- Relazioni Sociali e Amicizia

Cos’è l’assertività?

10 febbraio 2010

L’assertività è quella branca della psicologia che tratta l’ottimizzazione dei rapporti sociali ed il benessere personale.

L’assertività è una “filosofia” di vita che subordina l’amore e il rispetto degli altri all’amore e al rispetto di sé. È stata anche definita come la teoria del sano egoismo. Chi non è felice non può dare felicità, chi non ha stima e fiducia di sé non è in grado di dare agli altri sicurezza; le interazioni sociali disarmoniche generano problemi di diversa natura e gravità.

Essere assertivi significa vivere esercitando i propri diritti in modo naturale, senza provare disagio, riconoscendo agli altri la reciprocità di questo assunto.

Per ottenere questo risultato è necessario avere queste due capacità:

1. capacità di ascolto, comprensione, attenzione per l’altro;
2. capacità di esprimere il proprio punto di vista (evitando termini aggressivi e passivi) e farlo rispettare.

Comunicazione ed assertività

L’assertività è, a mio avviso, il modo più efficace per ottenere realmente il meglio da noi stessi e dagli altri.
Chi comunica in modo assertivo comunica in modo efficace e sempre con finalità vincere-vincere (vinco io e vinci tu), cioè in un modo che porta tutte le persone coinvolte nella comunicazione (o nell’interazione) ad uscire soddisfatte dalla stessa.
Questa finalità è contrapposta alle finalità vincere-perdere, in cui c’è un solo vincitore (io vinco tu perdi) ed è tipica dei rapporti conflittuali, competitivi.

Un esempio di questo tipo di comunicazione è la vendita senza etica: se io sono un venditore e non mi faccio scrupoli ad usare tutte le più subdole tecniche di vendita per venderti qualcosa a condizioni estremamente favorevoli per me e svantaggiose per te, di primo acchito può sembrare che io abbia vinto (ho concluso un ottimo affare), ma in realtà ho vinto sul momento (ho concluso un ottimo affare), ma ho perso nel lungo periodo (ho perso un cliente e tutti quelli potenziali messi in guardia dal primo).

Quindi chi comunica in modo assertivo comunica sempre con finalità vincere-vincere. Facciamo un esempio per capire questo concetto: come reagiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa che non abbiamo fatto, ci interrompe o pretende da noi più di quanto possiamo offrire?
Se non siamo assertivi, a seconda dei casi possiamo avere reazioni aggressive o remissive.

Fonte: http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/pnl/assertivita-e-grafologia/252/#more-252

Amicizia e Amore

31 ottobre 2009

Amicizia e AmoreL’amicizia è un sentimento che prende corpo su di una base emozionale. Impossibile che si instauri laddove non ci sia una corrente di emozioni che leghi due persone, od anche un uomo ed un animale. Proprio la profonda amicizia che lega spesso un essere umano ad un animale ci insegna quanto poco di intellettuale vi sia in una profonda amicizia e quanto invece vi sia di sentimentale, di profondamente emotivo. Si può perciò trattare di amicizia ponendola a confronto con altre due emozioni di altrettanto peso nelle relazioni umane: l’innamoramento e l’amore.

L’innamoramento è passione e sofferenza e tutto questo perché l’innamoramento nasce nella solitudine, senza reciprocità, senza la minima certezza che l’innamoramento possa mai trovare corresponsione. L’innamoramento porta a trasfigurare la persona amata, a divinizzarla, ma tutto ciò sempre in una sfera di intima solitudine. L’innamorato non corrisposto deve compiere violenza su se stesso per liberarsi di quell’innamoramento: uno sforzo simile a quello conosciuto da chi si ritrova nella triste situazione di dover elaborare la perdita di un amore corrisposto. Tutte e due le situazioni hanno in comune un tratto di sofferenza solitaria.

Secondo Francesco Alberoni, che ha in più occasioni trattato di innamoramento, amore ed amicizia, l’amicizia ha invece orrore della sofferenza, la evita.
Ed è un punto sul quale ho più di una riserva.
Pur rispettando l’autorevolezza di Francesco Alberoni, trovo contraddittorio mettere prima su di un piano paritario amore (non innamoramento) ed amicizia per poi sostenere che nell’amicizia non possa trovar spazio la sofferenza, naturale contraltare di tutto ciò che comporta un flusso di emozioni. Si soffre perché si perde un oggetto a noi caro: figuriamoci se non si soffre per un’amicizia rotta o forzatamente separata.

L’amicizia, a differenza dell’innamoramento, ha una componente solitaria minima o addirittura inesistente. Difficile immaginare un’amicizia che sorga come passione individuale: sarebbe certamente un innamoramento. Ma così come l’innamoramento può essere causa di sofferenza anche nel momento in cui una coppia si separa, anche nell’amicizia la sofferenza per il distacco può essere pesante.

Probabilmente il cuore del ragionamento sta nel definire cosa sia davvero una autentica amicizia. Sin dalle antichità, da Aristotele a Tommaso d’Aquino fino a gran parte della sociologia contemporanea, il tema dell’amicizia ha ispirato molti pensatori. Un’ulteriore difficoltà sta nella disparità di concezioni d’amicizia che ancora oggi si leggono nei diversi tessuti sociali. Il sentimento dell’amicizia in Russia è assai diverso rispetto a quello diffuso nei paesi occidentali, vuoi anche per una certa cultura moraleggiante che ha influito non poco in occidente.

Per definizione l’amicizia è una relazione alla pari, fondata sulla stima reciproca, sulla disponibilità e sul rispetto. E sufficiente? Direi di no! Questa è la definizione di “conoscenza”. Stimare, essere disponibili e rispettare credo siano i presupposti per una vita di relazione pacifica con chiunque. Ma l’amicizia deve essere altro.

Potrei aggiungere che nell’amicizia deve configurarsi una certa confidenza, l’essere consapevoli di potersi fidare dell’amico. Ma la confidenza la si instaura anche con i fratelli, con persone che si giudicano affidabili per custodire un nostro pensiero od una nostra emozione intima. Non sempre ci confidiamo con persone che giudichiamo amiche; talvolta ci accontentiamo dell’affidabilità o dell’autorevolezza che essi rappresentano.

L’amicizia deve comportare qualcosa di più: un sentimento. L’amicizia è il desiderare la compagnia di quella persona; desiderare uno scambio di attenzioni con quella persona; desiderare insomma il bene di quella persona.
Ecco perché è plausibile accostarla all’amore, ed ecco perché trovo scorretto privare l’amicizia del potere di emozionare, anche nell’accezione di sofferenza.

L’innamoramento invece è un’altra cosa. E’ un percorso solitario, talvolta parallelo all’amicizia, spesso nascosto o semplicemente censurato. In questo senso ha forse ragione Alberoni. L’innamorato all’inizio soffre sempre; e spesso, purtroppo, tutto finisce lì!

Fonte: http://www.gremus.it/?q=node/1047

Timidezza

31 luglio 2009

timidezzaIl campionario della timidezza è universale.

Non è certo solo patrimonio dell’osservazione di psichiatri o di psicoterapeuti, anche se nei loto studi di persone timide se ne possono trovare un gran numero. Da chi vi si rivolge chiaramente per quel problema, a coloro che lo nascondono sotto una miriade di altre forme cliniche e di altri sintomi.

Di certo lì si incontrano alcuni dei timidi più coraggiosi, quelli che sono stanchi di bluffare, quelli che non ce la fanno più a reggere il peso di una vita sacrificata a farsi grandi quandi si sentono piccoli. Alcuni sono stanchi di arrossire quando vorrebbero sembrare di ghiacchio, sltri non ne possono più di sentire la fronte imperlarsi di sudore quando vorrebbero proporre un comportamento asciutto, altri ancora sono sfiniti dall’ansia che cresce quando si avvicina un appuntameto all’apparenza banale.

Altri, altri, altri.

Altri, quanti mi è capitato di averne cura.

Altri, e ciascuno chiedeva un aiuto speciale per un problema diverso da quello di un proprio simile, ma con una radice comune: una lotta mal riuscita contro la propria timidezza. Timidezza nei confronti degli altri, ma soprattutto timidezza a vivere.

Non è certo soltando nello studio di uno psichiatra, dicevo, che si possono incontrare i timidi. Lì si possono vedere in tanto luoghi, in tutti i luoghi, magari senza poterli riconoscere, tanto bene si sono camuffati. Sono una folla, una grande folla, che poco o tanto somiglia all’intera umanità.

Sentimento umano, la timidezza. Sentimento che i più considerano trasandato, poco nobile, che si può riconoscere nel vicino, con un moto di spirito aggressivo, piuttosto che comprensivo, o di compassione, come lo si può riconoscere in se stessi, con un sentimento di autocommiserazione, di paura, ma anche di panico o di intolleranza.

Raramente d’indulgenza, quasi mai di valorizzazione.

La timidezza, insomma, è vista come una specie di malattia cronica invalidante. Un piccolo o grande mostro con il quale si vuole, o si deve, combattere, ma che lascia sempre scarse possibilità di vittoria. D’altra parte non viviamo certo in un’epoca somigliante a quella romantica, quando anche gli eroi potevano concedersi qualche vampata di rossore senza sentirsi fuori luogo. E neppure a quella medioevale, quando i cavalieri potevano palesemente mostrare la loro ansietà nella trepidante attesa di un sì dell’amata. Per non dire della timidezza ben accreditata come virtù femminile fino a epoche molto più recenti.

Eh no! Viviamo in ben altro periodo: competitivo, tecnologico, rampante, nel quale il controllo delle emozioni è di rigore. Con qualche deroga, magari, in questo o in quel talk-show, dove l’espressione dei sentimenti suscita emotività e applauso, ma dove tutto è garantito da una verità che assomiglia alla finzione e la cornice è predefinita così che, quando si chiude il sipario, la regola dell’autocontrollo obbligatorio riprende a dettare il suo imperativo.

Eppure la timidezza fa parte del tessuto connettivo delle caratteristiche umane. Certamente è il tratto più diffuso, anche se considerato ingiustamente appartenente a un’area che si avvicina a quella della patologia.evidentemente si manifesta con maggiore enfasi laddove le richieste sociali, di una certa cultura, la mettono in una specie di lista di prescrizione.

Non è certo un caso che nel mondo occidentale sia fiorita una copiosa letteratura a riguardo e che anche su Internet ci si trovi di fronte a una valanga di riferimenti sul tema.

La dissennata lotta alla timidezza ha poi alimentato grandi bussiness: dai corsi per essere sempre all’altezza, ai manuali per dare scacco al “problema” in dieci mosse, al mito del fitness, alle cure rimodellanti di chirurgia estetica, agli psicofarmaci, fino alle amiricanissime shy-clinic (cliniche per la cura della timidezza), dove si entra deboli e si esce forti. Sarà! E’ certo solo il prezzo fino a migliaia di dollari, e la rinuncia a far propria una parte di se stessi.

In venti anni di lavoro clinico mi sono imbattuto in uno stuolo di persone i cui problemi derivano dall’insuccesso della lotta contro la timidezza. Via via mi sono chiesto, e ho cercato di sollecitare la stessa domanda nei miei pazienti, se un simile sforzo avesse qualche senso.

La risposta è assolutamente negativa.

Per vivere meglio esiste un’altra via da percorrere, meno dispendiosa e più rispettosa di se stessi.

Tratto dal libro: TimidezzaFausto Manara – ed. Sperling

Sapere stare nel gruppo

9 luglio 2009

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La sensazione di non sapere entrare in relazione. Consigli e strategie per superare l’ostacolo

A volte è come un leggero imbarazzo. La sensazione di non sapere entrare in relazione, di non riuscire a essere se stessi. Un senso di esclusione che ci mette a disagio. Consigli e strategie per superare l’ostacolo

I concetti chiave

- Essere a disagio nasconde spesso il timore di non piacere agli altri e quello di non essere accettati dal gruppo.

- La perfezione non esiste. Sono anche i difetti a renderci quello che siamo: unici e più ricchi interiormente.

- Affrontare la timidezza è possibile. Senza fingere, imparando a mostrare agli altri le proprie capacità.

Sentirsi inadeguati. Sentirsi fuori posto. È capitato a tutti, almeno una volta nella vita durante una riunione, una festa, una cena. Racconta Cecilia, 35 anni, impiegata a Genova: “Quando sono in un gruppo faccio fatica a sostenere il mio punto di vista, a dire una battuta, a entrare nella conversazione. Ho l’impressione che nessuno mi ascolti e così, spesso, preferisco rimanere in silenzio.

Al lavoro come in palestra o con gli amici…”. Un disagio che affiora nelle situazioni più diverse: “Mi considero socievole, ma quando sono in compagnia di persone che conosco appena non so esprimermi al meglio, divento impacciata, perdo la vivacità che mi carat terizza quando sono tra pochi intimi. Per questo ho scelto di non iscrivermi al corso di ballo nonostante il mio compagno ci tenesse molto”, confessa Anna, 45 anni, veterinaria a Pavia. “Non sono mai riuscita a dire la mia con disinvoltura, anche in un gruppo ristretto di colleghi. Così, sul lavoro, affidano sempre i progetti stimolanti a chi è più sicuro di sé”, spiega Alessandra 32 anni, architetto a Modena.

“La costante fissa, in queste situazioni, è la difficoltà a esprimere se stessi in un gruppo allargato nonostante il bisogno di sentirsi amati e apprezzati da tutti i componenti del gruppo stesso. Da qui il disagio, la sofferenza”, commenta Duccio Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione all’Università Milano Bicocca. Un disagio che nasce dalla paura di non essere accettati, dal timore che gli altri possano farsi un’idea sbagliata, in ultima analisi, dalla convinzione che occorra essere all’altezza per piacere agli altri. Niente di più falso, sostengono i nostri esperti, che qui di seguito prendono in considerazione le (false) convinzioni sull’argomento per fare chiarezza.

Devo piacere a tutti i costi

Essere divertenti e seri al punto giusto, gentili ma non troppo premurosi, con personalità… A volte per piacere si pretende da se stessi l’impossibile. “Ognuno di noi vuole presentarsi agli altri dando un’immagine positiva di sé, a ogni costo”, spiega Giuseppina Speltini, docente di Psicologia sociale e Psicologia dei gruppi all’Università di Bologna. “La paura di non piacere nasconde quella di non essere accettati, aggiunge Pietro Grimaldi, psicologo e psicoterapeuta a Caserta. “E non è facile gestire un rifiuto”. Spesso, allora, per sentirsi parte del gruppo, si preferisce correre il rischio di annullare la propria personalità.

Ma questa scorciatoia non porta da nessuna parte: “Al lavoro faccio sempre quello che mi chiedono, senza discutere”, racconta Giulio, 38 anni, grafico a Potenza.”Ma a distanza di anni non ho ancora ottenuto quella promozione che mi avrebbe aiutato a dimostrare agli altri la mia professionalità”. Meglio allora imparare a essere autentici, cioè valorizzare i diversi lati di sé a seconda della situazione: “La stessa persona, per esempio, può essere molto esigente con i colleghi, ma dolce e romantica in famiglia”, commenta Speltini.

Gli altri sono perfetti in ogni situazione. Io, invece…

“La mia migliore amica è sempre sicura di sé, anche se indossa un paio di jeans a un aperitivo dove tutti vestono elegante”, racconta Lisa, 22 anni, studentessa a Palermo. “Perché il mio capo è sempre così impeccabile?”, si chiede Francesco, 45 anni, commercialista a Fidenza (Pr). Spesso chi si sente a disagio pensa di non essere all’altezza della situazione e ammira chi, al contrario, si sa destreggiare anche in mezzo alle difficoltà. “Ma l’apparenza inganna”, afferma Grimaldi. “Provate a osservare attentamente le persone che vi sembrano perfette. Anche loro hanno piccole esitazioni eppure sono così sicure e riescono in tutto quello che fanno”, suggerisce Grimaldi.

“La differenza è che investono tutte le energie per imparare dai propri errori e migliorarsi”. Chi, invece, è molto severo con se stesso si pone obiettivi impossibili e, di conseguenza, si sente inadeguato per la paura di sbagliare. La soluzione? “Aspirare a un traguardo più realistico per vivere con più tranquillità il confronto con se stessi e con gli altri”, suggerisce l’esperta. Ci si accorge così che la timidezza non è un difetto, ma una risorsa, un modo diverso e più profondo di affrontare la vita. “Le persone più timide, che si sentono a disagio se sono al centro dell’attenzione e non riescono a parlare in pubblico, vivono ogni situazione con maggiore intensità emotiva. Sono più impacciate, è vero, ma anche più sensibili”, sottolinea Duccio Demetrio. Anche i difetti, quindi, danno valore a una persona, la rendono umana, più ricca. In una parola, unica.

Se resto in silenzio evito di fare una figuraccia

Stare in disparte, evitare gli sguardi, o non esprimere il proprio punto di vista non sono vie di fuga per non farsi notare. “Anche un atteggiamento riservato, chiuso e protetto dice qualcosa a proposito della nostra personalità e può offrire agli altri un’immagine di noi che non solo non ci appartiene, ma rischia di essere anche molto più negativa di quanto si possa immaginare”, spiega Speltini. “Non sopporto le persone che in ascensore abbassano lo sguardo o fingono di scrivere un sms solo per non rivolgerti la parola”, racconta Ada 45 anni, manager a Mestre. “L’imbarazzo si supera con l’esperienza”, spiega l’esperta. “Per ottenere dei risultati bisogna però avere il coraggio di mettersi in gioco. Prendendo l’abitudine di comunicare agli altri le proprie idee, riflessioni, emozioni”. Per iniziare bastano un sorriso, uno sguardo o un semplice saluto.

Tutti notano il mio imbarazzo

“Ieri sera mentre tornavo a casa dal lavoro sono inciampata in una buca. Ho reagito cercando di nascondermi, di scappare, di non incrociare lo sguardo degli altri passanti”, confessa Giulia, 34 anni, commessa a Firenze. Ma quante persone, in centro all’ora di punta, si saranno davvero accorte del gesto goffo di Giulia? L’imbarazzo nasce quando ci sentiamo adosso gli occhi degli altri. “In queste situazioni c’è un’estrema focalizzazione su se stessi”, sottolinea Grimaldi.

“Chi tende a imbarazzarsi non riesce a pensare fino in fondo a ciò che dice o fa, ma si preoccupa soprattutto di come gli altri potrebbero interpretare il suo atteggiamento”. L’errore nasce da qui: è più facile sbagliare quando non si è concentrati su ciò che si sta facendo, ma sulla buona impressione che si vuole fare in gruppo. “L’idea che le persone hanno di noi ha delle ripercussioni sulla nostra identità e sulle nostre azioni”, spiega Speltini, “soprattutto quando si ha scarsa fiducia nelle proprie potenzialità”.

Superare l’imbarazzo

I nostri esperti, Duccio Demetrio, Giovanna Speltini e Pietro Grimaldi propongono cinque consigli pratici per imparare, con un po’ di esercizio, a sentirsi a proprio agio anche nelle situazioni più difficili

- Imparare a osservare. Spostare il proprio punto di vista da sé agli altri, prestando attenzione a quello che i componenti di un gruppo comunicano, non solo a parole, ma anche con lo sguardo, i gesti o l’atteggiamento.

- Fidarsi delle proprie capacità. Imparare a riconoscere le proprie qualità e i propri limiti senza dipendere troppo dal giudizio degli altri.

- Essere se stessi. Esercitare il proprio senso critico permette di riconoscere piccole esitazioni anche nelle persone che appaiono più spigliate. È il primo passo per acquistare un po’ di sicurezza e valorizzare le proprie potenzialità.

- Individuare i propri limiti. Riflettere sulle situazioni che ci fanno sentire a disagio per mettere a fuoco le proprie emozioni all’interno del gruppo.

- Mettersi alla prova. Scegliere una delle situazioni dell’esercizio precedente e prepararsi ad affrontarla con più sicurezza, concentrandosi innanzitutto sui propri movimenti e sulle proprie azioni.

Non ho mai nulla di interessante da dire

“Una persona a disagio è una persona vulnerabile, in balia delle emozioni”, sottolinea Duccio Demetrio. Alberto, 30 anni, programmatore a Napoli, ammette di trovarsi in difficoltà quando deve mostrare agli altri il proprio valore professionale: “Giorni prima di un colloquio mi esercito davanti allo specchio, ma quando poi mi trovo di fronte al datore di lavoro la mia memoria si azzera, vado in blackout e non so più che dire”. Spiega Speltini: “Volere apparire diversi da quello che si è per sentirsi accettati attiva un circolo vizioso che aumenta l’imbarazzo, invece di nasconderlo”. Si può dare agli altri una buona impressione nonostante il rossore sul viso, un po’ di esitazione o un leggero tremolio nella voce. Soprattutto quando si mettono in mostra competenze e capacità. La chiave del successo nelle relazioni passa, ancora una volta, da un lavoro di introspezione: “Le persone più timide, per sentirsi a proprio agio, devono imparare ad avere fiducia nelle proprie qualità. Solo così potranno dimostrare quanto valgono veramente, senza alcun imbarazzo”, conclude Demetrio.

“Ho mostrato agli altri le mie paure”

Elisa, 35 anni, pr a Rho (Mi), ha sempre nascosto agli altri la sua timidezza. Fino a che non ha imparato ad accettarla…

“Già da piccola avevo difficoltà a comunicare con i compagni di scuola e, nonostante studiassi molto, non ottenevo grandi voti perché l’emozione mi impediva di rispondere correttamente alle domande durante le interrogazioni. Crescendo ho cercato di evitare le situazioni che mi procuravano imbarazzo. Ma quando ho iniziato a lavorare in pubblicità mi sono accorta che affrontare i miei problemi era l’unica soluzione per trovare la serenità e riuscire nel mio lavoro. Ne ho parlato innanzitutto con alcune amiche che mi hanno aiutato ad aprire agli occhi: davanti a loro apparivo solo un po’ insicura, non certo impacciata come pensavo. Ho così imparato a mascherare il mio imbarazzo concentrandomi solo sul mio lavoro e sulle proposte che presentavo ai colleghi. Ho capito infatti che quando fai colpo sugli altri per le tue idee interessanti, le guance rosse passano in secondo piano…”

Federica Brignoli

http://www.psychologies.it/Conoscersi/Io-e-gli-altri/Rapporti/Sapere-stare-nel-gruppo/(offset)/3

La vergogna positiva e le relazioni

9 luglio 2009

2744864581_a24bb3b7efUna persona oppressa da una vergogna eccessiva spesso si convince che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel suo modo di rapportarsi con gli altri. Crede di meritare disapprovazione. Si sente socialmente in difetto.

Quando si confronta con gli altri tende a notare soltando le proprie debolezze. Probabilmente si considera meno intelligente, meno bella e meno attraente di com’è in realtà: Una persona gravemente oppressa dalla vergogna diventa continuamente consapevole di questo genere di mancanze.

La vergogna positiva, invece, è moderata e temporanea. Quasi  tutti provano questo tipo di vergogna quando nasce un problema con un’altra persona. Per qualcuno questa sensazione di vergogna può essere necessaria per rendersi conto che esiste un problema. Ancora una volta la vergogna positiva conduce alla consapevolezza che, a sua volta, incoraggia un’azione efficace nell’ambito delle relazioni.

La vergogna può indurre un cambiamento personale

I problemi legati alla vergogna possono essere di maggiore o minore portata. Non è grave se una persona riconosce improvvisamente di non avr fatto una figura da stupido andando in gito a fare scherzi. Potrebbe anche essere un fatto positivo: Magari si rende conto che; per tutta la vita; non ha fatto altro che attirare l’attenzione con azioni che la umiliavano. La vergogna improvvisa per il proprio comportamento è il segnale che si vuole cambiare. Questa vergogna temporanea lo aiuterà ad affrontare finalmente il mondo con dignità e rispetto di sé.

Nelle relazioni con gli altri la capacità di provare vergogna è sempre presente. Questo sentimento di vergogna può indicare a una persona la necessità di allontanarsi da un rapporto il tempo necessario a comprendere che cosa c’è che non va. L’esperienza della vergogna potrebbe addirittura obbligare una persona a mettere in dubbio l’opportunità di mantenere il rapporto. Ad esempio, se la maggior parte delle volte in cui una donna incontra una persona questo incontro si risolve in un motivo di vergogna, forse la donna riconoscerà che il rapporto è fondamentalmente incrinato. Le relazioni centrate sulla vergogna sono poco sane. Quelle che non riescono a essere modificate in modo da centrarsi sul rispetto e sulla dignità reciproci forse dovranno essere troncate per il bene di entrambi gli interessati.

Gli schemi della vergogna possono essere corretti

Di tanto in tanto quasi tutte le relazioni attraverso fasi contraddistinte dalla vergogna: Uno dei partner insulta l’altro; l’altro risponde ignorando palesemente il commento. La vergogna che uno dei due o entrambi provano agisce come un chiaro segnale che la relazione ha subito un danno. Nella sua forma più semplice il messaggio è il seguente: “Quello che è appena accaduto ha scatenato la mia vergogna. Fermiamoci prima di farci dell’altro male”.

La vergogna porta con sé il senso di una necessità urgente. L’individuo oppresso dalla vergogna sarà fortemente motivato a fare qualcosa per sentirsi meglio. A lungo andare le relazioni in cui entrambi i partener sono suscettibili alla vergogna miglioreranno quando i due interessati si occuperanno con sollecitudine del reciproco disagio.

La vergogna può agire in modo paradossale. Dapprima la persona oppressa dalla vergogna vuole evitare gli altri. Ma, in definitiva, chi si vergogna cerca un contatto con gli altri. Si sente separato, tuttavia in un modo o nell’altro spera di ritornare al calore della famiglia e deglia amici.

La vergogna positiva riporta l’escluso all’interno della comunità.

La vergogna positiva è un’indicazione di vita

Per la maggior parte delle persone la vergogna è un’esperienza dura ma che si può affrontare. Ma non basta sopravvivere alla vergogna. Una moderata vergogna può aiutare una persona a scoprire (e riscoprire) alcune verità sull’esistenza.

Quattro di queste verità sono i principi di umanità, umiltà. Autonomia e competenza.

Il principio di umanità: ogni persona appartioene alla razza umana, nessuno è totalmente indegno e subumano e non è neppure una divinità diversa dagli altri.

Il principio di umiltà: nessuno è intrinsecamente migliore o peggiore di chiunque altro.

Il principio di autonomia: chiunque ha un certo margine di controllo sulle proprie azioni, ma nessuno ce l’ha sui comportamenti altrui.

Il principio di competenza: chiunque può sforzarsi di essere “adeguato” senza dover essere perfetto o considerarsi un fallimento centrato sulla vergogna.

La vergogna può essere molto preziosa. Chi sarebbe in grado di scoprire il proprio fondamentale senso di umanità se riuscisse in tutto quello che fa? Chi saprebbe accettare i limiti della condizione umana se non sperimentasse mai l’imbarazzo? La vergogna ridimensiona continuamente l’ego prima che la persona si riempia di orgoglio e di arroganza al punto di perdere il contatto con gli altri.

La vergogna positiva e il senso dell’umorismo vanno di pari passo

Se sappiamo ridere di noi stessi, sappiamo trarre vantaggio dalla vergogna. Non vediamo l’ronia quando un semplice essere umano comincia a considerarsi il dono più grande che Dio possa aver fatto alla specie o come verme più indegno che abbia ma strisciato nel fango?

Ecco qui un esempio tratto dalla nostra vita per spiegarvi il valore della vergogna.

Alcuni anni fa Ron fu invitato a un incontro “importante” all’università dove insegnava. Alla mattina indossò il vestito migliore e uscì per recarsi al campus. Quando arrivò davanti alle scale che conducevano alla sala riunioni era pieno di boria. Sprizzando orgoglio, si avviò con passo atletico, sperando che in quel momento fossero in molti a guardarlo. Come per riflettere il senso di superiorità che provava in quel momento, la sua testa vagava tra le nuvole. Forse fu questa la ragone per cui inciamò sui gradini e rovinò per terra.

Nel momento in cui cadeva pensò “spero che non mi stia guardando nessuno!” Che differenza. Solo un momento prima desiderava che tutti lo notassero. E adesso si augurava fervidamente il dono dell’ivisibilità. L’improvvisa vergogna lo fece temporaneamente sentire il più grande imbecille sulla faccia della terra.

Senza il senso dell’umorismo questa “caduta dalla gloria” avrebbe potuto essere disastrosa. Una persona profondamente oppressa dalla vergogna potrebbe convincersi che l’incidentedimostra la sua effettiva indegnità e di meritare perciò pubblica umiliazione. Ma Ron ha ricavato dall’incidente il messaggio per cui non è il grande personaggio che gli sarebbe piaciuto essere, ma neppure quel disastro che si sente quando la sua goffaggine lo mette in imbarazzo. E’ semplicemente un essere umano.

Tratto da: Vincere la vergogna – Ronald T. Potter-efron, Patrica S. Potter- Efron

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