Posts Tagged ‘Emozioni’

La comunicazione efficace

6 agosto 2010

La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti. Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto “entrare in relazione” con soggetti esterni a noi.

La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.

Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse, e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole, bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che “parlano” per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.

Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che “noi diventiamo le parole che ascoltiamo“. In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e “storpiature” che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti, le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).

Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.

A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa (Morelli, 2005).

Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti.

Sostiene Morelli (2005) che il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.

Che fare, allora? E’ importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta.

La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente).

Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore.

Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo.

Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999).

Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo.

La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere, e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri.

Fonte: http://www.manageconsulting.it

Bibliografia

Cosa nasconde l’ansia di aver sempre tutto pulito e in ordine?

10 maggio 2010

Questa forma d’ansia è molto diffusa e alla sua origine nasconde un forte bisogno di controllo e un distorto desiderio di pulizia mentale; ma di quest’ansia ci si può liberare.

Una forma d’ansia da non sottovalutare

Mamme che continuano a mettere a posto i giochi dei figli; mariti che ripassano con metodicità sulle cose già riordinate dalla moglie; donne che non riescono ad andare a letto la sera se non hanno concluso tutte le faccende domestiche; persone che sul lavoro tengono la scrivania libera e pulita come un tempio. Sono quattro esempi che parlano dell’ansia dell’ordine, un problema così diffuso che forse nessuno di noi può dire di non averlo mai incontrato.

Quando l’ansia ci parla di emozioni ipercontrollate

Certo, saper tenere in ordine l’ambiente in cui si vive o si lavora denota equilibrio interiore e chiarezza mentale; ma c’è un punto superato il quale questa capacità diventa ansia, fino all’ossessione: quando cioè non si può fare a meno di mettere sempre tutto a posto, quando non si riesce a smettere, quando un po’ di disordine può rovinare la giornata creando una sgradevole sensazione di “incompiutezza” che porta dritti all’ansia.

Più vorremmo controllare tutto, più ci assale l’ansia: un circolo vizioso

Si tratta a tutti gli effetti di una forma d’ansia acuta, nella quale si scarica un fortissimo bisogno di controllo. Di solito è un modo inconsapevole per impedire alle emozioni di emergere, o per gestire insicurezze radicate, o per sentirsi a posto con la coscienza: in questo caso l’ordine, ad esempio della casa, diventa per analogia un ordine morale, un senso di “pulizia interiore“, e le geometrie con cui si risistemano le cose offrono l’idea di “rettitudine”. In pratica la persona sta tenendo a bada qualcosa e al contempo sta mantenendo il suo equilibrio grazie a queste azioni rituali, che però hanno un prezzo alto: la mancanza di libertà nel vivere il proprio tempo e l’impossibilità di lasciarsi andare pienamente al relax, alle emozioni, ai cambiamenti.

I segnali da non sottovalutare: scopri se sei a rischio ansia da disordine

Più agiamo per rimuovere il disordine, più la dimensione del “caos” si farà strada dentro di noi in modi inaspettati: è quindi inutile cercare di fuggirla; molto meglio accoglierla e imparare a viverla un po’ alla volta. Per prima cosa prestiamo attenzione ai seguenti segnali, che si affacciano nella vita di tutti i giorni. Testimoniano di una situazione psicologica particolare, che può trovare proprio nella ricerca spasmodica di ordine un suo tentativo di sfogo. Per ognuno, vi proponiamo una possibile via d’uscita più produttiva.

- Hai spesso reazioni scomposte e irritate per nulla.

La causa: probabilmente stai accumulando aggressività.

Cosa fare: esprimi subito le tue contrarietà, non covare astio, sii diretto.

- Ti distrai sempre, non sai stare “sul pezzo”.

La causa: forse hai riempito il tuo tempo di attività che non ti interessano davvero.

Cosa fare: arricchisci la tua vita di elementi interessanti, pescandoli anche nel tuo passato (cose che ti piacevano fare ma che ora hai abbandonato).

- Ti capita spesso di provare ansia

La causa: ti sei imposto una morale troppo rigida, specialmente in ambito sessuale.

Cosa fare: sii più elastico e cedevole, concediti qualcosa senza eccedere nei sensi di colpa.

- Hai frequenti sintomi fisici, anche se di poca importanza.

La causa: un eccesso di autocontrollo impedisce il fluire libero delle emozioni.

Cosa fare: dedicati di più al tuo corpo, fai uno sport che ti piace, vai in palestra, fai attività che ti procurano piacere.

- Fai pensieri caotici e logorroici, continui a rimuginare.

La causa: hai paura di incontrare il tuo vuoto interiore.

Cosa fare: rallenta le tue azioni, prova a vivere momenti in cui non fai nulla, senza domandarti il perché.

Fonte: http://www.riza.it

Emozioni e Attaccamento

16 dicembre 2009

cuore nel cieloAmore, felicità, tristezza, rabbia e paura, sono tutte emozioni che derivano da qualche forma di attaccamento a qualcosa o a qualcuno. Tuttavia molti di noi imparano a credere che anche l’ amore e la felicità siano emozioni. Tale convinzione oscura sia il nostro bisogno che l’ abilità di essere più consapevoli delle nostre emozioni e di come le creiamo. Essa deriva dalla perdita di significato delle parole amore e felicità.

Usiamo queste due parole in maniera troppo generica al punto che esse sono diventate due tra le parole più fraintese ed eccessivamente usate nel nostro linguaggio quotidiano. Amore è per lo più confuso con desiderio (ti amo in realtà significa: ti voglio), con l’ attaccamento (amo la mia squadra di calcio), con la dipendenza (amo la mia cocaina) e con l’ identificazione (amo il mio paese). Quando parliamo di amore in questo senso non parliamo di amore quanto del suo opposto.

Facciamo lo stesso con la parola felicità. La usiamo e ne abusiamo in molti modi. La confondiamo con un possesso (è appena arrivato il mio tappeto nuovo, sono così felice!), con il consumo (ho appena mangiato il mio cibo preferito, sono così felice!), con qualche esperienza stimolante (ho appena visto il film più recente, sono così felice!) e con il sollievo (non ho più mal di denti, sono così felice!). In tutti gli esempi citati stiamo in realtà dicendo che crediamo che l?amore e la felicità nella vita vengano dal di fuori di noi e che siano dipendenti dagli altri, dalle circostanze o da qualche stimolo fisico. Tuttavia, tutti sappiamo profondamente che vero amore e felicità sono incondizionati, non dipendenti da qualcosa o da qualcuno, e che si muovono dall’ interno verso l’ esterno e non dall’ esterno verso l’ interno.

Amore vero e felicità possono essere considerati stati d’essere fondamentali a cui possiamo accedere a piacimento una volta che abbiamo imparato a rivolgere le nostra attenzione alla nostra interiorità e a vivere dal dentro al fuori e non dal fuori al dentro. Essi possono anche essere considerati il nostro puro potenziale in tutte le situazioni. Quando agiamo con amore vero facciamo qualcosa per gli altri che porta loro beneficio a livello spirituale e quando ciò accade sperimentiamo le vera felicità, che è più simile a una profonda sensazione di appagamento interiore.

Questo modo di vivere affonda le sue radici nella pace. Se non siamo in pace con noi stessi non possiamo dare amore. La pace è, l’ amore fa e la felicità (appagamento) ripaga.Solo allora la nostra autostima e il senso del nostro valore diventano solide rocce, perché ci rendiamo conto che questi nuclei di qualità interiori non possono esserci portati via e che essi sono la base del nostro valore in quanto persone e dei nostri valori di vita.

Quando impariamo ad accedere e a generare questi stati fondamentali del nostro essere, essi ci danno la forza di smuovere il nostro carattere in positivo, da quello basato sulla competizione, sul possesso e sulla sopravvivenza a uno basato sulla co-operazione, la condivisione e il servizio. In breve, dal prendere al dare. Quando scopriamo interiormente ciò che eravamo convinti si potesse trovare solo esternamente, scopriamo libertà e serenità profonde. Il metodo per sostenere questa consapevolezza e connessione è la pratica regolare della meditazione. Il campo di azione è la relazione con gli altri. Quando la felicità di una madre non dipende dall’ obbedienza del figlio, allora è capace di essere amore per quel figlio, anche quando imporrà delle regole.

Quando la felicità di un manager non dipende dallessere in tempo per le scadenze, né dalla performance dei membri del suo gruppo, allora saprà essere più attento e più incoraggiante verso i suoi collaboratori, il che è alla base di una leadership efficace. Quando gli innamorati si incontrano, smettono di dirsi ti amo, e invece si dicono io sono amore per te. Domanda: Da dove pensi derivi gran parte della felicità nella tua vita?

Riflessione: La felicità è una decisione e non una dipendenza.

Azione: Che cosa puoi fare domani nella tua relazione con una persona in particolare per passare dal desiderare e sopravvivere al sostenere e servire?

(Brahma Kumaris World Spiritual University -[Sadhana])

La meditazione come praticarla

2 dicembre 2009

La meditazione: come praticarlaTutti i nostri problemi derivano dall’attaccamento, e la meditazione è il mezzo mediante il quale disimpariamo la nostra tendenza all’attacamento. Quando molliamo la presa, sorge una sensazione naturale di spazio: questa è meditazione. Lasciar la presa ed aggrapparsi sono entrambi stati della mente; questa mente che quando non stiamo attenti è così gradevolmente, intelligentemente, sofisticatamente ingannevole.

La meditazione è il sentiero della semplicità, dell’apertura, del mettere a punto, dell’affrontare la mente: usare la mente per domare la mente. La base della pratica della meditazione è il rilassamento. E’ estremamente importante che stiate comodi e consentiate a pensieri ed emozioni di acquietarsi. Non c’è nulla da raggiungere o portare a compimento, così lasciate andare.

Lasciate andare ogni solennità, e perfino l’idea stessa che state meditando. Lasciate che il vostro corpo rimanga così com’è, e respirate come vi viene, naturalmente. Quanto alla mente, la cosa essenziale non è sopprimere i pensieri o troncarli, ma semplicemente lasciarli esistere senza lasciarsene sedurre o distrarre. Non cercate di manipolarli. Se state sognando o pensando … limitatevi a sognare o pensare … se non aggiungete altro carburante, i pensieri si estingueranno da soli.

Gradualmente le cose si sistemeranno, e andranno naturalmente al loro posto. come quando si butta una manciata di riaso su una superficie piana, e ogni chicco prende posto naturalmente da solo. Quando avrete raggiunto una certa tranquillità mentale, raddrizzate la schiena e siate presenti a voi stessi. Poi lasciate andare e continuate con il rilassamento. Se trovate difficile non fare altro che lasciarvi andare e restare così, ed avete bisogno di qualcosa da fare o da seguire, alloraprestate attenzione al vostro respiro.

Se non potete abbandonare completamente ogni forma di attività, allora questo è un sistema abile per mettervi in sintonia con voi stessi. Ogni respiro è vita: semplice, possente, normale e libero. Se espirate e poi non ispirate più siete morti. Limitatevi semplicemente ad essere consapevoli del respiro mentre viene e va: dovreste essere appena presenti ed attenti. Abbiate un atteggiamento compassionevole verso il vostro respiro, non attaccatevi ad esso nè concentratevi troppo: siate con il respiro, fluite con il respiro. E’ come se foste nuvole che attraversano il cielo, o prati mossi dal vento: limitatevi ad essere qui. Dopo un pò di tempo che sarete consapevoli del respiro, il respiro stesso, colui che respira e l’atto del respirare diverranno una sola cosa.

Quando non sarete più coscienti del vostro respiro ci sarà il pericolo di rimanere invischiati nella presenza del respiro stesso, di perdere la consapevolezza : siate presenti a voi stessi e lasciate andare. Con ogni respiro noi creiamo nevrosi, inibizioni e karma, dunque liberatevi ad ogni respiro, simbolicamente, come un atto di buon augurio e concretamente. Siate l’espirazione; boicottate l’inspirazione. Ogni respiro si dissolve nello spazio, nell’essenza unitaria, nella natura Buddhica, o Verità. Poi nello spazio senza limiti, quasi provando un timore reverenziale, limitatevi ad essere.

Potreste non tornare più Indietro! Cominciamo con l’esercizio, non con la perfezione (se fossimo perfetti non avremmo bisogno di esercizio): “l’esercizio rende perfetti“, anche se tutti vorremmo trovare il maestro perfetto e la tecnica perfetta, invece di doverci sforzare in prima persona. Così questa è una tecnica, ed è semplice: espirate – dissolvete – spazio, espirate – dissolvete – spazio. Ma non fatene un gioco mentale od un esercizio meccanico, né imponete un ritmo alla tecnica, perchè allora non ci sarà più spazio. Per alcuni, la meditazione sul respiro é una tecnica troppo vicina, come se la mente guardasse la mente nuda; in tal caso è auspicabile una tecnica alternativa, quale la meditazione sulla concentrazione.

Volgete quietamente la mente su un oggetto od un’immagine, preferibilmente scegliendone uno che sia per voi ispirante e susciti in voi delle associazioni mentali. Un fiore, una fiamma (tutto ciò che dà un’immagine sacra, come quella di Buddha o Cristo, è l’ideale. presto sarete consapevoli dell’essenza unitaria dell’oggetto, al di là della sua forma solida esteriore: consapevolezza significa andare al di là della differenziazione e dell’attaccamento. Sulle prime l’esercizio può essere eccitante, poi può diventare noioso o perfino doloroso: passate attraverso tutte queste esperienze, ed anche se non riuscite ad esercitarvi non prendetevela con voi stessi. Non pensate all’esercizio, limitatevi ad accompagnarlo.

Perseverate, ma con un certo senso dell’umorismo: dopo un pò scoprirete uno stile ed un ritmo personale, segno che sarete pronti per incontrare un maestro che possa consigliarvi e guidarvi nella pratica, dal momento che avrete delle esperienze in comune. A questo punto la vostra pratica non sarà più mutevole o instabile come il tempo britannico, e diventerà più spaziosa. Non avrete più bisogno di nessuna tecnica, e potrete limitarvi a stare in quello stato mentale meditativo. Prima di tentare di applicare la meditazione nelle situazioni della vita quotidiana, dovreste gradualmente acclimatarvi a questo stato della mente.

Non siate troppo precipitosi nello sperimentare la vostra forza spirituale, e precedete passo a passo. Poi potrete permettervi di applicarla in situazioni confortevoli, neutrali, quindi in sistuazioni non familiari, ed infine anche in quelle legate ad aggrssività o passioni. Con l’esperienza della pratica meditativa, svilupperete un’abilità nata da questa spaziosità, e saprete quando e che cosa fare. La spiritualità non è separata dalla vita quotidiana: il sentiero che unisce la pratica all’illuminazione passa attraverso la vita quotidiana. La meditazione non è che una panacea istantanea che risolve tutti i vostri problemi, nè una cura specifica per emicrania, insonnia, ecc.: è un processo graduale di crescita e guarigione, attraverso il quale nasce la fiducia che ci permette di affrontare tutte le situazioni della vita. (Londra 1978)

Tratto da: Meditazione: cos’è e come praticarla – Sogyal Rinpoche

Affettività ed emotività nella terza età

25 novembre 2009

Anche se la personalità è un fattore psicologico relativamente “stabile” nel tempo, in condizioni normali d’ invecchiamento fisiologico, nella senescenza anche gli affetti e le emozioni subiscono delle varianti. L’affettività muta sia per quantità, sia per qualità. In primis si nota una riduzione del coinvolgimento emotivo soggettivo, rispetto agli eventi pregressi che in passato destavano reazioni forti; si evidenziano espressioni meno evidenti (endogeno).

In secundis, l’attenzione emotiva si polarizza su determinati eventi perchè, non dal contesto sociale, l’anziano è immerso nelle problematiche personali: cioè dal suo benessere fisico e psichico e dal suo status economico e sociale. Pertanto si nota una prevalenza di egocentrismo sempre più accentuato.

A differenza della personalità del giovane che è di tipo centrifugo, proiettata verso l’esterno e verso il futuro, la personalità dell’anziano è centripeta, proiettata internamente verso il proprio Io, con ricordi, esperienze e sentimenti che lo caratterizza. L’affettività è incentrata al proprio presente e al proprio corpo che, come spesso succede, diventare oggetto di somatizzazioni fantastiche o preoccupazioni ipocondriache o il tramite tramite cui relazionale all’esterno per attirare le attenzioni altrui.

Quest’utilizzo “ad personam” non significa che per l’anziano i legami affettivi e le relazioni interpersonali non esistano o minime; al contrario, l’anziano è in grado di amare e ha necessità di essere ricambiato, di ricevere attenzioni e affetto. Gloi studiosi hanno più volte ribadito che a qualsiasi età, rapporti affettivi soddisfacenti agevolano un’attività psichica integralmente efficiente e una giusta motivazione alla vita.

In questo periodo della vita la sessualità continua a rappresentare un importante aspetto della vita affettiva. La perdita o riduzione della capacità riproduttiva non costituisce motivo di rinuncia all’atto sessuale, che continua a rappresentare fondamentale espressione psico-fisica di una relazione consapevole basata sull’amore. Le mutazioni fisiologiche, funzionali e anatomiche, che si riscontrano durante la terza età non sono per lungo periodo invalidanti da rendere la persona avanti negli anni inidonea ad attività sessuale; lo confermano i risultati di alcune recenti statistiche, il rapporto sessuale coniugale tra le persone anziane è abbastanza frequente.

Tra gli elementi che condizionano e determinano una diminuzione o una sospensione del rapporto sessuale troviamo le motivazioni psicologiche o relazionali. Ad esempio l’alto numero di anziani che sono rimasti vedovi/e, per la morte del coniuge. Per questi e per coloro che vivono ancora in coppia possono avere un importante effetto inibente i pregiudizi e gli stereotipi culturali che vedono l’anziano come asessuato, privo di desideri sessuali, immerso nella “pace dei sensi”. L’influenza generata dai luoghi comuni appena citati sugli anziani possono essere quelli della vergogna e del senso di colpa per avere ancora esigenze e pulsioni del genere.

L’insorgenza di alcuni disturbi sessuali, quali l’impotenza secondaria, l’incapacità iaculatoria, il vaginismo, può essere legata a tali vissuti, o a una reazione ansiosa e fobica di fronte alle modificazioni fisiologiche indotte dall’età (erezione più lenta e meno vigorosa, minore lubrificazione vaginale) che, se serenamente accettate, non costituiscono ostacolo all’attuazione dell’atto sessuale.

Diverse persone anziane rinunciano all’attività sessuale per eliminare gli insuccessi, o le frustrazione e il confronto vissuto come sconfitta personale. Ciò vale per le coppie di coniugi anziani, ma, a maggior ragione, per gli le persone anziane rimaste sole, per le quali un nuovo compagno e il timore di non essere all’altezza possono portare ad un notevole stato d’ansia.

I cambiamenti affettivi ed emotivi incidono notevolmente e si sommano a quelli cognitivi che oltre a deteriorarsi concorrono con le distorsioni ad aggravare ulteriormente il decadimento fisico e la malattia. Il tutto si mescola in un sinergismo negativo che modifica le preesistenti abilità sociali e l’efficienza dell’età matura.

La progressiva “fragilità” della persona anziana, entro certi parametri, può essere favorevolmente sostituito da risorse ancora esistenti ed attivabili, ma, nel contempo, bisogna considerarel’impatto cui l’anziano va incontro quando, qualora collocato in un contesto, si trova a dovere affrontare l’immagine, la funzione, ma soprattutto l’importanza che gli viene oggi riservata nella cultura e nella struttura sociale.

(Dott.ssa Mariagabriella Corbi)

Fonte: http://www.laprevidenza.it

Bibliografia

L’Amore, la Sessualità: non hanno Età

Fiori di Bach per la Terza Età

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