Posts Tagged ‘single’

Un popolo di single?

8 marzo 2010

Sempre più divorzi, separazioni, e meno matrimoni, questa è la tendenza costante negli ultimi anni. La durata media delle convivenze si è ridotta da cinque a tre anni. Questi dati danno molto da riflettere: cosa sta accadendo?

Mettiamo per un momento da parte analisi sociologiche che possono oscillare da mutamenti di cultura, a pressanti ristrettezze economiche, che vedono il matrimonio e la vita a due prima di tutto un business di alto livello, che non un progetto di crescita personale. Talvolta vale la pena chiedersi se sia meno rischioso acquistare un pacchetto di azioni argentine.  Focalizziamoci sul singolo e sull’interiorità: chi è il single?

Al di là della definizione anagrafica, si tratta prima di tutto e soprattutto di una dimensione interiore. E non è un caso, forse, che molti single restano tali anche quando stanno ufficialmente con un partner. E, volutamente, non utilizzo l’espressione ‘condivisione’ per riferirmi a questa situazione.

Spesso accade che un single di ‘lunga durata’ finisca per assuefarsi a questa dimensione interiore: sebbene possano essere presenti numerosi amici, nel profondo aleggia un senso di chiusura, di distanza, che priva dell’opportunità di cogliere quelle occasioni di vera e profonda apertura e con-divisione. E chi sta dall’altra parte lo percepisce, in modo chiaro e distinto. E’ una sorta di barriera, di muro di protezione, invalicabile, inattaccabile.

La sensazione di autonomia e d’indipendenza finisce con l’essere molto marcata e consistente: il messaggio è chiaro, “Me la cavo da solo/a”. E il senso di bisogno dell’altro che tutti, ma proprio tutti abbiamo, non solo resta inascoltato, ma viene seppellito sotto una coltre di difese e di barriere. E l’altro viene sempre più allontanato.

E il bastare a se stessi si traduce anche in una crescente selettività, che si manifesta nella scelta delle persone da cui ci si fa circondare.

Il single nell’animo difficilmente si sente solo, ma vive i suoi spazi di solitudine con estrema pienezza, a livello interno ed esterno. E’ una sorta di equilibrio, di dimensione, di consistenza, che si è creato e in cui si trova a suo agio. E può capitare, specie col trascorrere degli anni, che questa condizione si sedimenti e si radichi in modo molto netto e marcato.

La soddisfazione per questa condizione può essere molto elevata, a tutti i livelli, fisica, emotiva, affettiva, ma la con-divisione non valica mai certi limiti. Così come nell’amicizia in quanto tale non c’è comunione fisica, anche nelle avventure di una o due notti si ‘evita’ il rischio di un coinvolgimento prolungato a livello emotivo-affettivo. Solo frammenti istantanei di pienezza. E quasi mai ripetuti con la medesima persona. Pena lo svelamento di sé.

Tutto viene vissuto in prospettiva della dimensione dell’uno: l’egoismo regna sovrano, l’altro non deve invadere più di tanto i tempi e gli spazi. Per l’altro, per la dualità (o molteplicità) sono riservati spazi per definiti e circoscritti, da non travalicare accuratamente.

In taluni momenti esistenziali, però, questo equilibrio s’infrange ed affiora l’opportunità di un reale, profondo incontro con l’altro da sé. E, per lo più, le situazioni più interessanti si verificano quando due animi single vengono a contatto. Qui affiorano tutti i limiti delle condizioni. Ma anche, ben inteso, le opportunità, se è vero che è fondamentale saper stare con se stessi, prima ancora che gli altri (ma non che questo sia alternativo, né contraddittorio).

L’egoismo qui rischia d’esplodere, e di travolgere i due protagonisti, oppure può portare all’apertura di qualcosa di più vasto e costruttivo. Se, da un parte, la durata sempre più breve delle relazioni – e spesso anche le notevoli difficoltà che s’accompagnano, che evidenziano una reticenza profonda di mettersi veramente in gioco e a nudo con l’altro e di fronte all’altro – fa pensare a rapporti usa e getta, in cui l’altro è solo uno strumento ad uso e consumo da archiviare quando non risponde più ai propri bisogni, dall’altra il ritenere non vincolante un riconoscimento istituzionale potrebbe rappresentare un’opportunità per la ricerca delle condizioni ottimali per la propria evoluzione. Purché la si consideri tale, e non una fuga da se stessi (prima ancora che dal partner).

Anna Fata

Fonte: http://www.armoniabenessere.it

Essere single – Essere coppia

25 febbraio 2009

596387382tormentaNel mondo contemporaneo il concetto di famiglia tradizionale si affianca a nuove tipologie di “famiglie”: i single, le coppie di fatto, le coppie omosessuali, questi nuovi modi di concepire la famiglia, non sono ripieghi rispetto a quelle tradizionali, ma vere e proprie scelte individuali e nuovi modi di relazionarsi.

Le domande principali da porsi sono se si può stare bene in coppia non stando bene con sè stessi? Cosa cerchiamo nel partner, una persona, individuo o aspetti nostri? Siamo capaci di amare la persona in modo totalmente condizionato??

Amore è esperienza soggettiva di comunione, apertura, all’altro. Quindi è uno stato complesso perché è sia propriocettivo , una percezione propria, sia esterocettivo, perché l’amore nasce, si fonda, cresce, si dirama nella relazione con l’altro. Per amare serve quindi una conoscenza di noi stessi che sia in grado di farci comprendere cosa sentiamo, di farci definire che ciò che sentiamo è amore, sia la fiducia, capacità, volontà , di abbandonarci all’altro, di farci conoscere, comprendere, con-tenere. L’amore infatti è un passo a due.

Cosa spinge una persona a cercare un partner?

La personalità si configura come una struttura della psiche che governa l’organismo umano e ne media i rapporti con l’ambiente: Il concetto di bisogno è alla base della teoria della motivazione, simboleggia una forza che organizza l’azione in modo da modificare una situazione in modo soddisfacente. Inoltre, il bisogno, viene definito come una tensione sia interna che esterna; mentre l’individuo è portatore di bisogni, l’ambiente è sede di pressioni.

Ritornando al concetto di coppia quindi, la ricerca di un partner può derivare da un bisogno interno (“mi sento solo”, “avrei voglia di avere qualcuno accanto”), o da un bisogno che nasce in relazione con l’ambiente (” tutti i miei amici hanno qualcuno accanto”).

A. Maslow propone un modello gerarchico dei bisogni umani suddivisi in cinque specifici gruppi (bisogni fisiologici, di sicurezza, di relazioni parentali, di appartenenza e di amore, di riconoscimento e rendimento,di realizzazione di sé), pertanto se i bisogni interni che muovono le azioni degli individui sono psicologicamente determinati e sono sempre quelli, altrettanto non si può dire dei bisogni che nascono in relazione all’ambiente.

Analizzando gli aspetti dell’essere i coppia, uno degli aspetti più rilevanti è quello dell’equilibrio.

In coppia si formano delle polarità e spesso può accadere che tali polarità rechino degli equilibri non soddisfacenti per la coppia o per uno dei due partner, quali : superiore uno /inferiore l’altro; buono/cattivo; genitore/figlio; attivo/passivo. Il cambiamento inoltre non è indolore, perché conduce ad un momentaneo disequilibrio, quindi per lo più si evita, a volte, anche, restando fissati in una dinamica sofferta.

Una delle cause più frequenti della rottura di una coppia è da rintracciare quando uno dei due partner cerca di cambiare, modificare l’altro secondo un suo schema di riferimento. In questo caso l’elemento fondante della coppia non è più l’amore verso la persona, ma l’amore verso ciò che la persona può rappresentare, diventare, a mia immagine e somiglianza, in sintesi diventa un amore narcisistico proiettato sull’altro.

Dopo questa breve introduzione per definire il tema di cui stiamo parlando vorrei fare una panoramica del concetto di famiglia. Perché la psicologia se ne occupa? Perché i dati rilevano un aumento delle separazioni, divorzi, che conducono successivamente a varie problematiche quali: vissuto di abbandono, di fallimento relazionale, sensi di colpa, liti in fase di separazione giudiziale, o problematiche nell’accettazione della nuova situazione da parte dei figli. Inoltre c’è un notevole aumento nella realtà contemporanea del concetto dell’essere single, come una vera e propria scelta di vita.

Essere single infatti è una scelta. Spesso capita nella fascia d’età tra i 25 ed i 35 anni di sentire opinioni del tipo: “vorrei un figlio ma non un partner”; “non mi sento pronto/a”; “mi piacerebbe ma in un secondo momento, voglio aspettare ancora”. Ciò che prima veniva individuato in gruppi sparsi e veniva letto come paura, mancanza di voglia di responsabilizzarsi, adesso si configura come una vera e propria scelta.

Le ditte alimentari ad es., che rappresentano l’offerta del mercato ad una richiesta, riconosce quella dei single come una realtà consolidata, frequente, al punto che sono messi in vendita tutta una serie di alimenti di facile preparazione e monodose. Cosa ci indica questo dato? Il fatto che non è la mancanza di amore o del bisogno di essere amati, ma che la coppia intesa in modo tradizionale ha deluso le aspettative dell’individuo. Oltre al fenomeno del single oggi sono in notevole aumento anche le coppie di fatto.

Perché? Perché ciò che spaventa è proprio il perdere la propria individualità nella fusione del rapporto di coppia. A maggior parte delle persone che fa questa scelta di vita ha un esperienza di questo tipo, di annichilimento, di diluizione del proprio sè.

Allora quale può essere il consiglio da dare? Quello che nella coppia bisogna lasciare uno spazio per sé e donare lo stesso spazio all’altro. Che avere un momento per sé stessi non significa maliziosamente minare l’armonia della coppia, ma, al contrario, lasciare a sé stessi la possibilità di riconoscersi, accrescersi, scoprirsi ed è questo che non permette al rapporto di coppia di ingrigirsi e perdere spontaneità.

Ritrovare e riscoprire , anche, la voglia di giocare, di cambiare ruoli e dinamiche senza congelarsi nelle polarità, lasciare che a turno chi sia chi dona e chi riceve e di non prendersi troppo sul serio se ci sono discussioni. L’essere coppia è anche essere complici.

Fonte: http://www.palermoweb.com/psicologia/mente.asp

I Single Parassiti

24 febbraio 2009

man_cat_dog_fridge2«Mandiamo i bamboccioni fuori di casa». Non usa mezzi termini il ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, parlando della Finanziaria e della norma che prevede affitti agevolati per i più giovani: «Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano, e non diventano autonomi».

Nel 1993, il 56% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni, non sposati, viveva insieme ai genitori. Nel 2003, si era arrivati a quota 60%, e i giornali oggi parlano addirittura del 70%, oltre 5 milioni e mezzo, di “bamboccioni”, che popolano l’Italia.

C’è chi fa un paragone con altri giovani europei, scandinavi in testa, fuori di casa appena raggiunta la maggior età, e che vede gli italiani attaccati alla sottana della mamma in stile Alberto Sordi nel film di Fellini, “I vitelloni”: “Mamma, non piangere, io non ti lascio!”.

In realtà, come “patria dei mammoni”, l’Italia non ha poi molto da invidiare a paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, dove questi giovani sono conosciuti come “boomerangers”. Ma c’è un paese in cui il problema dei figli che non vanno via di casa è arrivato molto prima: il Giappone, paese del sol levante, patria dei “single parassiti”.

L’espressione “single parassita” (in giapponese “parasaito shinguru”, dall’inglese “parasite single”) è apparsa per la prima volta in un articolo del 1997 del quotidiano giapponese “Nihon Keizai Shinbun” . Yamada Masahiro, docente di sociologia all’università Gakugei di Tokyo, la coniò per definire i giovani tra i 20 e i 34 anni che, pur potenzialmente indipendenti dal punto di vista economico, continuano a vivere a casa dei genitori e a dipendere da loro per vitto e alloggio.

Non contribuire alle spese domestiche, spendere lo stipendio in prodotti di marca, viaggi e divertimenti, rimandare il matrimonio il più possibile: è questo lo stile di vita dei single parassiti degli anni Novanta, epoca d’oro di questa “generazione di egoisti” che nel 1995 comprendeva circa dieci milioni di giapponesi.

Le statistiche parlavano della maggior parte di loro come lavoratori a tempo indeterminato tra i 20 e i 29 anni, che sceglievano di vivere da single mantenuti e di togliersi ogni sfizio prima che arrivasse il matrimonio ad abbassare il loro tenore di vita. Tutto questo, con la prospettiva di sposarsi un giorno o l’altro, il più tardi possibile e stipendio di mamma e papà permettendo.

Uno stile di vita beato e agiato, lontano dai valori tradizionali legati al matrimonio e sempre più desiderabile soprattutto per le donne. Non a caso, le statistiche parlavano di un fenomeno soprattutto al femminile, di ragazze giapponesi non più disposte a vestire i ruoli tradizionali di una società che ha sempre avuto al centro di tutto l’uomo.

Ecco allora una schiera di donne parassite, che rifiutano di sposarsi e spendono e spandono in prodotti di marca, Prada, Gucci, e Louis Vuitton in testa, e che non si sentono offese se la stampa parla di loro come “parassite”, ma, anzi, trovano il termine “kawaii” (carino). Una generazione di donne che sceglie di non essere moglie per forza e senza altra scelta, e che pensa che essere single non sia un segno di cattiva reputazione, ma il frutto della voglia e del diritto di affermarsi.

Ecco allora un’altra definizione che negli anni Novanta rimbalza da una parte all’altra del Giappone, che si ripete ogni qual volta si affronti il problema del calo di nascite nel paese, che invecchia sempre più: quella di oggi è una “mukekkon sedai”, una generazione che non si sposa. Che si fa mantenere da genitori in buone condizioni finanziarie grazie ai benefici del periodo della “bubble economy” (economia della bolla) degli anni Ottanta.

Dopotutto, se possono viziare i loro figli, perché non farlo? “Perché le donne viziate cresciute nel periodo della bolla economica si sono abituate ad uno stile di vita al quale non rinunciano neanche in un periodo di forte recessione economica”, risponde Yamada.

Nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, aumentano i giovani che non riescono ad avere un posto di lavoro fisso a tempo pieno, e che non possono permettersi di vivere da soli anche se vogliono farlo. Si può definire egoista una generazione in cui dilagano i “freeters”, lavoratori che passano da un lavoro a tempo determinato a un altro, o vivono di più lavori part-time senza riuscire a trovare un posto fisso come i nostri giovani lavoratori precari? In un paese come il Giappone, in cui il costo delle case e degli affitti è notoriamente alto, se un single parassita decide di rendersi indipendente rinuncia, in media, a due terzi delle proprie entrate.

Ecco allora che essere single parassita non è più una scelta libera e consapevole come negli anni ‘80 e nei primi anni ‘90, ma è diventata una mancanza di alternative. Che forse, chi lo sa, è anche il motivo che spinge sette giovani italiani su dieci a comportarsi da “bamboccioni” e ad evitare di crearsi una famiglia.

Articolo di Irene Gioiello

Fonte: http://www.informagiovani-italia.com

Il boom dei single cambia il mercato

24 febbraio 2009

titleCi troviamo dinnanzi ad una vera rivoluzione di mercato… Le scelte di vita personale cambiano ed orientano quelle delle multinazionali.

La scelta poi di vivere soli condiziona il sistema produttivo della confezione: dalle grandi dose alla mono dose. Dal corriere.it si apprende che: “La carica dei single in Italia, 5 milioni e 977 mila «unità unipersonali» come li chiama freddamente l’Istat nell’ultimo censimento, non accenna ad arrestarsi.

Un incremento percentuale del 98,8% dagli Anni 70 agli Anni 90, una crescita progressiva fino al 2001 (quando i single erano un quarto delle famiglie italiane), 1,7 milioni in più nel 2007, segnale di una rivoluzione socio- culturale profonda, soggetta a due variabili fondamentali: il livello di reddito, che condiziona consumi e stile di vita, e l’età.

«La grande rivoluzione è demografica: l’aumento della longevità e dell’instabilità coniugale, in un contesto in cui il ciclo della famiglia tradizionale si accorcia e si trasforma, hanno provocato il boom delle persone sole – spiega Chiara Saraceno, ordinario di sociologia della famiglia all’Università di Torino -. Gli uomini sono di più perché spesso le donne, in caso di separazione, vanno a vivere con i figli.

In Italia e in Europa, insomma, non si vive più appassionatamente tutti sotto lo stesso tetto». I single come li intendono le riviste glamour, disposti a investire molto denaro su tempo libero, happy hour e viaggi? Una minoranza: «Hanno paura della stabilità e quindi rimandano il momento di entrare in coppia e prendersi responsabilità. La loro scelta di singletudine, comunque, non è definitiva».

Le nuove famiglie – a prescindere che si tratti di single per vocazione, in parcheggio o forzati – creano nuovi bisogni, nuovi consumi e, in ultima analisi, nuovi prodotti. Negli ultimi anni il mercato si è mobi-litato per acchiappare questa fetta d’Italia propensa alla spesa e spesso malata di solitudine, con la tendenza a compensare con il cibo (nel paniere Istat sull’andamento dei prezzi, non a caso, stanno entrando le monodosi) e altri bisogni, non sapendo che essere con se stessi, in quanto pieni di sé, può essere bellissimo e che sperimentare il vero e autentico essere soli può diventare un’alta forma di libertà.

In rapporto, un single medio consuma il 50% di un nucleo famigliare classico perché spesso è costretto ad acquistare quantità di cibo superiori ai suoi bisogni reali (con sprechi enormi), però ha esigenze totalmente diverse. Le multinazionali e i supermercati se ne sono accorti, finalmente: la confezione da quattro bistecche e il pacco di biscotti extralarge sono obsoleti.

E allora ecco spiegato il fiorire di cibi pronti e mono-porzioni: la vendita di frutta e verdura pronto uso ha superato un totale di 40 milioni di chili per un fatturato di 350 milioni di euro, e si tratta di un mercato in piena espansione. Insalate miste già condite, macedonie sbucciate e tagliate, alimenti che si rimpiccioliscono per diventare più appetibili ai gusti dei single, la confezione di parmigiano è dimagrita fino ad arrivare a 25 grammi, l’anguria si è ristretta (da 15 a 1,5 kg), è diventata più maneggevole e ha perso i semi, lo yogurt è passato dal formato da otto a quello singolo, 150 gr di dolcezza a 0,69 centesimi.

Quello che ancora manca è la varietà: le già poche ditte che producono le mono-dosi si fossilizzano, al massimo, su un paio di alternative. Appello al signor Rana Giovanni: i tortellini di crudo o ricotta e spinaci non bastano più a soddisfare la domanda. Non mancano, in compenso, i libri di ricette per persone sole. Soluzioni veloci con porzioni più piccole.

La novità? Nessuna, ma il single nel titolo fa tendenza, e quindi il libro vende di più. Anche l’oggettistica in cucina non è più la stessa. Wms, azienda tedesca di pentole, si è inventata quella mono-porzione in acciaio inossidabile, il passaverdure e lo scolapasta mignon, le pirofile per una persona sola e tutti gli strumenti specifici per le esigenze di chi non ha famiglia, tanto che Kitchen, negozio milanese di casalinghi all’avanguardia, ha creato tre liste per chi va a vivere con se stesso: basic-media-avanzata. Di nicchia, certo, ma anche questo è business. “

Fonte: http://h24.myblog.it

Italiane, single per scelta

24 febbraio 2009

girl_0Le 10 motivazioni per restare soli

Ci sono gli “sfortunati in amore”, quelli “troppo esigenti” e quelli “troppo stressati”, gli “estremamente timidi” e i “solitari”…in comune hanno una cosa però: sono tutti single. E il più delle volte per scelta. Il fenomeno, che molti sociologi definiscono la “rivoluzione culturale dei single” e che coinvolge donne e uomini, sembra in costante crescita. In Europa una famiglia su tre conta un solo componente.

Il tedesco Bild, che al tema ha dedicato un servizio, non ha dubbi, la condizione di single è ormai uno status tanto diffuso quanto quello della coppia. In Germania come in Italia.

E da un recente sondaggio ISPO per il Corriere della Sera si apprende che il 2006 è stato l’anno dei record di divorzi, tra le principali ragioni che portano a scegliere definitivamente lo statuto di single. Ma non il solo.

La sociologa e psicologa tedesca Lisa Fischbach identifica su Bild ben 10 identikit di single, tracciando dieci motivazioni che portano a scegliere o a subire la condizione di “singletudine”.

Al primo profilo appartengono “gli sfortunati”, quelli che non incontran mai la persona giusta e per i quali l’anima gemella ormai è diventata una chimera.

Ci sono poi “gli esigenti”, che hanno troppe aspettative nei confronti di un ipotetico partner e quindi non si accontentano e non sono mai soddisfatti di chi incontrano.

Gli stressati, troppo impegnati per andarsi a cercare un partner e i timidi, che non si azzardano neppure a cercarselo.

Per i solitari invece, con una vita sociale molto ridotta, che preferiscono starsene in casa piuttosto che uscire, è difficile persino incontrarlo un ipotetico partner.

I “troppo sicuri di sé” sono invece destinati alla solitudine perché “spaventano” con la loro arroganza e sicurezza.

I nostalgici non riescono a staccarsi dall’immagine del loro ex partner e rimangono impigliati nel passato senza riuscire a costruirsi un futuro.

E ci sono poi i “poveri” che credono siano i soldi a fare la differenza e siccome loro non ne hanno si considerano tagliati fuori dal giro.

Infine coloro che si sentono troppo “brutti” o poco attraenti per “rilanciarsi” sul mercato e i “convinti” per i quali la condizione di single è una scelta ben ponderata e giusta.

A questa ultima categoria appartengono soprattutto le donne italiane. Almeno stando ad un sondaggio del settimanale Grazia. Il 52% delle single italiane rinuncerebbe infatti, secondo i dati raccolti dall’istituto di ricerca triestino SWG, volontariamente alla vita di coppia e più della metà non vivrebbe neppure da sola preferendo stare ancora a casa con i genitori.

Il sesso? Ne fanno generalmente poco e una su cinque si astiene completamente dal farlo. Il 65% aspetta il principe azzurro ma non è disposta a fare sacrifici per un uomo, e proprio per questo una su tre preferirebbe avere un figlio da sola. Sono convinte della loro scelta, ma c’è solo una cosa che invidiano alle relazioni di coppia: l’amore. Tuttavia, anche se per scelta, la vita “solitaria” è vissuta praticamente come una fase transitoria ed è il 65% del campione ad affermarlo; di queste, inoltre, la stragrande maggioranza aspetta solo di trovare la persona giusta, l’unica talmente speciale per cui si potrebbe cambiare la propria vita. Chi invece è single “definitivamente” è perché ha trovato un equilibrio: tuttavia c’è anche una parte di queste donne che ritengono gli uomini “utili”, ma da frequentare solo di tanto in tanto.

Sembra che essere single sia una scelta di comodo per fuggire dalle responsabilità, e invece il 41% delle donne dice che la vita è molto più difficile per chi è da sola, proprio perché non si partecipa in due alla risoluzione dei problemi. La cosa che più le spaventa del vivere con un uomo è l’essere diversi, l’essere costretti a dover sempre mediare per trovare le soluzioni.

Cosa manca di più? Per l’84% è il poter condividere i momenti più belli della vita con la propria anima gemella, anche se forse prevale su questo la paura del compromesso e la conseguente limitazione di libertà. E sono due i motivi che essenzialmente creano invidia alle italiane solitarie: l’amore reciproco che c’è in una coppia e la condivisione di progetti comuni per il futuro. E quando la condizione di single pesa, nei momenti di tristezza il 52% si distrae coltivando un hobby e il 44%, invece, si consola con le amiche.

Fonte: http://www.tgcom.mediaset.it

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