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Saper ascoltare in modo attivo

16 settembre 2009

Saper ascoltareCome dimostrare capacità di porre attenzione alla comunicazione del proprio interlocutore

L’ascolto attivo si basa sull’empatia e sull’accettazione. Esso si fonda sulla creazione di un rapporto positivo, caratterizzato da ”un clima in cui una persona possa sentirsi empaticamente compresa” e, comunque, non giudicata.

Quando si pratica l’ascolto attivo, invece di porsi con atteggiamenti che tradizionalmente vengono considerati da ”buon osservatore”, ossia, come persone impassibili, ”neutrali”, sicure di sé, incuranti delle proprie emozioni e tese a nascondere e ignorare le proprie reazioni a quanto si ascolta, è più opportuno rendersi disponibili anche a comprendere realmente ciò che l’altro sta dicendo, mettendo anche in luce possibili difficoltà di comprensione. In questo modo è possibile stabilire rapporti di riconoscimento, rispetto e apprendimento reciproco.

Per diventare ”attivo”, l’ascolto deve essere aperto e disponibile non solo verso l’altro e quello che dice, ma anche verso se stessi, per ascoltare le proprie reazioni, per essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista e per accettare il non sapere e la difficoltà di non capire.   I principali elementi che caratterizzano una buona attività di ascolto, sono:

  • sospendere i giudizi di valore e l’urgenza classificatoria, cercando di non definire a priori il proprio interlocutore o quanto egli dice in ”categorie” di senso note e codificate
  • osservare ed ascoltare, raccogliendo tutte le informazioni necessarie sulla situazione contingente, ricordando che il silenzio aiuta a capire e che il vero ascolto è sempre nuovo, non è mai definito in anticipo in quanto rinuncia ad un sapere già acquisito
  • mettersi nei panni dell’altro - dimostrare empatia, cercando di assumere il punto di vista del proprio interlocutore e condividendo, per quello che è umanamente possibile, le sensazioni che manifesta
  • verificare la comprensione, sia a livello dei contenuti che della relazione, riservandosi, dunque, la possibilità di fare domande aperte per agevolare l’esposizione altrui e migliorare la propria comprensione
  • curare la logistica, facendo attenzione al contesto fisico-spaziale dell’ambiente in cui si svolge la comunicazione per agevolare l’interlocutore e farlo sentire il più possibile a proprio agio.

Ciò che è importante sottolineare, è che da questa modalità di ascolto è escluso non solo il giudizio, ma anche il consiglio e la tensione del ”dover darsi da fare” per risolvere eventuali problemi espressi dal proprio interlocutore, oltre ad evitare tutte le ”barriere della comunicazione”, quali:

  • dare ordini
  • mettere in guardia
  • moralizzare
  • persuadere con la logica
  • elogiare
  • ridicolizzare
  • interpretare
  • consolare
  • cambiare argomento

le quali, in modo più o meno esplicito, costituiscono messaggi di rifiuto.     Studi sulle dinamiche dell’ascolto attivo Nel mondo occidentale il riconoscimento dell’importanza dell’ascolto attivo è una conquista molto recente.
Un grosso impulso agli studi sulle dinamiche dell’ascolto attivo è stato dato, agli inizi degli anni ’80, dagli studi sulle aziende post-industriali (Peters,1982; Kunda, 2000) e dagli studi sui rapporti fra professionisti e clienti (Wolvin e Coakly, 1988; Bert e Quadrino, 1999).

Le basi teoriche per questo approccio erano state elaborate in precedenza da studiosi che hanno sostenuto la priorità dell’ascolto in un paradigma dialogico (Martin Heidegger, Michail Bachtin, Martin Buber) e dai teorici dei sistemi complessi (Bateson, von Foerster, Emery e Trist, Ashby).

Un modello molto efficace per comprendere la differenza fra ascolto passivo e ascolto attivo è offerto dalla buona comunicazione interculturale in situazioni concrete e contingenti (Sclavi, 2000a e 2000b) in quanto rende più facilmente evidenziabile che ”uno stesso comportamento” può avere significati antitetici e al tempo stesso assolutamente legittimi a seconda del contesto culturale in cui è inserito.

Per esempio il ”non guardare negli occhi una persona anziana e autorevole” in un contesto culturale può essere segno di rispetto, mentre in un altro, segno di mancanza di rispetto.
I malintesi, l’irritazione, l’imbarazzo, la diffidenza in questi casi non sono risolvibili in termini di comportamenti ”giusti o sbagliati”, ma cercando di capire l’esperienza dell’altro, il che implica accogliere come importanti, aspetti che siamo abituati a considerare trascurabili o addirittura che prima non abbiamo mai preso in considerazione.

Le ”Sette Regole dell’Arte di Ascoltare” (Sclavi,2000)

  1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni.
    Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
  2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista.
    Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
  3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
  4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio.
    Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
    Il loro codice è relazionale e analogico.
  5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili.
    I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti,perché incongruenti con le proprie certezze.
  6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
  7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica.
    Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sè.

Fonte: http://www.urp.it/Sezione.jsp?idSezione=805&idSezioneRif=104

Parlarsi e capirsi

23 febbraio 2009

13dateQuanti malintesi e quanti conflitti nascono semplicemente dall’incapacità diffusa di “ascoltare” davvero, fare silenzio dentro di sé e aprirsi nei confronti di quello che l’altro vuole dire. Ecco le basi per creare un vero dialogo.

In ogni incontro, casuale o di lavoro, tra amici o sconosciuti, con il partner o un negoziante, non scambiamo solo parole e concetti, ma molto di più.

Sono due interi mondi che si incontrano, per pochi istanti, per anni o per vite intere.

Se non si comprende la ricchezza e la possibile varietà di queste due dimensioni che si incontrano, non si potrà mai capire né accompagnare la complessità delle relazioni che possono nascere.

Quanti malintesi nascono dal non prendere in considerazione che il nostro interlocutore non è necessariamente “fatto” come noi, e che quindi ha una sensibilità, visione del mondo, percezione della realtà diverse dalla nostra. Quanti conflitti nascono dal “non ascolto” più che da reali contrapposizioni, o dall’utilizzo indiscriminato di luoghi comuni mai messi in discussione…

Senza un opportuno allenamento, quando parliamo con gli altri, la maggior parte delle volte non parliamo davvero con loro, ma con l’idea che ci siamo fatti di loro, o con il riflesso di qualche altra figura – spesso la madre o il padre – che con l’interlocutore presente non ha nulla a che fare.

Senza un opportuno allenamento, quando parliamo con gli altri, parliamo in realtà da soli e non ascoltiamo neppure quello che l’altro dice davvero. Non c’è da stupirsi se poi, anche nelle relazioni più importanti, “non ci si capisce”.

Come fare? Cominciare ad ascoltare. Esercitarsi ed educarsi ad ascoltare l’altro, concentrando davvero l’attenzione su quello che sta dicendo. Di più. Partire dal presupposto che l’altro ha ragione e farsi spiegare bene che cosa intende sino a quando si ha capito il suo punto di vista.

Questo già predispone il dialogo verso una comprensione reciproca invece che verso una lotta senza quartiere per avere ragione, verso un conflitto tra voci che non si ascoltano e quindi, naturalmente, non si capiscono.

Questa inaspettata mossa strategica – simile quella del judoka che usa la forza dell’avversario a suo favore – ha un “effetto collaterale” non irrilevante: permette all’interlocutore stesso di mettere in chiaro le ragioni del suo punto di vista e di verificare quanto siano più o meno verosimili o fondate. Non sentendosi più attaccato, ma invitato a spiegarsi, diventa più disponibile a un incontro.

Ma non è solo nel conflitto che è importante “parlarsi e capirsi”, lo è anche nella normale routine quotidiana, nella vita di famiglia, di lavoro, di coppia, di relazione. Tutto è relazione, la vita stessa è relazione! Quindi, apprendere ad avvicinarci all’altro con il rispetto che merita ogni “alterità” diventa il punto di partenza per instaurare relazioni più armoniose e collaborative, a tutti i livelli, anche nella società e sul pianeta. Bastano pochi accorgimenti e molto allenamento.

La ricetta? Attenzione, ascolto, rispetto, empatia, dialogo. Tutte tappe che costruiscono il sentiero che porta alla capacità di uscire dal soliloquio della propria mente per incontrare davvero l’altro. E’ questo che si chiama comprensione, è questa la base di un vero dialogo.

Non giudicare

Nessuno ama sentirsi puntare addosso un dito giudicante. Dà senso di inadeguatezza, può essere fonte di angoscia, inibizione o rabbia. E’ un atteggiamento che mina ogni possibilità di incontro. L’assenza di giudizio è una delle caratteristiche primarie di uno spazio autentico di comunicazione in cui ci si concede reciprocamente di incontrarsi e accettarsi per “ciò che si è”, senza etichettarsi a priori.

Non interpretare

Ogni tentativo di interpretazione tende inevitabilmente a generalizzare e, in un colloquio, allontana da un contatto più autentico con la persona che sta di fronte, trasmette un senso di fraintendimento e genera facilmente irritazione. Ormai persino dallo psicologo e dal counselor le persone si sentono, giustamente, in diritto di essere ascoltate senza venire inserite in “scatolette preconfezionate”.

Non “leggere nel pensiero”

O non avere la pretesa di farlo, soprattutto. Questo vuol dire non dare per scontato che già si sa cosa l’altro pensa, sente, vuole, o non vuole. L’alternativa è chiedere, verificare, esternare l’eventuale perplessità, per non confondere mal di pancia con atteggiamento di ostilità, timidezza con ostentazione, preoccupazione con fastidio. Ancora una volta vuole dire riconoscere all’altro il suo modo di essere e di esprimersi.

Non dare soluzioni

Quando qualcuno racconta un suo problema, spesso ha solo bisogno di sfogarsi e di chiarirsi le idee parlandone. Guai a interromperlo, pur se con la migliore delle intenzioni, per fornirgli soluzioni! Le soluzioni, giustamente, ognuno può trovarsele da solo e il fatto di parlare di quanto sta a cuore è il modo migliore per cominciare. Se vogliamo davvero aiutare chi ha un problema, facciamolo parlare!

Marcella Danon

Fonte: http://www.lifegate.it/

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