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L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Parte terza

kissingindoorI CONIUGI

A partire dal 1500 i rapporti tra coniugi, parallelamente a quelli fra fratelli e sorelle, subirono profondi e significativi mutamenti: si passò da forme completamente e sempre referenziali (uso del “lei” e del “voi”) sia nella fase prematrimoniale, sia in quella post-nozze, all’uso di forme burocratiche nella sola fase precedente al connubio: dopo il matrimonio tali espressioni lasciavano il posto a termini ed allocuzioni meno auliche che segnavano quella visione più intima del matrimonio che, nella seconda metà del 1800, vedrà il comparire del “tu”, simbolo di un passaggio ad un matrimonio più fortemente basato su intimità e legame affettivo reciproci.

Si passa, quindi da una famiglia verticistica in cui il padre è padrone e tiranno e che basa la propria autorità ed il proprio potere, per usare una classificazione di tipo weberiano, su elementi di carattere tradizionale e/o carismatico, ad un potere basato, sempre per dirla con Weber, su dinamiche razionali: non siamo più di fronte al Patriarca di Filmer, ma al capofamiglia.

I matrimoni sono frutto di scelte personali e non solo di ragioni dinastiche e maggiormente basati sulle persone che lo compongono che sulla posizione da esse ricoperta.

La strada verso l’emancipazione della moglie e dei figli è aperta, ma molti passi restano ancora da compiere.

IL PERCORSO VERSO LA FAMIGLIA CONIUGALE INTIMA

A cavallo tra il XVIII e d il XIX secolo si verificarono numerose trasformazioni in seno alle famiglie aristocratiche: aumentò il numero dei figli che si sposavano e che sceglievano forme di residenza neolocale abbandonando il tetto paterno. Scompariva, inoltre, l’abitudine di lasciare i figli in affidamento alle balie.

La distanza sociale tra i membri della famiglia cominciavano a diminuire e ciò fu dovuto, essenzialmente, alla diminuzione dell’età dei mariti rispetto alle mogli. Fino al 1700 si riteneva che un marito anziano avrebbe meglio guadagnato la stima e la riverenza delle consorte; in seguito si cominciò a sostenere che il marito dovesse conquistare la stima ed il rispetto della moglie o che, almeno, dovesse riuscire ad imporre la propria autorità indipendentemente dall’età.

Si ebbe anche una razionalizzazione ed un controllo delle nascite che cominciarono ad essere pianificate lasciando intercorrere più tempo tra le nozze ed il primo parto e tra un parto e l’altro.

Affinché avvenisse ciò era stato propedeutico un mutamento dei rapporti coniugali: il marito non era più decisore solo ed assoluto della vita intima, ma la moglie poteva intervenire ed influenzare tali decisioni se non, ma solo in pochi casi, essere corresponsabile di tali scelte.

Come si è detto il 1700 fu un secolo di trapasso: entrava in crisi la famiglia tradizionale ed autoritaria frutto del matrimonio di interesse e si vedeva all’orizzonte un modello di famiglia tendenzialmente più democratica ed intima.

Inizialmente la famiglia tradizionale trovò un ponto di equilibrio e di conservazione nella figura del cicisbeo che permetteva di mantenere inalterato il rapporto reverenziale ufficiale, ma consentiva alla moglie di creasi una propria sfera autonoma d’azione in cui far pesare la propria volontà.

La fine della dominazione spagnola nel XVIII secolo avvicinò l’Italia al resto d’Europa e ciò fu un punto a favore dell’affermazione della famiglia mononucleare.

A favorire la razionalizzazione delle nascite furono alcune scoperte scientifiche tra cui il fatto che una donna che avesse allattato la propria prole correva meno rischi di rimanere di nuovo incinta: ciò favorì l’abbandono della pratica del baliatico.

La famiglia nucleare favorì una più rapida emancipazione dei giovani sposi rispetto ai genitori ed agli suoceri e di figli rispetto ai genitori, anche alla luce delle nuove dottrine illuministiche che favorirono l’istituzione e la creazione di un diverso rapporto interno alla famiglia basato su una sempre maggiore diminuzione delle distanze sociali tra i componenti di un nuovo ed inedito triangolo domestico i cui vertici erano rappresentati dai seguenti soggetti: il marito-padre, la moglie-madre ed i figli.

RAPPORTI E RITI FAMILIARI

Il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella monunucleare iniziò ai vertici della scala sociale per poi diffondersi anche nella base della piramide sociale attraverso la trasformazione di alcuni istituti su cui si basava e si basa la struttura della famiglia stessa.

Il matrimonio

Il matrimonio non era in origine un fatto privato, anzi era un evento pubblico in cui si registrava l’ingerenza e l’influenza di tutta la comunità. La comunità era solita aggredire e combattere la costituzione di famiglie anomale (omosessuali, adulteri, seconde nozze di vedove o vedovi, ecc….) facendo così valere tutta la propria influenza nei confronti di chiunque osasse trasgredire alle tradizioni.

Molto ristretti, in alcuni casi fino agli ’20 e ’30 del XX secolo, rimanevano gli spazi di intimità dei giovani fidanzati e coniugi. Il fidanzamento era un fatto pubblico ed i corteggiamenti e gli incontri prematrimoniali avvenivano alla presenza di parenti ed altri membri della comunità utilizzando espressioni di reciproca riverenza ed il “lei”. Nel caso fosse scoperto un incontro clandestino la donna era seriamente minata nel suo onore e nella sua dignità.

Il culmine del ritualismo e dell’ingerenza della comunità lo si ritrovava nei riti matrimoniali a cui seguivano pranzi allargati a buona parte della popolazione residente nella stessa comunità degli sposi. I costi di tali festeggiamenti erano ripartiti in maniera diversa a seconda delle differenti realtà geografiche o sociali sulla sola famiglia dello sposo (in campagna), su entrambe (sempre in ambito rurale) o su quella della sola sposa (in città).

Per ovviare a queste spese spesso le famiglie invitavano i giovani sposi a compiere atti, come ad esempio la fuga od un proficuo rapporto sessuale prematrimoniale, in modo da trasformare le nozze in una cerimonia riparatrice che non prevedeva grandi festeggiamenti e che, quindi, non rappresentava per le famiglie occasione di onerose ed ingenti spese.

L’aspetto pubblico del matrimonio proseguiva anche dopo lo sposalizio e non erano né rare, né inconsuete intromissioni nella stanza degli sposi durante la prima notte di nozze.

Col passare dei secoli l’aspetto pubblico calò a favore di una visione privata delle nozze, anche se la comunità continuò a far valere la propria influenza se non altro sotto forma di giudizio e di chiacchiericcio.

Soprattutto nel Sud Italia e nelle comunità di minori dimensioni il giorno successivo alla prima notte di nozze era consuetudine l’esposizione del lenzuolo su cui i giovani sposi avevano svolto la propria “prima” attività sessuale. La presenza di macchie di sangue confermava la precedente verginità della sposa. È da sottolineare come nei molti casi in cui la verginità era stata da molto abbandonata il suddetto lenzuolo veniva appositamente sporcato con sangue animale per “ingannare” gli occhi indiscreti del vicinato.

Il privato cominciò ad affermarsi nel XX secolo quando, grazie all’istituzione della luna di miele, i giovani sposi compivano un viaggio postmatrimoniale che li poneva al riparo dall’influenza e dal giudizio della comunità.

Nelle famiglie complesse la nuora viveva in una condizione di completa sottomissione nei confronti della suocera che aveva la supremazia su tutte le donne di casa. La guida della famiglia spettava al padre al quale tutti dovevano la più completa e totale obbedienza. In caso di suo decesso gli subentrava il figlio più anziano.

Era il capofamiglia (detto capoccia) che dirigeva ed organizzava la vita di tutta la comunità familiare e che deteneva il portafoglio di casa che, però, era direttamente ed operativamente gestito dalla moglie che doveva sempre rendere conto al capofamiglia di ogni entrata e di ogni uscita.

I momenti di massima socializzazione sono i pranzi quando i genitori svolgono anche una funzione educativa nei confronti dei figli.

I lavori domestici spettavano interamente alle donne a cui spettava anche il compito di occuparsi dell’igiene personale e della pulizia degli abiti del marito.

Nelle famiglie nucleari borghesi e cittadine, invece, non era raro che fosse il marito stesso ad occuparsi della propria igiene personale e della pulizia dei propri capi d’abbigliamento. Inoltre nelle famiglie urbane vi era una minore intrusione della comunità nella vita coniugale e le stesse relazioni intime erano più strette in presenza di minori distanze sociali che portarono ben presto al passaggio dal “lei-voi” ad un più confidenziale “tu”.

Grazie ad una sorta di processo di osmosi tali innovazioni si diffusero anche nelle tradizionali famiglie patriarcali estese e contribuirono all’inizio del processo di superamento verso famiglie basate sul modello nucleare oppure, più semplicemente, ne modificarono le strutture e le relazioni interne in un’ottica più simile a quella delle già citate realtà familiari mononucleari.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

Single: una normale condizione di vita?

24 febbraio 2009

2413435237_c4c55d5b69Secondo l’Istat in Italia quattro milioni e mezzo di famiglie, oggi, sono composte da una sola persona. “Single” che, stando alle inchieste, per due terzi non vivono la solitudine domestica come una condanna, ma come una normale condizione di vita.

In loro preverrebbe il desiderio di libertà individuale sul senso di appartenenza. La “singleness”, così intesa, vi sembra un valore o un disvalore? E quali speranze hanno i “single” di vedersi riconosciuti diritti come quello all’adozione, alla procreazione assistita o all’assegnazione di case popolari?

Barbagli: C’è un chiarimento importante da fare: questi quattro milioni di single sono, in realtà, persone che per metà hanno più di 65 anni, persone che vivono da sole normalmente, perché sono vedove, separate o divorziate. Persone, quindi, per le quali i problemi posti dalla domanda non sussistono, mentre, nelle situazioni più gravi, sussistono semmai problemi di assistenza e di solitudine, e tutto fa prevedere che questi problemi socialmente cresceranno.

Ci sono poi gli altri single, i single giovani. Io non saprei davvero dire che cosa debbano fare questi single. Anzi, direi che sono fatti loro….

Posso soltanto dire che i single in Italia sono meno che in altri Paesi, tutti i dati ci confermano che in Italia si esce di casa più tardi, si tende a restare più a lungo con i genitori e quindi i single, cioè le persone che stanno per un certo periodo di tempo sole, sono meno. E questo non avviene solo in Italia, per la verità, si pensa che sia una peculiarità italiana e invece, se è una peculiarità, lo è dei paesi mediterranei.

Avviene nell’Europa del Sud. Però, perché avviene? Per tanti motivi diversi. Non avviene, come dicono i giornali, perché sono mammoni. Avviene, forse, per diverse tradizioni storiche: in Italia e nei paesi del Mediterraneo c’è una storia della famiglia diversa da quella dei Paesi anglosassoni. Ci sono norme che non favoriscono l’uscita di casa, e mi riferisco non tanto alle norme di legge, ma a norme che regolano la vita sociale, norme organizzative. Ad esempio, come sono organizzati gli studi superiori e l’università, come e perché le banche concedono mutui per acquistare casa…

Saraceno: Sono d’accordo, bisogna distinguere tra questi single, che sembrano tutti swinging single che vanno al bar dei single e hanno queste vite affascinanti, bisogna distinguere in questo immaginario collettivo del single che va al club Mediterranée per trovare un compagno, per avere un colpo di vita…

In realtà, per la metà sono appunto vecchi, anzi vecchie. Soprattutto tra gli anziani le single sono delle anziane, spesso delle grandi anziane, le quali sono state in una famiglia con altre persone per tutta la vita, passando da una famiglia all’altra, hanno accudito il proprio compagno fino alla fine e poi, spesso, si sono trovate da sole. Perché per motivi demografici, diversa speranza di vita tra uomini e donne, il fatto che le donne si sposano più giovani rispetto agli uomini, queste donne poi si trovano da sole.

Per loro, quindi, più che di singleness si può parlare di solitudine. E anche qui non sempre, perché ci sono i figli e perché vivere da soli non vuol dire vivere isolati. Ci sono anche delle donne, e in questo sono un pochino in disaccordo con te, Marzio, ci possono essere anche donne che rimangono vedove in età non molto avanzata e che possono avere, proprio, una svolta di vita.

Barbagli: Vedove finalmente felici.

Saraceno: Sì, c’era “La sindrome della vedova felice”, era il titolo di un libro americano di diversi anni fa, e faceva un po’ colpo. Ma mi ricordo che quando l’avevo raccontato a mia madre, lei aveva commentato: “Che scoperta, certo che è così”. La sindrome della vedova felice, nel senso di una vita compiuta, portata a compimento, e nel senso, quindi, del potersi dedicare ad altro. Poi ci sono i separati o divorziati, che possono essere di ogni età. E, anche qui, c’è chi si può ritrovare da solo senza averlo voluto e chi si ritrova da solo avendolo fortemente voluto. Infine i giovani…

Ma in generale l’essere da soli, almeno nel nostro Paese, ma è vero anche nella maggioranza dei Paesi, è una fase della vita, non è una scelta di vita. Per cui alcune questioni tipo l’adozione riguardano davvero una minoranza molto ristretta. Il che non significa che per questi non sia un problema serio. Quasi mai uno sceglie di rimanere da solo per tutta la vita. Può capitare. E allora può capitare di porsi il problema: perché io non posso adottare o avere un bambino?

Ma, per lo più, si tratta di una fase iniziale della vita, o una fase finale, o una fase intermedia tra due matrimoni. E, come dicevi tu, Marzio, prima, in Italia e nei Paesi mediterranei rispetto ad altri Paesi si tratta per lo più della fase finale, perché da noi i giovani non escono di casa, si sposano un po’ più tardi, non vanno, o sono ancora pochi, a vivere insieme in convivenza more uxorio pre-matrimoniale e ancora meno vanno a vivere da soli. Salvo gli immigrati.

Gli immigrati interni, da questo punto di vista, escono prima di casa. Escono prima nel Mezzogiorno che non nel Centro-nord. È più facile che ci sia un giovane del Mezzogiorno che vive da solo, o insieme ad altri per condividere le spese, che non un giovane settentrionale. È vero che negli altri Paesi sono di più gli studenti universitari che vanno a vivere da soli o con altri amici, non necessariamente in un rapporto di coppia. Ma credo che da noi questo fenomeno sia sotto-rappresentato dalle statistiche. Basta interrogare i nostri studenti: risultano tutti risiedere presso i genitori, anche quando vivono fuori sede.

Però, certamente, le nostre strutture universitarie non favoriscono. Leggevo proprio oggi su un giornale di Torino che ci sono solo 200 posti letto nel più grosso collegio universitario torinese. Calcolando la quantità di studenti fuori sede che abbiamo, questo significa che è difficilissimo per un giovane vivere fuori casa. E in più non c’è neppure il modello culturale adatto: ci deve essere una scusa per uscire di casa, non fa parte del modello vivere da soli senza essere sposati.

Il modello culturale dice che se uno non ha conflitti grossi con i propri genitori, o non deve emigrare, non ha l’università fuori sede, perché esca di casa ci deve essere un grandissimo conflitto.

Da noi bisogna sbattere la porta, per andare a vivere da soli, cosa che non è vera negli altri Paesi.

Fonte: http://www.educational.rai.it

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