Posts Tagged ‘sentimenti’

Ansia e depressione natalizia

18 dicembre 2009

Siamo ormai in pieno clima natalizio… le strade delle nostre città luccicano di luci scintillanti e i negozi sono sempre più addobbati…con queste premesse tutti dovremmo essere coinvolti in questa atmosfera festaiola e invece… sempre più persone lamentano ansia e agitazione più frequenti in questo periodo.

Gli esperti parlano di una vera e propria depressione natalizia i cui sintomi sono una certa riduzione della qualità e quantità del sonno, alterazione dell’appetito, malessere diffuso, accentuarsi di sentimenti come la tristezza e la malinconia.

Senza contare che la corsa all’acquisto dei regali, spesso priva di sentimento e percepita da molti come un obbligo, diventa una sofferenza da cui è difficile sottrarsi, un obiettivo unico da raggiungere e che ci fa dimenticare di prendere del tempo da dedicare a noi stessi provando ad ascoltare questo malessere, più o meno lieve, che comunque è piuttosto normale provare in questo periodo ma che per alcuni potrebbe diventare causa di forte disagio psico-fisico. E’ da evidenziare il fatto che spesso l’attenzione verso la sfera interiore in molti risulta già scarsa in altri periodi dell’anno…

A soffrirne di più sembrano essere le persone già colpite da un evento negativo sul piano personale, lavorativo o affettivo, per coloro che hanno subito dei cambiamenti significativi nella propria vita o che hanno perso una persona cara e per tutti quelli che hanno a che fare da vicino con la solitudine…

Ma a chi di noi non è capitato durante le feste di fare i conti con ricordi di persone o situazioni  che vorremmo intorno a mostrare gioia, ma sappiamo che non è possibile…ecco allora che affiora quella malinconia più o meno velata che dà un sapore particolare al nostro Natale…

Tutto ciò può stridere con i ritmi spesso frenetici che ci accompagnano in questi giorni e con l’immagine sociale del Natale come sinonimo di felicità per tutti.

Paola Vinciguerra, esperta di ansia e attacchi di panico, afferma che nel periodo pre-natalizio ansia e depressione in chi è predisposto, ma anche tra molta gente comune, vengono contenute, ma aumentano durante e dopo il periodo festivo. Si pensa freneticamente ad accontentare tutti e subito e a farlo bene… tutto questo è in grado di scatenare reazioni ansiose di cui non si riesce ad avere coscienza.

Uno studio recente su un campione di italiani riporta inoltre i seguenti dati:

  • per la maggior parte delle persone intervistate alla base dello stress natalizio c’è una convivenza forzata per molte ore al giorno;
  • le ansie e i problemi della vita quotidiana non fanno fronteggiare serenamente il periodo natalizio;
  • una notevole influenza allo stress è data dalla crisi economica da cui molti si sentono colpiti.

Sembra ormai sempre più raro che la famiglia rimanga insieme per molte ore al giorno e per un periodo prolungato di tempo e alla luce di questi dati, le varie riunioni e tavolate familiari che si alternano spesso forzatamente in questo periodo nella maggior parte delle case possono diventare terreno fertile per invidie, gelosie, ostilità… sentimenti in alcuni casi repressi nel corso degli anni e portati alla luce inevitabilmente dalle tante ore trascorse insieme al chiuso…

Ecco quindi che un’occasione di festa può essere vissuta come una consuetudine affettiva artificiosa, agganciata a forti aspettative e a ruoli sociali imposti.

Le tradizioni danno significato e continuità al nostro vissuto, quindi è bene imparare a conviverci serenamente!

Ma quali potrebbero essere i rimedi per fronteggiare al meglio lo stress e inseguire il benessere durante le Feste?

Un luogo dove ritrovare l’armonia familiare perduta e dove sperimentare stati d’animo positivi potrebbe essere proprio la tavola! Il semplice cucinare può avere benefici effetti sull’equilibrio interiore, aumentando convivialità e relax. Cercare di favorire la scelta “artistica” dei piatti e la disposizione della tavola con colori, profumi, accuratezza nelle scelte …possono creare un punto d’incontro per la famiglia.

Secondo la Vinciguerra ciò che dobbiamo curare è lo “scambiare”, non il “riempire” (riempire di cibo, di regali…). Ritrovare il gusto della condivisione con chi vogliamo stare e insieme a loro scegliere dove stare…

Sarebbe utile anche badare alla qualità del tempo trascorso insieme piuttosto che alla quantità, cercando di mantenere un atteggiamento flessibile e minimizzando le aspettative, per vivere il Natale come una festività normale; non dimenticare l’attività fisica, preziosa alleata anti-stress; uscire dalla ritualità delle feste inventando modi nuovi per viverli…

Soprattutto permettersi di essere tristi e malinconici e partire da questi stati d’animo per ritagliarsi dei momenti dedicati a sé stessi… un’attività piacevole, uno svago, un massaggio…

A volte basta anche fermarsi un attimo, chiudere gli occhi e concedersi un esercizio di relax sul respiro. Respirare lentamente, profondamente, in modo ampio, può alleviare lo stress e ricaricarci di energia.

L’importante è ritrovare il gusto e la voglia di fare le cose senza sentirle come un dovere.

Fonte: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/ansia-e-depressione-natalizia-che-fare/683/#more-683

Affettività ed emotività nella terza età

25 novembre 2009

Anche se la personalità è un fattore psicologico relativamente “stabile” nel tempo, in condizioni normali d’ invecchiamento fisiologico, nella senescenza anche gli affetti e le emozioni subiscono delle varianti. L’affettività muta sia per quantità, sia per qualità. In primis si nota una riduzione del coinvolgimento emotivo soggettivo, rispetto agli eventi pregressi che in passato destavano reazioni forti; si evidenziano espressioni meno evidenti (endogeno).

In secundis, l’attenzione emotiva si polarizza su determinati eventi perchè, non dal contesto sociale, l’anziano è immerso nelle problematiche personali: cioè dal suo benessere fisico e psichico e dal suo status economico e sociale. Pertanto si nota una prevalenza di egocentrismo sempre più accentuato.

A differenza della personalità del giovane che è di tipo centrifugo, proiettata verso l’esterno e verso il futuro, la personalità dell’anziano è centripeta, proiettata internamente verso il proprio Io, con ricordi, esperienze e sentimenti che lo caratterizza. L’affettività è incentrata al proprio presente e al proprio corpo che, come spesso succede, diventare oggetto di somatizzazioni fantastiche o preoccupazioni ipocondriache o il tramite tramite cui relazionale all’esterno per attirare le attenzioni altrui.

Quest’utilizzo “ad personam” non significa che per l’anziano i legami affettivi e le relazioni interpersonali non esistano o minime; al contrario, l’anziano è in grado di amare e ha necessità di essere ricambiato, di ricevere attenzioni e affetto. Gloi studiosi hanno più volte ribadito che a qualsiasi età, rapporti affettivi soddisfacenti agevolano un’attività psichica integralmente efficiente e una giusta motivazione alla vita.

In questo periodo della vita la sessualità continua a rappresentare un importante aspetto della vita affettiva. La perdita o riduzione della capacità riproduttiva non costituisce motivo di rinuncia all’atto sessuale, che continua a rappresentare fondamentale espressione psico-fisica di una relazione consapevole basata sull’amore. Le mutazioni fisiologiche, funzionali e anatomiche, che si riscontrano durante la terza età non sono per lungo periodo invalidanti da rendere la persona avanti negli anni inidonea ad attività sessuale; lo confermano i risultati di alcune recenti statistiche, il rapporto sessuale coniugale tra le persone anziane è abbastanza frequente.

Tra gli elementi che condizionano e determinano una diminuzione o una sospensione del rapporto sessuale troviamo le motivazioni psicologiche o relazionali. Ad esempio l’alto numero di anziani che sono rimasti vedovi/e, per la morte del coniuge. Per questi e per coloro che vivono ancora in coppia possono avere un importante effetto inibente i pregiudizi e gli stereotipi culturali che vedono l’anziano come asessuato, privo di desideri sessuali, immerso nella “pace dei sensi”. L’influenza generata dai luoghi comuni appena citati sugli anziani possono essere quelli della vergogna e del senso di colpa per avere ancora esigenze e pulsioni del genere.

L’insorgenza di alcuni disturbi sessuali, quali l’impotenza secondaria, l’incapacità iaculatoria, il vaginismo, può essere legata a tali vissuti, o a una reazione ansiosa e fobica di fronte alle modificazioni fisiologiche indotte dall’età (erezione più lenta e meno vigorosa, minore lubrificazione vaginale) che, se serenamente accettate, non costituiscono ostacolo all’attuazione dell’atto sessuale.

Diverse persone anziane rinunciano all’attività sessuale per eliminare gli insuccessi, o le frustrazione e il confronto vissuto come sconfitta personale. Ciò vale per le coppie di coniugi anziani, ma, a maggior ragione, per gli le persone anziane rimaste sole, per le quali un nuovo compagno e il timore di non essere all’altezza possono portare ad un notevole stato d’ansia.

I cambiamenti affettivi ed emotivi incidono notevolmente e si sommano a quelli cognitivi che oltre a deteriorarsi concorrono con le distorsioni ad aggravare ulteriormente il decadimento fisico e la malattia. Il tutto si mescola in un sinergismo negativo che modifica le preesistenti abilità sociali e l’efficienza dell’età matura.

La progressiva “fragilità” della persona anziana, entro certi parametri, può essere favorevolmente sostituito da risorse ancora esistenti ed attivabili, ma, nel contempo, bisogna considerarel’impatto cui l’anziano va incontro quando, qualora collocato in un contesto, si trova a dovere affrontare l’immagine, la funzione, ma soprattutto l’importanza che gli viene oggi riservata nella cultura e nella struttura sociale.

(Dott.ssa Mariagabriella Corbi)

Fonte: http://www.laprevidenza.it

Bibliografia

L’Amore, la Sessualità: non hanno Età

Fiori di Bach per la Terza Età

Come ascoltare gli altri

10 novembre 2009

Come ascoltare gli altriUna delle competenze comunicative più importanti relative all’ascolto consiste nel riconoscere ciò che il nostro interlocutore dice, anche se non siamo d’accordo con lui, prima ancora di parlare della nostra esperienza o esprimere il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più attenzione da parte del nostro interlocutore in situazioni tese, è necessario innanzitutto che prestiamo attenzione al suo messaggio, riformulando a parole nostre ciò che abbiamo ascoltato (specialmente i suoi sentimenti) prima di esprimere i nostri bisogni o la nostra posizione.

Il tipo di ascolto che vi vorrei suggerire in questo articolo tiene distinti due elementi che spesso nella nostra comunicazione con gli altri tendiamo a confondere: riconoscere e approvare. Infatti riconoscere i pensieri ed i sentimenti di una persona NON significa approvare o essere d’accordo con le azioni dell’altro o il dell’altro o il suo modo di percepire e di vivere le esperienze, né accettare di fare tutto ciò che ci viene chiesto di fare. Ascoltare in modo disponibile è sempre un modo valido per far capire agli altri che ci stanno a cuore e che ci prendiamo cura di loro. I nostri interlocutori non si rendono conto automaticamente se e quanto li abbiamo capiti, ed è anche possibile che non possano o vogliano chiederci conferme. Specialmente quando una conversazione è tesa o difficile, è importante ascoltare e riconoscere quanto ci viene detto. Altrimenti, le possibilità di venire a nostra volta ascoltati dagli altri saranno molto basse.

Ascoltare gli altri costituisce una premessa indispensabile per far sì che anche gli altri ascoltino. Nell’imparare a coordinare meglio le nostre attività di vita con quelle degli altri, è bene che evitiamo due diffusi ma terribili modelli di comunicazione: difendere a tutti i costi la nostra “causa” come in un tribunale; dibattere. Nei tribunali e nei dibattiti, ciascuna delle parti cerca di far prevalere la propria opinione ed ascolta l’altra parte solo per dimostrare l’infondatezza del suo punto di vista. Ma siccome coloro che sono incaricati di argomentare o perorare una causa non devono raggiungere necessariamente un accordo o lavorare ad un progetto comune, non conta che il loro stile di conversazione sia positivo.

Ma la maggior parte di noi si trova in una situazione completamente differente. Noi infatti passiamo una parte considerevole della nostra vita cercando di collaborare con gli altri e di raggiungere degli accordi, per questo dobbiamo preoccuparci non di sconfiggerli, ma di coinvolgerli. Al lavoro e in famiglia la persona che sconfiggiamo oggi potrebbe essere la persona con cui avremo bisogno di collaborare domani! Quando siamo preoccupati per qualcosa e ne vogliamo parlare, la nostra capacità di ascoltare diminuisce sensibilmente. Per questo, farci capire da una persona che sta tentando di esprimere dei sentimenti piuttosto forti spingerà ancor più quella persona a ricercare un riconoscimento delle sue emozioni. D’altro canto, quando sentiamo che il contenuto del nostro messaggio ed i nostri sentimenti sono stati ascoltati, cominciamo a rilassarci e siamo più disponibili ad ascoltare gli altri.

Come scrive Marhall Rosemberg nel suo libro Nonviolent Communication “studi relativi alle negoziazioni nel mondo del lavoro dimostrano che il tempo necessario a risolvere un conflitto si dimezza quando ciascun negoziatore ripete, prima di rispondere, ciò che il suo interlocutore ha detto”. Ad esempio in un ospedale un’infermiera, dopo aver ascoltato un paziente, potrebbe esprimersi così:
Vedo che ti senti molto a disagio, Franco, e vorresti alzarti da quel letto e muoverti. Ma il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana.

E’ probabile che il paziente in questo caso sia più disposto ad ascoltare l’infermiera rispetto al caso in cui quest’ultima avesse invece detto: Mi dispiace molto, Franco, ma devi stare a letto. Il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana. Quello che manca in questa seconda versione è il riconoscimento dello stato fisico ed emotivo del paziente. E’ il riconoscere i pensieri ed i sentimenti dell’altro che potenzia enormemente le nostre capacità si ascoltare e fa’ veramente la differenza nelle nostre relazioni con loro.

Giuseppe Falco

Fonte: www.comunicazionepositiva.it

Le emozioni come nascono …

7 ottobre 2009

gestire-emozioni

… a cosa servono e dove possono condurre.

Le emozioni sono parte integrante del paesaggio umano ed esprimono alcuni tratti della personalità. E, tuttavia, si tratta di manifestazioni reattive del sistema nervoso.

Le emozioni sono chiamate anche passioni o falsi feelings; esse sono infatti manifestazioni compensative che affiorano quando si perde la connessione con la qualità originaria dell’essere. Quando le emozioni/passioni sono presenti in modo compulsivo, possono connotare un individuo, come pauroso, collerico, allegro, malinconico, ossessivo.

Per contro, le varie qualità dell’essenza – come Amore, Pace, Gioia, Valore, Forza, Volontà, Fiducia, Saggezza, Creatività – sono presenti nella profondità del nostro essere; quando ci si riconnette con questa o quella qualità dell’essenza esse vengono sperimentate come sensazioni intime, profonde, appaganti: proprio per questo sono chiamate veri feelings.

Le emozioni/passioni sono in qualche modo una forma distorta delle qualità essenziali con le quali condividono identiche risonanze; ma le emozioni vivono in superficie in una forma reattiva e caotica. Più ci si riconnette con l’essenza e con le sue espressioni, meno si sentono le emozioni.

Le emozioni sono dunque reazioni, mentre le qualità essenziali sono stati dell’Essere.

All’inizio – nei primi mesi di vita – vi è solo essenza a riempire l’essere; poi – già a partire dai primi mesi di vita -, a causa di un ambiente primario di accoglienza inadeguato, vi è la separazione dall’essenza e la comparsa del senso di vuoto o di mancanza di qualcosa (il cosiddetto buco), cui segue l’insorgenza delle emozioni e il conflitto intorno ad esse che crea ogni tipo di pensieri.

Alcune persone sono tagliate fuori non solo dalla loro essenza, ma anche dalle loro emozioni e questo le rende veramente estranee a se stesse. Questa disconnessione incomincia ad accadere quando si perde il coraggio di vivere aperti alla vita, nella fragilità e senza difese preventive. Spesso accade che il non sentire sostegno nell’ambiente circostante, il timore di essere incompresi, feriti, derisi conduce a reprimere e nascondere agli altri e – ciò che è più grave – anche a se stessi le proprie emozioni, le proprie sensazioni e i propri sentimenti.

Si diviene estranei al proprio mondo interiore.

Si rimane in contatto soltanto con l’elaborazione mentale delle emozioni. Si ama, si va in collera, si ha paura, si è malinconici e tristi, si è allegri soltanto attraverso la mediazione dell’attività mentale. Accade così di essere identificati con i propri pensieri e di perdere il contatto con il proprio sentire, con quanto accade dentro di noi di momento in momento e, in tal modo, con il proprio stesso essere.

E’ veramente importante ritornare in contatto con le proprie emozioni e viverle pienamente per giungere presto o tardi a comprendere come e perché esse nascono. Vale la pena di precisare che vivere pienamente le proprie emozioni non vuol dire cavalcare l’onda emotiva della rabbia, della malinconia, della paura o della gioia, ma piuttosto ‘stare-nel-mezzo’, – senza esprimerle e senza reprimerle -, ‘semplicemente’ rimanendo consapevoli. Cresce via via la capacità di essere ‘il testimone’: colui che è presente a tutto quanto accade dentro di noi, senza identificazione e attaccamento.

Da questo comportamento, che è accettazione di quello che sta accadendo nel momento, nasce, quando il tempo è maturo, una nuova comprensione. E’ questa comprensione di se stessi che permetterà di dissolvere le difese erette inconsciamente dalla personalità, di sperimentare l’esistenza del ‘buco’, di vivere il dolore dell’assenza di questa o quella qualità – amore, valore, forza, creatività … – senza cercare compensazioni. Solo in questo modo l’essenza perduta riprende a fluire.

A. H. Almaas così si esprime, “Per prima cosa le persone devono imparare a sentire se stessi, a prestare attenzione a se stessi, affinché le necessarie informazioni siano disponibili. La maggior parte delle persone vivono la vita senza la necessaria consapevolezza perché cercano di evitare di sentire il vuoto, la falsità, la sensazione che ci-sia-qualcosa-di-sbagliato. Non si può evitare l’autoconsapevolezza e compiere il Lavoro” (di crescita in consapevolezza, umana e spirituale).

Le emozioni, perciò possono indicare come, dove, quando, in termini di memorie, una certa qualità dell’Essenza è andata smarrita rispetto alla propria consapevolezza.

Questo articolo è stato pubblicato su Hod, giugno-luglio 2004.

Fonte: http://www.lamentemente.com

Autostima e Amore

5 ottobre 2009

Autostima e AmoreLe “A” dell’autostima
1. Caratteristiche dell’autostima

1. APPREZZAMENTO genuino di sé in quanto persona, indipendentemente dalla propria attività o dai propri beni, così da considerarsi simili – pur nella differenza – a qualsiasi altro essere umano. E’ un apprezzamento che include tutto il positivo presente in se stessi: talenti, abilità, qualità fisiche, mentali e spirituali... Colui che si apprezza, gioisce stupito per le proprie qualità manifeste, e sa, qualora se lo proponga seriamente, di poterne sviluppare altre ancora latenti. Gioisce dei propri successi senza presunzione, né vanteria, indizi, generalmente, di sentimenti di inferiorità. “Tutti abbiamo dentro noi stessi una Buona Novella! La Buona Novella è che davvero non sappiamo quale possa essere la nostra grandezza, quanto possiamo amare, quanto possiamo ottenere, quanto grandi siano le nostre possibilità. Non si può rendere una Buona Novella migliore di questa” (Anne Frank)

2. ACCETTAZIONE tollerante e speranzosa dei propri limiti, debolezze, errori e insuccessi. Chi accetta se stesso, si riconosce essere umano fallibile, come tutti gli altri, e non si meraviglia, né si angoscia troppo, per il fatto di sbagliare con maggiore, o minor frequenza. Riconosce seriamente gli aspetti spiacevoli della propria personalità, assume la responsabilità di tutte le proprie azioni, senza sentirsi in colpa più del dovuto per gli sbagli commessi. Sa per esperienza che “l’orrore dell’errore è un errore peggiore“. Non lo spaventano i propri limiti e difetti, e preferisce compiere con successo ciò che fa, ma non affonda quando perde.

“Aspira a fare le cose bene, non alla perfezione. Non rinunciare mai al diritto di sbagliarti, ché altrimenti perderai la capacità di imparare cose nuove e di avanzare nella vita. Ricorda che sotto le ansie di perfezione si nasconde sempre la paura. Affronta le tue paure e concedi a te stesso il diritto di essere umano: paradossalmente, potrai fare di te una persona molto più feconda e felice” (D. Burns)

3. AFFETTO: una disposizione positiva e amichevole, comprensiva e benevola verso se stessi, così da sentirsi in pace, non in guerra, con i propri pensieri e sentimenti (anche se sgradevoli), con la propria immaginazione e il proprio corpo (quali che sino le sue rughe – letterali, o metaforiche – e difetti). Si è capaci di gioire della solitudine senza disdegnare la compagnia; ” ci si trova bene con se stessi, nella propria pelle” (L. Racionero).

“Dovremmo imparare a guardare noi stessi con la stessa tenerezza con cui ci guarderemmo se fossimo nostro padre”
(J.L. Martìn Descalzo)

4. ATTENZIONE e cura amorevole dei propri bisogni, fisici e psichiciintellettuali e spirituali (ovviamente, non ci riferiamo qui a quei bisogni superflui, creati artificialmente da una pubblicità aggressiva ed ingannevole). La persona che ha stima di sé preferisce la vita alla morte, il piacere al dolore, la gioia alla sofferenza. Non cerca il dolore per il dolore, protegge la propria integrità fisica e psichica, non si espone a pericoli inutili. E tuttavia è capace di accettare anche la sofferenza, e, se occorre, la morte, per una persona, o una causa con la quale si senta profondamente identificata. Così, ad esempio, una madre che ha stima di sé dona con gioia uno dei propri reni per farlo trapiantare ad un figlio che ne ha bisogno.

Queste quattro caratteristiche – le prime quattro “A” dell’autostima – presuppongono un buon livello di conoscenza di sé, e specialmente di autocoscienza, cioè di consapevolezza del proprio mondo interiore, conseguibile mediante l’amichevole ascolto di se stessi e l’attenzione costante a tutte le voci che sorgono da dentro. Già Socrate ci avvertiva che una vita inconsapevole non vale la pena di essere vissuta…

Quando parliamo di autostima, parliamo allora di AFFERMAZIONE di quell’essere umano fallibile, irripetibile, preziosissimo, che merita tutto il nostro rispetto e la nostra considerazione, ossia di quel “se” che ciascuno è; naturalmente, un “sé-in-relazione-con-gli-altri“, ché altrimenti non ci sarebbe individualità autentica. Non si tratta qui di narcisismo, poiché la persona che si stima davvero, nella propria globalità individuale e sociale, vive aperta e attenta all’altro, riconoscendone l’esistenza e affermandolo. Sa che non ci può essere affermazione duratura di sé senza solidarietà; accetta il fatto evidente dell’interdipendenza umana e si rende conto che non può, né le interessa, vivere isolata e indipendente dagli altri.

“Come le mele maturano con il sole, così anche noi uomini maturiamo in presenza dell’altro, collaborando con lui”
(G. Torrente Ballester)

Tratto da:

José Vicente Bonet.
AVERSI A CUORE.
Sulla stima e l’amicizia con se stessi.

Titolo originale: <Sé amigo de ti mismo. Manual de Autoestima>

Traduzione dallo spagnolo di MARIA GRAZIA DAL PORTO E LIDIA FONTANA.
Edizione italiana a cura di Giovanni Ruggeri

Fonte: http://pomodorozen.wordpress.com/2009/09/22/autostima-e-amore/

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