascoltare. Diventa facilmente un istinto, un modo di essere. Ed è molto più interessante capire, sentire il valore e il senso della comunicazione che limitarci al significato superficiale delle parole.
Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri. Capire le cose dal loro punto di vista. Ma si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi. Il “tono di voce” si può chiaramente percepire anche in un messaggio scritto. In rete cadono (o almeno si attenuano) i ruoli, le posizioni, le gerarchie. Si crea con sorprendente facilità una “confidenza” che non è sempre facile in un incontro “fisico”. Ma se non sappiamo ascoltare c’è il rischio che anche in rete ci sia solo una serie di soliloqui, un “dialogo fra sordi”.
Il dizionario Devoto-Oli definisce così la parola “ascoltare”: «Trattenersi volontariamente e attentamente a udire, prestare la propria attenzione o partecipazione a qualcuno o qualcosa in quanto informazione o motivo di riflessione». Certo… non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo merita di essere capito e approfondito. Ma ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo. Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire (e di essere ascoltati) se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione” – e anche riflettere.
Dice Karl Menninger: «Ascoltare è una cosa magnetica e speciale, una forza creativa. Gli amici che ci ascoltano sono quelli cui ci avviciniamo. Essere ascoltati ci crea, ci fa aprire ed espandere».
Ascoltare è un affettuoso regalo che facciamo a chi sta cercando di dirci qualcosa. Ma spesso è anche un grande regalo per chi ascolta.
L’internet ci offre infinite possibilità di ascoltare e di capire. Se non le sappiamo cogliere, perdiamo uno dei più grandi valori della rete. E se nel dialogo non sappiamo ascoltare non sapremo mai comunicare bene.
Fonte: http://www.gandalf.it/uman/46.htm
Quante volte mentre stavate parlando avete notato che il vostro interlocutore si accingeva già a rispondervi prima ancora della fine delle vostre parole? O che egli rispondeva sempre iniziando la frase con un “no”? O avete avuto anche solo la sensazione che le vostre parole stessero incontrando un muro di gomma contro il quale rimbalzavano senza sortire alcun effetto?
Ebbene, considerate che più alte sono le barriere, maggiore è la paura e il pensiero di essere vulnerabile del vostro interlocutore. Egli teme fortemente che le sue convinzioni siano messe in discussione. Le sue convinzioni costituiscono, come per tutti, il punto di riferimento nella vita utile a filtrare le esperienze e scegliere le azioni più opportune per la propria sopravvivenza ed egli non è certo disposto ad esporle ai colpi dei vostri ragionamenti per quanto ben argomentati e documentati. Anzi, proprio per evitare questo rischio, egli si premunisce arrivando al duello della discussione già bardato della sua armatura impenetrabile, meglio non correre rischi …
Ma le vostre parole non mettono in pericolo soltanto la struttura razionale del suo pensiero, esse possono avere anche un effetto più profondo e sconvolgente. Possono cioè toccare quanto egli ha rimosso dalla mente cosciente per relegarlo nel profondo dell’inconscio. Si tratta di traumi psichici conseguenti ad esperienze passate che egli si è illuso di poter seppellire nell’oblio. Le vostre parole hanno la forza di smuovere e portare a galla qualsiasi emozione ancora presente nel vostro interlocutore, che lo voglia o no. Riescono infatti a penetrare ogni barriera ed il loro effetto dirompente può solo essere vissuto e manifestato o, ancora una volta, rimosso e immagazzinato come energia potenziale sempre pronta a trasformarsi in azione e reazione.
Quando le parole sono rivolte a noi e ci riguardano, l’ascolto profondo e la debita riflessione richiedono dunque che noi si sia aperti a lasciar entrare nella nostra mente conscia, così come nel nostro inconscio, le loro vibrazioni. Ascolto profondo significa proprio non opporre alcuna barriera a tali vibrazioni, senza filtrarle con la mente e senza impegnare quest’ultima nella elaborazione della risposta prima ancora che siano terminate. La debita riflessione è invece una semplice attività di ascolto di ciò che avviene dentro di noi. qual è l’effetto di tali parole su di noi? Quale la reazione nel nostro corpo? E’ localizzata in un punto specifico, magari un organo? Quali memorie vengono evocate? Quali pensieri ne conseguono?
Più notiamo un’attività interna al nostro corpo ed alla nostra mente, più possiamo affermare con sicurezza che quelle parole “hanno colpito nel segno”, ovvero hanno messo in vibrazione, con un effetto di risonanza, qualcosa che era già dentro di noi. La prima conseguenza di ciò è che ogni reazione conseguente a tali parole porterà con sé, inevitabilmente, i pensieri, le emozioni e dunque l’energia smossa. La mente, attenta ad evitare ogni atteggiamento autodistruttivo, si guarderà bene dall’identificare in qualcosa che ci appartiene l’origine del nostro malessere, individuandola piuttosto nell’interlocutore, che a quel punto viene spersonalizzato e sostituito da una nostra proiezione, e dunque merita di essere punito con la nostra reazione.
Maggiori sono la paura e il pensiero di vulnerabilità, minore é l’ascolto profondo. Più traumi conserviamo perché rimossi, minore sarà la debita riflessione. Più siamo sicuri nel nostro potere, più possiamo permetterci di ascoltare senza replicare. Più abbiamo rilasciato l’energia trattenuta e inespressa, meno la nostra reazione sarà compulsiva e proiettiva.
Più siamo nell’amore meno abbiamo bisogno dell’ascolto profondo e della debita riflessione.
Eugenio Vignali
fonte: http://www.respiroconsapevole.it/articoli/articolo12.html
E’ incredibile come il dibattito attuale si sia centrato nell’indicare con certezza quali sono i modi di vivere giusti per un’unione sentimentale. Si è, infatti, osservato come da un lato c’è chi onnipotentemente (il vaticano ad esempio) ha definito le autentiche basi di una famiglia e chi, portavoce di una modernità non precedentemente elaborata (alcuni politici, pseudo-intellettuali, ecc.), ha affermato con forza cosa è o non è una coppia.
Noi di ‘psicologia e dintorni’ cerchiamo di promuovere quel naturale processo che garantisce l’utilizzo di risorse di pensiero per far fronte alla vita in modo il più possibile positivo. Per cui, più che soffermarci sull’indicare quale unione sentimentale possa essere giusta tra pax, dico e matrimoni tradizionali (tra l’altro è meglio lasciare la libertà ai due individui che decidono di percorrere un percorso di vita in comune) preferiamo proporre una riflessione psicologica sull’unione e spostare l’accento sull’avvenimento che maggiormente produce la rottura (a volte momentanea e riparabile altre volte no) di una coppia: il tradimento.
Il legame di coppia rappresenta quel desiderio di eternità e di sicurezza di una persona e il tradimento del proprio compagno o della propria compagna mostra come tutto ciò che appare perfetto può drammaticamente finire. Il tradimento conduce alla consapevolezza della profonda solitudine e separatezza degli uomini e mette di fronte al fatto che non si può fare totale affidamento su un altro. Tradimento coincide con l’affermazione della solitudine di ognuno di noi. Non crediamo che l’essere umano sia comunque destinato ad essere tradito o a rimanere solo.
Certamente il tradimento corrisponde a un momento drammatico dove ci si accorge di essersi affidati alla persona sbagliata. Ma dietro ogni delusione si cela un’illusione. In questo caso l’illusione dell’unione assoluta. Abbiamo notato tra l’altro, dall’esperienza clinica nel nostro studio di psicologia a Palermo, che molto spesso si tradisce non per una passione o per soddisfare una necessità erotica, ma per affermare il proprio Sé e la propria libertà. Sembra paradossale poiché l’unione nella coppia si fonda proprio sulla libertà, su una libera scelta.
Probabilmente, l’individuo sente intrappolata la possibilità di crescita di una parte di sé. Da ciò, la paura di affidarsi totalmente all’altro. Inoltre, se i due partner hanno la pretesa di trovare nell’altro assolutamente tutto, si determina una situazione claustrofilica per cui la relazione è destinata a finire. Non é psicologicamente sano presupporre che nell’altro si possa trovare assolutamente il tutto.
Un’altra questione che appare nel tradimento è l’esigenza di esprimere una parte di sé che si é sempre nascosta o che si é sempre voluta nascondere; colui che tradisce agisce anche la sua parte trasgressiva. Inoltre, quando il traditore si lascia scoprire si determina una dinamica nella coppia, che stabilisce chi è la vittima e di chi è la colpa. Così, il tradito assume il ruolo di vittima trasferendo tutte le colpe e le responsabilità all’altro.
Ma, se si analizza più a fondo si scopre che, in realtà, il tradito ha inconsapevolmente incoraggiato il tradimento. Tra l’altro è il senso di colpa che guida traditore nel bisogno di essere scoperto per un bisogno di punizione, più che di perdono. Noi di ‘psicologia e dintorni’, tra l’altro, sosteniamo, insieme a molti altri colleghi, che il tradimento non può essere considerato un cambiamento in positivo della persona come sostenuto dallo psicologo Hillman, che presenta alcune storie tra cui quella del padre che tradisce il proprio figlio per iniziarlo alla vita.
La polemica con l’ipotesi di Hillman nasce dal fatto che molti di noi pensano che non necessariamente per diventare forti occorre vivere delle esperienze dolorose. La forza di un individuo deve basarsi sulle esperienze sane e positive. Se così non fosse ciò significherebbe che ogni essere umano è condannato a infliggere e a subire il tradimento sin dalla nascita. Tradire con intenzionalità è inganno; gli inganni non possono aiutare a crescere.
Del resto, i così definiti traditori patologici, nel loro passato, sono stati bambini traditi anzitutto dai propri genitori. Da queste nostre brevi considerazioni psicologiche si nota come i tradimenti all’apparenza mossi dall’erotismo e dalla passione, il più delle volte, sono dettati da altri motivi. Chi tradisce sa di non riuscire a manifestare nel rapporto di coppia tutte le parti del suo essere, soprattutto quelle inerenti la sessualità più primitiva, l’amore più autentico, la tenerezza più fragile e l’affetto che muove verso il senso della continuità.
Nella sfera affettiva si investono quote del nostro sè maggiormente legate alle esperienze antiche della simbiosi “madre-bambino”, ovvero quel senso del fisico, dell’intimo e del corporeo, senza il quale molti di noi vivrebbero sentimenti di estrema solitudine e crolli emotivi eccessivi. Molti uomini e molte donne oggi al di là di orientamenti sessuali, prese di posizione politica e credo religiosi affermano anche nel loro piccolo quotidiano con forza la necessità di imprimere una parola che ancora non trova ancoraggio: civiltà.
E nella sfera in due civiltà significa anzitutto rispetto. Rispetto per quel Sé dell’altro che autenticamente si è aperto e donato. Proprio per questo, a volte, più che tradire è meglio dire. Tradire rappresenta comunque una fine. Civiltà significa lasciare e andare piuttosto che causare del male.
Fonte: http://www.palermoweb.com/psicologia/mente1
Ecco schematicamente alcuni rimedi suggeriti per chi vive l’esperienza della fine di un rapporto, specie per chi non ha scelto, ma ha subito la fine:
1. Farsene una ragione, acquistare consapevolezza. (Prendere di coscienza)
Si può provare rabbia, ribellione, protesta, si può urlare la propria disperazione, fino allo sfinimento…ma poi la vita continua.Col tempo subentra la calma: si passa pian piano dalla rassegnazione, al fatalismo, all’accettazione. Si può pensare alla rivincita a lunga scadenza, alla ripresa nel lungo periodo, vivere il tempo come alleato…
Bisogna accettare la condizione umana: ogni bene può essere perduto, anche l’amore di coppia. Ogni essere ha una parte (e a volte intollerabile, così sembra), di dolore; ma contro il muro di bronzo della realtà non serve battere i pugni ..non serve a nulla! La realtà non cambia. E’ giocoforza accettarla!
2. Fare il punto, mettersi in faccia alla situazione e incominciare a farsene carico, (Responsabilizzarsi)
Se non io, chi? Se non adesso, quando? Se non qui, dove? Constatazione mentale, orale, scritta… nero su bianco. Scrivere può servire a circoscrivere, ridimensionare, relativizzare. Prendere atto che: “Sembra di morire, ma non si muore “.
3. Evitare le pseudo riparazioni (non servono)
Per esempio: evadere col pensiero, rifugiarsi nella fantasia o nella fantasticheria, divertirsi e stordirsi nel piacere immediato, anestetizzarsi con gli psicofarmaci, l’alcol, le droghe (bere per dimenticare , affogare nell’alcol il proprio dolore)…
Invece bisogna guardare in faccia la realtà, chiamare le cose col proprio nome: tradimento, perdita, separazione, distacco, cambiamento, morte, lutto.
4. Cercare di fare buon uso della separazione! Trasformarlo in tempo di maturazione.
Farne un tempo di riflessione, occasione per ri-orientarsi con punti di riferimento meno precari e illusori (abbasso la stupida corsa programmata dell’esistenza: la moda, il profitto, i mille inutili orpelli del consumismo, senza i quali pare non si possa vivere!), e invece…pian piano ci si adatta! Si trova un nuovo equilibrio, pian piano si trova un altro significato.
Cfr. Dubchek : “Il corpo come si adatta! Carcere, freddo, buio, inutilità, fame, lavori forzati… L’uomo è l’animale più adattabile e l’istinto di vita supera ogni avversità, fino a farsi una gioia di tanti piccoli niente… Nell’animo, nella profondità dell’anima (come nella profondità del mare) si può percepire una calma indistruttibile; l’esserci, il vivere, nonostante ogni privazione esterna, o perdita interiore.”
Cfr. W. Frankl : “nel lager vivere è dolore, sopravvivere è trovare un significato a questo dolore!”. (Uno psicologo nel lager)
Cfr. Solzenitsyn : “Lev, amico mio, la felicità non dipende dalla quantità dei beni strappati alla vita, ma soltanto dal nostro rapporto verso di essi “
5. L’umorismo
L’umorismo ridimensiona, sdrammatizza, riduce il catastrofismo, ridà la giusta misura. Ci vuol saggezza, una certa filosofia, non prendersi troppo sul serio, sorridere di sé, (le vere cose che importano sono poche). E’ in questo sorriso fatto di ragionevolezza, di benevolenza e di relativizzazione, che sta la nostra fierezza di essere umani (“ragionevoli” appunto).
L’umorismo è il salvataggio del significato , e la capacità di riconquistare il senso della totalità, la visione dell’insieme dell’essere, la capacità di immaginazione dell’insieme (al di là della reazione catastrofica del “Tutto è perduto”).
Resta il compito di ritrovare un significato qui, adesso, nella nuova situazione; tra il tutto e il niente ritrovare il possibile… Se si drammatizza… è perché – in balia dell’angoscia della perdita – i piedi affondano nelle sabbie mobili dell’insignificante, del “perduto per sempre”…
Ci sono persone incapaci di umorismo (=incapaci di ridimensionamento con la visione d’insieme delle cose ): di ogni piccolezza fanno un dramma, e della loro esistenza fanno il dramma dei drammi! (egocentrismo megalomanico-narcisista )
Eppure, prima o poi, si dovranno fare i conti con le tragedie dell’essere, con la “malattia mortale” che è la vita e col destino di “condannati a morte” che è di tutti.
Se uno si distanzia arriva al senso della misura (delle vere misure). Se uno sorride, scherza con le cose che accadono, l’umorismo lo riporta al realismo, alla felicità possibile (che è l’unica raggiungibile).
Bisogna saper perdere, incassare i colpi delle avversità, reggere nella buona e nella cattiva sorte. La fortuna non dipende da noi. Non dipende da noi il vento: ma tenere ben alta la vela della nostra barca: questo dipende da noi!
(Solo il “giocatore” pretende la benevolenza, a tutti i costi, della dea dagli occhi bendati: la fortuna deve rivolgersi a me. Non può non rivolgersi a me, provo un’altra volta! E così complessivamente… fino ad autodistruggersi). Gran pessimi giocatori quelli che da avversari diventano nemici!
In realtà a noi tocca solo tenere ben tesa la vela della nostra barca, in modo che, quando il vento soffia, la nostra barca vada avanti. Ma il vento non dipende da noi.
6. L’arte, la creatività
Non tutti possono giungere alle tecniche terapeutiche più raffinate, ma si può puntare a raggiungere l’arte della separazione, l’arte del commiato; fare di un inciampo un gradino per salire, migliorarsi, maturare.
L’arte unisce al lavoro dell’immagine, il lavoro della materia. L’immagine si impone per il suo essere presente, lo splendore della forma s’impone, affascina. L’emozione estetica filtra il “bello”, nell’anima, qui adesso (fino all’estasi).
Il lavoro creativo trasforma la materia, produce un grande raccolto! Ecco alcuni frutti:
* armonizzazione
* pacificazione
* unificazione
* riconciliazione dell’io e del mondo.
E’ la gioia il frutto finale di questa equazione creativa (non il piacere): essa annuncia che la vita è riuscita, ha guadagnato terreno, ha riportato vittoria (sulla morte, sul niente…). E’ la gioia di aver fatto nascere qualcosa, chiamato in vita, fatto esistere quello che prima – senza di noi – non c’era.
Essere creativi, esprimere biofilia, far esistere qualcosa che non c’era, dà una gioia (e si sente) che è una gioia divina! La separazione iniziale sul piano del piacere (perduto), ma la gioia creatrice gli va oltre, estrae dal dolore della perdita un’opera nuova, la separazione è nell’ordine del tempo (caduco) la gioia creatrice è dell’ordine dell’eternità.
Fare di un sasso in cui si inciampa un gradino per salire; dell’ostacolo un trampolino di lancio, per un salto qualitativo di vita, irragiungibile senza quella sofferenza. Ecco i passaggi possibili:
1. Morte – risurrezione (se il grano non muore non porta frutto) 2. Dolore parziale – gioia più grande, universale 3. Tradimento – ritrovamento superiore 4. Sconfitta (parziale) – vittoria (globale)
7. L’azione, la tecnica, il fare…
Essa ha – come l’arte – il potere terapeutico di decentrare da sé, distogliere dal ripiegamento sterile, uscire da sé, volgersi verso l’oggettività, la realtà, il mondo.
Lo strumento tecnico (un apparecchio, uno scalpello, un computer…) è un prodigioso catalizzatore di energie: lo strumento mi obbedisce e mi resiste, concentra l’attenzione, devo imparare, far prove, ricominciare, dominare la mia impazienza! Mettendo ordine nel mondo degli oggetti, metto ordine in me stesso (ristabilizzo una gerarchia di priorità, ridefinisco una scala di valori).
Alla fine vinco, porto a compimento un compito. L’indefinito (e l’infinito) non mi danno respiro, il finito mi lascia il tempo per il riposo, per il rilassamento, per il sonno…
L’amore dell’oggetto può divenire il sostituto di un altro amore. Un buon rimedio contro la separazione non è la sostituzione, il riempimento con qualcosa d’altro? La compensazione più valida dell’oggetto perduto? Disinvestire e reinvestire di nuovo! Quale diversivo la molteplicità d’oggetti di consumo, i piccoli piaceri, le novità del mercato…
Bisogna potere agire, fare, “convertire un problema in azione”.
Medici, psicologi, droghe… possono aiutare, vi passeranno di mano in mano le difficoltà, e si divideranno il compito di farvi vivere, di rimediare allo strappo della vostra vita.
La guarigione ottenuta con una rimessa in sesto del vostro corpo e della vostra psiche è un’opera di solidarietà.
8. L’ascesi, la comunità, l’altruismo
L’azione è cammino della ricerca di sé verso il dono di sé; ma anche cammino dal “sé perduto” verso il “sé ritrovato” attraverso la mediazione del dono di sé.
Superati i vari “oggetti sostitutivi transazionali” (=di passaggio), si può arrivare all’oggetto vero: la comunità, la società, gli altri. L’altruismo come oblatività, donazione gratuita, per la gioia di sentirsi utili a qualcuno (dall’Eros all’Agape).
Il “Separato” si è finalmente de-centrato da sé, per ri-centrarsi sugli altri (=si è ritrovato perdendosi, ha guadagnato avendo avuto il coraggio di perdere).
Votarsi agli altri, rendersi utili a una causa, è da sempre un rimedio contro le grandi separazioni, contro i lutti irreparabili.
Ristabilire la comunicazione e, di questa, soprattutto l’ascolto. Un orecchio che ascolta più che una bocca che parli. Un “silenzio attento”, che accoglie, fa spazio dentro di sé all’altro…
La parola crea spesso malintesi, banalizza, alza barriere… il silenzio attento dell’ascolto, crea legami, lancia un ponte, fonda una relazione (=si esiste solo in una relazione io-tu, si dà realtà di esistenza solo nel rapporto, la sensazione vera di esserci si ha solo nella relazione, nel dialogo io-tu).
Lo stoico dice: resta indifferente a quello che non dipende da te. “Se qualcosa si separa da te, tu sepàrati da essa” (con l’indifferenza). Cfr. Buddha . I legami ti strazieranno con separazioni crudeli: separati dunque da tutto e più niente ti procurerà separazione!
E’ questa l’ascesi? Il distacco è il prototipo di ogni ascesi: “Tutto è vanità e fiato sprecato” (Eccl. 1,17).
Ascesi per donarsi, non per chiudersi in sé! Per aprirsi a tutti gli uomini. Staccarsi, per donarsi agli altri.
A cura del Dott. Cesare De Monti
Fonte: http://www.benessere.com