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Le dinamiche della vita di coppia

19 marzo 2009

couple_121La vita di coppia non è un qualcosa di già preconfezionato, ma esige una costruzione costante e paziente da parte di entrambi, sperimentandone la difficoltà e talvolta il fallimento.

Ogni relazione incomincia con un incontro. Un pò alla volta ci si rende conto che si sta bene insieme, che si prova interesse l’un l’altro e si è pronti a rivelare qualcosa di sè.

Tutto è cominciato con un incontro, uno sguardo, un sorriso, una parola. Dopo i primi momenti, si è fatta viva l’esperienza di stare bene insieme, si sono manifestate sempre più intensamente la trepidazione dell’attesa, la gioia dell’incontro , la bellezza di essere in due. Si sviluppa un sentimento di attrazione che rende felici, reciprocamente “diversi” dagli altri amici, per cui si desidera stare da soli, parlarsi comunicare, manifestare la propria predilezione anche con gesti che con altri non si farebbe.

E’ il momento dell’innamoramento: fenomeno indefinibile completamente, non traducibile in termini precisi, le parole possono esprimere solo gli effetti; diviene qualcosa di incontrollabile, spontaneo, può incanalare tutte le attività mentali. Lo scopo è quello di rompere il sistema chiuso della propria personalità individuale, abituando il soggetto a prendere decisioni, a progettare, a pensare e a sentire, tenendo presente l’altra personalità, con le sue aspirazioni, interessi, bisogni.

Progressivamente emerge una realtà nuova: il noi, la coppia. A mano a mano che ci si conosce meglio, è probabile che ci si partecipi l’un l’altro del proprio mondo interiore dei propri sentimenti, così che la vita di ogni giorno diventa sempre più ricca di significato.

E’ scelta gioiosa, entusiasmante, ma anche dura. E’ l’incontro di due storie diverse, di tanti anni vissuti separatamente. Ognuno ha i suoi interessi, le sue idee; di qui viene la ricchezza dell’incontro.

Ognuno deve rispettare la personalità dell’altro e aiutarlo a realizzare se stesso.

Il rapporto a due diviene così scelta di stare insieme, di camminare, di costruire una realtà nuova. Ed è l’amore: offrire la propria disponibilità a donarsi all’altro, con impegno di fedeltà reciproca. E’ il passaggio verso la stabilità, la quotidianità, all’amore come scelta di vita. Tutto questo passa attraverso alcuni momenti di crescita, in cui si è protesi alla conquista di alcune tappe. Il superamento delle proprie posizioni, dei propri modi di pensare, di agire, rappresenta il primo passo concreto per andare incontro all’altro.

Lo svincolo e l’autonomia dalla propria famiglia d’origine, dalle regole, dalle modalità e dalle consuetudini che vigono in essa, rappresenta un passo decisivo per il costituirsi ed il vivere la coppia.

Questo permetterà la definizione delle regole proprie della coppia: regole che potranno essere sia riconosciute e dichiarate da entrambi o quelle implicite, date per scontate ed assodate.

Sarà necessario che i due arrivino entrambi a definire e sperimentare le regole di base del loro rapporto, non lasciando nulla di intentato o all’improvvisazione.

Accanto alle regole si perverrà alla definizione dei rispettivi ruoli all’interno della coppia.

Il passo successivo è quello di costruire il proprio terreno comune: tutto ciò che definisce l’essere di coppia, tutto ciò che diviene patrimonio di entrambi, quindi i progetti, le aspirazioni, l’agire, le scelte che caratterizzano la coppia.

Nel costruire il proprio essere di coppia si dovrà tenere presente alcune dimensioni, che divengono parte fondante della coppia stessa:

- l’attenzione alla persona in quanto tale e prima di ogni altra cosa, quindi rispetto di sè e dell’altro, di ciò che egli è e non come lo vorrei, di ciò che è stato e di ciò che è;

- la stima di sè e dell’altro, avendo fiducia nelle proprie e nelle altrui potenzialità, accettandosi ed accettando tutto quello che costituisce il patrimonio personale di entrambi;

- il realismo della propria e dell’altrui possibilità, chiamando per nome i pregi ed i difetti;

- la trasparenza nel mostrarsi in verità, avendo il coraggio di comunicare all’altro i propri sentimenti profondi;

- la meraviglia dell’altro per come è, scoprendo ogni giorno il lato buono, gioendo e meravigliandoci di queste continue scoperte che rivitalizzano il rapporto;

-          la gratuità nel farsi dono continuo e costante all’altro, mostrando disponibilità ad un aiuto vero e disinteressato.

DOCUMENTAZIONE

Da Eric Fromm:

L’amore non è soltanto una relazione con una particolare persona: è un’attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso un “oggetto” d’amore. Se una persona ama solo un’altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico, o un egoismo portato all’eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l’amore sia costituito dall’oggetto, non dalla facoltà di amare. Infatti essi credono perfino che sia prova della loro intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona “amata”.

Poichè non si vede che l’amore è un’attività, un potere dell’anima, si ritiene che basti trovare l’oggetto necessario e che, dopo ciò,”tutto vada da sè”. Questa teoria può essere paragonata a quella dell’uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l’arte sostiene che deve solo aspettare l’oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente non appena lo avrà trovato.

Se io amassi veramente una persona, io amerei il mondo, amerei la vita. Se posso dire ad un altro”Ti amo”, devo essere -in grado di dire”Amo tutti in te, amo il mondo attraverso di te, amo in te anche me stesso”.

Dott. Argentino Cagnin

Fonte: http://www.novapsiche.it/artdicop.html

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Parte seconda

DAL RINASCIMENTO ALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Secondo molti studiosi, soprattutto giuristi, il Rinascimento segna l’inizio della dissoluzione della famiglia di tipo “esteso” ed il passaggio ad un modello “nucleare” soprattutto nelle ricche città mercantili.

rixon-family-groupI motivi di tali eventi vanno ricercati nelle trasformazioni di tipo economico, politico e sociale avvenute nei secoli XV – XVI. La fine delle servitù medioevali e del sistema corporativo di tale epoca aveva favorito una “personalizzazione” dei capitali e delle ricchezze il cui possesso ora spettava maggiormente ai singoli più che ai gruppi familiari.

Inoltre, a partire dalla riscoperta dell’antico diritto romano operata da Bartolo da Sassoferrato anche il diritto privato divenne territoriale e no più legato al clan di appartenenza.

I sovrani, in primo luogo quelli francesi e spagnoli, avocarono a se il monopolio della giustizia civile e penale (ma non di quella amministrativa) incrinando e rompendo quella visione medioevale secondo cui tutte queste attività dovevano essere regolate in seno alla famiglia ed alla struttura di questa.

Un’accelerazione al processo di nuclearizzazione lo si ebbe grazie al fatto che i patrimoni e le eredità venivano tramandate in denaro che poteva essere diviso e, quindi, i figli eredi non erano più legati fra di loro da vincoli economici poiché cominciavano a svolgere attività indipendenti le une dalle altre costituendo nuclei familiari i più ristretti possibili.

Durante la prima Rivoluzione industriale (XVIII secolo) la famiglia complessa subì un altro colpo che ne aumentò la tendenza alla frantumazione.

Nella società preindustriale le esigenze ed i bisogni dei singoli più deboli venivano assorbiti, soddisfatti e risolti dall’azione dell’intero gruppo familiare in cui il singolo viveva. Quindi la massima sicurezza sociale dell’individuo era ben protetta e ben tutelata dall’esistenza di solidi gruppi familiari il più estesi possibili: più una famiglia era ampia e solida più essa poteva tutelare i propri componenti.

La società industriale, invece, prevedeva forme di assistenza non più legate alla propria famiglia di origine, ma pubblica e/o legata ad associazioni operaie o professionali.

Inoltre la possibilità di trovare impiego non era frutto della famiglia di provenienza, ma era strettamente connessa alle proprie personali capacità professionali.

Tutti questi elementi condussero a strutture familiari di tipo nucleare.

Negli anni ’70 alcuni studiosi inglesi hanno sottolineato come in Gran Bretagna tali affermazioni non fossero valide, ma bensì si poteva sostenere il contrario, ovvero che la famiglia nucleare diffusa su larga scala fosse già presente prima della Rivoluzione industriale e che quindi non ne fosse stata un prodotto, ma un elemento propedeutico per l’industrializzazione dell’Inghilterra.

Tali affermazioni, espresse massimamente negli studi di Loslett, sono validi solo per l’Inghilterra dove, infatti, la famiglia nucleare era già diffusa ed affermata anche nel mondo rurale. Ma questo è e rimane un aspetto peculiare del sistema inglese e non può essere affatto esteso ai paesi continentali e soprattutto a quelli mediterranei in cui fino alla maturazione del processo di industrializzazione erano maggioritarie le famiglie estese e, quindi, assume valore l’equazione precedentemente espressa secondo cui il superamento di una società agricola a vantaggio di una società industriale favorisce la frantumazione della famiglia estesa segnandone il tramonto a favore di un modello familiare mononucleare.

1800 – 1900: L’AFFERMAZIONE DELLA FAMIGLIA NUCLEARE

Il processo di nuclearizzazione della famiglia e le trasformazioni in essa avvenute sono da considerarsi spiegabili attraverso due differenti linee di studio l’una collega la nuclearizzazione alla società finanziaria e mercantile dei capitali e dei beni mobili e divisibili, l’altra ad un più recente processo di urbanizzazione e di migrazione lungo le direzioni campagna – città e nord – sud.

Per quanto riguarda il caso italiano si possono utilizzare entrambi i modelli. Una prima fase, con una tendenza alla nuclearizzazione meno elevata e riconducibile alle sole realtà cittadine, affonda le proprie origini nel primo modello di studio, mentre una seconda e distinta fase, più legata ai decenni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, avvalora il secondo modello interpretativo.

Ancora nella prima metà del 1900, contrariamente a quanto avveniva in altri paesi europei, buona parte della popolazione viveva in famiglie patriarcali estese con più di tre generazioni e più unità coniugali.

Era questo il modello tradizionale di famiglia complessa destinata a durare ancora per pochi decenni. Le differenze di condizione sociale delle singole famiglie favorivano forme più o meno estese di struttura delle medesime: mezzadri e proprietari avevano famiglie più ampie rispetto ai braccianti così come i proprietari di ampi tendevano a costituire famiglie molto complesse, formate da più gruppi coniugali e che spesso contenevano anche persone e coppie non legate fra loro da vincoli di parentela (ad esempio le persone di servizio ed le personalità “specializzate” quale, ad esempio, medici, fattori, ecc…., N. d. A.).

Ciò indica come l’elemento principale di tali strutture fosse la terra (di proprietà o presa in affitto poco cambiava) e che il legame con essa fosse una delle poche certezze economiche possedute e l’unico modo per avere tale legame non era che il rimanere in famiglia.

Nell’Italia meridionale, regione ricca di latifondi molto ampi di proprietà di pochi, erano maggiormente presenti famiglie mononucleari di braccianti che lavoravano la terra altrui a cottimo rispetto ad una realtà come la Pianura Padana in cui una differente ripartizione della proprietà terriera (piccola proprietà o mezzadria) favoriva la formazione di famiglie complesse ed estese di tipo patriarcale.

Tra il 1800 e la Prima Guerra Mondiale anche nella Pianura Padana si ebbe un incremento del modello bracciantile mononucleare che, negli anni successi al conflitto, però, fu di nuovo abbandonato a seguito di una tendenziale ridistribuzione delle terre che preferiva modelli patriarcali estesi e complessi.

granddaddyhayPer riassumere ci sembra lecito affermare che il processo di nuclearizzazione delle famiglie agricole dell’Italia centrosettentrionale è stato lineare e continuo, ma molto lento poiché bilanciato da spinte in senso opposto verificatesi in diversi, ma precisi e ben determinati momenti storici.

L’Italia resta, però, un’anomalia nel panorama degli altri paesi europei e tale condizione peculiare è presente anche nel processo di urbanizzazione.

Fino al 1950 non erano rari i casi di operai ex-contadini che, pur lavorando già in fabbrica da parecchio tempo, continuavano a vivere in famiglie patriarcali estese e che una forte mononuclearizzazione delle famiglie si sia raggiunta solo nella seconda metà degli anni ’70, ancora oggi molte zone dell’Italia meridionale ed insulare, forse a causa di un minore e diverso sviluppo industriale, vedono la presenza di famiglie estese.

È indicativo e curioso come un grande scrittore del XIX secolo come Giovanni Verga nel suo memorabile “I Malavoglia” vedesse e condannasse ogni tentativo di abbandonare la famiglia patriarcale non solo come un fatto negativo, ma come fonte di sventura e di sfortuna per il “fuggiasco” e per l’intera famiglia.

1400 – 1800: STABILITÀ E MUTAMENTI

La tradizionale equazione industria – famiglia nucleare non può assolutamente spiegare la condizione delle famiglie italiane del periodo rinascimentale.

Esse già nel XIV secolo tendevano a vivere in gruppi ristretti e spesso ciò era dovuto al tipo di attività che esse svolgevano. Un elemento molto importante che favorì tali avvenimenti va ricercato che molte famiglie complesse trasferitesi dalle campagne alle città anche per godere delle libertà e dei privilegi che il vivere in città comportava si frantumavano dando origine a famiglie mononucleari.

Fino al 1660 (data dell’ultima grande epidemia) la bassa frequenza di famiglie complesse po’ trovare giustificazione nell’alto tasso di mortalità dovuto sia a cause fisiologiche sia a cause straordinarie.

Dopo tale pestilenze, però, non aumentò il numero delle famiglie complesse e ciò indica che la scelta nucleare era strategicamente irreversibile e non dovuta a cause straordinarie e naturali.

Il 1660 ha segnato un forte cambiamento in seno alle famiglie nucleari: sono diminuiti i casi di famiglie incomplete per la mancanza di un coniuge e/o di un genitore e, di conseguenza, è diminuita la “mobilità” di giovani che, per ragioni di studio o per necessità di lavoro) andavano a vivere presso altre famiglie divenendone parte integrante.

Col passare dei secoli oltre a situazioni già analizzate in precedenza come ad esempio la liquidità dell’eredità, vi furono altri elementi che favorirono lo “snellimento” delle famiglie nucleari urbane.

La nascita di strutture di scuole collettive cominciò a ridurre la presenza di precettori ed insegnanti privati stabili.

Parallelamente nelle campagne aumentò, a causa del legame con la terra analizzato in precedenza, il peso delle famiglie complesse.

Tra il XVII ed il XVIII secolo vi fu un aumento della popolazione rurale ed un ristagno di quella urbana che portò ad una egemonia della famiglia complessa su quella nucleare, ma, come si è già detto, nei secoli successi la dinamica si invertì a favore della famiglia nucleare.

Anche le relazioni domestiche in seno alla famiglia sono variate e mutate nel corso dei secoli: il matrimonio da un semplice contratto stipulato dalle famiglie degli sposi si è trasformato in legame sempre a carattere affettivo ed anche i rapporti con i figli sono migliorati anche a seguito della razionalizzazione e del controllo della maternità e della drastica riduzione della mortalità infantile che ha portato all’abbandono della pratica del baliatico a cui si ricorreva anche per non affezionarsi troppo a bambini della cui sopravvivenza nei primi anni di vita non si era sicuri.

Come si vede in qualche modo esiste un tenue legame che collega struttura della famiglia e relazioni familiari, due processi che se pur in linea di massima indipendenti si sono intrecciati, sovrapposti ed influenzati reciprocamente.

EVOLUZIONE DEI RAPPORTI FAMILIARI

Una chiara esemplificazione del mutamento dei rapporti familiari è rappresentato dal seguente brano:

“Sinteticamente si può dire che, secondo i loro autori, la famiglia <<moderna>> è nata da alcune trasformazioni avvenute nelle relazioni di autorità e di affetto esterne ed interne all’unità coniugale elementare. In primo luogo questa si è liberata a poco a poco dai controlli della comunità e della parentela. Vi è stato in secondo luogo il passaggio da un sistema di matrimonio combinato dai genitori mossi esclusivamente da interessi di tipo economico e sociale, ad uno basato sulla libera scelta dei coniugi, sull’attrazione fisica e sull’amore. È mutato in terzo luogo il rapporto fra i coniugi. La tradizionale asimmetria di potere fra marito e moglie si è attenuata (…) la passione erotica ha acquistato una crescente importanza. Infine, sono cambiate le relazioni fra genitori e figli. Per lungo tempo i padri e le madri hanno avuto un atteggiamento di indifferenza verso i figli (…). Con la nascita della famiglia moderna gli atteggiamenti ed i comportamenti dei genitori sono!

radicalmente cambiati ed i figli sono diventati i destinatari privilegiati delle loro cure e del loro affetto. “

Ci proponiamo ora di analizzare in maniera abbastanza schematica i rapporti tra i diversi componenti della famiglia.

Genitori-figli- fratelli

Nelle famiglie di ceto medio-alto e di origine nobiliare le relazioni fra genitori e figli erano basate su principi rigidi e su di una forte verticalizzazione.

Nel 1700 i giovani nobili si rivolgevano ad entrambi i genitori con il “lei” e tutta la corrispondenza inizia con formule di apertura reverenziali ed anche ogni riferimento al padre ed alla madre era accompagnato da espressioni e sostantivi nobilitanti.

Ai figli i genitori rispondevano utilizzando il “voi” ed evitavano di precisarne il nome preferendo indicarne la condizione di parentela.

Ogni corrispondenza prevedeva formule di costrizione e di umiliazione dei figli nei confronti dei genitori.

Anche fratelli e sorelle mantenevano rapporti formali utilizzando formule di cortesia e di stampo burocratico allo scopo di mantenere le distanze anche nell’ottica di una possibile diatriba fra fratelli nel momento di divisione dell’eredità che sarebbe stata più acuta e profonda in caso di rapporti fraterni più stretti e più intimi.

Istitutori ecclesiastici e collegi

Le famiglie nobili, come già si è detto, tenevano fortemente divisi i genitori dai figli ed il tempo dedicato dai primi ai secondi era molto poco. I figli venivano vissuti e percepiti come un peso, come un elemento di contorno per la propria vita intima e che si ponevano in un’ottica di importanza dinastica e patrimoniale più che personale e che, quindi, potevano benissimo essere affidati a mani estranee soprattutto per quanto riguarda la loro educazione che veniva esercitata da maestri e precettori soprattutto di estrazione ecclesiastica.

È proprio svolgendo questa attività di insegnamento in una casa ricca e nobile che Giuseppe Parini poté analizzare e descrivere ironicamente le abitudini e l’inutilità del “Giovin Signore” definito come colui che “tutti servon e che a nullo serve”.

A metà del 1700 calò il grado di rigidità di tali rapporti, ma la figura del precettore rimase predominante e dominante per l’educazione dei giovani, anche se cominciò ad essere sempre più importante fu il ruolo dei collegi che, creati dai Gesuiti, ebbero la funzione di omogeneizzare i giovani nobili ai principi della Controriforma cattolica: erano istituzioni totalizzanti con il chiaro compito di controllare ed organizzare la vita di questa piccola elités di giovani che risultavano così essere chiaramente inquadrati nei principi e negli schemi controriformisti.

Così facendo i Gesuiti avevano conquistato il controllo sul futuro della classe dominante dell’epoca potendo avere un’egemonia sulla maggior parte della nobiltà e, quindi, sull’intera società.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

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