Posts Tagged ‘solitudine’

Stare da soli

10 marzo 2010

La capacità di stare soli non va confusa con l’accettazione passiva della solitudine, ma riguarda la nostra capacità di relazionarci con noi stessi e con gli altri…

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto…”
(da Nessun uomo è un’isola di John Donne).

Siamo abituati a dare una connotazione esclusivamente negativa all’essere soli: pensiamo immediatamente, quasi in modo automatico, alla solitudine, a una condizione triste che ci ha sopraffatti. Ci ritroviamo in questo stato penoso senza la nostra volontà, senza esserne stati parte attiva, e pensieri di abbandono, a volte anche di fine, rendono estremamente difficile reagire a questa condizione.

La capacità di essere soli si riferisce ad una modalità più attiva di vivere la solitudine: una condizione positiva e piacevole, a volte anche ricercata, nella quale è pienamente presente la nostra capacità di incidere e di essere nel mondo con la nostra individualità e creatività. In questa capacità ci differenziamo per il grado e il tempo in cui l’abbiamo acquisita.

Siamo soliti sentir dire che la capacità di godere della solitudine sia una conseguenza dello star bene con se stessi, come se lo star bene con se stessi sia qualcosa che possiamo acquisire magicamente e per di più da soli, con l’ausilio dell’autosuggestione o magari esercitandoci, così come un tempo abbiamo fatto per apprendere la matematica o un’abilità sportiva. Il presupposto, per chi la pensa così, è che dobbiamo convincere noi stessi di essere perfetti e quindi eliminare le nostre incertezze o i nostri falsi costrutti. Dunque dobbiamo bastare a noi stessi! In realtà, le cose non stanno proprio così: nessuno di noi è perfetto e lo sappiamo.

La difficile capacità di star soli e di godere della solitudine si forma nel primo periodo di vita, in compagnia di qualcuno che è in una speciale sintonia “con noi”; così come, per alcuni adulti può diventare una conquista, attraverso l’esperienza di una relazione altrettanto speciale.

Spesso, nel mio lavoro di psicoterapeuta, mi sono trovata di fronte a persone che pur nella loro unicità, originalità e differenza, mi hanno presentato, sotto svariate forme, la stessa incapacità di star soli. Questa difficoltà, che emerge con il lavoro analitico e che a volte si palesa chiaramente in seduta con il disagio di vivere il silenzio con il proprio psicoterapeuta, è quasi sempre la responsabile di scelte sbagliate, di vite non vissute e imbrigliate nella coazione di comportamenti errati e improduttivi.

La difficoltà di stare soli è il termometro della nostra “maturità affettiva” e tanto ha a che vedere con tutte le nostre relazioni: se non siamo capaci di vivere serenamente e fruttuosamente il nostro star soli, anche il più saldo dei legami, prima o poi, sarà minacciato e ne subirà conseguenze negative. Se tanto ci preme la nostra vita sentimentale e lavorativa, invece di ricorrere a facili ricette, dovremmo capire il perché fuggiamo, o viviamo tanto male, quella condizione ideale per ritrovare noi stessi.

Ciò che occorre è la consapevolezza del perché fuggiamo in continuazione nell’impossibilità di fermarci a riflettere, del perché passiamo da una relazione ad un’altra senza soluzione di continuità, del perché mettiamo in moto tensioni di coppia pressando e interpretando i silenzi del partner, del perché non sappiamo ritrovare piacevolmente noi stessi e la nostra separatezza dopo esserci fusi con il nostro partner.

Dobbiamo chiederci come mai i nostri figli adolescenti siano oggi così vulnerabili all’alcool e alle droghe, come mai provano quel senso di vuoto e quella noia che li porta a distruggersi, come mai crescere tra scuola, doposcuola, ripetizioni, nuoto, palestra, diete, danza, scherma, piscina, karate e chi più ne ha più ne metta, non dà loro quella disciplina e quella forza per resistere.

Dobbiamo chiederci perché quando hanno potuto fermarsi, hanno dovuto cercare altri stimoli; perché gli stessi ragazzi, avvezzi a cose da grandi quando sono fuori casa, di notte non riescono a dormire nel proprio letto ma vanno nel lettone a dormire con mamma che con molte probabilità è separata da papà; come mai il proseguimento di quelle giornate nelle quali sono cresciuti, scandite di soli impegni frenetici fino a cena, ha generato certi comportamenti e l’incapacità di abbandonarsi al sonno da soli.

Direi che su questi importanti temi ci sia molto da discutere con umiltà, autocritica e desiderio di conoscere la realtà che ci circonda.

Come ha scritto Winniccott “la forma più raffinata della capacità di godere della solitudine si forma nel primo periodo di vita” e consegue all’esperienza della “consapevolezza della continuità dell’esistenza di una madre attendibile” ovvero alla costruzione della fiducia nell’esistenza di un ambiente benigno nella propria realtà psichica. Se questa esperienza non è stata corretta e sufficiente, probabilmente ci troveremo ad affrontare le difficoltà su esposte ed a far parte di quella grande popolazione di persone che soffre al solo pensiero di rimanere sola per un po’.

Ma non c’è da disperarsi e da continuare a star male perché, anche in età adulta, se siamo supportati da una buona motivazione, se davvero vogliamo essere più consapevoli di noi stessi, delle nostre difficoltà e dei nostri comportamenti, è possibile migliorare e cambiare. La capacità di star soli si acquisisce in presenza di qualcun altro, così come un tempo avrebbe dovuto accadere con un buon ambiente di sostegno, quindi è dalla relazione stessa che gradualmente ci si arriva, ma deve essere una relazione particolare, una relazione di fiducia, magari quella che si crea nello studio con il nostro psicoterapeuta o con una persona o un ambiente speciali.

di De Montis Maria Cristina

Fonte: http://www.nonsoloanima.tv

Relazioni virtuali e sofferenza reale

22 ottobre 2009

relazioni virtuali sofferenza reale

La solitudine nel web è molto diffusa. Diverse persone hanno trovato un modo per ovviare al problema dell’essere soli, “creando” un rapporto virtuale sul quale hanno riversato le aspettative e tutti i sentimenti di un rapporto vero e proprio, con un unico problema, la persona è all’altro capo di un filo o di un video.

Il problema è un problema diffusissimo purtroppo e fa sì che si creino sofferenze che di virtuale hanno poco.
Tuttavia in questi casi si è creato un rapporto che non è sano, in quanto è basato sull’idealizzare la persona che sta parlando o scrivendo con te, senza conoscerla veramente.
La persona può essere sincera o meno, può essere quella che dice di essere o meno e tu non lo saprai mai.

Quando ci si dispone ad avere un rapporto via web, si dà al compagno/a il meglio di sé, a volte soprattutto se si vuole creare un’amicizia ci si scambiano affinità, gusti comuni, interessi, a volte solo una conoscenza più superficiale. Ma, quando c’è di mezzo la solitudine scatta l’illusione e scattano le aspettative. Ci si aspetta che conoscendosi a fondo un po’ di più, giorno dopo giorno ci si innamori, ci si possa vedere, si possa creare una coppia.

Ma in fondo se ne ha paura, si ha paura di confrontarsi con la realtà, con la difficoltà o con l’amore reale. Così come quando si instaura una relazione a distanza, quando ci si incontra è sempre tutto bello. Infatti quando ci si incontra via mail o chat o telefono o microfono o web cam si cerca di dare all’altro il meglio di sé, insieme ad un po’ di quotidiano.
Ma affrontare una vita in comune, è un’altra cosa e questo fa paura.

C’è chi lavora tanto e non ha tempo di relazionarsi socialmente uscendo con amici, c’è chi ha un matrimonio non felice, c’è chi ha un fidanzamento o una convivenza non felice. C’è chi da troppi anni vive solo/a. C’è chi è introverso, c’è chi è timido, c’è chi però pur non essendo introverso o timido ha “paura” di affrontare un rapporto perché richiederebbe impegno, dedizione, attenzione e anche sacrificio e dono di sé.

In questi casi si instaurano rapporti che sono “surrogati” di ciò che ci manca, ma in un certo qual senso sono pericolosi, sia per chi li vuole, ma anche per l’altro. Dietro l’abitudine, si cela l’attaccamento, e dietro l’attaccamento si cela la gelosia, l’esclusività ecc. Cose di cui abbiamo parlato.

Un rapporto di “amore virtuale”, intendo tra persone che – come mi hai detto – da tre anni si sentono, si scrivono, ma non si sono mai incontrate è un surrogato dell’affetto, della tenerezza e impedisce all’amore reale, tangibile, di arrivare, perché la mente e in certi casi anche il cuore è impegnato in qualcosa che di fatto non esiste.

Le due persone non sanno se l’odore dei loro corpi sarà compatibile, se il bacio farebbe loro piacere o ribrezzo, se i loro volti si piacerebbero. Non sanno quali sono le abitudini di vita di giorno e di notte e non sanno nulla l’uno dell’altro. Ma idealizzano attraverso ciò che scrivono un “essere ideale” che riempie le loro fantasie e fa loro credere di non essere sole, creando di fatto una solitudine e un vuoto sempre più grandi.

Vi ho chiesto di iniziare questi colloqui e di metterli in Internet perché voi non sapete quante sono le situazioni di disperazione come questa che si sono create, non sapete quanti suicidi ci sono stati per amori creduti reali. C’è parecchia energia negativa perché le persone pensano di star bene perché ascoltano la voce di qualcuno o leggono ogni giorno mail o chattano e si sentono appagate di un rapporto che non esiste.

Potete dire a questa persona che inizi il suo risveglio, che esca da questa dipendenza e anche dalla dipendenza in generale di Internet, lei si sta impedendo di vivere una vita reale dove incontrare persone tangibili e dove creare una coppia.
Sta continuando a proseguire un sogno che peraltro è solo nella sua testa. Quest’uomo ha giocato per un po’, poi è rientrato in se stesso. E’ dispiaciuto di vederla star male, ma niente di più.
La dipendenza da questo genere di rapporti che non sono né conoscenza né amicizia non è positiva.

Ci sono diversi modi per incontrare persone, possono anche incontrarsi via Internet, ma proseguire un surrogato di rapporto non fa bene a nessuno.
Lei però non ha abbastanza fiducia in se stessa per credere di poter instaurare un rapporto e, tra le occasioni che potrebbe avere, sceglie i rapporti dove non c’è futuro.
Perché?

Come ho detto, Internet è un grande strumento e può dare molto per la crescita spirituale e personale di molte persone, vista la diffusione immediata che possono avere tutti gli strumenti collegati al web.
Ma uno strumento virtuale non può essere il sostituto di un incontro di coppia reale. Qui sta l’errore che si sta commettendo.

Per paura di affrontare il peso, o la difficoltà di un rapporto reale oramai sempre più persone si “chiudono” alla vita restando appagate da un rapporto solo virtuale.
Fino a che si tratta di conoscersi o fare amicizia o scambiarsi conoscenza o insegnamento o esperienze, può anche andar bene, ma l’uomo e la donna sono stati creati per incontrarsi, amarsi, procreare, creare una famiglia, vivere insieme. Sia esso un rapporto karmico o un rapporto di Anime Gemelle, così è stato voluto che fosse.

Se il creatore avesse voluto che ci incontrassimo nell’etere, ci avrebbe lasciati spiriti.
La paura che chiude il cuore, e offusca la mente, sta invadendo il mondo. Quando si sta bene, quando come o detto i bisogni primari sono soddisfatti, si ha paura di soffrire, non si è abituati in questo mondo a lottare, a soffrire e a volte basta anche una sola esperienza negativa per farci chiudere in noi stessi.
E’ in questi casi e in molti altri molto simili che si ricorre al web, agli incontri virtuali, e dove più c’è solitudine, più si creano illusioni.

Ecco perché questo terreno è pericoloso.
Sia perché illudendosi di avere compagnia, amicizia, conoscenze in web e avendole sempre a portata di mano, non si esce più e si evita di incontrare persone reali e quindi di fare scambi anche nella vita reale. Sia perché con questi strumenti è facile crearsi personalità doppie. Ci sono tante persone che dicono di essere ciò che non sono, Ci sono donne che in realtà sono uomini e viceversa. Ci sono situazioni completamente inventate.

Ci sono solitudini che pur di non restare soli si creano un carattere, una dedizione o un’accettazione che nella vita reale non hanno. Così come ci sono persone che tirano fuori tutta la loro sgradevolezza o volgarità perché sono nascoste da un vetro.

I pericoli nel web sono molti e di vario genere.
- l’illusione: un tempo i maestri indiani parlavano di maya. Illusione che quanto vedi/senti/dici/scrivi sia vero;
- la sostituzione: pensare di sostituire un rapporto reale di coppia o di amicizia con uno virtuale è una eresia;

- la falsità: la menzogna regna sovrana. Molti di più di quanto pensate si fanno passare per chi non sono, mentre chi li frequenta in web per anni si illude di aver parlato con una persona, in realtà ha parlato con un essere immaginario;- la perversione/la depravazione: qui ci vorrebbe un capitolo a parte;
- la rottura dei matrimoni: i rapporti virtuali hanno facilitato e stanno facilitando la rottura di matrimoni e l’incremento della solitudine;
- l’incremento della solitudine: illudendosi di avere conoscenze o amici o addirittura un partner, quando poi ci si accorge che non è vero, si rimane ancora più soli;
- i suicidi: tra le relazioni che si creano e che finiscono nel nulla (un blog che chiude, un contatto in chat che sparisce, un account che viene chiuso), si incrementa la solitudine, come dicevo, e nasce la disperazione, la depressione e i suicidi stanno aumentando;

Di contro ci sono diversi fattori positivi:
- si raggiungono milioni di persone in pochi secondi per trasmettere notizie, insegnamenti, positività;
- chi momentaneamente ha voglia di conoscere persone può farlo in maniera facile;
- chi vuole comprare/vendere può farlo velocemente (anche se così si perde il gusto del vedere, toccare, scegliere anche con altri sensi).

Fonte: http://jezael.splinder.com/post/8878698/

L’arte di tacere e di ascoltare

22 aprile 2009

CSM106181Il silenzio maturo ascolta e riconosce, rispettando chi parla. Un radicale cambiamento in tal senso darà finalmente inizio a un rinnovato rapporto col mondo e con gli altri, ma soprattutto con noi stessi.

La nostra cultura è quella più satura di suoni e rumori nel tempo e nello spazio. Ivan Illich sostiene che il silenzio dovrebbe essere considerato un diritto comune, un “uso civico” che serve alla meditazione, al pensiero, all’apprendimento, per tacitare le passioni, la sofferenza che viene dall’ignoranza. In epoche lontane esistevano dei santuari silenziosi, immersi nella natura, dove chiunque poteva isolarsi per eliminare ogni tensione psichica. Del resto, come ha bisogno del riposo e del sonno per rigenerare le proprie energie vitali, l’uomo ha anche la necessità di momenti di solitudine per ritrovare uno stato di quiete interiore fatto di silenzio limpido e compatto.

C’è chi rincorre spazi fisici di silenziosa tranquillità per ricostruire il proprio metabolismo spirituale, e chi invece non bada alla ressa e addirittura soffre nel trovare troppa quiete negli ambienti naturali, sollecitato com’è dalla macchina consumistica e dall’irrequietezza che è propria del nostro tempo. Siamo divoratori di spazio, abbiamo acquisito una mobilità ignota alle antiche generazioni, ci si muove dietro alle tendenze dettate dalla pubblicità, siamo condannati da tutte queste realtà oggettive, da un cambiamento culturale che allontana sempre più dal silenzio da cui si fugge per paura, come per la paura del vuoto.

Lontano dagli strepiti dell’artificiale e del superfluo, c’è un’etica del silenzio che non sta nel non parlare, ma nel saper tacere quando è tempo di tacere, e nel saper parlare quand’è il suo tempo. Una virtù, questa, che però deve godere della libertà di parlare o di tacere, e sceglierne il tempo. Uno scrittore americano ricorda il consiglio di un indiano sioux: quando devi rispondere a una domanda importante, prima di parlare aspetta cinque minuti. Se rispondi subito le parole vengono dalla mente, se rispondi dopo aver aspettato vengono dal cuore.

Il culto del silenzio nella preghiera, nella poesia, nella meditazione e nella letteratura, ha dato luogo a infinite interpretazioni, metafore, significati. Tra questi, in un mondo dove tutti vogliono esprimere opinioni e giudizi, l’arte di ascoltare, ovvero di stare in silenzio, è forse quello più difficile da mettere in pratica. Perché si tratta di un silenzio maturo che ascolta e riconosce, rispettando chi parla. Un radicale cambiamento in tal senso darà finalmente inizio ad un rinnovato rapporto col mondo e con gli altri, ma soprattutto con noi stessi.

Maurizio Torretti

Fonte: http://www.lifegate.it/essere/articolo.php?id_articolo=466

Il tradimento vero male dell’unione

24 febbraio 2009

other_woman1E’ incredibile come il dibattito attuale si sia centrato nell’indicare con certezza quali sono i modi di vivere giusti per un’unione sentimentale. Si è, infatti, osservato come da un lato c’è chi onnipotentemente (il vaticano ad esempio) ha definito le autentiche basi di una  famiglia e chi, portavoce di una modernità non precedentemente elaborata (alcuni politici, pseudo-intellettuali, ecc.), ha affermato con forza cosa è o non è una coppia.

Noi di ‘psicologia e dintorni’ cerchiamo di promuovere quel naturale processo che garantisce l’utilizzo di risorse di pensiero per far fronte alla vita in modo il più possibile positivo. Per cui, più che soffermarci sull’indicare quale unione sentimentale possa essere giusta tra pax, dico e matrimoni tradizionali (tra l’altro è meglio lasciare la libertà ai due individui che decidono di percorrere un  percorso di vita in comune) preferiamo proporre una riflessione psicologica sull’unione e spostare l’accento sull’avvenimento che maggiormente produce la rottura (a volte momentanea e riparabile altre volte no) di una coppia: il tradimento.

Il legame di coppia rappresenta quel desiderio di eternità e di sicurezza di una persona  e il tradimento del proprio compagno o della propria compagna mostra come tutto ciò che appare perfetto può drammaticamente finire. Il tradimento conduce alla consapevolezza della profonda solitudine e separatezza degli uomini e mette di fronte al fatto che non si può fare totale affidamento su un altro. Tradimento coincide con l’affermazione della solitudine di ognuno di noi. Non crediamo che l’essere umano sia comunque destinato ad essere tradito o a rimanere solo.

Certamente il tradimento corrisponde a un momento drammatico dove ci si accorge di essersi affidati alla persona sbagliata. Ma dietro ogni delusione si cela un’illusione. In questo caso l’illusione dell’unione assoluta. Abbiamo notato tra l’altro, dall’esperienza clinica nel nostro studio di psicologia a Palermo, che  molto spesso si tradisce non per una  passione o per soddisfare una necessità erotica, ma per affermare il proprio Sé e la propria libertà. Sembra paradossale poiché l’unione nella coppia si fonda proprio sulla libertà, su una libera scelta.

Probabilmente, l’individuo sente intrappolata la possibilità di crescita di una parte di sé. Da ciò, la paura di affidarsi totalmente all’altro. Inoltre, se i due partner  hanno la pretesa di trovare nell’altro assolutamente tutto, si determina una situazione claustrofilica per cui la relazione è destinata a finire. Non é psicologicamente sano presupporre che nell’altro si possa trovare assolutamente il tutto.

Un’altra questione che appare nel tradimento è l’esigenza di esprimere una parte di sé che si é sempre nascosta o che si é sempre voluta nascondere;  colui che tradisce agisce anche la sua parte trasgressiva. Inoltre, quando il traditore si lascia scoprire si determina una dinamica nella coppia, che stabilisce chi è la vittima e di chi è la colpa. Così, il tradito assume il ruolo di vittima trasferendo tutte le colpe e le responsabilità all’altro.

Ma, se si analizza più a fondo  si scopre che, in realtà, il tradito ha inconsapevolmente  incoraggiato il tradimento. Tra l’altro è il senso di colpa che guida traditore nel bisogno di essere scoperto per un bisogno di punizione, più che di perdono. Noi di ‘psicologia e dintorni’, tra l’altro, sosteniamo, insieme a molti altri colleghi,  che il tradimento non può essere considerato un cambiamento in positivo della persona come sostenuto dallo psicologo Hillman, che presenta alcune storie tra cui quella del padre che tradisce il proprio figlio per iniziarlo alla vita.

La  polemica con l’ipotesi di Hillman nasce dal fatto che molti di noi pensano che non necessariamente per diventare forti occorre vivere delle esperienze dolorose. La forza di un individuo deve  basarsi  sulle esperienze  sane e positive. Se così non fosse ciò significherebbe che ogni essere umano è condannato  a infliggere e a subire il tradimento sin dalla nascita. Tradire con intenzionalità è inganno;  gli inganni non possono aiutare a  crescere.

Del resto, i così definiti traditori patologici,  nel loro passato, sono stati bambini traditi anzitutto dai propri genitori. Da queste nostre brevi considerazioni psicologiche si nota come i tradimenti all’apparenza mossi dall’erotismo e dalla passione, il più delle volte, sono dettati da altri motivi. Chi tradisce sa di non riuscire  a manifestare nel rapporto di coppia tutte le parti del suo essere, soprattutto quelle inerenti la sessualità più primitiva, l’amore più autentico, la tenerezza più fragile e l’affetto che muove verso il  senso della continuità.

Nella sfera affettiva  si investono quote del nostro sè maggiormente legate alle esperienze antiche della simbiosi “madre-bambino”, ovvero quel senso del fisico, dell’intimo e del corporeo, senza il quale molti di noi vivrebbero sentimenti di estrema solitudine e crolli emotivi eccessivi. Molti uomini e molte donne oggi al di là di orientamenti sessuali, prese di posizione politica e credo religiosi affermano anche nel loro piccolo quotidiano con forza la necessità di imprimere una parola che ancora non trova ancoraggio: civiltà.

E nella sfera in due civiltà significa anzitutto rispetto. Rispetto per quel Sé dell’altro che autenticamente si è aperto e donato. Proprio per questo, a volte, più che tradire è meglio dire. Tradire rappresenta comunque una fine. Civiltà significa lasciare e andare piuttosto che causare del male.

Fonte: http://www.palermoweb.com/psicologia/mente1

Le abitudini alimentari dei singles

24 febbraio 2009

a_single_womans_last_meal_pies“Siamo singoli né famiglia né figli né legami né artigli siamo singoli non ci aspetta nessuno…” La canzone di Gianni Togni è un vero e proprio inno, una bandiera per tutta la nuova e vecchia generazione di singles, una tribù con precisi riti, abitudini e stili di vita.

Single per un giorno o single da una vita, per scelta o per certe condizioni esterne, lontane dalla volontà personale. Poco importa, ciò che unisce sono le tante serate tra amici, cenette e risate, spese domenicali con mini porzioni, confezionate appositamente per queste classi di consumatori, una mela, due gnocchi di patate e…tante ma tante “cattive”abitudini.

Il mercato, ad un certo punto, si è accorto anche di loro e gli esperti hanno iniziato ad analizzarne e studiarne le abitudini alimentari, legate ai loro ritmi, spesso così “disordinati”.

Da uno studio promosso dall’osservatorio FedeSalus (Federazione Italiana che riunisce le aziende produttrici di prodotti salutistici) sui singles e la corretta alimentazione, è emerso che la quasi totalità non dà nessuna importanza alla regolarità negli orari dei pasti, mangiucchiando un pò qua e un pò là.

Saltano i pasti. Per lunghi periodi, si sottopongono a diete iper rigide, per poi tornare a quelli di alto abuso di cibi grassi e di super alcolici. Tra feste ed aperitivi, si dimenticano completamente della verdura e della frutta.

Un’altra ricerca inglese, afferma che i singles bevono di più perché socializzano di più, lavorano molte ore e sono, per questo motivo, stressati. In più, il non avere una persona con cui condividere problemi e preoccupazioni viene considerato un’aggravante.

A questo punto, la domanda nasce spontanea. Qual’è la vera differenza tra chi è solo e chi è in coppia? E’ corretto definire dannosi “gli usi e i costumi” dei singles? Come se essere un genitore o un marito non è già una condizione che porta a stress e preoccupazioni ancor più forti di chi si gode i benefici della solitudine, come il silenzio della casa, il relax e il riposo del week end.

E’ giusto associare una scelta sentimentale alle abitudini alimentari?

Sicuramente, chi vive da solo ha maggiore flessibilità rispetto a chi vive in famiglia e, in alcuni casi, questa porta a una vita un pò disordinata, con tutti quei riti “da single”. Forse, però, sono proprio quelli a cui non si riesce a dire addio. Piccoli lussi che fanno diventare la solitudine speciale ed insostituibile. E, rendono, la salute un pò più instabile. Non perdiamo di vista, allora, piccole regole per rimanere in forma, cucinando in modo sano e, perché no, originale e colorato. Facciamoci delle coccole e non dimentichiamo il piacere e il gusto del cibo.

Ci sono dei pro e dei contro nello sposarsi o nel rimanere da soli.  Quale scelta sia più giusta, dipende da chi decide.

La cosa importante però è avere un rapporto equilibrato con se stessi. Il resto conta, ma non deve essere la variabile da cui dipende il nostro benessere.

Fonte: http://www.bellezza.it/

Firma anche Tu la petizione!
Giornata mondiale dell'Unità

Petizione per una Giornata Mondiale dell'Unità
Iscrizione newsletter
In primo piano
Prossimi appuntamenti

banner-cinque-segreti.png

banner-vacanza-2009-1


La-pratica-della-bonta1.png
Calendario Articoli
marzo 2010
L M M G V S D
« feb «-»  
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  
Banner amici
La mente mente