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La gentilezza

4 novembre 2009

La gentilezzaMolti di noi – ne sono profondamente convinto – seguono la scoscesa vita spirituale con una fedeltà senza pari. Giocano il loro ruolo di padri e madri, di mariti e mogli, di figli, di studenti; e, dentro, un geroglifico insistente, infiammato li affascina e attrae, nei suoi significati, sovente inespressi in modo integrale alla loro consapevolezza esteriore…

Sovente, per varie, ovvie ragioni, la vostra strada è difficile. Conciliare gli interessi sociali, personali, che vi sono propri, e le vostre innumerevoli attività; armonizzarvi con chi vi sta vicino; ed accordare, pure, il desiderio di perfezione che, a volte, si alza nel vostro orizzonte interiore, con la fiammella che continua ad ardere, non è, di solito, facile.

Ma, forse, il difetto di noi – donne e uomini di questo secolo, e di questa razza planetaria – continua ad essere un desiderio, estremamente premuto, verso il perfezionismo accentuato, verso una vita che, in fin dei conti, vorremmo rendere diversa dalla semplicità integrale, che possiede la levigatezza e la forma cosmica del semplice uovo: simbolo efficace e completo dell’esistenza perfetta.

Continuiamo a credere che la divinità esiga – lungo il sentiero – delle atroci forme di sacrificio personale, dei salti evolutivi rapidi ed improvvisi, ed esprima delle torturanti esigenze, per decidersi, infine, a rendere terso quel nostro famoso e famigerato ego, sì da fargli percepire le Radici di cui è parte; e, di conseguenza, darci la gioia ultima della fusione con l’universale.

È stancante, allora, lo stress che ne risulta. E diviene responsabile di un ritardo ed impaccio lungo la nostra quotidianità di jiva in evoluzione.

Parliamo, allora, della gentilezza.

Questo atteggiamento umano, questa forma di naturale approccio verso le persone e le cose, può essere paragonato – senza alcun stridore simbolico – all’olio che siamo abituati ad aggiungere nel motore della nostra auto, nella sua periodica manutenzione. E lo vedremo. Privo di olio, il motore entra – presto – nell’usura dei suoi componenti; e, alla fine, si rovina in modo irrimediabile, e viene posto da parte.

Mettendo a fuoco la carenza di gentilezza generale di un individuo, riusciremo ad isolare, nella nostra mente, l’importanza vitale – e non esagero! – di tale abitudine soggettiva, capace di costituire una potente chiave, nei rapporti umani di ognuno di noi: la chiave che rende felice il nostro impatto con il cosmico.

La gentilezza è una delle tante e poliedriche forme di quell’amore verso cui ci spingono le Sacre Scritture di ogni tempo, e le esortazioni di ogni Guida dell’umanità. Solo che non ci si pensa, a causa della presunta ovvietà del concetto.

Se comprendiamo che la gentilezza, sinceramente espressa e sentita nell’animo, non ha nulla di diverso dalla tanto decantata manifestazione di tenerezza verso il prossimo, ci renderemo conto del come sia – poi, e in definitiva – molto facile e gradevole la strada dell’evoluzione. Questo sentimento è la manifestazione di fusione democratica più sociale che esista. È una via a doppio senso. È rivolta ad ogni aspetto della rete sociale che ci coinvolge. Si dirige – con eguale diritto e dovere – all’umile sconosciuto, ed al grande affetto personale e quotidiano – che vive sotto il nostro medesimo tetto. E rigenera qualunque tipo di rapporto, che si fosse infeltrito e consunto.

Un uomo ed una donna, naturalmente e spontaneamente gentili, attraggono l’intera umanità che contattano, per tutto il tempo della loro esistenza in questa terra. La gentilezza non fa due pesi e due misure. Non si rivolge solo agli estranei. Se spontanea, nel proprio cuore, si esprime anche verso la propria moglie e verso il proprio marito; di mattino, appena levati; di giorno; e di sera, prima di addormentarsi.

E, in effetti – fateci caso – è solo grazie ad essa che molti matrimoni si perpetuano, costantemente rinnovati; o, anche, sono capaci di rigenerarsi. Il Sentiero è fatto – come ci insegna il nobile Taoismo – di piccole scaglie dorate. Spesso, ho notato che dei fratelli e delle sorelle più avanzati, lungo la strada evolutiva, adoperano un modo autorevolmente brusco e lapidario per esporre i loro commenti e i loro consigli a neofiti, ovviamente meno pratici di cose spirituali. Essi probabilmente pensano che il loro debba essere un codice tradizionale, di chi faccia parte dell’Enigma Primordiale.

In tal caso prevalgono una serie di complessi di un particolare subconscio raffinato: quello dello spiritualista. Nei quali, per il momento, non vorremmo mettere il naso. Una cosa è certa. Nessuno di noi – di fronte alla Natura Assoluta che serviamo quotidianamente – può presumere di pontificare, nel variegato modo a cui facciamo riferimento.

E, comunque, che l’istruttore, non gentile nei suoi interventi, dà più valore a quanto dice, che all’animo di chi ha di fronte. Questo, è un altro esempio di necessità alla gentilezza; questo, non è amore. La gentilezza con tutti, e con se stessi, porta, in tempi brevi, all’armonia soggiacente alle cose.

Chi è gentile, è amico di Dio. E Dio – annidato in ogni suo delicato rapporto con gli altri – non manca di rispondere indicibilmente all’appello. Avete mai notato come siete attratti da una persona di indole gentile? Vi sentite rispettati, amati, considerati. E ciò vi basta, per stabilire un nesso di natura superiore con quell’uomo e quella donna. In definitiva, ciò vuole la natura universale. Che i suoi frammenti si saldino tra di loro.

Un atto di gentilezza, una volta espresso, lascia un incantevole alone elettromagnetico attorno a sé, che costituisce una fiorente benedizione occulta per coloro che ne sono il soggetto e l’oggetto.

Una qualunque manifestazione non gentile, sdrucisce qualcosa nella vita interiore di chi la esprime – e di chi non sa difendersi da essa; e ci vorrà qualche tempo per recuperare l’equilibrio interiore, necessario a tutti per attingere alla creatività personale ed all’armonia innata della vita.

Ora, noi ci lasceremo. E ognuno di noi tornerà nel gioco abituale dei suoi rapporti umani. Quante persone incontreremo? Proviamola, questa chiave! Essa non contiene, nella propria natura, nulla di smielato, o di artefatto.

La gentilezza nasconde l’originale rapporto tra Dio e gli individui, e tra gli individui, con loro stessi. Una persona che non conoscesse nulla dei Grandi Misteri Elesiaci, ma che – comunque – vivesse un costante, tenero e sincero rapporto con i suoi simili, raggiungerebbe – senza alcun dubbio – la meta riservata ad ogni ciclo umano: l’armonia definitiva con il Tutto.

Fonte: http://www.lamentemente.com/page/2/

Rabbia energia inespressa

2 aprile 2009

Rabbia energia inespressaBloccare quelli che abbiamo definito “aspetti negativi” di se stessi richiede una quantità spaventosa di energia, cioè significa sottrarre a se stessi la propria forza potenziale.

Usando una parte sempre maggiore della nostra energia per cercare di tenere la porta chiusa sui nostri sé “negativi” e di non sperimentare aspetti che pensiamo siano negativi e terrificanti, indeboliamo la nostra forza vitale. Possiamo persino morire per aver usato la nostra energia per bloccare l’energia!

Esiste un semplice principio universale: ogni cosa nell’universo desidera essere accettata. Tutti gli aspetti della creazione vogliono essere amati e apprezzati e inclusi.

Perciò, le qualità o energie che non permettete a voi stessi di sperimentare o di esprimere, continueranno riaffiorare dentro di voi o attorno a voi, finché non le riconoscerete parte di voi, finché non le accetterete e non le integrerete nella vostra personalità e nella vostra vita.

Se, per esempio, vi è stato insegnato che è cattivo e sbagliato esprimere la collera, e non vi siete mai concessi di farlo, probabilmente avete una montagna di collera accumulata dentro di voi.

Alla fine, verrà fuori come un’esplosione, o vi farà sentire depressi, o potrà favorire lo sviluppo di una malattia fisica. Inoltre, vi accorgerete che nella vita attraete persone colleriche, oppure il vostro partner o uno dei vostri figli potrebbero essere persone colleriche.

Se invece imparate ad esprimere la vostra collera in maniere appropriate e costruttive, questo potrà arricchire e potenziare la vostra vita. E verosimilmente troverete meno arrabbiate le persone che entrano nella vostra vita.

Tutto quello che non ci piace, quello che rifiutiamo, quello che cerchiamo di sfuggire o di cui cerchiamo di liberarci, continuerà a perseguitarci.

Sarà per noi come un parassita. Ci seguirà continuamente, volandoci attorno e sbattendoci in faccia. Ci tormenterà nei nostri sogni. Causerà problemi nelle nostre relazioni, la salute, le finanze, finché non avremo trovato voglia e capacità di affrontarlo e riconoscerlo, e di accoglierlo come parte di noi.

Una volta fatto questo, non costituirà più un problema. Non sarà più una cosa importante. Non condizionerà più la nostra vita. Da quel momento cominceremo ad avere una gamma molto più vasta di scelte possibili e di alternative.

Quando annulliamo la nostra vera forza e permettiamo agli altri di esercitare su di noi un potere indebito, ci arrabbiamo. Generalmente soffochiamo questa rabbia e diventiamo apatici.

Non appena riprendiamo il contatto con la nostra forza, la prima sensazione che proviamo è quella della rabbia accumulata. Così, per molte persone che stanno acquistando maggiore coscienza, provare rabbia e un segno molto positivo. Significa che stanno nuovamente rivendicando la propria forza.

Se, nella vostra vita, non avete permesso a voi stessi di provare rabbia, inizierete a provocare situazioni e persone che la scatenano. Non concentratevi troppo sui problemi esteriori, permettete soltanto a voi stessi di provare la rabbia e di riconoscere che essa è la vostra forza. Visualizzate un vulcano che esplode dentro di voi e vi riempie di forza e di energia.

La gente è spesso spaventata dalla propria rabbia: teme che la spinga a compiere qualche azione dannosa. Se provate tale paura, permettete a voi stessi di avvertirla completamente e di creare una situazione sicura dove poterla esprimere: da soli, oppure con un esperto o con un amico fidato.

Permettetevi di parlare ad alta voce o di vaneggiare, di scalciare o di urlare, o diventare collerici, di lanciare o di colpire cuscini, qualunque cosa vogliate fare.

Dopo aver fatto ciò in un ambiente sicuro (potreste aver bisogno di farlo regolarmente), non avrete più paura di compiere un atto distruttivo e sarete capaci di affrontare, in modo più efficace, le situazioni che vi si presenteranno.

Se siete una persona che nella sua vita ha provato e manifestato rabbia, dovete cercare il dolore che in essa si cela per esternarlo. State utilizzando la rabbia come meccanismo di difesa per negare la vostra vulnerabilità.

Per trasformare la rabbia in accettazione della vostra forza è importante che impariate a farvi valere. Imparate a chiedere ciò che volete e a fare ciò che desiderate senza essere indebitamente influenzati dagli altri.

Quando non disperderete più la vostra forza non proverete più rabbia.

L’accettazione delle nostre sensazioni è direttamente connessa’ con la nostra trasformazione in canale creativo. Se non permettete alle vostre sensazioni di fluire, il vostro canale sarà bloccato. Se avete accumulato molte emozioni avete dentro di voi molte voci urlanti e piangenti che non vi permettono di ascoltare la voce più sottile del vostro intuito.

Fonte: http://www.suonodiluce.com/pensiero/rabbia.htm

La stretta di mano: un saluto che parla di noi

19 febbraio 2009

handshake_000DARE la mano è uno dei modi più consueti e pressoché universali di entrare in contatto con un altra persona. I momenti e le circostanze per cui compiamo quest’azione sono molteplici: la usiamo come rituale per rompere il ghiaccio con un estraneo, come forma di saluto all’inizio o alla fine di un incontro, per congratularci con qualcuno o per cercare una rappacificazione.

Il suo impiego più comune è comunque come atto formale per facilitare l’approccio con un altro individuo.

lo scopo, in questo caso, è precisamente di autorizzare l’interazione e di mostrare accettazione e apertura nei confronti dell’altro. E’ proprio dall’intento di far capire che le nostre intenzioni, nell’approssimarci a qualcuno, sono innocue che presumibilmente ha preso origine questo gesto.

L’uomo avrebbe “ideato” l’atto di offrire la mano, sì, per mostrare cordialità, ma anche perché, allungando e tendendo il braccio, avrebbe modo di tenere a “ragionevole” distanza il conoscente. Questo impulso è maggiormente sentito dal sesso maschile che è particolarmente suscettibile ad un avvicinamento; così, tendere la mano potrebbe essere inteso anche come un segnale dal significato di “arrestati lì e non invadere oltre il mio spazio”.

Il fatto che sia un comportamento appreso ci fa ritenere che si tratti di un segnale formale e impersonale. Questa è però solo una credenza comune: quando diamo la amano, il modo in cui lo facciamo parla di noi. Si tratta di un comportamento che salta all’occhio solo se è eseguito in modo insolito: la stretta è molle o troppo forte, vengono offerte le sole dita, ci viene ruotato il polso nel momento in cui la offriamo e così via.

Ma in questo gesto di saluto intervengono moltissime altre variazioni, anche minime, che possono dirci molto sul nostro interlocutore e sul tipo di relazione che predilige. Ad esempio, chi torce il polso dell’altro, così da fargli girare il palmo verso l’alto o chi mette una mano sulla spalla dell’interlocutore nel dargli la mano, esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza. La persona che invece offre la mano molle o solo la punta della dita non gradisce il contatto con gli altri e si tratta di un individuo altezzoso o schivo e comunque quasi sempre falso e opportunista.

La mano ha una peculiarità: quando suda, questo avviene, non a causa di un aumento della temperatura esterna, ma esclusivamente in conseguenza di uno stress emotivo.
Così il fatto che il palmo sia più o meno “bagnato” è legato alla capacità di gestione dell’ansia e all’essere più o meno a proprio agio e disinvolti nei rapporti umani. E’ stato scoperto ad esempio che una mano asciutta è legata alla socievolezza negli uomini, ma non nelle donne.

Uno studio su pazienti psichiatrici poi ha messo in luce come una mano fredda e umida sia spesso associata ad un temperamento introverso, a depressione e alla tendenza a sviluppare comportamenti nevrotici; questo lo si osserva soprattutto nelle donne. Bisogna però precisare che il gentil sesso ha una circolazione periferica meno efficiente degli uomini; quindi, non è infrequente trovare una donna con la gelida manina.

Però se la mano di una donna che conosciamo è calda, facilmente ci troviamo di fronte ad una persona equilibrata e sicura. Quando è un uomo ad avere l’estremità superiore fredda non è improbabile che  sia un  individuo inibito e apprensivo.

Anche l’intensità della forza impressa alla stretta è legato alla personalità. Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale; se la pressione è eccessiva però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista. Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive, timide e diffidenti. Anche chi è depresso tende a stringere in modo blando.

Per altro, si è appurato che un progressivo declino nell’intensità della stretta è legato ad un peggioramento dello stato malinconico.
Una recente ricerca di un équipe di psicologi dell’Università dell’Alabama, capitanata dallo psicologo William Chaplin ha studiato in modo sistematico quest’azione; facendo delle interessanti scoperte. Innanzitutto, è stato appurato che il modo di dare la mano è stabile nel tempo ed indipendente dalla persona che incontriamo (perciò è legato alla personalità). Gli studiosi hanno quindi osservato che una stretta energica e calorosa è tipica degli individui estroversi e di chi è molto espressivo; nelle donne, inoltre,  è associata anche ad apertura mentale e a curiosità per le novità. Al contrario, chi è timido o ha un temperamento ansioso e instabile da la mano in modo esitante, maldestro e la sua stretta, come già emerso nelle indagini citate in precedenza, risulta piuttosto moscia.

Infine, si è constato che questa forma di saluto incide molto sulla prima impressione che ci si fa dell’altro; per cui dare una salda stretta di mano può predisporre favorevolmente l’interlocutore verso di noi, specie se a farlo è una donna cui viene attribuito un carattere aperto, socievole e gioviale.

Due studi successivi di Mark Chapell e di altri psicologi della Rowan University di Glasboro, New York,  hanno messo in luce come nella stragrande maggioranza dei casi, è l’uomo a tenere la mano sopra quella della compagna. Se le due mani sono una con il palmo verso il basso e l’altra con il dorso verso l’alto è chiaro come stabilire l’estremità di chi si trovi sopra; non è così intuitivo, se le mani sono tenute entrambe verticali, come quando si cammina mano nella mano.

In quel caso, non è tanto la mano, quanto l’avambraccio a stare sopra. Attraverso quest’azione, l’uomo attesta in modo non verbale la sua posizione di conduttore all’interno della relazione.

Fonte: http://digilander.libero.it

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