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Dire la verità

27 novembre 2009

Perché è così difficile dire la verità?

Questo si può considerare (in parte) un supplemento a La stupidità della pubblicità. E (più precisamente) ad alcuni capitoli di Il potere della stupidità (per esempio Stupidi e furbi e Il circolo vizioso della stupidità). Ma la prospettiva è più ampia. Sono infinite le situazioni in cui si “dicono le bugie” – o comunque le informazioni e le opinioni sono distorte.

Ci sono (e non sono pochi) bugiardi così bugiardi che finiscono col credere alle loro bugie. Come ci sono persone che credono di essere sincere, ma senza rendersene conto ripetono panzane altrui – o dicono, con infondata certezza, cose di cui non hanno un’adeguata conoscenza.

Si dice che le bugie “hanno le gambe corte”. Può essere vero, per quelle che è facile controllare. Ma ce ne sono tante che hanno gli stivali delle sette leghe e circolano indisturbate per anni (non sono poche quelle che imperversano da millenni).

Qui dobbiamo, almeno per un momento, mettere da parte il (fondamentale) concetto filosofico che la “verità assoluta” non esiste. Accontentiamoci di ciò che “possiamo ragionevolmente considerare vero”. Un’enorme quantità di ciò che si dice e si scrive non rientra neppure in questa “minima” definizione. E non sempre è facile capire perché.

C’è chi è bugiardo di professione. Imbroglioni, venditori di fumo o di patacche, fabbricatori di pettegolezzi, manipolatori dell’informazione. Lo sono spesso i politici, per motivi “elettorali” o anche solo per abitudine. Personaggi più o meno noti (o che sperano di diventarlo) per arroganza, presunzione, vanteria o illusione di essere divertenti. Ogni sorta di opinionisti, tuttologi, presunti “esperti”, scribacchini e chiacchieroni (talvolta lautamente pagati per dissertare su cose che non sanno).

Ma c’è chi mente per il gusto di mentire. Per vantarsi o “farsi bello”. Per cercare di sedurre, o stupire, o rendersi interessante. Per offrire consigli non richiesti. Per fingere competenze che non ha. Per nascondere o travestire ciò che non vuol far sapere. Per il gusto (spesso sgradevole) del pettegolezzo. Per nuocere a un avversario o a qualcuno che gli è antipatico. Per vedere quanti e come “ci cascano”. O anche solo per abitudine.

Quando è uno scherzo, o un pesce d’aprile, se rimane in quei limiti può essere divertente. Anche educativo, se serve a dimostrare come le più incredibili panzane possano avere una sorprendente diffusione. Ma (come dimostrano alcune “leggende metropolitane”) può accadere che una scempiaggine detta per scherzo cresca come un incontrollabile parassita e finisca con l’essere accettata come “verità” anche se non era quella l’intenzione di chi si era divertito a inventarla.

L’occasione per questo ragionamento non è qualche bufala pubblicata nei giornali o trasmessa in televisione o circolante nell’internet. (Di quelle ne incontro ogni giorno più di quanto è umanamente sopportabile). Lo spunto che mi porta a ripensarci è un recente articolo (7 febbraio) di un autore che ho spesso citato e a cui, di nuovo, mi ispiro volentieri. Gerry McGovern The customer CAN handle the truth (che si può tradurre, pressappoco, “Il cliente SA capire la verità”).

Cita alcuni esempi (da cui risulta che certe stupidaggini non succedono solo in Italia). «Sarebbe ora – dice – che venditori e comunicatori smettessero di trattare i loro clienti come bambini e cominciassero a trattarli come adulti intelligenti».

(Mentire ai bambini non è una buona idea. Oltre a confonderli,
serve anche a farli diventare diffidenti – e bugiardi.
Ma quello è un altro – anche se importante – discorso).

Nel suo articolo Gerry McGovern prende in giro, giustamente, Google per un’arzigogolata dichiarazione di settantasei parole con cui spiegano una cosa che si poteva dire meglio in dieci – e soprattutto presentano come “sofisticato miglioramento nel servizio ai clienti” una riduzione di qualità tecnica fatta per comodità loro. Tutt’altro che comunicazione efficace, da parte di un’impresa che si considera specializzata in quel campo.

E altrettanto giustamente, con una serie di altri esempi, critica la proliferazione di sistemi “automatizzati” (per telefono, per e-mail o anche negli “uffici informazioni”) che promettono di offrire un servizio migliore mentre fanno il contrario. Un comportamento esasperante diffuso da parecchi anni – che, invece di correggersi, continua a imperversare. Con l’irritante finzione di proporsi come “innovazioni tecniche” o customer care mentre sono riduzioni di servizio, fatte per spendere meno e per ridurre i “disturbi” – o marchingegni burocratici per evitare di spiegarsi in modo comprensibile.

Ma Gerry cita anche altri fatti, non influenzati direttamente dalle tecnologie dell’informazione. Come un ascensore guasto in un albergo (così bisogna fare le scale a piedi con le valige) presentato come “siamo lieti di annunciare che stiamo ristrutturando per un miglior servizio ai nostri ospiti”. O una casa in vendita, presentata come “deliziosamente tradizionale”, mentre alla resa dei conti si rivela che “l’ unica cosa da fare è demolirla e ricostruirla daccapo”. Eccetera…

Un fatto abbastanza evidente, se si osserva con un po’ di attenzione, è che quando c’è qualità reale basta esporre semplicemente i fatti – quando non c’è abbondano gli aggettivi, gli orpelli, i travestimenti. Ma l’abitudine è così diffusa che si ricorre a quei miserandi trucchi anche quando non ce n’è alcun bisogno. Con l’unico risultato di aumentare la confusione – e la diffidenza.

Gli anni passano, il fastidio aumenta, la perversa tendenza continua. A tal punto che i falsi salamelecchi interferiscono anche quando non c’è una consapevole intenzione di mascherare un peggioramento o una mancanza di qualità. Cioè quei comportamenti, oltre che bugiardi, sono anche stupidi.

Così conclude Gerry McGovern «Ecco un’idea radicale: dite la verità». Ma sembra che stia diventando sempre più difficile. Bugie e travestimenti sono un’abitudine, un modo di essere, un riflesso condizionato.

Non si tratta solo di situazioni “commerciali”. In tutte le forme di informazione e comunicazione imperversano le bugie (e le sciocchezze) togliendo spazio e respiro a tutto ciò che può essere un’attendibile verità – o almeno uno stimolo a cercare di capire meglio.

Uno dei problemi è la pretesa che tutti debbano (o possano) avere un’opinione su tutto. E molto più chiaro dire “non lo so”. O almeno cercare di informarsi prima di dire (o riferire) sciocchezze.

Uno dei motivi per cui non dico bugie è che sarei costretto a ricordarle – cosa fastidiosamente faticosa. Ma c’è chi se la cava con sfacciata disinvoltura. “Non ho mai detto così, sei tu che ti sbagli”. (O, viceversa, si ostina ad attribuirci opinioni che non abbiamo mai avuto o affermazioni che non abbiamo mai fatto).

Le menzogne (o gli errori di comprensione) hanno una pericolosa tendenza a moltiplicarsi. Perché per sostenerne una occorre inventarne un’altra. O perché circolando si deformano, assumono aspetti e significati diversi. Non è raro che una cosa, sensata e credibile in un contesto, diventi assurda quando “migra” altrove.

Dobbiamo mentire per cortesia? Qualche volta, forse, può essere necessario. Ma le autentiche “buone maniere” non si nutrono di falsità. Ci sono molti modi per dire la verità senza essere offensivi. E c’è più amicizia in una critica sincera che in un falso complimento.

Ci sono bugie sincere? Qualcuna si. Se un innamorato dice alla sua amata “farò di te la donna più felice del mondo” (o viceversa) è poco probabile che possa essere letteralmente “vero” (anche perché non c’è alcuno strumento per misurare la felicità di tutte le persone del mondo). Ma se è un’intenzione profonda e appassionata ha un autentico valore – sia che duri per tutta la vita o solo per un magico momento. Questa non è menzogna, è poesia.

Ci vuole coraggio, per dire la verità? Talvolta si. Ma mentire è quasi sempre una vigliaccheria. E anche tacere, se è per opportunismo, può essere riprovevole.

Non occorre essere aggressivi, né polemici o insultanti. Spesso una verità, grande o piccola, si afferma meglio con pacata chiarezza. Ed è opportuno essere pronti a cambiare idea, o a correggere le nostre percezioni, quando c’è un buon motivo per farlo.

Non c’è dialogo quando ognuno è arroccato sulla sua posizione. È sempre importante saper ascoltare – anche quando ciò che sentiamo dire è (o ci sembra) sciocco. Come diceva Catone. «I saggi imparano di più dagli stupidi che gli stupidi dai saggi».

Se altri capiscono le nostre verità, meglio per tutti. Ma se solo noi impariamo dalle verità (o falsità) degli altri siamo noi, non gli altri, a uscire arricchiti da quell’esperienza. Anche nel caso che ciò che ne abbiamo ottenuto sia solo un dubbio. (Lo diceva bene Voltaire. «Il dubbio è scomodo, la certezza è ridicola». E Bertrand Russell. «Il problema del mondo è che gli stupidi sono troppo sicuri e gli intelligenti sono pieni di dubbi»).

Silvio Ceccato usava spiegarlo così. «Se tu mi dai una moneta e io ti do una moneta, ognuno di noi ha una moneta. Se io ti do un’idea e tu mi dai un’idea, ognuno di noi ha due idee». Ma purtroppo da molti dialoghi si esce senza alcun arricchimento (o impoveriti da chiacchiere insulse che ci hanno confuso le idee).

Cercare e affermare la verità non vuol dire credere che sia incisa nel marmo. Né restare ciecamente ancorati a ciò che crediamo di sapere. Non si finisce mai di imparare. Ma per arricchire davvero le nostre conoscenze, e avere utili scambi di opinione, occorre togliere di mezzo le bugie, i pregiudizi, i preconcetti, le “mezze verità” e la sciocca convinzione che qualcosa sia “vero” solo perché lo sentiamo continuamente ripetere.

Tutto questo è ovvio? Sarei felice se lo fosse – o se lo diventasse – finalmente rendendo inutili e superate osservazioni come quelle che sto scrivendo. Ma così, purtroppo, non è. E, anche in quel caso, non potremmo smettere di stare in guardia. Perché le bugie (come la stupidità) hanno un’insidiosa capacità di riprodursi “sotto mentite spoglie” e di riproporsi con ogni genere di travestimenti.

Insomma proviamo a dire più spesso la verità. E soprattutto a cercarla, nel marasma di panzane, pressapochismi, consapevoli inganni o superficiali errori, in cui siamo quotidianamente sommersi.

È difficile? Meno di quanto sembra. Con un po’ di esercizio può diventare una “sana abitudine”. E – come ogni buona ginnastica mentale – spesso è divertente.

Fonte: http://www.gandalf.it

Relazioni virtuali e sofferenza reale

22 ottobre 2009

relazioni virtuali sofferenza reale

La solitudine nel web è molto diffusa. Diverse persone hanno trovato un modo per ovviare al problema dell’essere soli, “creando” un rapporto virtuale sul quale hanno riversato le aspettative e tutti i sentimenti di un rapporto vero e proprio, con un unico problema, la persona è all’altro capo di un filo o di un video.

Il problema è un problema diffusissimo purtroppo e fa sì che si creino sofferenze che di virtuale hanno poco.
Tuttavia in questi casi si è creato un rapporto che non è sano, in quanto è basato sull’idealizzare la persona che sta parlando o scrivendo con te, senza conoscerla veramente.
La persona può essere sincera o meno, può essere quella che dice di essere o meno e tu non lo saprai mai.

Quando ci si dispone ad avere un rapporto via web, si dà al compagno/a il meglio di sé, a volte soprattutto se si vuole creare un’amicizia ci si scambiano affinità, gusti comuni, interessi, a volte solo una conoscenza più superficiale. Ma, quando c’è di mezzo la solitudine scatta l’illusione e scattano le aspettative. Ci si aspetta che conoscendosi a fondo un po’ di più, giorno dopo giorno ci si innamori, ci si possa vedere, si possa creare una coppia.

Ma in fondo se ne ha paura, si ha paura di confrontarsi con la realtà, con la difficoltà o con l’amore reale. Così come quando si instaura una relazione a distanza, quando ci si incontra è sempre tutto bello. Infatti quando ci si incontra via mail o chat o telefono o microfono o web cam si cerca di dare all’altro il meglio di sé, insieme ad un po’ di quotidiano.
Ma affrontare una vita in comune, è un’altra cosa e questo fa paura.

C’è chi lavora tanto e non ha tempo di relazionarsi socialmente uscendo con amici, c’è chi ha un matrimonio non felice, c’è chi ha un fidanzamento o una convivenza non felice. C’è chi da troppi anni vive solo/a. C’è chi è introverso, c’è chi è timido, c’è chi però pur non essendo introverso o timido ha “paura” di affrontare un rapporto perché richiederebbe impegno, dedizione, attenzione e anche sacrificio e dono di sé.

In questi casi si instaurano rapporti che sono “surrogati” di ciò che ci manca, ma in un certo qual senso sono pericolosi, sia per chi li vuole, ma anche per l’altro. Dietro l’abitudine, si cela l’attaccamento, e dietro l’attaccamento si cela la gelosia, l’esclusività ecc. Cose di cui abbiamo parlato.

Un rapporto di “amore virtuale”, intendo tra persone che – come mi hai detto – da tre anni si sentono, si scrivono, ma non si sono mai incontrate è un surrogato dell’affetto, della tenerezza e impedisce all’amore reale, tangibile, di arrivare, perché la mente e in certi casi anche il cuore è impegnato in qualcosa che di fatto non esiste.

Le due persone non sanno se l’odore dei loro corpi sarà compatibile, se il bacio farebbe loro piacere o ribrezzo, se i loro volti si piacerebbero. Non sanno quali sono le abitudini di vita di giorno e di notte e non sanno nulla l’uno dell’altro. Ma idealizzano attraverso ciò che scrivono un “essere ideale” che riempie le loro fantasie e fa loro credere di non essere sole, creando di fatto una solitudine e un vuoto sempre più grandi.

Vi ho chiesto di iniziare questi colloqui e di metterli in Internet perché voi non sapete quante sono le situazioni di disperazione come questa che si sono create, non sapete quanti suicidi ci sono stati per amori creduti reali. C’è parecchia energia negativa perché le persone pensano di star bene perché ascoltano la voce di qualcuno o leggono ogni giorno mail o chattano e si sentono appagate di un rapporto che non esiste.

Potete dire a questa persona che inizi il suo risveglio, che esca da questa dipendenza e anche dalla dipendenza in generale di Internet, lei si sta impedendo di vivere una vita reale dove incontrare persone tangibili e dove creare una coppia.
Sta continuando a proseguire un sogno che peraltro è solo nella sua testa. Quest’uomo ha giocato per un po’, poi è rientrato in se stesso. E’ dispiaciuto di vederla star male, ma niente di più.
La dipendenza da questo genere di rapporti che non sono né conoscenza né amicizia non è positiva.

Ci sono diversi modi per incontrare persone, possono anche incontrarsi via Internet, ma proseguire un surrogato di rapporto non fa bene a nessuno.
Lei però non ha abbastanza fiducia in se stessa per credere di poter instaurare un rapporto e, tra le occasioni che potrebbe avere, sceglie i rapporti dove non c’è futuro.
Perché?

Come ho detto, Internet è un grande strumento e può dare molto per la crescita spirituale e personale di molte persone, vista la diffusione immediata che possono avere tutti gli strumenti collegati al web.
Ma uno strumento virtuale non può essere il sostituto di un incontro di coppia reale. Qui sta l’errore che si sta commettendo.

Per paura di affrontare il peso, o la difficoltà di un rapporto reale oramai sempre più persone si “chiudono” alla vita restando appagate da un rapporto solo virtuale.
Fino a che si tratta di conoscersi o fare amicizia o scambiarsi conoscenza o insegnamento o esperienze, può anche andar bene, ma l’uomo e la donna sono stati creati per incontrarsi, amarsi, procreare, creare una famiglia, vivere insieme. Sia esso un rapporto karmico o un rapporto di Anime Gemelle, così è stato voluto che fosse.

Se il creatore avesse voluto che ci incontrassimo nell’etere, ci avrebbe lasciati spiriti.
La paura che chiude il cuore, e offusca la mente, sta invadendo il mondo. Quando si sta bene, quando come o detto i bisogni primari sono soddisfatti, si ha paura di soffrire, non si è abituati in questo mondo a lottare, a soffrire e a volte basta anche una sola esperienza negativa per farci chiudere in noi stessi.
E’ in questi casi e in molti altri molto simili che si ricorre al web, agli incontri virtuali, e dove più c’è solitudine, più si creano illusioni.

Ecco perché questo terreno è pericoloso.
Sia perché illudendosi di avere compagnia, amicizia, conoscenze in web e avendole sempre a portata di mano, non si esce più e si evita di incontrare persone reali e quindi di fare scambi anche nella vita reale. Sia perché con questi strumenti è facile crearsi personalità doppie. Ci sono tante persone che dicono di essere ciò che non sono, Ci sono donne che in realtà sono uomini e viceversa. Ci sono situazioni completamente inventate.

Ci sono solitudini che pur di non restare soli si creano un carattere, una dedizione o un’accettazione che nella vita reale non hanno. Così come ci sono persone che tirano fuori tutta la loro sgradevolezza o volgarità perché sono nascoste da un vetro.

I pericoli nel web sono molti e di vario genere.
- l’illusione: un tempo i maestri indiani parlavano di maya. Illusione che quanto vedi/senti/dici/scrivi sia vero;
- la sostituzione: pensare di sostituire un rapporto reale di coppia o di amicizia con uno virtuale è una eresia;

- la falsità: la menzogna regna sovrana. Molti di più di quanto pensate si fanno passare per chi non sono, mentre chi li frequenta in web per anni si illude di aver parlato con una persona, in realtà ha parlato con un essere immaginario;- la perversione/la depravazione: qui ci vorrebbe un capitolo a parte;
- la rottura dei matrimoni: i rapporti virtuali hanno facilitato e stanno facilitando la rottura di matrimoni e l’incremento della solitudine;
- l’incremento della solitudine: illudendosi di avere conoscenze o amici o addirittura un partner, quando poi ci si accorge che non è vero, si rimane ancora più soli;
- i suicidi: tra le relazioni che si creano e che finiscono nel nulla (un blog che chiude, un contatto in chat che sparisce, un account che viene chiuso), si incrementa la solitudine, come dicevo, e nasce la disperazione, la depressione e i suicidi stanno aumentando;

Di contro ci sono diversi fattori positivi:
- si raggiungono milioni di persone in pochi secondi per trasmettere notizie, insegnamenti, positività;
- chi momentaneamente ha voglia di conoscere persone può farlo in maniera facile;
- chi vuole comprare/vendere può farlo velocemente (anche se così si perde il gusto del vedere, toccare, scegliere anche con altri sensi).

Fonte: http://jezael.splinder.com/post/8878698/

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