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La fonte del conflitto

4 marzo 2009

Observer and Observed No6Vi sono due tipi di apprendimento: uno consiste nel memorizzare ciò che viene imparato per poi osservare tramite la memoria – ed è questo che molti di noi chiamano apprendimento – e l’altro consiste nell’imparare attraverso l’osservazione, senza immagazzinarlo come ricordo.

Per dirla in un altro modo: un modo di apprendimento è imparare qualcosa a memoria, in modo che rimanga immagazzinato nel cervello come conoscenza e successivamente agire secondo tale conoscenza abilmente o maldestramente; quando si frequenta la scuola e l’università, si accumulano molte informazioni, e in base a tale conoscenza si agisce in modo benefico per se stessi e per la società, ma si è incapaci di agire semplicemente, direttamente.

L’altra specie di apprendimento – cui non si è altrettanto abituati, perché si è schiavi delle abitudini, delle tradizioni, di ogni conformismo – consiste nell’osservare senza l’accompagnamento della conoscenza pregressa, guardare qualcosa come se fosse la prima volta. Se uno osserva qualcosa in questo modo, non vi è la coltivazione della memoria; non è come quando uno osserva e tramite tale osservazione accumula il ricordo in modo che la prossima volta che l’osserva lo fa attraverso quello schema della memoria, e perciò non l’osserva più ex novo.

E’ importante avere una mente che non sia costantemente occupata, costantemente intenta a chiacchierare. Per la mente non occupata, può germinare un nuovo seme, qualcosa d’interamente diverso dalla coltivazione della conoscenza e dall’azione basata su tale conoscenza.

Osservate i cieli, la bellezza delle montagne, gli alberi, la luce tra le fronde. Questa osservazione, immagazzinata nella memoria, impedirà che la prossima osservazione sia nuova. Quando uno osserva la moglie o un amico, può osservare senza l’interferenza della registrazione dei precedenti episodi di quel particolare rapporto? Se uno può osservare l’altro senza l’interferenza della conoscenza precedente, impara molto di più.

La cosa più importante è osservare: osservare e non avere una divisione tra l’osservatore e l’osservato. Generalmente vi è una divisione apparente tra l’osservatore, che è la somma totale dell’esperienza passata, in quanto memoria, e l’osservato … così è il ,passato che osserva. La divisione tra osservatore e osservato è la fonte del conflitto.

E’ possibile che non vi sia conflitto, in tutta una vita? Tradizionalmente, si accetta che debba esservi questo conflitto, questa lotta, questo dissidio perpetuo, non solo fisiologicamente, per sopravvivere, ma psicologicamente, tra desiderio e paura, simpatia e antipatia, e così via.

Vivere senza conflitto è vivere una vita senza sforzo, una vita in cui vi è pace. L’uomo ha vissuto, per secoli e secoli, una vita di battaglia, di conflitti esteriori e interiori; una lotta costante per conseguire qualcosa, e la paura di perdere, di ricadere indietro. Si può parlare all’infinito di pace, ma non vi sarà pace finché si è condizionati ad accettare il conflitto. Se uno dice che è possibile vivere in pace, allora è soltanto un’idea, e perciò non ha valore. E se uno dice che non è possibile, allora blocca ogni indagine.

Esaminiamolo prima psicologicamente; è più importante che farlo fisiologicamente. Se uno comprende in profondità la natura e la struttura del conflitto, psicologicamente, e magari vi pone fine, allora può essere in grado di affrontare il fattore fisiologico. Ma se uno s’interessa solo del fattore fisiologico, biologico, per sopravvivere, allora probabilmente non ci riuscirà.

Perché vi è questo conflitto, psicologicamente? Fin dai tempi più antichi, socialmente e religiosamente, c’è sempre stata una divisione tra il bene e il male. Questa divisione esiste realmente, oppure c’è soltanto ciò che è ” senza il suo contrario? Supponiamo che via sia collera questo è un fatto, ” ciò che è “; ma ” io non andrò in collera ” è un idea, non è un fatto.

Uno non discute mai tale divisione, l’accatta perché è tradizionalista per abitudine, e non vuol saperne di qualcosa di nuovo. Ma c’è un altro fattore: c’è una divisione tra l’osservatore e l’osservato. Quando uno guarda una montagna, la guarda come osservatore e la chiama montagna.

La parola non è la cosa. La parola ” montagna ” non è la montagna, ma per l’interessato la parola è molto importante: quando guarda, vi è istantaneamente la risposta ” quella è una montagna “. Ora, uno può guardare la cosa chiamata ” montagna” senza la parola, perché la parola è un fattore di divisione? Quando uno dice ” mia moglie “, la parola ” mia ” crea divisione. La parola, il nome, la parte del pensiero.

Quando uno guarda un uomo o una donna, una montagna o un albero, qualunque cosa sia, si opera una divisione quando il pensiero, il nome, il ricordo vengono posti in essere.

2816666298_e3ffef9b42Uno può osservare senza l’osservatore, che è l’essenza di tutti i ricordi, le esperienze, le reazioni e così via, tutti provenienti dal passato? Se uno guarda qualcosa senza la parola e i ricordi del passato, allora osserva senza l’osservatore. Quando uno fa ciò, vi è solo l’osservato, e non vi è divisione né conflitto, psicologicamente. Uno può guardare la propria moglie o il proprio amico più intimo senza il nome, la parola e tutta l’esperienza accumulata” in quel rapporto? Quando guarda così, guarda l’altro – o l’altra – per la prima volta.

E’ possibile vivere una vita completamente libera da ogni conflitto psicologico? Uno ha osservato il fatto: basterà, se lascia stare il fatto. Finché vi è divisione tra l’osservatore che crea le immagini, e il fatto – che non è immagine ma soltanto fatto – deve esserci conflitto perpetuo. E’ una legge. Ma si può porre fine al conflitto.

Quando vi è la fine del conflitto psicologico – che è parte della sofferenza – allora, in che modo influisce sulla vita, sui rapporti con gli altri? In che modo la fine della lotta psicologica, con tutti i suoi conflitti, il suo dolore, le sue ansie, le sue paure, in che modo si riferisce alla vita quotidiana, al lavoro d’ufficio, eccetera eccetera?

Se è un fatto che uno ha posto fine al conflitto psicologico, allora come vivrà una vita senza conflitti esteriori? Quando non vi è conflitto interiore, non vi è conflitto all’esterno, perché “non vi è divisione” tra l’interiore e l’esteriore. E come il flusso e il riflusso del mare. E’ un fatto assoluto, irrevocabile, che nessuno può toccare; è inviolato.

Quindi, se è così, cosa farà uno per guadagnarsi da vivere? Poiché non Vi è conflitto, non vi è ambizione. Poiché interiormente vi è qualcosa di assoluto che è inviolato, che non può essere toccato né danneggiato, allora uno non dipende psicologicamente da un altro; perciò non vi è conformismo né imitazione.

Quindi, non avendo tutto questo, uno non è più pesantemente condizionato dal successo e dall’insuccesso nel mondo del denaro, della posizione, del prestigio, che implica la negazione di “ciò che è ” e l’accettazione di ” ciò che dovrebbe essere “.

Poiché uno nega ” ciò che è ” e crea l’ideale di ” ciò che dovrebbe essere “, vi è conflitto. Ma osservare ciò che è effettivamente significa che uno non ha contrario, solo ” ciò che è “. Se osservate la violenza e usate la parola ” violenza “, c’è già conflitto, la parola stessa è già distorta; vi sono persone che approvano la violenza e altre che non l’approvano.

L’intera filosofia della non violenza è distorta, politicamente e religiosamente. C’è la violenza e il suo contrario, la non violenza. Il contrario esiste perché voi conoscete la violenza. Il contrario ha radice nella violenza. Uno pensa che, avendo un contrario, con qualche metodo o mezzo straordinario, si sbarazzerà di ” ciò che è “.

Ora, si può accantonare il contrario e guardare semplicemente la violenza, il fatto? La non violenza non è un fatto. La non violenza è un’idea, un concetto, una conclusione. Il fatto è la violenza: uno è in collera, odia qualcuno, vuol far male alla gente, è geloso: tutto questo è l’implicazione della violenza, che è il fatto.

Ora, si può osservare il fatto senza introdurre il suo contrario? Perché allora uno ha l’energia – che prima veniva sprecata cercando di realizzare il contrario – per osservare ” ciò che è “. In quell’osservazione non c’è conflitto.

Perciò, cosa farà un uomo che ha compreso questa esistenza straordinaria e complessa basata sulla violenza, il conflitto e la lotta, un uomo che ne è effettivamente libero, non teoricamente, ma effettivamente libero? Il che significa assenza di conflitto. Che cosa farà al mondo?

Formulerà questa domanda, se è interiormente, psicologicamente, interamente libero da conflitti? Ovviamente no. Solo l’uomo in conflitto dice: ” Se non vi è conflitto, sarò alla fine, verrò annientato dalla società perché la società è basata sul conflitto”.

Se uno è consapevole della propria coscienza, che cos’è? Se è consapevole, vedrà che la sua coscienza è – in senso assoluto – nel disordine totale. E contraddittorio dire una cosa, fare qualcosa d’altro, cercando sempre qualcosa. Il movimento totale è entro un’area limitata e priva di spazio, e in quel poco spazio c’è disordine.

Uno è diverso dalla propria coscienza? Oppure è quella coscienza? quella coscienza. Allora, è consapevole di trovarsi nel disordine totale? Alla fine, quel disordine porta alla nevrosi, ovviamente: perciò ci sono tutti gli specialisti della società moderna, gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti e così via.

Ma interiormente c’è ordine? Oppure c’è disordine? Uno può osservare questo fatto? E cosa avviene quando uno osserva senza scegliere… cioè senza distorsioni? Dove c’è disordine, deve esserci conflitto. Dove c’è ordine assoluto, non c’è conflitto. E c’è un ordine assoluto, non relativo.

Ciò può avvenire in modo naturale e facile, senza conflitto, solo quando uno è consapevole di se stesso quale coscienza, consapevole della confusione, del tumulto, delle contraddizioni, osservando esteriormente senza distorsione. Allora da questo deriva naturalmente, dolcemente, facilmente, un ordine irrevocabile.

Jiddu Krishnamurti

Fonte: http://www.gianfrancobertagni.it

Parlami, ti ascolto!

2 marzo 2009

parents1Molti genitori si lamentano della chiusura dei loro bambini.
“Non parla” “E’ sempre ombroso” “Vorrei che mi dicesse cosa prova” oppure…..

“E’ tutto suo padre/ sua madre , è chiuso come lui”….”Io mi metto con tutta la volontà ma lei/lui fa fatica a raccontare”.
Frasi comuni ,ma, cosa blocca il bambino nel comunicare i suoi stati d’animo, le sue emozioni, le sue paure?

Poniamoci una domanda : riusciamo ad ascoltarli senza esprimere giudizi? Ad ascoltare senza prendere posizioni, dare consigli, a proporre frasi fatte e confezionate da esibire ?

L’ascolto efficace deve rimandare al bambino la capacità di capire , di cercare soluzioni personali ( è deleterio “liquidare” le eventuali difficoltà con la ricerca di somiglianze parentali).

Un bambino ha bisogno di essere incoraggiato ed è errato pensare che i problemi dell’infanzia siano solo quelli drammatici ( povertà ,maltrattamento, violenza). La difficoltà di fare amicizia, la paura di misurarsi in ambienti esterni,ecc , non sono di poco conto considerato che la forza è roporzionata alla fatica. Sminuire le difficoltà ,e/o proporsi con un ascolto sommario,impedisce la costruzione di un dialogo e crea sfiducia nelle figure di riferimento.

Analizziamo alcuni elementi che impediscono la relazione empatica:
Ascoltare i fatti e non le emozioni:
ascoltare gli episodi che il bambino racconta non significa ascoltarlo davvero. Quando un bambino è preoccupato, triste o in difficoltà , non ha la capacità di esprimere la sua emozione ; i suoi messaggi in codice , raramente, vengono decifrati dall’adulto che focalizza l’attenzione sull’evento superficiale.

E’ necessario sintonizzarsi sul versante emozionale per “sentire” e “farsi sentire”
Postura del corpo durante l’ascolto:

Il bambino fa fatica a dire ma il suo corpo si esprime benissimo . Di fronte ad una emozione negativa la postura del piccolo si trasforma : è rigido , ripiegato, contratto… La posizione dell’adulto , nell’ascolto, deve trasmettere attenzione (proiettato verso il bambino ); una postura rilassata e lontana, dà l’idea di essere distratti e poco motivati ad accogliere il messaggio.

Drammatizzare :
Farsi prendere dal panico o sentirsi impotenti rispetto alla sofferenza del piccolo , non offre validi punti di riferimento e non stimola la fiducia nei “grandi”
La forza dell’adulto serve a facilitare lo scarico delle tensioni evitando di moltiplicarle con le proprie ansie.

Usare i perchè:
L’uso dei perché ha il sapore dell’indagine, dell’inquisizione, del giudizio pronto a colpire.
Porre delle domande usando ” che cosa”, “come” ” di che cosa” , apre maggiormente al dialogo ed elimina i sensi di colpa

“Cosa succede”- “Cosa hai pensato quando”-”Come hai vissuto la cosa” “Di che cosa hai paura” “Di che cosa hai bisogno”..ecc

Si può successivamente provare a ricongiungere i dati per avere insieme un quadro emotivo completo ( non interpretando ma unificando le informazioni)
Successivamente si può passare a chiedere :

“Quale può essere una soluzione”
“Cosa puoi fare”
“Cosa posso fare”
“Come posso aiutarti”

La comunicazione assume un altro significato , il bambino vive la sua difficoltà in modo attivo e sente di poter avere delle competenze ; il problema viene vissuto, quindi, come temporaneo e aperto alla soluzione.

Fonte: http://www.genitoriquasiperfetti.it

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