Posts Tagged ‘comportamento’

Il linguaggio del corpo

23 novembre 2009

Il linguaggio del corpoE’ incredibile e spesso non ce ne rendiamo veramente conto, ma mentre ci relazioniamo, la mimica e il linguaggio del corpo, rappresentando una percentuale pari al 93% e solo il restante 7% è gestito dalla parte logica ovvero dalla parola, il nostro corpo con la gestualità manda messaggi molto precisi che esprimono il nostro stato d’animo corrente. Vi presentiamo una breve guida che vi permette di capire, in base appunto alla gestualità dell’altra persona, il suo grado di interesse verso di Voi. Questa sezione serve soprattutto per essere abbinata al manuale di seduzione rapida e capire se e quando fare il passo successivo!

Segnali che indicano disponibilità

1 – Al primo incontro: guardare negli occhi per un periodo più lungo di quello dettato dalla cortesia. Anche un’occhiata falsamente casuale al corpo indica un certo interesse.
2 – Aggiustarsi l’abito, ravvivarsi i capelli con la mano, sistemare la cravatta, controllare il trucco.
3 – Raddrizzare il portamento, petto in fuori e pancia in dentro. E’ un comportamento che ha radici antichissime, e che è tipico di tutti i bipedi.
4 – Parlare lentamente e con tono pacato. La qualità della voce è tra le prime a essere alterata dall’interesse verso un’altra persona.
5 – Durante la conversazione: sorridere spesso, annuire anche in modo impercettibile, piegare il capo verso una spalla.
6 – Tenere le braccia ben discoste dal corpo e le mani aperte.
7 – Giocherellare con un mazzo di chiavi o un altro oggetto, far scorrere un dito intorno a un bicchiere o a una tazza.

Disponibilità da parte di lui

1 – Infilare i pollici nella cintura o nelle tasche dei pantaloni e puntare le altre dita verso i genitali.
2 -  Appoggiare una caviglia sul ginocchio dell’altra gamba.

Disponibilità da parte di lei

3 – Cercare un contatto in modo apparentemente innocente: sistemare per esempio la cravatta di lui, afferrargli un polso per vedere l’ora, sistemargli il bavero della giacca.
4 – Mostrare il palmo della mano e il polso; contemporaneamente accarezzarsi i capelli o altre parti del corpo con l’altra mano.

Segnali di rifiuto o di indifferenza

1 – Ginocchia incrociate, gambe strette, piedi uniti.
2 – Braccia incrociate sul petto.
3 – Mani unite in grembo o una che stringe il polso all’altezza del seno.
4 – Coprirsi il viso con le mani.
5 – Tenere un bicchiere in mano fra sé e l’altra persona.
6 – Toccarsi il naso o passarsi una mano sulla nuca guardandosi intorno.
7 – Mordicchiarsi le labbra e muovere nervosamente un piede.
8 – Evitare ogni contatto fisico, anche quelli accidentali.

Fonte: http://www.dating.com/static/dating_tips/body_language.do?lc=it

Emozione ed Attrazione

6 novembre 2009

Emozione e AttrazioneCi sono molte teorie sulla definizione dell’emozione e sulle sue caratteristiche ma sono quasi tutte approssimative. Al contrario di ciò che comunemente si pensa l’emozione non è cristallizzata perché tra amore e amicizia c’è un filo molto sottile. L’emozione non è statica perché è un processo formato da un inizio, uno svolgimento e una fine. Il mezzo con cui noi esprimiamo i nostri stati d’animo al mondo esterno e E’ qualcosa di molto semplice come pensavano alcuni studiosi agli inizi del 900’. L’emozione è un processo multi-componenziale di interazione con l’ambiente.

1. Ha un’iter perché è formato da un inizio, uno svolgimento e una fine;

2. Multi-componenziale perché durante questo cambiamento intervengono fattori che vanno a influenzare il nostro corpo a livello cognitivo, fisiologico e comportamentale.

3. Di interazione con l’ambiente perché ci colloca in un cotesto sistemico-relazionale circostante.

Alcuni studi hanno analizzato l’emozione di alcuni studenti prima, durante e dopo l’esame. Essi hanno evidenziato che prima dell’esame gli studenti erano immersi in una sorta di ambiguità emotiva(vale a dire la coesistenza di più emozioni) che con il passare del tempo diventava sempre più definita cioè a dire tristezza per quelli che non erano riusciti a superare l’esame e felicità per quelli che avevano ottenuto esito positivo.

Gli antecedenti

Le emozioni sono conseguenza di squilibri nell’appraisal (il monitoraggio abituale della realtà). Quando questa azione entra in allarme vuol dire che abbiamo rilevato un evento scatenante vale a dire un evento che ci mette in allarme. Questo evento scatenante può essere un ostacolo, un imprevisto che incontriamo durante il cammino che avevamo pianificato. Un emozione può anche nascere in assenza di un ostacolo reale basta che ci sia la prospettiva di una meta fortemente desiderata. Ogni persona reagisce diversamente ad un evento, questo perché noi non ci emozioniamo in base all’evento che abbiamo davanti agli occhi ma in base all’evento percepito in relazione ai dati che ci raggiungono. A questi dati, in seguito, vengono affiancati a determinati schemi cerebrali (una sorta di riflesso condizionato) evento-emozione, schemi che, ci indicano quale emozione associare a seconda del fatto. Essi però non sono universali, variano a seconda della cultura di appartenenza (esistono determinate emozioni etniche), della rilevanza percettiva individuale del singolo fatto, dell’autostima e dello stile attributivo che abbiamo.

Le emozioni etniche

Uno dei casi più famosi di emozione etnica e l’amok (la corsa pazza malese). L’evento scatenante è un insulto subita da un maschio ad opera degli altri nel villaggio. L’interessato va nel bosco a sfogarsi e dopo alcune ore torna armato di pugnale per uccidere chiunque gli capiti a tiro. Ovviamente le persone del villaggio lo evitano perché conoscono questa reazione che, tuttavia, non può durare più di qualche minuto perché poi l’interessato se non si ferma viene immobilizzato e alla fine stranamente non ricorda più niente.

Le reazioni fisiologiche

Nel processo emotivo si verificano cambiamenti fisiologici nell’organismo a livello vegetativo, celebrale e ormonale. Le reazioni non sono sempre identiche ma è stata stilata una tabella di pattner fisiologico delle emozioni in cui ad ogni emozione viene associata la reazione fisiologica. Le persone, in automatico, forniscono istintivamente solo una determinata reazione per ogni emozione e non tutti si rendono conto che, nel corso dell’emozione, intervengono molti cambiamenti.

Le risposte comportamentali

Già in America e man mano con il diffondersi del comportamentismo (movimento che studiava le varie risposte ai vari stimoli esterni tra cui Jung, Behavior etc…)si è notato che nel processo emotivo avvengono tre tipi di risposte comportamentali:

1. Reazioni espressive.
Le emozioni portano con se molte reazioni espressive a livello analogico che, la maggior parte delle volte vengono dissimulate per fini sociali. Darwin ha dimostrato nel suo libro “l’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” che anche gli animali provano emozioni, a volte contrastanti, soprattutto gli scimpanzé e le scimmie che sono gli animali più vicini a noi. Il centro nevralgico delle emozioni nell’uomo è il viso. Esso è il mezzo principale della comunicazione non verbale che poche persone riescono a dissimulare, addirittura solo il 10%.

2. Tendenze e/o pulsioni. Le tendenze sono spinte interiori che possono trasformarsi in comportamento oppure rimanere a livello cerebrale. Esse sono caratterizzate da quello che Frijda definisce “precedenza di controllo”. Nel momento in cui uno di noi ha una tendenza non riesce a pensare altro che ad essa fino a quando non termina.

3. Comportamenti specifici. Sono i più vari e possono essere l’attuazione delle tendenze emotive o dei calcoli per riportare le cose alla normalità

Elaborazione cognitiva

Il lavoro cognitivo accompagna tutta l’emozione seguendo il processo che va dall’ appraisal(il monitoraggio abituale della vita sociale) fino al copying(in cui teniamo sotto controllo le conseguenze della nostra emozione). L’intero processo emotivo è inconsapevole e dura una decina di secondi tuttavia alcuni processi come le risposte comportamentali in parte sono consapevoli (rientrano anche quelle stereotipate).

La regolazione delle emozioni

Le emozioni sono presenti sia nell’uomo che negli animali. A volte, nella nostra vita, ci sono utili perché tendono a richiamare l’attenzione altrui oppure a trarre qualche vantaggio a nostro favore.

L’elicitazione delle emozioni

La maggior parte di noi non è in grado di mascherare un emozione per vari motivi. Altre volte la manifestiamo intenzionalmente per ottenere la solidarietà altrui e principalmente per determinate cose:

1. Contagio emotivo. Manifestando un’emozione puntiamo a suscitarne una simile nella persona che ci sta accanto per portarla nella direzione che desideriamo (contagio empatico).

2. Conforto sociale. Manifestando l’emozione cerchiamo di creare quella situazione in cui dialogando ci si sostiene psicologicamente. Questo porta dei vantaggi sia alla persona che sta comunicando l’emozione e sia alla persona che la sta aiutando perché rinforza la propria visione di vedere il mondo.

3. Presentazione del sé.
Manifestiamo una determinata emozione e nascondiamo altre per dare alle persone che ci stanno intorno una rappresentazione di noi stessi.

4. Controllo sulle relazioni. Manifestiamo una determinata emozione e nascondiamo altre per rafforzare o diminuire determinati rapporti (azione di rinforzo e inibizione).

L’attrazione interpersonale

Lo sviluppo delle relazioni interpersonali si basano anche sull’attrazione. Essa può provocare biases(errori di giudizio) ed benché si tende a negare l’evidenza numerose ricerche empiriche hanno dimostrato il contrario. L’attrazione è fondamentale nell’apprendimento e nell’insegnamento poiché la trasmissione del sapere trova un canale preferenziale che stimola sia l’applicazione che il ricordo. I ricercatori si sono interessati all’attrazione al fine di apportare dei miglioramenti nei rapporti interpersonali per studiare l’ottimizzazione dei risultati.

Le ricerche sull’attrazione interpersonale

Dalle numerose ricerche sul campo è emerso che le persone simpatiche sono accomunate da interessi simili e condividono opinioni e valori. In tal senso sono stati attuati diversi esperimenti mediante tests. Il più famoso è il protocollo di Byrne definito anche protocollo di carta e matita perché ai soggetti venivano fornite specifiche informazioni di altre persone e in seguito veniva chiesto loro di trascorrere parte del giorno insieme (attualmente studi analoghi su periodi più lunghi li troviamo con trasmissioni medianiche : “Grande Fratello”, “isola dei Famosi” etc…). Sono stati fatti anche studi di contatto, esperimenti sul campo ed anche esperimenti naturalistici e il più famoso era quello di Newcomb che nel suo esperimento senza modificare variabili si è limitato a seguire gli eventi. Ha affittato una casa ad alcuni studenti dell’università del Michigan e in cambio ha ottenuto la compilazione di questionari prima, durante e dopo la coabitazione nella casa che aveva messo a disposizione. L’intento era constatare se a diventare amici erano quelli con atteggiamenti simili.

Nulla di nuovo

Grazie a queste ricerche gli psicologi sono stati in grado di stilare una tabella con i motivi di attrazione e i fattori che rendono quella persone più o meno simpatica ma hanno anche constatato che, a seconda della situazione e dei soggetti interessati, questi fattori possono mutare.
di Mariagabriella Corbi

Fonte: http://www.laprevidenza.it/news/documenti/articoli_corbi/3833

Il potere della chiarezza

23 ottobre 2009

Anthony Robbins

Bene, quello che dobbiamo fare è attuare un cambiamento degli standard mentali e delle nostre abitudini. E’ lì che avviene la vera trasformazione. E in nessun altro posto. Vi do subito un esempio semplice e efficace. Se volete conoscere ciò che fa la vera differenza nella vita delle persone, alla fine tutto si riduce alle cose capaci di produrre il maggior cambiamento, la svolta.

Lasciate che vi dica una cosa: Per vivere una vita straordinaria dovete avere una mente straordinaria, è vero? Cosa significa mente straordinaria? Vivere in uno stato mentale capace di condizionare positivamente il nostro sistema nervoso, il corpo, la fisiologia e il “focus”,ovvero la nostra capacità di concentrazione, affinchè siano al massimo delle possibilità.

Siete d’ accordo si o no? Ora, se questo è possibile perchè non tutte le persone lo fanno? Non certo perchè non possono. Ciascuno di noi ha le capacità per riuscirci. Il problema sono le abitudini e gli standard, i parametri mentali che ci siamo costruiti. Mi ricordo di un momento particolare, all’inizio della mia carriera, avevo circa 24 anni… Ero andato a Boston per tenere un corso, all’ epoca era un grande corso per me, con circa 125 partecipanti. Era un seminario di 3 giorni, durante il quale lavorammo tantissimo.

Le persone avevano fatto dei passi in avanti straordinari ed io alla fine ero talmente soddisfatto che mi sono trovato a pensare: “Mio Dio, ho 24-25 anni e sono così felice. Ho trovato la vera missione della mia vita: faccio quello che amo, il mio lavoro ha un impatto positivo nella vita delle persone. Tutto questo è straordinario!” Così l’ ultima sera, di domenica – il corso era finito – si era fatta ormai mezzanotte, ma io ero ancora troppo attivo per andare a dormire.

Decisi quindi di fare una passeggiata e andai verso Copley Square, un posto molto gradevole, dove si possono ammirare l’ uno affianco all’ altro edifici piuttosto antichi e grattacieli. Insomma, stavo camminando da solo, domenica verso mezzanotte, e ovviamente non c’ era quasi nessuno per strada. Da lontano vedo un tipo che cammina in modo strano, barcollando tra il bordo del marciapiede e la strada. Indossava un lungo impermeabile e camminava con la testa ciondoloni trascinandosi appresso una borsa marrone. Già da lontano iniziavo a sentirne la puzza: era evidentemente ubriaco.

Man mano che si avvicinava, pensai: “Scommetto che mi chiede dei soldi”. E di certo, nella vita quando ci focalizziamo su qualcosa, questa tende a realizzarsi, non è vero? Bene, il tipo si avvicina sempre di più… io in un certo senso mi aspettavo qualche reazione… E all’ improvviso con una faccia assurda mi si rivolge: “SIGNORE?!” La voce e lo sguardo erano davvero inquietanti. “Signore, mi può prestare un quarto di dollaro?” E lì ho pensato: “Voglio davvero premiare un comportamento del genere?” e anche “Però vorrei aiutarlo, non voglio che soffra…” Insomma, capita anche a voi di trovarvi in un dilemma simile, a volte? Del resto non sono io a dover giudicare… Anni fa ho preso una decisione di dare l’ elemosina anche se la persona che me la chiede ne farà un cattivo uso, è una sua responsabilità.

Per quanto mi riguarda se posso dare, lo faccio. Però in quello stesso momento ho pensato: “Forse potrei insegnargli qualcosa”. E quindi gli ho risposto con una domanda: “Tutto quello che vuoi è solo un quarto di dollaro?” E lui: “Si, solo un quarto, un quarto mi basta per cambiarmi la vita”: Così ho preso il mio portafogli, tirato fuori la clip con le banconote e… sapete, all’ epoca ero ancora molto giovane e avevo appena iniziato ad avere successo. Il mio mentore a quei tempi era Jim Rhon.

Chi di voi ha sentito parlare di Jim Rohn? Beh, una persona fantastica. E Jim era solito dirmi: “Guarda Tony, tu hai alle spalle origini umili, e quindi ragioni da povero. Devi cambiare questa attitudine. Anche se non hai soldi, inizia a ragionare come se li avessi. Devi allenare la tua mente. Condizionala. Tira fuori un paio di biglietti da 100 dollari e mettili per primi, anche se in mezzo tutto quello che hai sono solo biglietti da 5.

Così ogni volta che tiri fuori i soldi, vedi quei biglietti da 100 dollari, ti senti più sicuro, più realizzato e ispirato. E se questo è il tuo stato d’ animo, agirai meglio.” Bene, tornando alla storia, tiro fuori la clip, accertandomi che l’uomo veda bene i biglietti da 100 dollari. E faccio per cercare degli spiccioli. Ovviamente il tipo guarda le banconote… Trovo il quarto di dollaro, lo prendo e rimetto le banconote in tasca. Il tutto, ben consapevole che il tipo non fa che fissare la mia mano che riaffonda nella tasca. Prendo il quarto di dollaro, lo osservo e gli dico: “Signore, la Vita paga qualsiasi somma lei è in grado di chiedere”. E gli dò la moneta. E a questo punto, successe una cosa davvero interessante.

L’ uomo prese la moneta, la guardò, poi mi guardò, lanciò ancora un’ occhiata alla mia tasca… poi di nuovo a me e alla fine mi disse: “Lei è proprio strano!” E quindi traballando se ne andò via. Quella notte mi ritrovai a pensare: “Qual è la differenza tra noi due?” Io, 24-25 anni, all’ inizio della mia carriera,avevo iniziato a concretizzare i miei sogni, a seguire la missione della mia esistenza. E lui, probabilmente già verso i 60 anni, ubriaco per strada ad elemosinare monetine.

Qual è la differenza?

Ho pensato anche: “Forse Dio mi ha benedetto, perchè sono una persona buona…”. Ma quest’ uomo allora? Certo non era cattivo. Quindi? Probabilmente la risposta alla domanda è proprio nelle parole che gli ho detto: “La vita paga qualsiasi somma siamo capaci di chiedere”. E sapete il segreto: bisogna avere intelligenza e saper chiedere.
Nella Bibbia c’è scritto: “Chiedi e ti sarà dato!” Sì, una bella formula. Guardiamola più in profondità. Vedete…chiedi e ti sarà dato. Sono certo che Dio ha inteso dire anche: chiedi con intelligenza. Non penso proprio che abbia voluto dire che se uno chiede “Prostitute” oppure “Vino” lo riceve.

Non credo siano queste le istruzioni per l’ uso. Allora, se chiediamo in modo intelligente, ci sono 5 elementi importanti di cui tener conto:

Numero 1: Chiedere in modo specifico. Non esprimete le vostre richieste in modo generico. E’ un errore che la gente fa di continuo. Per esempio “Voglio più soldi”. Allora se uno vi dà un dollaro dovreste essere già contenti e togliervi dai piedi, no? Molto spesso, noi otteniamo proprio quello che chiediamo. Solo che non siamo consapevoli di formulare richieste in modo generico.

La chiarezza è potere. Quanto più chiaramente siete in grado di definire con esattezza ciò che desiderate, tanto più il vostro cervello saprà attivarsi ad arrivare al risultato. Il vostro cervello è un meccanismo ausiliario ad alta precisione. Avete presente i così detti missili “intelligenti”? Anch’ essi sono guidati da un meccanismo del genere. Si muovono sempre in direzione del target. Il target si muove? E loro lo seguono.

Il vostro cervello, se lo condizionate in modo produttivo, sa esattamente cosa fare e trova il modo per arrivare all’ obiettivo. A quanti di voi è capitato di acquistare un certo vestito oppure una certa auto e poi iniziare a vederla un po’ dappertutto? Alzate la mano. E come è possibile? In realtà, quell’ auto è stata sempre in circolazione, solo che voi adesso la notate. La spiegazione è nel fatto che nel vostro cervello esiste una parte chiamata Sistema Reticolare Attivatore (RAS).

Questa porzione del cervello determina le cose di cui ci accorgiamo, quelle che notiamo. Il nostro cervello per la maggior parte del tempo è impegnato nel fare una selezione degli stimoli che ci circondano. Questo è essenziale, altrimenti impazziremmo. Ma quando decidiamo quale è per noi la cosa più importante, il nostro cervello la segue. Ogni persona di successo che io conosco ha costruito un piano RPM. Di cosa si tratta? Un piano RPM è costruito su una metafora: che per andare da dove sei oggi a dove vorresti essere nel modo più veloce, la cosa fondamentale è la potenza, l’ energia. Proprio come in una automobile: cavalli/potenza.

La R vuol dire risultati. Queste persone sanno ciò che vogliono, con precisione. Se non sapete esattamente cosa volete,o se vi perdete andando dietro a idee vaghe e generiche, non arriverete alla meta.
Non raggiungerete quello che volete. Ripeto: LA CHIAREZZA E’ POTERE. Dovete sapere in modo chiaro e specifico il risultato che volete ottenere. COSA VOGLIO? E dovete essere in grado di rispondere a questa domanda in modo dettagliato. Qui e ora.

A livello mentale, fisico, nella sfera delle emozioni, rispetto alle vostre finanze, o relativamente all’ aspetto spirituale della vostra vita. Se non sapete rispondere con esattezza a questa domanda, non riuscirete ad essere così soddisfatti come vorreste. E oggi durante il corso, il nostro compito sarà quello di riuscire a rispondere ad almeno una di queste domande.

Secondo punto: dovete conoscere il perchè delle vostre azioni. Sapete, c’è chi ha dei grandissimi obiettivi, tipo: diventare miliardario, portare la pace sulla Terra… Bene, PERCHE’? Perchè desidero questa cosa? Qual è lo scopo? Se non riuscite a rispondere a questi quesiti, non appena si presentano le difficoltà vacillate.

E se non avete una spinta emozionale abbastanza forte, non sarete in grado di spezzare queste barriere e procedere verso la meta. Dovete mettervi in condizione di superare questi ostacoli, come? Con le giuste motivazioni. Le ragioni, i motivi che vi spingono all’ obiettivo vengono per primi, le risposte sono una conseguenza. Quell’ uomo di cui vi ho appena parlato non sapeva ciò che voleva e non aveva motivazioni sufficienti. Per chiedere in modo intelligente bisogna essere specifici.

Perchè vuoi avere sufficiente passione ed entusiasmo per realizzare quella determinata cosa? Se non avete delle ragioni sufficientemente importanti, non otterrete dei risultati. Infine, M. M sta per Massivo. Qual è il vostro piano di azione? Qual è la cosa che vi aiuterà a riuscire? Se una prima volta non va, e neppure la seconda, cosa farete?

AZIONE MASSIVA. Dovete sempre accertarvi di avere un piano di azione. In modo che se i primi due falliscono, sapete come procedere, altrimenti vi ritroverete soltanto con delle giustificazioni sul perchè non ha funzionato. COSA DEVI FARE PER REALIZZARE I TUOI OBIETTIVI: AZIONE MASSIVA Quindi: chiedere in modo intelligente richiede tutte queste cose. Per questo se davvero vogliamo avere risultati straordinari, dobbiamo raggiungere uno stato mentale straordinario, sapere con esattezza quello che vogliamo e mettere in pratica tutte queste informazioni.

“La vita ci ripaga con qualsiasi somma abbiamo la capacità e coraggio di chiedere”
Anthony Robbins

Fonte: http://www.bloghissimo.it/sapere-e-cultura/marketing/il-potere-della-chiarezza-e-della-determinazione-antony-robbins.html

Saper ascoltare

9 settembre 2009

ascoltoQuando si parla di comunicazione, si pensa sempre che la cosa più importante sia sapersi esprimere. Ma non è così. L’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare. Questo è vero in qualsiasi forma di comunicazione, anche se apparentemente non è un dialogo.

Mentre scrivo queste pagine sto cercando di “ascoltare” – per immaginare che cosa penserà chi legge, per ricordare ciò che ho imparato da chi ha letto altre cose che ho scritto e mi ha aiutato a renderle più chiare. Un libro che nessuno legge (o che nessuno trova utile o interessante) è solo un mucchio di carta sporco di inchiostro.

La necessità di ascoltare è più immediatamente rilevante quando si tratta di comunicazione interattiva. È importante in ogni dialogo, ma soprattutto in rete – anche se i nostri interlocutori sono “invisibili” e in alcune situazioni non sappiamo chi sono (per esempio quando siamo in un’area di dialogo collettivo di cui non conosciamo tutti i partecipanti).

Naturalmente “ascoltare” non significa usare solo l’udito; ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni. Anche quando la comunicazione si trasmette con parole scritte anziché “a voce”. E proprio perché non vediamo le altre persone (e non possono correggerci subito, con una parola a con un gesto, se le capiamo male) dobbiamo essere particolarmente attenti nell’ascoltare e capire.

Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse. Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”. Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo. Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro; e chi parla più forte ha ragione, anche se non sa quello che sta dicendo. Il risultato è che si può coesistere, perfino convivere, senza mai capirsi o avere alcuna vera comunicazione.

La percezione può fare curiose magie. Stiamo davanti a uno schermo televisivo su cui si muovono immagini piatte, “persone” alte una spanna. Sono pupazzi; molto spesso identità costruite, che somigliano poco alle persone reali come le potremmo percepire se le incontrassimo in carne e ossa. Ma nella nostra mente quelle immagini si formano come veri esseri umani; impariamo ad amarli, odiarli, a sentire simpatia o antipatia, a “viverli” fino al punto che li sentiamo parte della nostra vita quotidiana. Si crea così, davvero, un mondo “virtuale” che non riusciamo più a distinguere da quello “reale”.

In rete non è così. Un giorno, forse, se tutto il mondo avrà davvero voglia di comunicare con webcam o altri sistemi “audiovisivi”… avremo ricreato nell’internet una specie di “televisione per tutti”. Che avrà tutte le falsità della televisione “a senso unico”, perché è difficile che una persona si comporti in modo “naturale” e spontaneo quando sa di essere davanti a una telecamera.

Ma lasciamo perdere le fantasie e vediamo la rete com’è. Ogni cosa che accade è comunicazione. Prima di pensare a ciò che possiamo dire o scrivere, l’importante è saper ascoltare e capire. Chi vuole comunicarci qualcosa e perché? Siamo sicuri di aver capito bene le sue intenzioni e ciò che sta cercando di dirci? Non è una fatica, né uno sforzo, se abbiamo un atteggiamento disposto ad ascoltare. Diventa facilmente un istinto, un modo di essere. Ed è molto più interessante capire, sentire il valore e il senso della comunicazione che limitarci al significato superficiale delle parole.

Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri. Capire le cose dal loro punto di vista. Ma si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi. Il “tono di voce” si può chiaramente percepire anche in un messaggio scritto. In rete cadono (o almeno si attenuano) i ruoli, le posizioni, le gerarchie. Si crea con sorprendente facilità una “confidenza” che non è sempre facile in un incontro “fisico”. Ma se non sappiamo ascoltare c’è il rischio che anche in rete ci sia solo una serie di soliloqui, un “dialogo fra sordi”.

Il dizionario Devoto-Oli definisce così la parola “ascoltare”: «Trattenersi volontariamente e attentamente a udire, prestare la propria attenzione o partecipazione a qualcuno o qualcosa in quanto informazione o motivo di riflessione». Certo… non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo merita di essere capito e approfondito. Ma ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo. Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire (e di essere ascoltati) se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione” – e anche riflettere.

Dice Karl Menninger: «Ascoltare è una cosa magnetica e speciale, una forza creativa. Gli amici che ci ascoltano sono quelli cui ci avviciniamo. Essere ascoltati ci crea, ci fa aprire ed espandere».

Ascoltare è un affettuoso regalo che facciamo a chi sta cercando di dirci qualcosa. Ma spesso è anche un grande regalo per chi ascolta.

L’internet ci offre infinite possibilità di ascoltare e di capire. Se non le sappiamo cogliere, perdiamo uno dei più grandi valori della rete. E se nel dialogo non sappiamo ascoltare non sapremo mai comunicare bene.

Fonte: http://www.gandalf.it/uman/46.htm

Atteggiamento mentale: tutto dipende da te

4 settembre 2009

atteggiamento mentalePigmalione re della mitica isola di Cipro, scolpì una splendida statua di marmo che riproduceva Afrodite, la dea greca della bellezza, dell’amore e della fertilità. Dopo averla scolpita, tanto erano la bellezza ed il fascino che emanava, che se ne innamorò perdutamente e cominciò a desiderarla per sé, viva. La dea Afrodite, colpita e commossa dall’intensità del desiderio di Pigmalione, lo accontentò e volle soddisfare le sue aspettative dando vita alla statua“.

Il comportamento tende a confermare gli atteggiamenti positivi o negativi in quanto incidono sulla motivazione ad apprendere e sull’autostima. Tutte le azioni che compirò seguiranno la direzione che il mio atteggiamento mentale e le mie credenze suggeriscono.

In genere, arriviamo a fare o ad imparare tanto quanto ci aspettiamo di poter fare o imparare! E’ stato dimostrato che è molto difficile apprendere un’abilità che si pensa non essere alla propria portata. Se credete di non essere all’altezza di tenere una riunione o una conferenza, quanti sforzi farete perché si avveri il contrario? Magari rinunciate e basta, oppure evitate ogni situazione in cui ci si “espone” in pubblico, perché tanto “io non sono portato, io sono troppo timido“.

In realtà, avete deciso di non essere all’altezza, quindi avete messo poco tempo, nell’apprendere questa abilità. Così, la prossima situazione in cui parlerete in pubblico i risultati saranno gli stessi di sempre e questo, addirittura, confermerà che non siete capaci di parlare in pubblico!

Dunque, prima di tutto bisogna crederci. Questo è l’atteggiamento mentale di chiunque voglia davvero imparare a parlare in pubblico.

E’ nell’atteggiamento mentale il primo potente, concreto e tangibile filtro: la mia credenza personale sulle mie possibilità di diventare bravo nel parlare in pubblico è potenziante e con l’impegno, la determinazione, frequentando un corso, studiando libri, e soprattutto applicandosi giorno dopo giorno, si diventa bravi.

Questo fenomeno è conosciuto in psicologia come profezia autoavverantesi: quando si è convinti profondamente di qualcosa, tutti i propri sforzi, non solo a livello conscio ma anche inconscio, tenderanno ad andare nella direzione della nostra credenza per far sì che si realizzi.

Quando la mente ha un obiettivo chiaro e concreto, può concentrarsi su di esso con tutte le sue risorse

di Andrea Accorinti

Fonte: http://publicspeaking.piuchepuoi.it/15/atteggiamento-mentale-tutto-dipende-da-te

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