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Come ascoltare gli altri

10 novembre 2009

Come ascoltare gli altriUna delle competenze comunicative più importanti relative all’ascolto consiste nel riconoscere ciò che il nostro interlocutore dice, anche se non siamo d’accordo con lui, prima ancora di parlare della nostra esperienza o esprimere il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più attenzione da parte del nostro interlocutore in situazioni tese, è necessario innanzitutto che prestiamo attenzione al suo messaggio, riformulando a parole nostre ciò che abbiamo ascoltato (specialmente i suoi sentimenti) prima di esprimere i nostri bisogni o la nostra posizione.

Il tipo di ascolto che vi vorrei suggerire in questo articolo tiene distinti due elementi che spesso nella nostra comunicazione con gli altri tendiamo a confondere: riconoscere e approvare. Infatti riconoscere i pensieri ed i sentimenti di una persona NON significa approvare o essere d’accordo con le azioni dell’altro o il dell’altro o il suo modo di percepire e di vivere le esperienze, né accettare di fare tutto ciò che ci viene chiesto di fare. Ascoltare in modo disponibile è sempre un modo valido per far capire agli altri che ci stanno a cuore e che ci prendiamo cura di loro. I nostri interlocutori non si rendono conto automaticamente se e quanto li abbiamo capiti, ed è anche possibile che non possano o vogliano chiederci conferme. Specialmente quando una conversazione è tesa o difficile, è importante ascoltare e riconoscere quanto ci viene detto. Altrimenti, le possibilità di venire a nostra volta ascoltati dagli altri saranno molto basse.

Ascoltare gli altri costituisce una premessa indispensabile per far sì che anche gli altri ascoltino. Nell’imparare a coordinare meglio le nostre attività di vita con quelle degli altri, è bene che evitiamo due diffusi ma terribili modelli di comunicazione: difendere a tutti i costi la nostra “causa” come in un tribunale; dibattere. Nei tribunali e nei dibattiti, ciascuna delle parti cerca di far prevalere la propria opinione ed ascolta l’altra parte solo per dimostrare l’infondatezza del suo punto di vista. Ma siccome coloro che sono incaricati di argomentare o perorare una causa non devono raggiungere necessariamente un accordo o lavorare ad un progetto comune, non conta che il loro stile di conversazione sia positivo.

Ma la maggior parte di noi si trova in una situazione completamente differente. Noi infatti passiamo una parte considerevole della nostra vita cercando di collaborare con gli altri e di raggiungere degli accordi, per questo dobbiamo preoccuparci non di sconfiggerli, ma di coinvolgerli. Al lavoro e in famiglia la persona che sconfiggiamo oggi potrebbe essere la persona con cui avremo bisogno di collaborare domani! Quando siamo preoccupati per qualcosa e ne vogliamo parlare, la nostra capacità di ascoltare diminuisce sensibilmente. Per questo, farci capire da una persona che sta tentando di esprimere dei sentimenti piuttosto forti spingerà ancor più quella persona a ricercare un riconoscimento delle sue emozioni. D’altro canto, quando sentiamo che il contenuto del nostro messaggio ed i nostri sentimenti sono stati ascoltati, cominciamo a rilassarci e siamo più disponibili ad ascoltare gli altri.

Come scrive Marhall Rosemberg nel suo libro Nonviolent Communication “studi relativi alle negoziazioni nel mondo del lavoro dimostrano che il tempo necessario a risolvere un conflitto si dimezza quando ciascun negoziatore ripete, prima di rispondere, ciò che il suo interlocutore ha detto”. Ad esempio in un ospedale un’infermiera, dopo aver ascoltato un paziente, potrebbe esprimersi così:
Vedo che ti senti molto a disagio, Franco, e vorresti alzarti da quel letto e muoverti. Ma il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana.

E’ probabile che il paziente in questo caso sia più disposto ad ascoltare l’infermiera rispetto al caso in cui quest’ultima avesse invece detto: Mi dispiace molto, Franco, ma devi stare a letto. Il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana. Quello che manca in questa seconda versione è il riconoscimento dello stato fisico ed emotivo del paziente. E’ il riconoscere i pensieri ed i sentimenti dell’altro che potenzia enormemente le nostre capacità si ascoltare e fa’ veramente la differenza nelle nostre relazioni con loro.

Giuseppe Falco

Fonte: www.comunicazionepositiva.it

Conflitto

14 ottobre 2009

conflittoIl conflitto è un elemento indispensabile in una relazione. Il conflitto è uno scambio e un confronto importante per crescere e per condividere idee, modi di vita e culture diverse. Spesso gli esseri umani hanno paura di entrare in conflitto perché il conflitto genera emozioni e alcune di queste emozioni si pensa possano essere non controllabili. Il conflitto infatti genera rabbia, paura, sofferenza.

Tuttavia il conflitto permette a queste emozioni di venire a galla e di essere elaborate. Il conflitto, inoltre, è il mezzo attraverso il quale si esprime il karma.
Il conflitto esiste sempre, anche quando non lo si fa emergere. Farlo emergere è sano ed utile.
Il conflitto sano è un confronto tra diversi modi di intendere la vita, tra valori simili o diversi, tra scelte e motivazioni diverse.

Il conflitto può anche essere forte, ma è meglio un conflitto forte che un “non conflitto”. Fino a quando c’è conflitto infatti c’è reciprocità, c’è voglia che l’altro ci sia, c’è possibilità di dialogo.Il conflitto infatti è un sistema relazionale insito nell’uomo. La mancanza di conflitto è repressione, è non voler vedere, è nascondersi.
Il conflitto non è violenza e va distinto da questa.

La violenza è il desiderio di eliminazione dell’altro. Il conflitto è interagire con l’altro. La violenza nega l’altro.
Quando qualcuno mi ha fatto talmente male da non desiderare più che esista, questa è violenza.
Quando con qualcuno ho ancora voglia di discutere e anche di litigare, e anche di confrontarmi duramente, ma desidero che ci sia, proprio per poter portare avanti questo confronto, questo è conflitto.
Se si volesse diminuire la violenza occorrerebbe aumentare il conflitto.

Quando si odia si vuol vedere l’altro morto o fuori dalla nostra vita; quando si discute, l’altro è ancora presente nella nostra vita e anche se le nostre idee sono incompatibili, comunque c’è confronto anche nello scontro.
Il conflitto non sempre deve essere risolto, e non sempre c’è una soluzione al conflitto.

Quando si capisce quando un conflitto è terminato?

Quando le parti in conflitto decidono che c’è incompatibilità oppure che c’è una possibilità di accordo. Può essere concluso da una delle due parti che si ritira, o da ambedue. Può essere innescato un processo di soluzione pacifica che può risolversi in un accordo, come si può vedere che non c’è possibilità di incontro in quanto le posizioni, le culture, i valori sono appunto incompatibili.

In questo caso c’è comunque un accordo nel “non accordo” e questo può essere deciso da entrambe le parti o da una sola. Un altro mezzo per concludere un conflitto può essere quello che viene usato nei conflitti di popoli, ma non solo, può anche essere adottato da coppie o da gruppi ed è lo strumento della mediazione. Una terza persona/nazione, che è al di sopra delle parti, interviene entrando nel conflitto e aiuta le parti ad intendersi: o comprendendo che non c’è intesa o comprendendo che c’è possibilità di accordo. Soprattutto in casi di conflitti tra popoli, ma anche in casi di famiglie o di coppie, questa figura diviene molto utile se non addirittura indispensabile.
Fino a che c’è conflitto c’è scambio, c’è crescita, c’è insegnamento e apprendimento e soprattutto c’è relazione.

Un invito e un suggerimento che posso dare è quello di non rifiutare il conflitto, di non tenere dentro di ciò che non va bene in una relazione. Vi invito ad esplicitare il malessere e il disagio ogni volta che si affaccia.
Non abbiate paura ad entrare nel conflitto, abbiate paura quando il conflitto non c’è.
Ogni volta che in una relazione si manifesta un disagio, un turbamento, una sensazione di malessere, fermatevi ed entrate in conflitto: esplicitate il vostro dissenso, confrontate con l’altro le vostre idee, dite: “Ciò che mi risulta difficile accettare/comprendere è…”.

Iniziate, se volete un conflitto sano e non cruento, dicendo il vostro punto di vista senza accusare l’altro, senza giudicare, ma fatevi le vostre ragioni mettendo allo scoperto il disagio. Poi chiedete all’altro di fare lo stesso. In quel momento siete entrati veramente in relazione.
Il secondo passo è quello di “ascoltare” con attenzione, profondamente, le ragioni e i valori dell’altro. Una volta che ambedue avete esplicitato il disagio, potete cercare insieme soluzioni creative che permettano ad ambedue di proseguire la relazione in maniera soddisfacente.

Se le soluzioni non si trovano perché i punti di vista sono incompatibili, prendetene atto e fate le vostre scelte consapevoli.
Questa incompatibilità c’era anche prima di esplicitare il conflitto e, non dicendo nulla, avete solo represso i vostri bisogni i quali prima o poi avrebbero innescato desideri di violenza.

Può esserci una soluzione pacifica di un conflitto?

Sì, se si mette da parte l’ego e si parla umilmente con il cuore e ascoltandosi reciprocamente. In questo caso si possono trovare soluzioni creative e convenienti per le parti.

Può un conflitto sfociare in violenza?
Fino a quando nessuno dei due o più contendenti in un conflitto ha il desiderio di eliminare l’altro (interlocutore o gruppo), non c’è violenza, anche se ci fossero insulti o persino percosse.
La violenza è un atto che tende all’eliminazione di chi si ritiene essere la causa del malessere o della sofferenza. Come ho detto prima, nel conflitto c’è invece volontà di relazione anche quando è forte.

Ci sono indicazioni particolari per affrontare un conflitto nei casi in cui si ritiene che almeno uno dei contendenti sia molto suscettibile (personalità molto reattiva)?

In casi in cui vi è una situazione di forte paura (timore di potere essere eliminati) si vive una condizione di violenza, ed è auspicabile passare da questa condizione ad una condizione di confitto. Tuttavia quando si vive in uno stato di violenza, senza un intervento esterno è difficile trasformare la violenza in conflitto, suggerirei quindi in questi casi l’intervento di un mediatore esterno.

Per alcune persone generare conflitti è naturale, per altre è molto difficile, perché? Inoltre credo ci siano persone (probabilmente ciò può valere anche in scala più ampia) che non sanno riconoscere il proprio disagio o, anche se provano disagio, hanno difficoltà ad individuarne le cause e questo rende difficile sia aprire che sostenere un conflitto. Cosa suggerire?

Ci sono persone che in famiglia hanno vissuto situazioni conflittuali e questo le ha abituate a saper gestire le emozioni collegate o provocate dal conflitto, altre persone invece non hanno vissuto conflitti e quindi ne hanno paura o non si sentono in grado di gestire l’emozione del conflitto.

Tuttavia il conflitto esiste ed è impossibile che non esista in quanto non c’è una persona uguale ad un’altra e essendoci idee diverse e concezioni di vita diverse c’è per forza di cose, insito nell’essere umano, il conflitto. Chi lo nega è perché ne ha paura e lo reprime, o a volte chi lo nega è perché ha un’immagine negativa del conflitto e, al contrario, un idea “ideale” che possa esistere un mondo idilliaco dove tutti vivono in armonia e in pace. Questo è un modo di pensare legato all’adolescenza o all’infanzia e non è reale.

Chi nega il conflitto si reprime o non vuole riconoscere le sue emozioni.

Tu dici che ci sono persone che non sanno riconoscere un proprio disagio o individuarne le cause. Il punto non è individuarne le cause, queste verranno fuori proprio quando si accetterà di entrare in conflitto, il punto è che il disagio fino a quando è leggero può ancora essere sopportato, ma quando diventa sofferenza o turbamento o rabbia, non può più essere negato.
Il conflitto serve a stabilire la relazione e, come ho detto, a confrontare le diverse opinioni, anche se per farlo occorresse per estremo, litigare.

Se si vive un rapporto o una relazione senza conflitto non vi è confronto: vi è indifferenza o repressione. L’indifferenza è una forma di violenza. “Io non ti calcolo, per me è come se tu non esistessi”. Di fatto si “elimina” l’altro dalla propria vita, non rivolgendogli la parola, e ignorando la sua esistenza anche se vive accanto a noi.
Ecco perché è sempre meglio un conflitto che l’indifferenza o il non conflitto.

Con questo non intendo dire che occorra entrare in conflitto se uno preferisce bere un the e l’atro un caffè o se uno preferisce dormire di più al mattino e l’altro si alza presto. Ma se questi atti ripetuti provocano irritazione e sentimenti di disagio forti, allora bisogna esplicitare all’altro il nostro disagio. Le cause poi usciranno man mano che il conflitto emerge. Facilmente si può iniziare un conflitto da una situazione apparentemente sciocca, per poi arrivare a confrontare ideali e valori molto più profondi.

Fonte: http://www.lamentemente.com

Le relazioni

30 settembre 2009

Le relazioniForse nulla ha causato tanti problemi e tanto dolore alla nostra specie quanto ciò che è stato creato per darci la gioia più grande: i nostri rapporti con gli altri.

Non abbiamo trovato un modo di vivere in armonia, a livello individuale, collettivo, sociale o politico. Ci è già molto difficile andare d’accordo, figuriamoci amare il prossimo.

Di che cosa si tratta? Da che cosa dipende? Io credo di saperlo grazie a ciò che Dio ci comunica in Conversazioni con Dio: molti di noi costruiscono delle relazioni per i motivi sbagliati. Cioè per motivi che non hanno nulla a che fare con lo scopo principale della nostra vita. Quando il motivo per entrare in un rapporto è in sintonia con il motivo dell’anima, non solo i nostri rapporti diventano sacri, ma anche gioiosi

…………..

L’amore dice: “Ciò che voglio per te è ciò che tu vuoi per te“. L’amore dice: “Ciò che scelgo per te è ciò che tu scegli per te“. Se dico: “Scelgo per te ciò che io voglio per te”, non ti amo. Amo me stesso attraverso di te, perché desidero ricevere ciò che voglio, invece di vedere te che ricevi ciò che vuoi

…………..

L’amore non dice mai di no. Sapete come lo so? Perché Dio non dice mai di no. E Dio e l’amore sono altri due termini intercambiabili. Dio non vi dirà mai di no, qualunque cosa chiediate. Anche se pensa che vi metterà nei guai. Dio non dice mai di no perché sa che alla fine non correte un grosso rischio. Non potete danneggiarvi in modo tale da non essere più. Potete soltanto evolvervi e crescere, diventando sempre più chi siete realmente. Perciò Dio dice: “Scelgo per te ciò che tu scegli per te. E ti sfido a fare la stessa cosa con le persone che tu ami“.

…………..

I problemi che tradizionalmente causano lotte di potere tra le persone quasi sempre hanno a che fare con il tempo, la disponibilità e le attività dell’altro. In altre parole, non passi abbastanza tempo con me, sei impegnato in attività che io non approvo. E combattiamo su tali questioni.

Ecco un esempio tratto dalla vita quotidiana: improvvisamente il vostro coniuge si butta anima e corpo nel lavoro, e mentre prima passava molto tempo con voi, ora, dopo otto o dieci anni di matrimonio, ne trascorre pochissimo. E questo provoca un contrasto, perché voi vorreste avere il controllo del suo tempo.

Allora dite: “Ascolta, io voglio che passi in famiglia almeno tre fine settimana su quattro. Non voglio che tu sia sempre in giro, sempre impegnato in qualche grande progetto, o preoccupato per qualche problema di lavoro. Non mi presti nessuna attenzione“. Forse non usereste esattamente queste parole, ma il concetto sarebbe questo: “Voglio la tua attenzione, e il tuo tempo”.

E così inizia una lotta di potere. Forse il vostro partner cercherà di negoziare: “Okay, starò via soltando un week-end al mese, o al massimo due”. Si arriva a un accordo, ma se poi un mese il partner passa tre fine settimana fuori casa, inizia a sentirsi in colpa, a sentirsi controllato, inizia a covare risentimento e presto ne segue un conflitto: “Che diritto hai di venirmi a dire come devo impiegare il mio tempo?”.

Io non entrerei mai in una lotta del genere. Se mia moglie facesse una cosa qualunque che io non approvo, o che per me non funziona, direi semplicemente: “Ascolta, tu hai il diritto di fare ciò che vuoi, però a me non piace che tu passi tre fine settimana al mese lontano da casa. E devo informarti che se continuerai a farlo, mi troverò qualcun altro con cui passare i fine settimana. Questa non è una minaccia. Non sto cercando di ricattarti. Sto solo annunciando ciò che funziona per me. Mi piace stare con qualcuno.

Desidero condividere i giorni e il tempo della mia vita con una persona che amo. Se tu non vuoi essere quella persona, va benissimo, perciò fai come preferisci. Non c’è rancore, né rabbia, né desiderio di farti sentire dalla parte del torto. E’ solo una dichiarazione di come stanno le cose. Lascia che chiuda la discussione con questa frase: se io dovessi scegliere una persona da amare saresti tu. Perciò porto questo anello al dito. Tu non sei obbligata a fare la mia stessa scelta in questo momento, tuttavia devi sapere che anche se sei la prima persona che vorrei, posso scegliere anche qualcun altro”.

…………..

La mia domanda riguarda il fatto di rispecchiarsi nei rapporti. Sai quando si dice che ciò che no ti piace negli altri e ciò che non ti piace in te stesso. Potresti parlarne?

Sai, ora non c’è quasi nulla che non mi piaccia negli altri, perché ho imparato molto tempo fa che ciò che non mi piaceva in loro corrispondeva a qualcosa in me che non amavo. E negli ultimi anni ho imparato ad apprezzare tutto di me. Non è straordinario? Voglio dire, per voi che ve ne state lì seduti a guardarmi deve essere difficile da credere, ma è vero: io mi piaccio molto.

Mi piacciono il mio aspetto fisico, i miei atteggiamenti, le mie idee, la mia spontaneità, quella parte di me che non è affatto convenzionale. Sapete, mi piace anche come rido. Mi piace proprio tutto di me, ed è la prima volta nella vita che mi sento così. E poiché mi sento così, ci sono pochissime cose che non mi piacciono negli altri. Sono diventato terribilmente tollerante. E’ straordinario: vedo le persone intorno a me e le amo tutte. Trovo accettabili comportamenti, caratteristiche e tratti della personalità che solo pochi anni fa avrei rifiutato in blocco.

Perciò credo che l’amore di generi un amore enorme per gli altri, perché uno pensa: Beh, se posso amare me stesso, posso davvero amare qualunque cosa.

estratto da: Esercizi di vita.
Di Neale Donald Walsch.

“Non so dire di no”

7 giugno 2009

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I jeans sono troppo stretti, ma li comprano lo stesso… E pur sommersi di lavoro, accettano comunque un nuovo incarico. Rifiutare è per loro un tabù. perchè? Abbiamo indagato….

“L’incapacità di dire di no deriva dal fatto di dare più importanza ai desideri dell’altro rispetto ai propri”, spiega Nicola Ghezzani, psicoterapeuta a Roma, autore di volersi male (Franco Angeli).

“Questo atteggiamento, legato a un’immagine negativa di sé, è un modo per svalutarsi”. Si preferisce soddisfare l’altro piuttosto che sè, con tutte le frustrazioni che ne derivano: una certa rabbia verso se stessi per avere accettato un incarico, un invito o un progetto non desiderati e il risentimento verso chi ha saputo ottenere da noi quello che voleva. “Dire di no modella la propria identità e permette di capire cosa si vuole davvero”, precisa Ghezzani. “Chi non sa rifiutare nulla non cresce”. Alla insoddisfazione si aggiunge anche la non considerazione da parte dell’altro. Come fidarsi di chi risponde sempre in modo affermativo? il si è un vero si o un falso no? Sono la credibilità e l’onestà dell’eterno consenziente a essere messe in discussione.

Restare un bambino obbediente

Rifiutare, disoobedire, dire no? I genitori, gli insegnanti e professori ce lo hanno spesso proibito. “Chi non osa imporsi è rimasto in un rapporto infantile con l’autorrità”, afferma Ghezzani. “Si tratta per lo più di persone che hanno mantenuto una relazione di dipendenza verso i genitori”. Attorno ai 2-3 anni, il bambino è in bilico tra due tendenze opposte: da una parte vive la fase dei “no”, vale a dire la presa di coscienza della propria autonomia, che esprime opponendosi di continuo a mamma e papà, dall’altra ha paura di essere abbandonato e di perdere l’amore dei genitori. “Anche se non si è sottomessi a un’educazione particolarmente rigida o a ricatti affettivi (“Se continui a dissobedire non riuscirò a sopportarti”), queste angosce prendono velocemente il sopravvento, spiega la psicologa Marie Haddou, coautrice di saper dire ni, senza sensi di colpa! (Fabbri). Per eliminarle, sembra esserci un’unica soluzione: obbedire.

Un atteggiamento che , in età adulta, si ripropone nei legami sociali e affettivi. Bloccati in questa posizione infantile, si crede allora di non riuscire a sopravvivere a una crisi, un diverbio, un litigio. E’ la paura inconscia del conflitto a guidare questi “signori si”.

Nutrire un’onnipotenza inconscia

La volontà di non deludere l’altro sembra una buona ragione per non dire mai “no”. In realtà, sottolinea Hoddou, l’obiettivo è “soddisfare un sentimento interiore di onnipotenza”. Chi non riesce a opporsi ha scarsa autostima ma, a livello inconscio, non ha rinunciato a essere onnipotente. In ufficio, per esempio, chi dice sempre di sì è l’”eroe” che vuole provare a sè e agli altri di potersi occupare di tutto. Nei legami affettivi, è l’amico più richiesto, sempre disponibile e presente. Così il sì detto a tutti lusinga un ego che, in fondo, si crede unico e insostituibile. L.L. e V.C.

Articolo pubblicato da Psycologies Maggio 2009

www.psycologies.it

Single: una normale condizione di vita?

24 febbraio 2009

2413435237_c4c55d5b69Secondo l’Istat in Italia quattro milioni e mezzo di famiglie, oggi, sono composte da una sola persona. “Single” che, stando alle inchieste, per due terzi non vivono la solitudine domestica come una condanna, ma come una normale condizione di vita.

In loro preverrebbe il desiderio di libertà individuale sul senso di appartenenza. La “singleness”, così intesa, vi sembra un valore o un disvalore? E quali speranze hanno i “single” di vedersi riconosciuti diritti come quello all’adozione, alla procreazione assistita o all’assegnazione di case popolari?

Barbagli: C’è un chiarimento importante da fare: questi quattro milioni di single sono, in realtà, persone che per metà hanno più di 65 anni, persone che vivono da sole normalmente, perché sono vedove, separate o divorziate. Persone, quindi, per le quali i problemi posti dalla domanda non sussistono, mentre, nelle situazioni più gravi, sussistono semmai problemi di assistenza e di solitudine, e tutto fa prevedere che questi problemi socialmente cresceranno.

Ci sono poi gli altri single, i single giovani. Io non saprei davvero dire che cosa debbano fare questi single. Anzi, direi che sono fatti loro….

Posso soltanto dire che i single in Italia sono meno che in altri Paesi, tutti i dati ci confermano che in Italia si esce di casa più tardi, si tende a restare più a lungo con i genitori e quindi i single, cioè le persone che stanno per un certo periodo di tempo sole, sono meno. E questo non avviene solo in Italia, per la verità, si pensa che sia una peculiarità italiana e invece, se è una peculiarità, lo è dei paesi mediterranei.

Avviene nell’Europa del Sud. Però, perché avviene? Per tanti motivi diversi. Non avviene, come dicono i giornali, perché sono mammoni. Avviene, forse, per diverse tradizioni storiche: in Italia e nei paesi del Mediterraneo c’è una storia della famiglia diversa da quella dei Paesi anglosassoni. Ci sono norme che non favoriscono l’uscita di casa, e mi riferisco non tanto alle norme di legge, ma a norme che regolano la vita sociale, norme organizzative. Ad esempio, come sono organizzati gli studi superiori e l’università, come e perché le banche concedono mutui per acquistare casa…

Saraceno: Sono d’accordo, bisogna distinguere tra questi single, che sembrano tutti swinging single che vanno al bar dei single e hanno queste vite affascinanti, bisogna distinguere in questo immaginario collettivo del single che va al club Mediterranée per trovare un compagno, per avere un colpo di vita…

In realtà, per la metà sono appunto vecchi, anzi vecchie. Soprattutto tra gli anziani le single sono delle anziane, spesso delle grandi anziane, le quali sono state in una famiglia con altre persone per tutta la vita, passando da una famiglia all’altra, hanno accudito il proprio compagno fino alla fine e poi, spesso, si sono trovate da sole. Perché per motivi demografici, diversa speranza di vita tra uomini e donne, il fatto che le donne si sposano più giovani rispetto agli uomini, queste donne poi si trovano da sole.

Per loro, quindi, più che di singleness si può parlare di solitudine. E anche qui non sempre, perché ci sono i figli e perché vivere da soli non vuol dire vivere isolati. Ci sono anche delle donne, e in questo sono un pochino in disaccordo con te, Marzio, ci possono essere anche donne che rimangono vedove in età non molto avanzata e che possono avere, proprio, una svolta di vita.

Barbagli: Vedove finalmente felici.

Saraceno: Sì, c’era “La sindrome della vedova felice”, era il titolo di un libro americano di diversi anni fa, e faceva un po’ colpo. Ma mi ricordo che quando l’avevo raccontato a mia madre, lei aveva commentato: “Che scoperta, certo che è così”. La sindrome della vedova felice, nel senso di una vita compiuta, portata a compimento, e nel senso, quindi, del potersi dedicare ad altro. Poi ci sono i separati o divorziati, che possono essere di ogni età. E, anche qui, c’è chi si può ritrovare da solo senza averlo voluto e chi si ritrova da solo avendolo fortemente voluto. Infine i giovani…

Ma in generale l’essere da soli, almeno nel nostro Paese, ma è vero anche nella maggioranza dei Paesi, è una fase della vita, non è una scelta di vita. Per cui alcune questioni tipo l’adozione riguardano davvero una minoranza molto ristretta. Il che non significa che per questi non sia un problema serio. Quasi mai uno sceglie di rimanere da solo per tutta la vita. Può capitare. E allora può capitare di porsi il problema: perché io non posso adottare o avere un bambino?

Ma, per lo più, si tratta di una fase iniziale della vita, o una fase finale, o una fase intermedia tra due matrimoni. E, come dicevi tu, Marzio, prima, in Italia e nei Paesi mediterranei rispetto ad altri Paesi si tratta per lo più della fase finale, perché da noi i giovani non escono di casa, si sposano un po’ più tardi, non vanno, o sono ancora pochi, a vivere insieme in convivenza more uxorio pre-matrimoniale e ancora meno vanno a vivere da soli. Salvo gli immigrati.

Gli immigrati interni, da questo punto di vista, escono prima di casa. Escono prima nel Mezzogiorno che non nel Centro-nord. È più facile che ci sia un giovane del Mezzogiorno che vive da solo, o insieme ad altri per condividere le spese, che non un giovane settentrionale. È vero che negli altri Paesi sono di più gli studenti universitari che vanno a vivere da soli o con altri amici, non necessariamente in un rapporto di coppia. Ma credo che da noi questo fenomeno sia sotto-rappresentato dalle statistiche. Basta interrogare i nostri studenti: risultano tutti risiedere presso i genitori, anche quando vivono fuori sede.

Però, certamente, le nostre strutture universitarie non favoriscono. Leggevo proprio oggi su un giornale di Torino che ci sono solo 200 posti letto nel più grosso collegio universitario torinese. Calcolando la quantità di studenti fuori sede che abbiamo, questo significa che è difficilissimo per un giovane vivere fuori casa. E in più non c’è neppure il modello culturale adatto: ci deve essere una scusa per uscire di casa, non fa parte del modello vivere da soli senza essere sposati.

Il modello culturale dice che se uno non ha conflitti grossi con i propri genitori, o non deve emigrare, non ha l’università fuori sede, perché esca di casa ci deve essere un grandissimo conflitto.

Da noi bisogna sbattere la porta, per andare a vivere da soli, cosa che non è vera negli altri Paesi.

Fonte: http://www.educational.rai.it

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