Posts Tagged ‘solidarietà’

Crisi della famiglia?

2 marzo 2009

divorziatiLa cronaca ci riserva con inquietante frequenza notizie e descrizioni di efferati delitti, che maturano all’interno della cerchia familiare. E, anche quando non si raggiungono questi estremi sanguinosi, l’istituzione familiare, in Italia e in tutto il mondo occidentale, sembra mostrare la corda.

Le unioni matrimoniali tendono, sempre più di frequente, a resistere per pochi anni per poi disgregarsi. I conflitti intrafamiliari danno lavoro ad avvocati e psicologi e sembrano radicalizzarsi di anno in anno.

Esistono, è vero, delle significative controtendenze, che dimostrano come la realtà sia più contraddittoria dei facili schematismi: i figli, sovente ultratrentenni, prolungano la permanenza nella famiglia d’origine, dichiarando di trovarcisi bene, di godere di assistenza e servizi altrimenti non fruibili.

In alcune realtà territoriali, la famiglia allargata continua ancora efficacemente a supplire alle carenze economiche e di infrastrutture.

Il disagio che, tuttavia, prevale, conosce, secondo me, molte ragioni, paradossalmente non tutte negative.
E’ un fatto che l’individuo contemporaneo ha un acuto senso della propria identità, dei propri diritti, della propria autonomia. Mal tollera perciò quei legami, quelle costrizioni, quelle dipendenze, economiche e psicologiche, che soltanto l’altroieri sopportava.

La famiglia patriarcale, il “padre padrone”, come quello che ritraeva Gavino Ledda in un famoso libro di qualche anno fa, non esiste più. Esistono padri aggressivi, violenti, con problemi mentali, ma l’autoritarismo è un titolo in ribasso alla borsa dei valori esistenziali.  Anzi padri e madri contemporanei sono imbevuti, almeno superficialmente, di cultura psicologica e il corteo di esperti da consultare in caso di necessità aumenta di giorno in giorno.

Qual è, allora, il male oscuro della famiglia? Forse l’indifferenza: distratti dalle proprie mete di carriera e di consumo da raggiungere ad ogni costo, forse si tende a trascurare i figli, il loro bisogno di colloquio, di ascolto. I ritmi lavorativi ed esistenziali, sono, in occidente, fortemente accelerati, compressi, lasciando sempre meno spazio per un’adeguata cura dei rapporti personali; la sfera emotiva, affettiva di molti bambini ed adolescenti tende a risentirne.

La struttura economica che fa da cornice certo non aiuto lo sviluppo armonico della personalità. Papà e mamma devono sovente entrambi lavorare per consentire un reddito che permetta di pagare affitto e bollette e i bimbi vengono sballottati fra asili, tate, nonni e televisione.

Inoltre gli standard educativi stanno mutando: il narcisismo, l’immagine, dominano ovunque, per cui aumentano le pressioni sui figli perché “onorino” la famiglia con buoni voti a scuola, una bella presenza, l’acquisizione di sempre nuove abilità da sfoggiare poi in società.

Il figlio, insomma, come prolungamento del narcisismo dei genitori.
Capita che sempre più bambini rimbalzino da un corso all’altro, nell’arco di una stessa giornata, come palline da flipper, senza aver tempo per il gioco, l’ozio, senza conoscere la bellezza del trascorrere lento delle ore e delle giornate.

E’ una cultura, intendiamoci, di cui non sono responsabili soltanto i genitori, ma soprattutto i media, con la martellante proposizione di modelli inarrivabili di bellezza e di successo.

Oppure, sentendosi inadeguati nella sfera emotiva, certi genitori cercano di compensare questa insufficienza comunicando con i figli solo tramite oggetti: la bella macchina, i bei vestirti, la disponibilità di denaro. I figli finiscono così per percepire i genitori soltanto come obbligati dispensatori di soddisfazioni materiali.

Senza contare quei genitori che usano in modo deprecabile i propri figli come arma nelle dispute con l’altro coniuge, ignorandone totalmente le necessità.

Da tempo la famiglia è oggetto di critiche da parte del mondo della cultura. E’ ritenuta il luogo degli egoismi, della meschinità, dell’ipocrisia, del conformismo, di ogni male attraversi la società.
Ricordo il celebre “Famiglie, io vi odio” di Andre Gide o il vagamente profetico “La morte della famiglia” dell’antipsichiatra David Cooper.

Sono molte le scuole psicologiche e psichiatriche che riconoscono, forse in maniera un po’ troppo unilaterale, nei rapporti familiari distorti l’origine della cosiddetta malattia mentale.

Eppure a me sembra che la famiglia sia come la democrazia, un’istituzione imperfetta che tuttavia non ha alternative migliori praticabili.
Laddove gli esseri umani si incontrano e interagiscono per anni, è naturale e inevitabile che, dallo scontro di volontà diverse, si sviluppino conflitti.

L’importante è, forse, tentare di gestire questi conflitti con efficacia e maturità, lasciando spazio alla comprensione, al dialogo, all’affetto, alla solidarietà.

Sperando che, nel frattempo, politici e amministratori, cerchino di creare le migliori condizioni esterne (sostegni economici, infrastrutture, servizi, ecc.) affinché la famiglia prosperi.

Fonte: http://www.interruzioni.com

La Famiglia: Mancanza di autorevolezza.

2 marzo 2009

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Uno dei Problemi della attuale famiglia è la messa in crisi del suo ruolo tradizionale e la riduzione della sua autorevolezza.

Innanzi tutto è chiaro che sarebbe anacronistico riproporre modelli centrati su autorità e obbedienza presenti in un passato non recente.

Oggi la questione è che, superati questi modelli a vantaggio di una maggiore capacità di negoziazione e condivisione di valori, quello che entra in crisi è la definizione di ruoli e compiti che prima apparivano chiari ed oggi, in una visione più individualistica, sono lasciate alla discrezionalità e alla soggettività dei componenti.

Se il vantaggio è una effettiva apertura e democratizzazione, il rischio evidente può essere un eccessivo relativismo. Cioè la mancanza di regole fondanti che non possono essere messe in discussione pena la rottura e frammentazione del ruolo e significato culturale e biologico dell’istituzione famiglia.

Si pensi – tanto per citare qualche esempio al di là delle posizioni personali- al recente e acceso dibattito sul riconocimento delle coppie di fatto, delle famiglie omosessuali, ecc. Per evitare il rischio in cui possa essere possibile tutto e il contrario di tutto, occorre ripartire da valori semplici e massimamente condivisi, pur in una visione dinamica, che una società aperta e libera deve comunque darsi per evitare il caos.

Cerchiamo di capire quali sono alcune difficoltà e ostacoli che la famiglia incontra nel suo ruolo di agenzia educativa e nel compito di trasmettere valori.

a) L’ ambiente esterno diviene in questi anni sempre piu importante e decisivo rispetto alle tradizionali agenzie educative (scuola, famiglia, comunità), assumendo un peso nella definizione dei ruoli, nella costituzione dei desideri e delle aspirazioni delle persone e capace di influenzare la morfologia e l’autonomia della famiglia.

Si pensi alla televisione, a trasmissioni come “amici”, “grande fratello”, che propongono modelli alternativi e un nuovo conformismo che possono confliggere con scuola e famiglia. La questione può essere vista in questo modo: è ancora possibile educare all’anticonformismo, a valori diversi da quelli proposti da agenzie culturali in primis la televisione? Spesso la famiglia più che contrapporsi si adegua: spesso assistiamo a genitori che comprano ai figli la Play Station o il Nintendo “se no quando va a scuola tutti ce l’hanno e mio figlio si sente emarginato, escluso”.

b) L’abbassamento del potere d’acquisto con tendenza all’indebitamento ha messo in luce il crescere dei problemi economici e di bilancio delle famiglie medie. Il risultato è che sempre più spesso i membri della famiglia tendono a proiettarsi all’esterno alla ricerca di nuove attività economiche, seconde, terze occupazioni, diminuendo considerevolmete la qualità della vita, la serenità ed un corretto e più equilibrato uso del tempo libero e del tempo di interazione e scambio. Per esempio tempo da passare con i figli, educare, parlare di problemi, viaggiare, fruire di eventi culturali.

Tale mancanza di tempo influisce sulla qualità della vita e delle relazioni tra componenti familiari ed è causa di una tendenza all’isolamento intrafamiliare. Questa situazione, non solo causata da necessità economiche, ma come diffuso stile di vita, è aggravata anche dal massiccio e non controllato utilizzo delle nuove tecnologie, cellulare, internet, ecc.

In definitiva appare realistica e condivisibile la tendenza a considerare sempre più la disponibilità di tempo come misura di lusso e benessere (che come aria pulita, acqua pura, paesaggio incontaminato costituiscono l’insieme di beni immateriali sempre meno disponibili).

In conclusione: la famiglia oggi è isolata e schiacciata tra l’adeguamento a modelli culturali “esterni” e pericoli di isolamento. Una monade in una dimensione sempre meno incline alla solidarietà, allo scambio e alla comunicazione con altre famiglie (soprattutto nelle grandi città). Ne fanno le spese in questo quadro i figli che sempre più si trovano davanti genitori poco disponibili, indaffarati, ansiosi, problematici, o al contrario (che è il modo in cui viene convertita l’ansia, quindi una specie di rovescio della medaglia) iper protettivi, eterni “ragazzini”, che tendono al rapporto “amicale” e a un’eccessiva apertura, tolleranza, e assenza di regole da trasmettere.

Il genitore si trova nella condizione di dire sempre (o quasi) di si per evitare conflitti, scontri, rotture che è sempre meno in grado di gestire, e perchè per costruire e crescere reciprocamente da un conflitto o da uno scontro di valori, occorre discutere, spiegare, capire. Occorre tempo, per l’ascolto, per il ragionamento e per lasciare sedimentare le emozioni…quel tempo che, come si diceva, è oggi merce rara.

Questa “latitanza” genitoriale come un circolo vizioso mette il ragazzo in una situazione di mancanza di punti di riferimento e lo pone ad attivare una ricerca all’esterno della famiglia: amici, gruppo e una svalutazione del ruolo genitoriale. In questo quadro la famiglia è destinata a perdere progressivamente autorevolezza tranne che sappia ritrovare al suo interno la dimensione valoriale, capace di fermare questa corsa continua al non si sa bene cosa, che è divenuta un abitudinario e stereotipato modo di vivere.

Dott. Orazio Caruso
Fonte: http://www.studentidipsicologia.it

Atteggiamenti di valutazione e inganno

23 febbraio 2009

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Se diceste la verità assoluta a tutti, che cosa succederebbe? Se esprimeste le esatte parole che vi passano per la mente, quali conseguenze ci sarebbero?

Quando una donna vi chiede se un vestito la fa o meno sembrare grassa, che cosa rispondete? Se siete abili, rispondete che le sta bene, anche se pensate che il colpevole non sia l’abito, ma tutti i gelati e le torte che mangia.

Se diceste sempre la verità a tutti, non solo finireste per vivere in solitudine ma anche per essere ricoverati in ospedale o rinchiusi in carcere. Le piccole menzogne sono, per così dire, l’olio che lubrifica le interazioni sociali, il fattore che ci consente di mantenere buoni rapporti col prossimo. Sono le cosiddette bugie bianche, che hanno lo scopo di far sentire a proprio agio gli altri quando la verità risulterebbe cruda oppure offensiva. Gli studi condotti in questo ambito hanno dimostrato che i bugiardi sociali godono di maggior popolarità rispetto a chi dice sempre la verità, anche se sono noti per non dire il vero. Le bugie malevole sono invece quelle raccontate con l’intento di ingannare il prossimo a proprio vantaggio.

Le ricerche sulla menzogna

I segni meno affidabili di un atteggiamento menzognero sono quelli su cui l’individuo ha maggior controllo, quali le parole, che possono essere studiate ad hoc. Viceversa, i segnali maggiormente attendibili sono i gesti automatici, su cui il soggetto ha un controllo scarso o nullo. Si tratta di gesti che si verificano proprio mentre viene detta la bugia perché, dal punto di vista emozionale, sono quelli che più contano per l’ingannatore.

Come facciamo allora a capire se qualcuno ci stia mentendo, stia prendendo tempo o soltanto riflettendo? Saper riconoscere la gestualità legata a un atteggiamento menzognero, procrastinatore, annoiato o valutativo è una delle capacità più importanti da apprendere.

Il volto è lo specchio della verità

Il volto è la parte del corpo più usata per mascherare le bugie: quando cerchiamo di spacciare una menzogna per verità, ricorriamo a sorrisi, cenni del capo e ammiccamenti, ma per fortuna il linguaggio spontaneo del corpo denoterà sempre i nostri veri sentimenti.

Dalla discrepanza tra i segnali facciali artefatti e quelli automatici possiamo quindi capire se un individuo ci stia mentendo.

Atteggiamenti ed emozioni vengono palesati in continuazione dal volto, fatto di cui siamo quasi sempre ignari.

La presenza di discrepanze nei segnali facciali denota conflittualità emozionale.

Quando tentiamo di dire il falso, o anche se un determinato pensiero ci attraversa la mente, per una frazione di secondo il nostro viso lo rivela. Di solito, se vediamo una persona che si tocca rapidamente il naso, pensiamo che abbia prurito; se la vediamo reggersi il volto con la mano, riteniamo sia molto interessata e non immaginiamo nemmeno che invece la stiamo annoiando. Una volta abbiamo ripreso un uomo che descriveva il suo “buon” rapporto con la suocera: ogniqualvolta ne pronunciava il nome, sul lato sinistro del suo viso compariva fugacemente un ghigno, che ci rivelò molto dei suoi veri sentimenti per la donna.

Le donne sono più abili a mentire ed è vero!

In Perché gli uomini lasciano sempre alzata l’asse del water e le donne occupano il bagno per ore’) abbiamo spiegato perché le donne siano più abili a cogliere i sentimenti e, di conseguenza, a manipolare gli altri con la menzogna. Il fenomeno è già evidente nelle bambine piccole, che scoppiano a piangere per solidarietà con le compagne in lacrime, il che dà il via a “un’epidemia” di pianto. Sanjida O’Connell, autrice di Mindreading, ha condotto uno studio di cinque mesi sui diversi modi di mentire, giungendo alla stessa nostra conclusione: le donne mentono molto meglio degli uomini. In particolare, ha rilevato che raccontano bugie più elaborate, mentre i maschi si attengono a bugie più semplici, come “ho perso l’autobus” o “avevo il cellula re scarico, per questo non ti ho chiamata”.

Perché è difficile mentire

Gran parte delle persone ritiene che, quando si mente, si sorrida più del solito. Le ricerche invece dimostrano il contrario: si sorride di meno. La difficoltà di mentire sta nel fatto che l’inconscio opera in modo automatico e indipendente rispetto alla bugia che si racconta: di conseguenza, il linguaggio corporeo risulta in contrasto con quello verbale. Questa è la ragione per cui, al di là di quanto convincenti possano sembrare, le persone che mentono di rado vengono subito scoperte: nel momento stesso in cui iniziano a dire il falso, il loro corpo inizia a inviare segnali contraddittori dai quali capiamo che stanno mentendo.

Quando si racconta una bugia, la mente inconscia manda impulsi nervosi che inducono a compiere gesti in contrasto con quanto si afferma. I bugiardi” di professione” – i politici, gli avvocati, gli attori e gli annunciatori televisivi – hanno raffinato la gestualità a tal punto che risulta difficile coglierli in fallo: gran parte delle persone, infatti, abbocca tranquillamente all’amo.

Allo scopo adottano due strategie: in primo luogo, mentre dicono il falso studiano i gesti giusti e le sensazioni che inducono, anche se ciò risulta fattibile solo dopo una lunga esperienza. In secondo luogo, riescono a ridurre al minimo la gestualità in modo da non inviare segnali né positivi né negativi quando mentono, il che è un obiettivo altrettanto difficile da conseguire.

Provate a fare questo semplice test: raccontate volutamente una bugia a qualcuno senza compiere alcun gesto. Anche se riusciste a evitare tutti i gesti macroscopici, inviereste ugualmente segnali microscopici indicativi di falsità, per esempio lievi contrazioni del viso, dilatazione e contrazione delle pupille, sudorazione, rossore, aumento del battito palpebrale da dieci a cinquanta volte al minuto. Gli studi condotti usando riprese al rallentatore dimostrano che tali microsegnali si manifestano spesso per brevi attimi di tempo e vengono, pertanto, notati solo da intervistatori e venditori esperti, o da soggetti percettivi, abituati a coglierli.

Per poter mentire senza essere scoperti, è dunque necessario tenere il proprio corpo nascosto o lontano dalla vista dell’interlocutore.

Negli interrogatori il soggetto viene spesso fatto sedere su una sedia in mezzo a una stanza per risultare ben visibile oppure posto sotto la luce, in modo che il corpo sia in piena vista: in questi casi, se mente, le bugie sono più facilmente individuabili. È più semplice mentire se siete seduti dietro a un tavolo che vi nasconde parte del corpo, se state dietro a un recinto o una porta chiusa. Il miglior modo per raccontare bugie è usare il telefono o l’email.

Otto gesti comuni indicativi di falsità

42-15234391I. la mano sulla bocca

La mano copre la bocca dato che il cervello le ordina inconsciamente di cercare di bloccare le parole menzognere che pronuncia. Talora la bocca è coperta solo da alcune dita o dal pugno, ma il senso del gesto non cambia.

Alcuni cercano di mascherare il gesto della mano sulla bocca con un finto colpo di tosse. Un attore che interpreta il ruolo di un gangster o di un criminale vi ricorre spesso quando discute un piano con i complici o quando viene interrogato dalla polizia, in modo da comunicare al pubblico che il suo atteggiamento è reticente o falso. Se chi parla si porta la mano sulla bocca, è probabile che stia mentendo; se è invece l’interlocutore a compiere il gesto mentre voi parlate, potrebbe avere la sensazione che gli stiate nascondendo qualcosa. Una delle cose più scoraggianti per un oratore è vedere varie persone del pubblico portarsi la mano sulla bocca. In tal caso dovrebbe interrompere il discorso e chiedere se qualcuno voglia porre domande oppure affermare: “Vedo che qualcuno non è d’accordo. Sono pronto per eventuali domande”.

Le obiezioni potranno cosi venire a galla e l’oratore potrà controbattere e motivare le sue ragioni, proprio come se si trovasse di fronte a interlocutori a braccia conserte.

La mano sulla bocca può assumere la veste innocua del tipico gesto che invita al silenzio, accompagnato dall’esclamazione “Ssstl” in cui un dito esteso viene posto a contatto con le labbra. Si tratta, peraltro, di un gesto che veniva probabilmente compiuto dai genitori della persona che lo usa, quando questa era piccola. Diventato adulto, il soggetto lo utilizza per tentare di convincersi a non dire ciò che pensa. Per un osservatore attento è il segnale che sta nascondendo qualcosa.

2.Toccarsi il naso

Talora il gesto di toccarsi il naso può essere costituito da una serie di rapidi sfregamenti sotto di esso o da un unico tocco, rapido e quasi impercettibile, dello stesso. Le donne usano gesti più contenuti degli uomini, forse per non rovinarsi il trucco.

È importante ricordare che si tratta di un gesto che va interpretato in relazione agli altri segnali corporei e al contesto: il soggetto che lo compie potrebbe, infatti, avere il raffreddore o un’ allergia.

Gli scienziati della Smell and Taste Treatment and Research Foundation di  Chicago hanno scoperto che, quando si mente, si verifica la liberazione di catecolamine, sostanze che determinano gonfiore dei tessuti nasali interni. Usando telecamere speciali in grado di riprendere il flusso ematico, i ricercatori hanno dimostrato che quando si dice intenzionalmente il falso, la pressione sanguigna sale e l’afflusso di sangue al naso aumenta, dando luogo al cosiddetto “effetto Pinocchio”. L’aumento della pressione sanguigna dilata il naso e, stimolando le terminazioni nervose, crea una sorta di formicolio che induce la persona a grattarsi per placare il “prurito”.

A occhio nudo il gonfiore dei tessuti non si vede, ma è proprio questo fattore a provocare il gesto di toccarsi il naso. Lo stesso accade quando un individuo è agitato, ansioso o infuriato.

Il neurologo americano Alan Hirsch e lo psichiatra Charles Wolf  hanno studiato in modo approfondito la testimonianza resa da Bill Clinton davanti al Gran Jury  in ordine alla sua relazione con Monica Lewinsky scoprendo che, quando diceva il vero, si toccava raramente il naso. Quando invece mentiva, si accigliava brevemente prima di rispondere e si toccava il naso una volta ogni quattro minuti, per un totale di ben ventisei volte.

Studi condotti con telecamere speciali hanno rivelato che, quando un uomo mente, anche il pene si dilata a causa del maggior afflusso di sangue.

3. E se davvero prude il naso?

I pruriti vengono normalmente soddisfatti con un’azione di sfregamento o di grattamento, diversa dai lievi tocchi al naso del gesto appena descritto. Come per la mano sulla bocca, il gesto di toccarsi il naso può essere usato sia da chi parla per mascherare un atteggiamento ingannevole sia da chi ascolta, che in tal modo comunica perplessità nei confronti dell’ oratore. Quando ci si gratta il naso per un vero prurito, il gesto è di solito isolato e ripetitivo, nonché incongruo o estraneo rispetto al tono generale della conversazione tenuto dal soggetto.

4. Stropicciarsi un occhio

Quando un bambino non vuole vedere, si copre gli occhi con una o con entrambe le mani. Quando un adulto non vuole guardare qualcosa di spiacevole, si sjrega l’occhio.

Tale gesto è il tentativo da parte del cervello di non vedere l’inganno, il dubbio o quanto di disgustoso ha davanti a sé o ancora il volto della persona a cui mente.

Gli uomini si fregano solitamente l’occhio in modo vigoroso e, se la menzogna è davvero grossa, distolgono lo sguardo.

Le donne tendono a usare di meno questo gesto e, in caso, a sfiorarsi la parte inferiore dell’ occhio con tocchi delicati, perché sin da bambine sono state educate a evitare gesti decisi oppure per non rovinarsi il trucco. Evitano, inoltre, lo sguardo di chi le ascolta, fissando altrove.

5. Sfregarsi l’orecchio

Immaginate di comunicare il prezzo di un oggetto a una persona e di vederla sfregarsi l’orecchio, distogliere lo sguardo e infine dichiarare che le sembra un buon affare.

Il primo gesto è un tentativo simbolico da parte dell’ ascoltatore di “non sentire”, ossia di bloccare le parole che sente portandola mano vicino o sopra l’orecchio, o ancora tirandosi il lobo. E’, in altre parole, la versione adulta del gesto che il bambino fa tappandosi entrambe le orecchie con le mani quando i genitori lo rimproverano. Tra le sue varianti ci sono l’atto di sfregarsi la parte posteriore dell’ orecchio, il “trapanamento” – in cui la punta del dito viene infilata nel meato e mossa in avanti e all’indietro, il gesto di tirarsi il lobo o di piegare l’intero padiglione in avanti per chiudere il meato. Lo sjregamento dell’ orecchio può indicare che il soggetto ha sentito abbastanza e che forse desidera esprimere la sua opinione. Come l’atto di toccarsi il naso, è un gesto che viene compiuto quando si è in ansia. Il principe Carlo ricorre spesso a entrambi quando entra in una sala gremita o cammina davanti a una vasta folla, il che ne denota l’apprensione; peraltro, non lo si è mai visto usare tali gesti quando si trova in un ambiente relativamente protetto come l’abitacolo della sua auto. In Italia l’atto di sfregarsi l’orecchio viene utilizzato anche per indicare che un individuo è effeminato o gay.

6. Grattarsi il collo

L’indice, di solito della mano con cui si scrive, gratta il lato del collo sotto il lobo auricolare. Dalle nostre osservazioni è emerso che una persona si gratta in media cinque volte al giorno: raramente lo fa di meno o di più. Si tratta di un gesto che denota dubbio o incertezza, tipico di chi non è convinto di accettare una proposta o un’offerta. Risulta molto palese quando il linguaggio verbale lo contraddice come, per esempio, quando un soggetto afferma: “Capisco come ti senti”, e nello stesso tempo si gratta il collo.

7. Scostarsi il colletto

Desmond Morris è stato uno dei primi a scoprire che, quando si dice il falso, si avverte un formicolio nei delicati tessuti del viso e del collo che induce a grattarsi o a sfregarsi la parte interessata.

Tale fenomeno non solo spinge il soggetto a grattarsi il collo, ma spiega anche perché alcuni si scostino il colletto della camicia quando mentono e temono di essere stati smascherati. Quando chi dichiara il falso ha il sospetto di non essere creduto, inizia a sudare sul collo in seguito all’aumento della pressione sanguigna.

Il gesto viene anche compiuto da chi è infuriato o frustrato e,  scostando il colletto, tenta di fare circolare un po’ d’aria fresca. Quando vedete qualcuno  che si scosta il colletto,chiedetegli cortesemente di ripetere o di chiarire meglio ciò che ha detto: in tal modo potreste indurlo a tradirsi.

8. Le dita in bocca

Si tratta di un tentativo inconscio di tornare alla sicurezza dell’infanzia, quando succhiavamo il latte materno, al quale ricorriamo nei momenti in cui ci sentiamo sotto pressione. In assenza del seno materno il bambino piccolo si succhia il pollice o mette in bocca un angolo della coperta, l’adulto invece porta le dita alla bocca oppure succhia una sigaretta, la pipa, una penna, gli occhiali o mastica una gomma.

Gran parte dei gesti di avvicinamento delle mani al viso sono correlati con un atteggiamento falso o ingannatore; le dita in bocca, viceversa, comunicano un chiaro bisogno di rassicurazione: in questo caso è opportuno confortare la persona o fornirle garanzie.

Tratto dal Libro “Perché mentiamo con gli occhi e ci vergognamo con i piedi?”

Di Allan + Barbara Pease

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