Posts Tagged ‘matrimonio’

L’amicizia al femminile

20 maggio 2009

female-friends1L’attrazione esercitata fra persone dello stesso sesso è un passaggio obbligato nell’adolescenza, laddove l’amicizia e’ intessuta di un legame sentimentale molto stretto: si tratta di un periodo di omosessualità assolutamente normale. Questa prima forma di amore viene ben presto soppiantata dall’amore per un rappresentante di sesso opposto ma l’amore per gli amici assumerà comunque una grande importanza nell’esperienza sentimentale di ogni individuo.

In epoche precedenti la tendenza degli uomini a ricercare amici ha avuto una notevole importanza. Basta pensare al tempo della Polis, le Città Stato in cui l’amore di uomini per i giovani venne esaltato molto di più rispetto all’amore per le fanciulle.

Ai tempi della cavalleria, in cui gli uomini si riunivano in compagnie di cavalieri ( i Cavalieri delle tavola Rotonda, I Cavalieri dei Templari), ogni giovane aspirava a divenire paggio e poi scudiero di qualche famoso cavaliere. L’amicizia fra uomini caratteristica di quel tempo appariva come la strategia vincente per arrivare a obiettivi comuni ed è diventata espressione di una nuova solidarietà di sesso.

Fra le donne, lo sviluppo del sentimento amicale e della solidarietà di sesso come fenomeno collettivo e culturale si è manifestata in modo più tardivo e solo nel momento in cui è venuta meno l’esigenza di occuparsi esclusivamente degli uomini.  Attualmente, infatti, per una donna la formazione della coppia e il matrimonio non rappresentano più la loro unica carriera. E non sono solo le donne deboli, stupide o meno attraenti bensì le più intraprendenti e vitali, ricche di spirito di iniziativa le donne in cui l’amicizia ha finito per assumere un’importanza senza precedenti.

Generalmente i rapporti che si stabiliscono fra queste donne sono basati sull’affezione e sull’attrazione di una personalità sull’altra, su obiettivi e interessi comuni e possono essere molto più liberi psicologicamente e materialmente rispetto alle relazioni che si vengono a creare fra un uomo e una donna. Spesso, infatti, le relazioni fra una donna e un uomo implicano una dipendenza finanziaria, comportano legami, contratti  e sottostanno a numerose convenzioni sociali, mentre nel rapporto amicale tutto questo non accade…

Questo accordo psicologico e umano è, però, molto delicato. Affinché duri, è necessario salvaguardarlo dagli effetti distruttivi delle dinamiche inconsce che, inevitabilmente si producono. Le difficoltà che maggiormente si presentano nei rapporti di amicizia sono rappresentate dal sentimento di rivalità oppure dalla eccessiva identificazione.

La tendenza all’identificazione che accompagna la vita delle coppie, in questo caso, diventa molto più forte in quanto anche l’ambiente esterno tenderà a considerare le due amiche come “inseparabili” e, in questo senso, nessuna delle due avrà nuovi spunti da portare all’altra.

Solo due cose distinte, infatti, possono entrare in relazione. Se due cose sono identiche non possono aver rapporti tra di loro: esse confluiscono in un’unità priva di energia e di interesse.

Fonte: http://www.willypasini.it/articoli.php?arid=556&ctid=1

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Parte terza

kissingindoorI CONIUGI

A partire dal 1500 i rapporti tra coniugi, parallelamente a quelli fra fratelli e sorelle, subirono profondi e significativi mutamenti: si passò da forme completamente e sempre referenziali (uso del “lei” e del “voi”) sia nella fase prematrimoniale, sia in quella post-nozze, all’uso di forme burocratiche nella sola fase precedente al connubio: dopo il matrimonio tali espressioni lasciavano il posto a termini ed allocuzioni meno auliche che segnavano quella visione più intima del matrimonio che, nella seconda metà del 1800, vedrà il comparire del “tu”, simbolo di un passaggio ad un matrimonio più fortemente basato su intimità e legame affettivo reciproci.

Si passa, quindi da una famiglia verticistica in cui il padre è padrone e tiranno e che basa la propria autorità ed il proprio potere, per usare una classificazione di tipo weberiano, su elementi di carattere tradizionale e/o carismatico, ad un potere basato, sempre per dirla con Weber, su dinamiche razionali: non siamo più di fronte al Patriarca di Filmer, ma al capofamiglia.

I matrimoni sono frutto di scelte personali e non solo di ragioni dinastiche e maggiormente basati sulle persone che lo compongono che sulla posizione da esse ricoperta.

La strada verso l’emancipazione della moglie e dei figli è aperta, ma molti passi restano ancora da compiere.

IL PERCORSO VERSO LA FAMIGLIA CONIUGALE INTIMA

A cavallo tra il XVIII e d il XIX secolo si verificarono numerose trasformazioni in seno alle famiglie aristocratiche: aumentò il numero dei figli che si sposavano e che sceglievano forme di residenza neolocale abbandonando il tetto paterno. Scompariva, inoltre, l’abitudine di lasciare i figli in affidamento alle balie.

La distanza sociale tra i membri della famiglia cominciavano a diminuire e ciò fu dovuto, essenzialmente, alla diminuzione dell’età dei mariti rispetto alle mogli. Fino al 1700 si riteneva che un marito anziano avrebbe meglio guadagnato la stima e la riverenza delle consorte; in seguito si cominciò a sostenere che il marito dovesse conquistare la stima ed il rispetto della moglie o che, almeno, dovesse riuscire ad imporre la propria autorità indipendentemente dall’età.

Si ebbe anche una razionalizzazione ed un controllo delle nascite che cominciarono ad essere pianificate lasciando intercorrere più tempo tra le nozze ed il primo parto e tra un parto e l’altro.

Affinché avvenisse ciò era stato propedeutico un mutamento dei rapporti coniugali: il marito non era più decisore solo ed assoluto della vita intima, ma la moglie poteva intervenire ed influenzare tali decisioni se non, ma solo in pochi casi, essere corresponsabile di tali scelte.

Come si è detto il 1700 fu un secolo di trapasso: entrava in crisi la famiglia tradizionale ed autoritaria frutto del matrimonio di interesse e si vedeva all’orizzonte un modello di famiglia tendenzialmente più democratica ed intima.

Inizialmente la famiglia tradizionale trovò un ponto di equilibrio e di conservazione nella figura del cicisbeo che permetteva di mantenere inalterato il rapporto reverenziale ufficiale, ma consentiva alla moglie di creasi una propria sfera autonoma d’azione in cui far pesare la propria volontà.

La fine della dominazione spagnola nel XVIII secolo avvicinò l’Italia al resto d’Europa e ciò fu un punto a favore dell’affermazione della famiglia mononucleare.

A favorire la razionalizzazione delle nascite furono alcune scoperte scientifiche tra cui il fatto che una donna che avesse allattato la propria prole correva meno rischi di rimanere di nuovo incinta: ciò favorì l’abbandono della pratica del baliatico.

La famiglia nucleare favorì una più rapida emancipazione dei giovani sposi rispetto ai genitori ed agli suoceri e di figli rispetto ai genitori, anche alla luce delle nuove dottrine illuministiche che favorirono l’istituzione e la creazione di un diverso rapporto interno alla famiglia basato su una sempre maggiore diminuzione delle distanze sociali tra i componenti di un nuovo ed inedito triangolo domestico i cui vertici erano rappresentati dai seguenti soggetti: il marito-padre, la moglie-madre ed i figli.

RAPPORTI E RITI FAMILIARI

Il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella monunucleare iniziò ai vertici della scala sociale per poi diffondersi anche nella base della piramide sociale attraverso la trasformazione di alcuni istituti su cui si basava e si basa la struttura della famiglia stessa.

Il matrimonio

Il matrimonio non era in origine un fatto privato, anzi era un evento pubblico in cui si registrava l’ingerenza e l’influenza di tutta la comunità. La comunità era solita aggredire e combattere la costituzione di famiglie anomale (omosessuali, adulteri, seconde nozze di vedove o vedovi, ecc….) facendo così valere tutta la propria influenza nei confronti di chiunque osasse trasgredire alle tradizioni.

Molto ristretti, in alcuni casi fino agli ‘20 e ‘30 del XX secolo, rimanevano gli spazi di intimità dei giovani fidanzati e coniugi. Il fidanzamento era un fatto pubblico ed i corteggiamenti e gli incontri prematrimoniali avvenivano alla presenza di parenti ed altri membri della comunità utilizzando espressioni di reciproca riverenza ed il “lei”. Nel caso fosse scoperto un incontro clandestino la donna era seriamente minata nel suo onore e nella sua dignità.

Il culmine del ritualismo e dell’ingerenza della comunità lo si ritrovava nei riti matrimoniali a cui seguivano pranzi allargati a buona parte della popolazione residente nella stessa comunità degli sposi. I costi di tali festeggiamenti erano ripartiti in maniera diversa a seconda delle differenti realtà geografiche o sociali sulla sola famiglia dello sposo (in campagna), su entrambe (sempre in ambito rurale) o su quella della sola sposa (in città).

Per ovviare a queste spese spesso le famiglie invitavano i giovani sposi a compiere atti, come ad esempio la fuga od un proficuo rapporto sessuale prematrimoniale, in modo da trasformare le nozze in una cerimonia riparatrice che non prevedeva grandi festeggiamenti e che, quindi, non rappresentava per le famiglie occasione di onerose ed ingenti spese.

L’aspetto pubblico del matrimonio proseguiva anche dopo lo sposalizio e non erano né rare, né inconsuete intromissioni nella stanza degli sposi durante la prima notte di nozze.

Col passare dei secoli l’aspetto pubblico calò a favore di una visione privata delle nozze, anche se la comunità continuò a far valere la propria influenza se non altro sotto forma di giudizio e di chiacchiericcio.

Soprattutto nel Sud Italia e nelle comunità di minori dimensioni il giorno successivo alla prima notte di nozze era consuetudine l’esposizione del lenzuolo su cui i giovani sposi avevano svolto la propria “prima” attività sessuale. La presenza di macchie di sangue confermava la precedente verginità della sposa. È da sottolineare come nei molti casi in cui la verginità era stata da molto abbandonata il suddetto lenzuolo veniva appositamente sporcato con sangue animale per “ingannare” gli occhi indiscreti del vicinato.

Il privato cominciò ad affermarsi nel XX secolo quando, grazie all’istituzione della luna di miele, i giovani sposi compivano un viaggio postmatrimoniale che li poneva al riparo dall’influenza e dal giudizio della comunità.

Nelle famiglie complesse la nuora viveva in una condizione di completa sottomissione nei confronti della suocera che aveva la supremazia su tutte le donne di casa. La guida della famiglia spettava al padre al quale tutti dovevano la più completa e totale obbedienza. In caso di suo decesso gli subentrava il figlio più anziano.

Era il capofamiglia (detto capoccia) che dirigeva ed organizzava la vita di tutta la comunità familiare e che deteneva il portafoglio di casa che, però, era direttamente ed operativamente gestito dalla moglie che doveva sempre rendere conto al capofamiglia di ogni entrata e di ogni uscita.

I momenti di massima socializzazione sono i pranzi quando i genitori svolgono anche una funzione educativa nei confronti dei figli.

I lavori domestici spettavano interamente alle donne a cui spettava anche il compito di occuparsi dell’igiene personale e della pulizia degli abiti del marito.

Nelle famiglie nucleari borghesi e cittadine, invece, non era raro che fosse il marito stesso ad occuparsi della propria igiene personale e della pulizia dei propri capi d’abbigliamento. Inoltre nelle famiglie urbane vi era una minore intrusione della comunità nella vita coniugale e le stesse relazioni intime erano più strette in presenza di minori distanze sociali che portarono ben presto al passaggio dal “lei-voi” ad un più confidenziale “tu”.

Grazie ad una sorta di processo di osmosi tali innovazioni si diffusero anche nelle tradizionali famiglie patriarcali estese e contribuirono all’inizio del processo di superamento verso famiglie basate sul modello nucleare oppure, più semplicemente, ne modificarono le strutture e le relazioni interne in un’ottica più simile a quella delle già citate realtà familiari mononucleari.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Prima parte

warner_p1-usata-usataDa ormai molti decenni gli studiosi di sociologia e gli storici hanno considerato “la famiglia” argomento degno di analisi e di studio.

Nell’antichità e nell’epoca classica la famiglia era basata su regolamenti molto ampli e, come affermato dalla prof.ssa F. Sofia, poteva esserci una sorta di equazione tra il concetto di famiglia (inteso come somma di una struttura abitativa ed i suoi componenti) e quello di economia: l’economia è “domestico-familiare” in quanto dispensatrice di sussistenza che, in molti casi, è di tipo circolare e nasce, si sviluppa e si conclude in se stessa.

Nel 1700, invece, comincia a svilupparsi una trasformazione di tali elementi che condurrà l’economia ad uscire dall’ambito familiare-domestico per unirsi all’ambito del “pubblico” e della “politica”, dando così origine “all’economia politica” retta da elementi legati a dinamiche non più solamente di autolimitazione e di sussistenza.

Non è un caso che per molti, filosofi e pensatori politici in primo luogo, solo il “buon cittadino”, cioè chi è libero dal lavoro e che mantiene se e la propria famiglia, potrà occuparsi di politica risultando un buon patriota.

Gli studi sulla famiglia, inizialmente, videro forti differenziazioni metodologiche tra storici, sociologi e demografi, ma negli ultimi decenni si è assistito ad un riavvicinamento tra questi diversi campi di studio anche se le differenti scuole e correnti di studio hanno prodotto risultati molto discrepanti fra loro, la cui comparazione ed analisi risulta molto interessante e stimolante.

LA FAMIGLIA: LE DEFINIZIONI

Con il termine “famiglia” si è soliti indicare tre differenti e distinte realtà:

a) un gruppo di individui che vivono insieme nella medesima abitazione, le regole con le quali si forma tale gruppo, la sua ampiezza e la sua composizione, le modalità secondo cui si trasforma, si sviluppa e si divide. In questo caso il termine più corretto per indicare tale situazione è “struttura familiare”;

b) i rapporti (affetto, autorità) esistenti in tale gruppo e le dinamiche con le quali i coresidenti sotto il medesimo tetto interagiscono e le emozioni che provano l’uno per l’altro. Il termine più adatto per indicare questa condizione è “relazioni familiari”;

c) i legami ed i rapporti esistenti fra distinti gruppi di coresidenti tra i quali vi siano dei rapporti di parentela e tutto ciò che intercorre fra di loro (aiuto, frequenza degli incontri, ecc.). “Rapporto di parentela” è il termine più esplicito per indicare questa situazione.

Le analisi e gli studi compiuti a riguardo dei tre angoli visivi sopracitati hanno condotto ad affermare che essi sono molto distinti ed indipendenti l’uno dall’altro e che quanto studiato in un singolo ambito non può essere automaticamente esteso agli altri poiché le dinamiche interne sono indipendenti le une dalle altre e conducono ad esiti disomogenei.

MUTAMENTI DELLE FAMIGLIE DELL’ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE

La struttura della famiglia tipo dell’Italia centro-settentrionale comincia a verificare una forte differenziazione tra città e campagna già dal XIV secolo: le famiglie urbane sono, per lo più, nucleari; quelle rurali complesse.

Nelle città la maggior parte della popolazione vive in nuclei familiari ristretti e ciò è dovuto al tipo di attività che i “cittadini” svolgono. In massima parte sono artigiani e commercianti che vivono del frutto del proprio lavoro e, per tale motivo, una struttura familiare di piccole dimensioni è propedeutica a tale modello economico e permette soddisfacenti condizioni di vita. Si deve ricordare che, spesso, sono presenti casi di persone che, almeno nella fase centrale e/o finale della propria vita, vivono sole.

Caso a parte è quello delle famiglie dei ceti più elevati: al momento di contrarre il matrimonio la moglie si trasferiva stabilmente presso la casa del genitore del marito e vi risiedeva vivendo in famiglie multiple (sia verticali che orizzontali) nelle quali erano presenti più generazioni di persone (molteplicità verticale) o più nuclei matrimoniali e/o persone sole (molteplicità orizzontale).

image021-usataLa famiglia tipica rurale era invece necessariamente numerosa, in quanto la sussistenza economica era legata al podere di proprietà o preso in affitto, la cui lavorazione richiedeva un’ampia composizione della famiglia stessa.

E’ legittimo affermare che la struttura familiare tra il XIV ed il XIX secolo fu molto stabile (sia nella versione urbana che in quella rurale) e che le epidemie del XVII secolo (tra cui la famosa “peste manzoniana”) ridusse solo temporaneamente la complessità delle differenti realtà familiari che, appena ripresesi dalle crisi di mortalità, riassumevano abbastanza rapidamente le caratteristiche precedenti.

La mortalità, sia quella dovuta a cause fisiologiche che quella dovuta a cause eccezionali, risultava essere una variabile con influenza non rilevante sulla struttura familiare; ciò risulta da una indagine compiuta su ampia scala.

Furono altri i due più importanti mutamenti avvenuti in seno alla famiglia dell’Italia centro-settentrionale nel periodo di tempo compreso tra il XIV ed il XX secolo.

Il primo riguarda le famiglie rurali ed è ben espresso dalle seguenti parole di M. Barbagli:

“Esso fu provocato da un insieme di profonde trasformazioni economiche e sociali delle campagne, ma soprattutto dalla diffusione dell’organizzazione produttiva poderale e dal passaggio della popolazione agricola da un tipo di insediamento prevalentemente accentrato ad uno sparso. Iniziate in alcune aree prima del XV secolo, queste trasformazioni avvennero in momenti diversi nelle varie zone dell’Italia centro-settentrionale nei tre secoli successivi.”

Esso produsse una forte trasformazione della struttura famigliare che cominciò ad assumere caratteristiche sempre più complesse legando se ed il proprio destino al podere su cui lavoravano.

Si ebbe il “trasloco” da insediamenti rurali limitrofi alla terra coltivata in locali abitatitivi posti al centro (o comunque all’interno) del podere su cui esercitavano la propria attività.

Si era passati da un tipo di insediamento accentrato ad uno sparso.

Il secondo mutamento, invece, interessò le famiglie delle aree urbane appartenenti al ceto medio-borghese (mercanti e commercianti) che andarono sempre più nella direzione di una struttura di tipo nucleare (sec. XVIII – XIX ).

Ciò fu favorito dai cambiamenti giuridici relativi alla trasmissione della proprietà avvenuta nel XVIII secolo: l’eredità era sempre più spesso costituita da denaro liquido che poteva essere molto facilmente diviso in più parti senza perdere di valore complessivo (contrariamente ai beni immobili per cui l’unità del lotto era parte integrante ed intrinseca del medesimo).

La storia delle relazioni domestiche, invece, è avvenuta in maniera abbastanza differente rispetto a quella della struttura familiare in quanto è stata influenzata da differenti variabili sociali ed economiche come espresso chiaramente nelle seguenti righe tratte da un saggio del già citato M. Barbagli:

“Naturalmente le regole di formazione della famiglia e la sua composizione hanno influito in vario modo sulla configurazione dei ruoli al suo interno. Da queste variabili dipendeva ad esempio se i bambini trascorrevano i primi anni di vita unicamente con i genitori oppure anche con nonni, zii e cugini e se gli anziani risiedevano da soli o con altri parenti. Il modello di residenza dopo le nozze influiva d’altra parte sull’età a cui si acquisiva una relativa autonomia dal padre.

Nella grande maggioranza della popolazione urbana, in cui ha sempre dominato la regola neolocale, i maschi si sposavano ad un’età un po’ più avanzata di quella della popolazione agricola appoderata, che seguivano invece il modello patrilocale. I primi diventavano però capofamiglia al momento delle nozze, mentre i secondi dovevano spesso attendere la morte del padre per raggiungere questa posizione. Ma dal modello di residenza dopo le nozze, dal grado di complessità della struttura familiare, dalla presenza o meno di persone di servizio dipendeva anche il sistema di divisione del lavoro che veniva seguito in casa.”

Elemento presente in tutti i diversi modelli di relazioni domestiche fu il mantenimento fino a tempi molto recenti della superiorità del potere e dell’autorità dell’uomo: la struttura ed il potere patriarcale fu caratteristica comune a tutte le differenti relazioni familiari e domestiche.

Nel secolo XIX tale modello basato sulla completa e totale deferenza dei figli nei confronti del padre, entrò in crisi e si affermò un modello, detto coniugale intimo, in cui il maschi (marito e padre) pur continuando ad avere potere e d autorità assoluta riduceva di molto le distanze sociali con la moglie ed i figli.

Volontariamente si ebbe una riduzione ed un controllo delle nascite e, in maniera indirettamente proporzionale, aumentò il tempo dedicato dai genitori ai propri figli. Ciò fu, ovviamente, il frutto delle grandi trasformazioni sociali, politiche ed economiche avvenute nei secoli XVIII – XIX (in primis la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese) che, messo in crisi l’Antico Regime, produsse grandi cambiamenti ai quali dovettero adeguarsi anche le relazioni familiari: nasceva un nuovo modello di famiglia dapprima sviluppatasi nei ceti più alti della realtà urbana e poi estesasi anche nei ceti meno abbienti, che avrebbe visto la propria affermazione nel XX secolo.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

La crisi della famiglia

2 marzo 2009

lw4_wii_wideweb__470x3710In questo periodo sono in crisi tutte le istituzioni. Non solo le istituzioni dello Stato, ma anche quelle che i sociologi definiscono le istituzioni della socializzazione come ad esempio la famiglia e il mondo del lavoro.

Per quel che riguarda la struttura e le dimensioni della famiglia si sono registrati negli ultimi decenni dei cambiamenti radicali. Da una famiglia patriarcale patrilineare estesa si è passati ad una famiglia nucleare moderna(padre, madre, figli).

Se da un lato non è da rimpiangere l’autoritarismo dei padri e dei mariti di una volta, dall’altro va anche detto che i legami di sangue sono meno saldi di un tempo.

Ciò non avviene solo in Italia, ma in qualsiasi paese industrializzato la famiglia è in crisi e se riesce ad assolvere ancora oggi la sua funzione economica, altrettanto non si può dire della sua funzione formativa nei confronti dei figli, che attualmente viene delegata esclusivamente alla scuola. In questi ultimi anni la famiglia è meno coesa rispetto ad un tempo.

Questo non significa che la famiglia prima non era origine di conflitti e di contrasti insanabili. Ci si ricordi della “Lettera al padre” di Kafka, in cui descrive il proprio genitore come un despota. Le amicizie si possono scegliere, i propri consanguinei invece no. Ma mai come adesso la conflittualità era stata così elevata.

E’ probabile che ciò sia dovuto alla confusione di ruoli(padri che sono costretti a fare i mammi e quando i figli sono adolescenti a fare gli amici dei figli), che alla sovrapposizione dei ruoli(si pensi ad esempio alla donna impegnata sia come madre che come lavoratrice).

Come se non bastasse il mondo esterno è talmente competitivo e frustrante, che spesso i familiari non riescono a darsi reciprocamente un adeguato sostegno psicologico ed affettivo. Ogni coniuge sente già gravare su di se il peso dei propri problemi lavorativi, che spesso non riesce a farsi carico dei problemi lavorativi del partner.

In questo clima sono aumentati i divorzi, ma anche i secondi matrimoni e non di rado la situazione familiare si complica. Diviene un intreccio complesso di relazioni umane, che può talvolta sfociare nell’indifferenza reciproca. E’ difficile per un figlio accettare un altro padre o un’altra madre.

Gli antropologi del secolo scorso si erano illusi quando ritenevano che la nostra società fosse superiore a quelle cosiddette primitive anche per la nostra monogamia e che si potesse analizzare certe tribù da un punto di visto prettamente diacronico. Siamo monogamici parzialmente ed è il caso anche di dire formalmente.

In pratica al momento attuale le famiglie italiche hanno più problemi delle famiglie scaturite dalla poligamia. Anche il matrimonio è in crisi, eppure è necessario per la perpetuazione della specie e per l’esogamia. Per tutte queste ragioni in Italia stanno aumentando oltremodo i single. Nelle società contadine, dove vigeva la divisione del lavoro tra i sessi, lo scapolo o la zitella erano considerati negativamente da tutti, perché la moglie svolgeva delle funzioni domestiche ed era l’angelo del focolare ed i figli rappresentavano forza lavoro per i campi.

Oggi invece sempre più persone decidono di vivere da single per scelta e non perché rifiutati come un tempo dall’altro sesso. Non so se sia meglio non assumersi la responsabilità di formare una famiglia o creare una famiglia disastrosa e generare altre infelicità oltre alla propria.

Fonte: http://it.geocities.com

I Single Parassiti

24 febbraio 2009

man_cat_dog_fridge2«Mandiamo i bamboccioni fuori di casa». Non usa mezzi termini il ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, parlando della Finanziaria e della norma che prevede affitti agevolati per i più giovani: «Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano, e non diventano autonomi».

Nel 1993, il 56% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni, non sposati, viveva insieme ai genitori. Nel 2003, si era arrivati a quota 60%, e i giornali oggi parlano addirittura del 70%, oltre 5 milioni e mezzo, di “bamboccioni”, che popolano l’Italia.

C’è chi fa un paragone con altri giovani europei, scandinavi in testa, fuori di casa appena raggiunta la maggior età, e che vede gli italiani attaccati alla sottana della mamma in stile Alberto Sordi nel film di Fellini, “I vitelloni”: “Mamma, non piangere, io non ti lascio!”.

In realtà, come “patria dei mammoni”, l’Italia non ha poi molto da invidiare a paesi come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, dove questi giovani sono conosciuti come “boomerangers”. Ma c’è un paese in cui il problema dei figli che non vanno via di casa è arrivato molto prima: il Giappone, paese del sol levante, patria dei “single parassiti”.

L’espressione “single parassita” (in giapponese “parasaito shinguru”, dall’inglese “parasite single”) è apparsa per la prima volta in un articolo del 1997 del quotidiano giapponese “Nihon Keizai Shinbun” . Yamada Masahiro, docente di sociologia all’università Gakugei di Tokyo, la coniò per definire i giovani tra i 20 e i 34 anni che, pur potenzialmente indipendenti dal punto di vista economico, continuano a vivere a casa dei genitori e a dipendere da loro per vitto e alloggio.

Non contribuire alle spese domestiche, spendere lo stipendio in prodotti di marca, viaggi e divertimenti, rimandare il matrimonio il più possibile: è questo lo stile di vita dei single parassiti degli anni Novanta, epoca d’oro di questa “generazione di egoisti” che nel 1995 comprendeva circa dieci milioni di giapponesi.

Le statistiche parlavano della maggior parte di loro come lavoratori a tempo indeterminato tra i 20 e i 29 anni, che sceglievano di vivere da single mantenuti e di togliersi ogni sfizio prima che arrivasse il matrimonio ad abbassare il loro tenore di vita. Tutto questo, con la prospettiva di sposarsi un giorno o l’altro, il più tardi possibile e stipendio di mamma e papà permettendo.

Uno stile di vita beato e agiato, lontano dai valori tradizionali legati al matrimonio e sempre più desiderabile soprattutto per le donne. Non a caso, le statistiche parlavano di un fenomeno soprattutto al femminile, di ragazze giapponesi non più disposte a vestire i ruoli tradizionali di una società che ha sempre avuto al centro di tutto l’uomo.

Ecco allora una schiera di donne parassite, che rifiutano di sposarsi e spendono e spandono in prodotti di marca, Prada, Gucci, e Louis Vuitton in testa, e che non si sentono offese se la stampa parla di loro come “parassite”, ma, anzi, trovano il termine “kawaii” (carino). Una generazione di donne che sceglie di non essere moglie per forza e senza altra scelta, e che pensa che essere single non sia un segno di cattiva reputazione, ma il frutto della voglia e del diritto di affermarsi.

Ecco allora un’altra definizione che negli anni Novanta rimbalza da una parte all’altra del Giappone, che si ripete ogni qual volta si affronti il problema del calo di nascite nel paese, che invecchia sempre più: quella di oggi è una “mukekkon sedai”, una generazione che non si sposa. Che si fa mantenere da genitori in buone condizioni finanziarie grazie ai benefici del periodo della “bubble economy” (economia della bolla) degli anni Ottanta.

Dopotutto, se possono viziare i loro figli, perché non farlo? “Perché le donne viziate cresciute nel periodo della bolla economica si sono abituate ad uno stile di vita al quale non rinunciano neanche in un periodo di forte recessione economica”, risponde Yamada.

Nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, aumentano i giovani che non riescono ad avere un posto di lavoro fisso a tempo pieno, e che non possono permettersi di vivere da soli anche se vogliono farlo. Si può definire egoista una generazione in cui dilagano i “freeters”, lavoratori che passano da un lavoro a tempo determinato a un altro, o vivono di più lavori part-time senza riuscire a trovare un posto fisso come i nostri giovani lavoratori precari? In un paese come il Giappone, in cui il costo delle case e degli affitti è notoriamente alto, se un single parassita decide di rendersi indipendente rinuncia, in media, a due terzi delle proprie entrate.

Ecco allora che essere single parassita non è più una scelta libera e consapevole come negli anni ‘80 e nei primi anni ‘90, ma è diventata una mancanza di alternative. Che forse, chi lo sa, è anche il motivo che spinge sette giovani italiani su dieci a comportarsi da “bamboccioni” e ad evitare di crearsi una famiglia.

Articolo di Irene Gioiello

Fonte: http://www.informagiovani-italia.com

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