Posts Tagged ‘pensieri’

Cervello e Cambiamento

9 giugno 2010

I cinesi lo chiamavano “Cuore Celeste”, l’antroposofia “l’organo dello Spirito”. Per le neuroscienze il cervello in azione è la mente. Definitivamente, per Joe Dispenza – che Scienza e Conoscenza ha intervistato a Milano a Novembre 2008, in occasione del suo seminario - il cervello è “l’organo del cambiamento” così come i polmoni, per esempio, sono l’organo della respirazione.

Scienza e Conoscenza: Quali sono state le scoperte e ricerche nel campo delle neuroscienze che hanno dato sostegno alla tua intuizione della mente che da forma alla realtà?

Joe Dispenza: Tutto quello che ci compone, il “tu” e il “me” – i nostri pensieri, i sogni, le nostre memorie, le speranze, i sentimenti, le nostre fantasie segrete, i nostri timori, le abilità, le nostre abitudini, i dolori e le gioie – è inciso nel reticolo di lavoro vivente dei 100 miliardi di cellule del cervello. Se imparate oggi anche un solo bit d’informazioni, le minuscole cellule cerebrali creeranno nuovi collegamenti tra di esse e chi sei “tu” ne sarà alterato. Questo “tu” come essere senziente è immerso e realmente esiste nel web elettrico e interattivo del tessuto cellulare del cervello. Il modo in cui le nostre cellule nervose sono specificamente organizzate da ciò che impariamo, che ricordiamo, da ciò che sperimentiamo e che prevediamo, da ciò che temiamo, così come da ciò che pensiamo di noi stessi, ci definisce individualmente ed è riflesso nei nostri collegamenti neurologici interni. Siamo costantemente un “work in progress” [un processo in elaborazione, ndr].

Il cervello è l’organo del cambiamento. C’è un concetto nelle neuroscienze denominato neuroplasticità, che dimostra che il cervello altera se stesso ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo. Inoltre cambia quando abbiamo una qualsiasi nuova esperienza. La nostra materia grigia – per funzionare al meglio nella vita – si riorganizza nel frattempo che scegliamo di modificare il nostro comportamento. In altre parole quando realmente cambiamo idea (change our mind in originale, ndr), il cervello cambia… e quando cambiamo il cervello, la mente cambia.

Ecco che cosa intendo. Secondo le neuroscienze, la mente è il cervello in azione. La mente è il cervello al lavoro. È il prodotto dell’attività del cervello quando è animato dalla vita. Ora con 100 miliardi di cellule nervose cablate insieme, diventa palese che possiamo produrre molti livelli diversi di mente. Per esempio, la mente che usiamo per fare il make-up è differente dallo stato mentale usato per guidare. Ugualmente, “mettiamo insieme” una mente diversa quando assumiamo il ruolo della vittima contrariamente a quando dimostriamo gioia. Tutto questo è così, perché abbastanza semplicemente possiamo indurre interi gruppi di cellule nervose ad attivarsi in modi molto diversi.

Non più di trenta o quaranta anni fa, c’era la credenza unanime nel campo delle neuroscienze che il cervello era hardwired, volendo significare che siamo nati con una determinata quantità di collegamenti neurologici e la finalità della vita era che ci saremo, crescendo, riorganizzati come i nostri genitori. Era una percezione accettata che questo organo fragile, denominato cervello, non potesse ottimizzare i relativi fissaggi (hardware). Ma con l’avvento delle ultime tecnologie nel campo del linguaggio figurato funzionale (brain scans) risulta palese che è possibile far lavorare diversamente il nostro cervello (process mind). Di fatto, alcune delle ricerche dell’università del Wisconsin hanno dimostrato che qualcosa di semplice come l’attenzione – o concentrazione focalizzata - sia un’abilità, come il golf o il tennis. In altre parole, più vi esercitate nell’essere coscienti o attenti, più facilmente lo sarete in seguito.

Ora proprio qui giace il paradosso. Se possiamo davvero cambiare il cervello e la mente, allora chi è che attua il cambiamento? Il cervello non può cambiare se stesso. E’ un organo come i reni e il fegato. Il cervello non è niente senza la vita. La mente non può cambiare il cervello perché è un prodotto del cervello stesso. Ricorda la mente è il cervello in azione. Chi allora sta attuando il cambiamento del cervello e della mente? La risposta è quella parola che è stata evitata dalla scienza con tutte le sue forze. É la coscienza che usa il cervello e il corpo per produrre molti e diversi livelli della mente. Ed è solo quando siamo davvero consci e consapevoli che possiamo fare cambiamenti visibili riguardo a chi siamo e a come possiamo pilotare le nostre vite.

In aggiunta, le scansioni cerebrali hanno chiaramente provato che possiamo cambiare il cervello semplicemente pensando diversamente. Nel caso di un’attività come quella di suonare il piano gli stessi circuiti saranno creati da chi fa fisicamente l’azione così come da coloro che semplicemente si eserciteranno a riportare mentalmente alla memoria scale e accordi. Messa giù semplice, quando siamo veramente attenti e focalizzati il cervello non conosce la differenza tra ciò che accade nell’occhio delle nostra mente e quello che invece prende forma nel mondo. […]

A causa della misura del lobo frontale nel cervello umano, possiamo rendere i pensieri più reali di qualsiasi altra cosa. Questo è il privilegio di essere degli umani. E quando viene richiesto, come negli innumerevoli esperimenti e test effettuati, un training o una performance mentale, il cervello a livello sinaptico, mostra a tutti gli effetti di aver avuto l’esperienza. E con una pratica consistente il cervello e il corpo saranno fisicamente mutati nella realtà fisica senza aver mai fatto l’esperienza fisica stessa. Abbiamo creato l’hardware neurologico da usare nell’esperienza futura che ci attende.

Applicando questa comprensione al modello quantistico che afferma che la nostra mente soggettiva ha un effetto sul mondo oggettivo (la coscienza crea la realtà), possiamo cominciare ad esplorare l’idea che se il nostro cervello e il corpo evidenziano cambiamenti fisici per assomigliare all’esperienza che è già accaduta, quale risultato dei nostri sforzi mentali e prima che la manifestazione fisica della coscienza sia accorsa, allora teoricamente sarà l’esperienza a trovarci!

Un cervello che funziona in modo coerente è qualcosa “di più” dei due lobi – destro e sinistro – che funzionano in modo equilibrato? Che cosa e in che modo “di più”?

il funzionamento degli emisferi destro(dx) e sinistro(sx) è stato ora ridefinito dalle neuroscienze. Una volta si diceva che la parte sinistra del cervello era quella logica, ragionante mentre quello destro era il cervello creativo, romantico, spaziale. In effetti proprio il cervello sx funziona secondo una serie di processori lineari d’informazioni, mentre il dx è come un processore parallelo, olistico. Recenti ricerche hanno dimostrato che la novità cognitiva appartiene al dx, mentre la routine cognitiva dipende dal sx, e questo è un bel modo di spiegare perché il cervello dx è “il grande creatore”. L’arte consiste nel mantenere equilibrati entrambi gli aspetti. Alcune persone tendono ad essere dei grandi ricercatori di novità ma poi non le memorizzano nella routine, mentre alcuni sono così rigidi nella loro routine che non imparano niente di nuovo. In un certo senso, questo crea una disparità nel cervello, ma quando parliamo di coerenza del cervello, che è una delle mie passioni, il riferimento è la misurazione elettroencefalografica delle onde cerebrali. Quando siamo sotto stress, arrabbiati, aggressivi, ansiosi, paurosi, quando soffriamo, emettiamo delle sostanze chimiche che disintegrano il sistema nervoso e anche il cervello, e quelle stesse sostanze fanno sì che il cervello diventi ossessivo. Siamo ossessionati dai nostri problemi e non riusciamo a smettere di pensarci.

Ebbene questi tipi di sostanze chimiche sono quelle che a breve termine permettono al leone di focalizzarsi sulla gazzella ferita e alla gazzella di focalizzarsi sul leone, e quel focus indiviso del corpo nell’ambiente in un certo determinato momento è la chimica che permette alla sopravvivenza di avere luogo. Gli esseri umani, però, trattengono questo stress attivo più a lungo del necessario, perché possono attivare la risposta allo stress non soltanto reagendo all’ambiente ma anche semplicemente pensando a qualcosa di stressante, preparandosi nei suoi confronti, aspettandolo. Continuiamo a prepararci per un evento che, di fatto, abbiamo già creato, inventato nella nostra mente e questa è chiamata ansia, disturbo da compulsione ossessiva, nevrosi, detta anche depressione. L’effetto a lungo termine di ciò provoca un cervello molto disintegrato e fa si che diventiamo eccessivamente analitici, e quindi, ossessionati.

Quando invece creiamo un’autentica coerenza cerebrale – e la ricerca negli USA dimostra che una persona quando inizia a rallentare il proprio cervello passando a uno stato meditativo, se lo fa correttamente e va oltre la sfera analitica, il suo focus diventa più aperto, più diffuso – consentiamo alla nostra mente di spostarsi dall’ossessione, diventando in un certo senso “privi di se” (selfless). Allora il cervello passa a quelli che sono chiamati modelli in sincronia di fase.

La chimica dello stress induce il cervello a rimanere in quello che è detto lo stato superiore delle onde Beta, uno stato super analitico, super precipitoso, super ansioso e la maggior parte delle persone vive in quella gamma di frequenza. In tale stato il cervello inizia a lavorare troppo velocemente e a precipitarsi nel tempo, valutando che cosa potrebbe succedere basandosi sul passato. Anticipa un evento futuro ma lo fa su queste basi e quindi continua a riciclarci in tale condizione discontinua. Ma quando ci permettiamo di arrenderci, di rilassarci e iniziamo ad addestrarci in modo corretto nella meditazione, a essere presenti, il cervello comincia a spostarsi in quei modelli alfa sincronizzati che sono molto ordinati. Tutte le onde si muovono insieme e la coerenza che ne deriva permette a parti diverse del cervello di iniziare a comunicare in modo corretto come se la sinfonia diventasse sempre più armonica, il ritmo del cervello più organizzato. Ora così come ci si esercita a suonare il piano o a giocare a tennis ci si può esercitare anche in questo, e più lo si fa, più diventa familiare. E’ l’ordine creato che è così splendido nei modelli in sincronia di fase. Quella coerenza, quell’integrazione del cervello, improvvisamente invia un segnale estremamente coerente a tutto il sistema nervoso che attraversandolo reintegra tutti gli altri sistemi: il digestivo, l’immunitario, il circolatorio…

Alcuni affermano che un pensiero è solo un pensiero, non significa che sia la realtà. Da un altro punto di vista i pensieri sono reali, come cose. Secondo la tua esperienza quale delle due affermazioni è più vera?

Io penso che la scienza stia cercando di ridefinire, specificare questa faccenda del pensiero e la parola che ora usa è co-scienza, giusto? E’ quella cosa che sebbene così immateriale, lascia degli effetti nella mente, nel cervello, nella mente corporea. I pensieri nel cervello sono cose reali, perché qualunque sia la loro provenienza, e qualsiasi siano le teorie sull’origine degli stessi, è necessario prendere atto che il pensiero ha degli effetti misurabili sul corpo; in altre parole quando avete un pensiero producete sostanze chimiche, il vostro cervello rilascia o mette in circolo una serie di molecole, e in pochi istanti vi sentite esattamente nel modo in cui state pensando. Se si tratta di pensieri d’insicurezza vi sentirete insicuri, ora nell’istante in cui cominciate a sentirvi insicuri, dato che il cervello è in costante comunicazione con il corpo, cominciate a pensare proprio come vi sentite e vi sentite nel modo in cui pensate. Ecco l’effetto che il pensiero produce sul corpo.

Qualcosa si può dire anche sullo stesso effetto a distanza. In tutto il mondo sono stati fatti 2500 studi sul potere della preghiera, o come il pensiero può aiutare una persona a star meglio in altro luogo; ma non basta semplicemente un pensiero. Se prendete un gruppo di persone e chiedete loro d’inviare un’intenzione a un filamento di DNA in provetta perché si srotoli, queste persone possono avere un’intenzione chiara e concisa ma questo non influisce sul DNA. Non c’è alcun potere nell’intenzione da sola. Lo stesso se prendete un altro gruppo di persone dicendo loro di spostarsi in uno stato d’animo elevato, di provare amore, gioia e poi irradiare questo campo al di fuori… Di nuovo nel DNA non succede niente. Quando, però, combinate l’intenzione con la sensazione di uno stato d’animo elevato oppure con la percezione indotta dalla visione dello srotolarsi di tale DNA, il 25% a quel punto si srotola.

Tu intendi, dunque, un pensiero intenzionale elevato? E i pensieri non intenzionali?

Sì, parlo di un pensiero intenzionale conscio, che è la carica elettrica del campo quantistico, mentre il sentimento, la sensazione è la carica magnetica. Il modo come pensiamo e sentiamo crea il campo elettromagnetico che circonda il nostro corpo. Che dire invece dei nostri pensieri non intenzionali? Sono anche chiamati pensieri inconsci e sono cablati così rigidamente nel cervello perché continuiamo in modo inconsapevole e ripetitivo ad attivarli e collegarli. Quei pensieri hanno degli effetti altrettanto drastici nel campo quantistico perché, che ci crediamo o no, sono più facili da elaborare nel cervello e nella mente, e la loro ridondanza è trainata dalle stesse sensazioni ad essi collegate….cosa voglio dire con questo?

Quello che intendo è che una persona può avere tutte le buone intenzioni del mondo, desiderare una vita grandiosa, ma siccome ha memorizzato la sofferenza per 20, 40 anni, questa sofferenza inconscia è ciò che continua a creare gli stessi ostacoli ripetitivamente nella vita. Quindi l’arte del cambiamento richiede una sorta di addestramento in quel sistema di memorie automatiche, riorganizzandolo in modo da dissolvere quei programmi subconsci che continuano a guidarla verso lo stesso destino. E tali programmi sono basati sui suoi pensieri e sentimenti inconsci.

Quindi, se intendo bene, è necessaria una deprogrammazione che ci faccia saltar fuori da pianificazioni cerebrali su cui ci siamo inconsciamente allenati per anni e anni?

Nel mio lavoro il primo stadio del cambiamento è sempre disimparare o deprogrammare per poi reinventare. Non potete seminare un giardino se prima non strappate vie le piante dell’anno precedente, zappando, spezzando le zolle e poi fertilizzando. E’ necessario prima “fare spazio”. Insegno a disimparare, deprogrammando. I primi sei passi del mio metodo riguardano proprio il disimparare, perché questa è la parte difficile. Una volta che avete disimparato waooo… avete una nuova visione del paesaggio, vedete un nuovo orizzonte.

Qual è la differenza, se c’è, tra l’essere in uno stato di autoipnosi, e permanere in una catena ripetitiva di pensieri?  Suggerisci del lavoro, dei corsi di ipnosi o di pnl?

Possono essere utili sì, ma soltanto quando si è andati al di là della mente analitica, l’ipnosi non funziona se non si è andati oltre il pensiero analitico.

Tu dici che i pensieri ripetitivi sono come una sorta di auto-dialogo ipnotico, nel senso che sono io stesso che parlo con me stesso giusto? È una specie di trance…

La deprogrammazione richiede di spostarsi un uno stato di trance perché c’è molto dietro a quel pensiero analitico, a quella mente analitica, e lì che c’è tutta la “spazzatura” quindi l’unico modo per andare oltre questa sorta di barriera è quello di trasformare le onde cerebrali in quello stato sincronico di fase Alfa, ovvero uno stato molto vicino al sonno, anzi potete addormentarvi, senza neanche pensarci, il corpo scivola nel sonno…

Conosci il metodo di Vianna Stibal, il theta healing, in che modo, secondo le tue conoscenze, la sua efficacia si avvale delle onde cerebrali?

Sì, ne ho sentito parlare… Quando abbiamo dei programmi inconsci più volte ripetuti, essi prendono sede nel cervello subconscio. Quello che sto cercando di dire in realtà è che il corpo ha memorizzato quel comportamento e quella reazione emozionale meglio della mente conscia e quando il corpo sa meglio della mente è il corpo stesso che la dirige. A questo punto quindi noi sottostiamo agli effetti derivanti dal corpo che controlla il cervello, il nostro sentirci, il nostro feeling, controlla la sfera del pensiero e non viceversa. Il 90% di chi siamo entro l’età di 35anni si trova nei programmi subconsci.

Così una persona vuole cambiare e dice: «Bè, certo mi piacerebbe far questo, essere così, vorrei essere felice…». Di fatto, però, è il corpo che sta dirigendo tutto quanto, perché ha memorizzato la sofferenza, giusto? Per rimanere in questo esempio, quindi si tratta di entrare nel sistema operativo ed effettuare il cambiamento. E cosa vuol dire questo? Non si può comunque farlo con la mente conscia, innanzitutto perché la mente conscia rappresenta il 10% della mente e, in secondo luogo, quando il programma è in funzione non potete fermarlo con la mente conscia, sarebbe come se il vostro computer impazzisse e voi cominciaste a urlargli. Non avrebbe nessun effetto, dovete entrare nel sistema operativo.

Quando ci spostiamo dallo stato Beta allo stato Alfa passiamo semplicemente dalla mente conscia alla mente subconscia, oltrepassiamo quindi il muro della mente analitica, questo è un gran bel stato dell’essere perché è lì che l’integrazione ha luogo. Ora se permettiamo a noi stessi di continuare a rilassarci… Ora, ascolta bene le parole che uso, permettiamo al corpo di incominciare a tormentarsi ma mantenendo la mente cosciente sveglia. Adesso ci troviamo veramente su un terreno molto fertile, per questa ragione: se il corpo è diventato la mente, e se quindi il servo è diventato il padrone, sta guidando, dirigendo la mente. Se lasciamo che il corpo si addormenti e manteniamo sveglia la mente conscia, non saresti d’accordo nel dire che non ci sarebbe più nessun corpo-mente che oppone resistenza al cambiamento?

Abbiamo appena tolto il controllo a quella “cosa” che aveva memorizzato queste tendenze, queste caratteristiche, questi tratti, quindi il corpo non sta più opponendo resistenza perché è addormentato ed è questo il punto in cui può accadere nel corpo un cambiamento istantaneo perché se possiamo avere il pensiero come esperienza in questo stato, il corpo si riorganizzerà non soltanto come architettura neurologica ma comincia automaticamente a cambiare, quindi quella zona crepuscolare è molto sottile, molto ristretta, se la mancate ritornerete a dormire in un sonno profondo.

Allora l’arte di essere capaci di scivolare in quella porta, in quella zona, richiede molto tempo trascorso a imparare gli stadi dello spostamento attraverso queste fasi, prestando attenzione a come ci si sposta. I trascendentalisti negli Stati Uniti come Whitman e altri lo sapevano. Si sedevano su una sedia con delle sfere di acciaio in mano e si concedevano di entrare nello stato Alfa. Quando si spostavano nello stato Theta il corpo si addormentava e quindi la sfera cadeva, e loro si addestravano a rimanere svegli mentre il corpo si addormentava. Una volta che riuscite a far questo siete in una zona in cui non siete più un corpo, il corpo non c’è più e in quello stato siete completamente sgombri, liberi, potete fare delle cose straordinarie e il corpo risponderà spontaneamente. Gli stati profondi nei soggetti ipnotizzabili, sonnambuli, gli stati profondi dei soggetti che rispondono effettivamente all’ipnosi, questi soggetti hanno una zona Theta estremamente definita, sono molto programmabili in quello stato e questo è il motivo per cui manifestano dei cambiamenti immediati e in breve tempo.

Quindi lo spazio Theta è proprio subito prima di addormentarsi oppure subito prima di svegliarsi alla mattina…

Si scivola nello stato Theta in diversi momenti. Quando si hanno dei sogni lucidi oppure ci si può sentir russare o cose del genere. Allora la nostra coscienza è, per così dire, separata dalla densità del corpo. Ciò che rende facile perdere questo stato, mancarlo, sta nel fatto che il cortisolo e l’adrenalina, derivati dello stress, disintegrando il sistema nervoso, richiudendo quel piccolo intervallo theta. Infatti è lo stato Alfa che è cambiato, quindi il cervello non è più sincronizzato e dallo stato beta passa direttamente e molto velocemente nel delta, ma non rimane molto a lungo in questo stato delta perché il ciclo del riposo, e quindi della rigenerazione, non permette mai alla persona di scendere profondamente in quello stato delta per un autentico cambiamento. Gli schemi del sonno diventano disorientati, la chimica del cervello cambia, i livelli di serotonina e melatonina mutano e questa persona non riesce a dormire, a ristorarsi e se non riesce a ristorarsi non può essere in salute.

Ecco perché quando si fanno dei pisolini (parasonnellini) quando ci si siede e in 20 minuti ci si addormenta e ci si risveglia, poi ci sentiamo fantastici, ci sentiamo benissimo. In questi sonnellini si passa semplicemente da beta a alfa e poi a theta senza mai entrare veramente nel delta profondo oppure si entra nello stato delta profondo ma si risale immediatamente, ritornando attraverso tutti quegli stati perché magari non eravamo neanche sdraiati ma quasi seduti, in un modo in cui l’effetto cascata chimica del cervello alimenta i cambiamenti. Anche lavando i piatti, svolgendo attività quotidiane a volte, succede che il cervello inizia a spostarsi nello stato di trance alfa in sincronia di fase e se ci esercitiamo sempre di più con tale stato, Theta avviene man mano sempre più accessibile per noi.

Quando sei guarito, chi è stato il guaritore, tu o quell’ordine o intelligenza superiore – di cui parli nel tuo libro – oppure, per dirla alla rovescia, pensi di essere tu quell’ordine o intelligenza elevata?

(Ridendo) no, no io non lo sono… siamo tutti connessi a quell’ordine o intelligenza superiore, ma gli stati emozionali e le caratteristiche abituali che noi memorizziamo in quanto identità, in quanto ego, sono ciò che ci separa da quel flusso d’intelligenza, che di fatto ci attraversa. Man mano che iniziamo a toglierci le maschere emozionali ecco che tale intelligenza comincia a trapelare e a fluire attraverso di noi, e noi diventiamo più simili ad essa, più amorevoli, più gioiosi, più ricchi d’ispirazione, più creativi… Questi sono gli effetti collaterali. L’ho imparato nella mia guarigione personale poiché ho voluto andare incontro a tale ordine supremo, “creare spazio” per esso.

Mi ero rotto la schiena, potevo soltanto sedermi – al massimo guardare la televisione – e porre attenzione al modo in cui pensavo. E se credete che questa intelligenza-ordine sia reale, siete più avanti della maggior parte delle persone, dato che è invisibile, non la si può sperimentare con i sensi, quindi tendiamo a dimenticarcene. Io, però, avevo una preparazione specifica nel campo della salute e quindi sapevo che c’è qualcosa che dà la vita ed è risanante. Sapevo che potevo incontrarla, e che rabbia e paura sarebbero state d’impedimento a quell’arrendermi, abbandonarmi affinché fosse lei a compiere la guarigione. E’ a quel punto che ho notato dei cambiamenti nel mio corpo e ho cominciato a dire waooo oggi mi sento meglio… Adesso so che è stato quel potere, quell’intelligenza all’interno di ogni essere umano, ma dobbiamo andarle incontro.

La nostra volontà deve combaciare con la sua, la nostra mente con la sua mente e il nostro amore per la vita deve combaciare con il suo amore per la vita, e quando ci sforziamo di contattarla, riusciamo a eliminare i blocchi che ci impediscono di raggiungere quello stato elevato. Le situazioni che creiamo nella nostra vita fisicamente, emotivamente e mentalmente riguardano tutte l’essere in grado di imparare qualcosa e porci nuove domande. Se vi alzate alla mattina, odiando la giornata che vi viene incontro, convincendovi che niente va bene, colmi d’ingratitudine, ecco che creerete le circostanze adatte a sentire esattamente quella sensazione d’infelicità, ancora e ancora…

Nel tuo approccio sembra che l’essere e la personalità coincidano. E’ così?

L’essere e la personalità abitualmente coincidono… sebbene la mia esperienza mi dica che l’essere è semplicemente “l’io sono” e non io sono sicuro o insicuro, buono o cattivo… Lo stato ultimo, supremo della persona è “l’io sono”, ma di solito l’essere viene sempre congiunto a qualcosa ad esempio, io sono nella sofferenza e questo è uno stato d’essere, l’io sono è definito come sofferente, insicuro, degno, indegno… Tuttavia nello stato supremo, ultimo dell’io sono, non c’è niente di congiunto ed è proprio lì che vogliamo arrivare, che stiamo cercando di arrivare.

Dunque, se alla fine non siamo la mente, la personalità – e non lo siamo?!?!? (Dispenza annuisce…) – perché allora tutto questo darsi da fare per cambiarla?
(risata piena) Di nuovo ripeto, la mente è nel contesto, il cervello all’opera. L’enfasi sul cambiamento del cervello, della mente si focalizza sull’effetto. Il cambiamento è l’effetto. Quindi cambiare la mente è l’inizio e ciò che avvia un diverso funzionamento del cervello. Quando parliamo del cervello che si attiva secondo le stesse sequenze-combinazioni, è perché la persona pensa sempre gli stessi pensieri, potremmo dire che ha una mente molto finita e quindi crea letteralmente come un box nel cervello, non riesce a far sì che lavori secondo modelli diversi, non ha i circuiti per farlo. Pensare al di fuori del box invece vuol dire creare una nuova mente, far sì che il cervello lavori e funzioni secondo nuove sequenze e l’ingrediente grezzo che consente di farlo più facilmente è l’informazione.

La ripetizione di quel processo, il rivisitare le stesse informazioni più volte e l’applicazione di ciò allestisce nuove esperienze, rinforza la nuova mente e quindi insegna al corpo quello che la mente ha compreso intellettualmente e la persona passa a un nuovo stato d’essere. Questo è necessario….e siccome il cervello è così plastico, acquoso, liquido, così modificabile ecco l’evidenza, la prova stessa del fatto che possiamo cambiare…poiché accade per tutta la vita, anche quando abbiamo 70-80-90 anni…..

Sembra che dobbiamo darci da fare per creare un nuovo processo di pensiero mentre potrebbe apparire più saggio creare quel terreno dove il pensiero sfuma, scompare…

Questa è una grande idea….Il tipo di pensiero che abbiamo in modo routinario, ogni singolo giorno, risponde all’ambiente ed è molto, molto mondano, questo tipo di pensiero è basato chimicamente e neurologicamente su uno schema, un modello molto reattivo che è connesso alla nostra mente analitica. Giudichiamo, valutiamo il bene, il male, il giusto, lo sbagliato quello che ci fa sentir bene, quello che ci fa sentir male, che ci fa sentire a nostro agio ecc…. e lo facciamo in modo inconscio. Questo accade automaticamente, è così associativo che se non mi piaci, mi viene voglia di alzarmi e di andarmene. Agisco quel sentire ancora prima di avere il pensiero conscio, mentre se mi piaci, la maggioranza delle volte, mi avvicinerò a te, siccome mi fa sentir bene, mi fa star bene non penserò nemmeno al perché lo faccio, semplicemente so che mi fa star bene starti vicino, quindi diventa automatico… Quel tipo di pensiero è il modo edonistico basato su dolore e piacere in cui le persone rimangono intrappolate, e quindi sono impedite nel cambiamento. Quel tipo di pensiero li mantiene schiave della mente, in altre parole non riescono a pensare “più in grande” e oltre il loro ambiente.

Il tipo di pensiero di cui sto parlando, quando dico di pensare diversamente, non è guidato dalla chimica della sopravvivenza o dallo stress – che fa sì che il nostro pensiero abbia una frequenza bassa – sto parlando di progettare una nuova idea, progettare un nuovo destino, ripensare se stessi ed il fatto che dobbiamo iniziare a pensare in modi diversi per poter arrivare a quel destino. Ora nel processo creativo c’è un momento in cui “dimentichiamo” letteralmente i noi stessi di sempre, abbandoniamo i centri associativi del cervello, abbandoniamo tutti quei circuiti che si raffreddano nei termini di ciò che conosciamo… Quel momento di assenza di pensiero analitico è il momento della creazione. E’ un processo difficile da spiegare. Salire su una bicicletta e pedalare, lo facciamo sempre, anche quando siamo in macchina e guidiamo, guardando fuori dal finestrino. Azioni che facciamo continuamente, e quando le facciamo continuiamo a pensare alle cose che conosciamo già… E se potessimo utilizzare questo stesso fenomeno di contemplazione per iniziare a pensare… cioè invece di pensare a esiti futuri o al passato, spostarci piuttosto in uno stato d’animo elevato e innamorarci di quell’idea, dimenticandoci dei soliti noi stessi, non pensando più a niente, arrendendoci, quello sarebbe lo stato ultimo, quell’istante in cui abbandoni il piccolo sé è l’istante in cui ti sposti in quella “mente più grande”, ecco la risposta…..un buon luogo in cui finire, vero?

Brevemente, qual è il tuo modo di vivere: “Io sono nelle mani della vita” o “la vita è nelle mie mani”?

Penso che sia una delicata danza tra le due cose, penso che il predeterminato e la casualità siano una danza. E’ il nostro essere in un processo di creatori divini che ci consente di lasciare i dettagli a quella mente più grande, vivendo come se le nostre preghiere fossero già soddisfatte. Vivete così, lasciando che la causalità della mente più grande organizzi gli eventi in un modo che a noi non verrebbe mai in mente, così da poter rimanere sorpresi e innamoraci della vita, e quella gioia che sentiamo ci ispiri a rifarlo di nuovo.

Leggendo il tuo libro sembra che la mente sia un prodotto del cervello. Di fatto molti dei protagonisti delle nuove scienze affermano il contrario, non ultimo Sheldrake…. Puoi spiegare il tuo punto di vista?

Il mio è un libro di neuroscienze, nel cui campo la mente è: il cervello al lavoro. Ho preso quella definizione e l’ho mantenuta perché voglio introdurre l’idea – la definizione – che il concetto di mente che c’è nel libro è lo stesso che usiamo per coscienza. Quando ci si riferisce al buddismo, al modello di Sheldrake, la loro definizione di mente è intercambiabile con la mia definizione di coscienza. Quindi nel buddismo tradizionale o nelle antiche scuole molte persone usano la parola mente laddove io uso la parola coscienza. L’espressione neuro scientifica per cambiare la mente è: “evolvi il tuo cervello”… Ho fatto una scelta molto precisa nel definire la mente come il cervello in azione, secondo il modello neuroscientifico.

In un’altra intervista hai detto che non occorre essere un monaco Buddista per evolvere il cervello, chiunque può praticare l’osservazione, giusto?

Nelle neuroscienze questa definizione - l’osservazione dei nostri pensieri – l’osservazione delle nostre azioni, sentimenti, sensazioni – è chiamata Metacognizione. È questo il privilegio dell’essere umani, dato che noi possiamo farlo. Tra tutte le varie specie che esistono noi siamo quelli che possiamo farlo, abbiamo questo privilegio ed è proprio perché possiamo osservare i nostri pensieri, azioni e feelings, questo ci permettere di programmare diverse scelte in un’unica vita invece di una serie di esposizioni nelle generazioni successive.

La vita è un gran bel paradosso!

Intervista con:
Joe Dispenza, di origini italo-americane (nei sui seminari racconta della nonna sicula), ha conseguito il diploma di chiropratico alla Life University di Atlanta, Georgia (USA). Dopo il training universitario in biochimica, la pratica e gli studi successivi alla laurea si sono svolti nei campi della neurologia, neurofisiologia, e della funzionalità cerebrale. All’età di ventitre anni, durante una gara di triathlon, un’auto lo investì provocandogli fratture vertebrali multiple. Diversi medici dissero che la sua unica speranza di ricominciare a camminare stava nella fusione di alcune vertebre, in un’operazione che l’avrebbe lasciato con una vita di sofferenza e di mobilità limitata. Dispenza rifiutò e oltre a seguire un accurato programma terapeutico, egli letteralmente si servì del pensiero per aprirsi la strada verso la guarigione. Tre mesi più tardi, era in grado di camminare e di agire come prima dell’incidente.

di A cura di Elsa Nityama Masetti

Fonte: http://www.scienzaeconoscenza.it

Cos’è l’ansia

28 maggio 2010

Spesso si manifesta con una palpitazione, una forte sudorazione oppure una sensazione di “fiato corto”.

L’ ansia Aumenta improvvisamente, portandoci a pensieri di eccessiva preoccupazione per il futuro, paura di non poter o non saper fronteggiare i problemi e la vita di tutti i giorni, come le responsabilità sul lavoro e nella famiglia.

Alcune volte mandiamo dei segnali alle persone che ci stanno attorno, comportandoci in modo diverso ed insolito: muovendoci più in fretta, rosicchiandoci le unghie, fumando eccessivamente.

Non dimentichiamoci che il nostro corpo registra tutto, ricorda tutto.

Quando è il momento, fa lampeggiare un segnale sottoforma di dolore, di un disturbo, di una contrazione muscolare, per manifestare il problema dell’ ansia. Non basta correre in palestra sfinendosi di esercizi per scaricare la tensione, oppure prendere qualche pillola sperando che tutto passi.
Prima o poi il corpo rimanderà nuovamente il segnale, costringendoci ad ascoltarlo.

L’ansia è la risposta corporea a un disagio della mente, è un’emozione, una sensazione di apprensione molto spiacevole, di paura, di minaccia alla nostra integrità psico-fisica, spesso accompagnata da modificazioni somatiche.

Esiste anche un grado d’ansia “normale”, ovvero una risposta naturale dell’organismo a situazioni di stress o pericolo.

E’ quando questa risposta diventa eccessiva che l’ansia può divenire un grave problema, da non sottovalutare.
Un minimo di stato ansioso è incentivante per le nostre attività, ci permette di “rendere di più”, per esempio ci stimola a studiare di più in vista di un esame.

L’ansia “normale” è lieve e dura poco ed è proporzionata rispetto alla difficoltà che abbiamo di fronte: non diventa mai un ostacolo all’attività ma ci rende più pronti, attenti, efficienti.

Diventa un problema quando l’ ansia diventa molto intensa e sgradevole, si presenta costantemente e continuativamente, per periodi sempre più lunghi, iniziando a compromettere le nostre attività di tutti i giorni, come quelle lavorative ed i rapporti con colleghi e familiari.

Quando l’ansia smette di essere uno stimolo e diviene un vero e proprio disturbo, si parla di ansia patologica.

Schematicamente, le due tipologie di ansia (normale e patologica), si manifestano così:

Ansia normale

* intensità normale e proporzionata rispetto alla difficoltà da fronteggiare
* durata breve e limitata nel tempo
* assenza di sensazione di sgradevolezza o di sofferenza
* aumenta l’efficacia ed il rendimento delle nostre attività, non compromette quelle lavorative, né il rapporto con le altre persone.

Ansia patologica

*intensità eccessiva rispetto alla difficoltà da fronteggiare
*durata costante, ripetitiva e protratta nel tempo
*sensazione di disagio e di sofferenza
*ridotte capacità di concentrazione, memoria, efficienza personale
*difficoltà nei rapporti sociali.

L’ansia, come ogni sintomo di malattia, può avere diverse cause.

Il fenomeno dell’ansia è molto complesso poiché trae le sue origini da fatti individuali, familiari, genetici ed in via generale, agli eventi della vita.

L’ansia ha essenzialmente tre aspetti:

uno fisico, uno psichico, ed uno neurovegetativo.

*Sintomi psichici: sensazione di apprensione, paura, terrore, inquietudine, irritabilità, difficoltà di concentrazione e d’attenzione, pessimismo, sfiducia in se stessi e nelle proprie capacità, stato di preoccupazione continua ed ingiustificata, sensazione di pericolo, sensazione di mente confusa, insonnia, reattività eccessiva al minimo stimolo.
*Sintomi fisici: crampi allo stomaco, disturbi intestinali, respiro affannoso, tremori, giramenti di testa, tensioni e dolori muscolari, voce tremula, rossore del viso, facile affaticabilità.
*Sintomi neurovegetativi: senso di soffocamento, fiato corto, palpitazioni ed aumento del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa, sudorazione, mani fredde o sudate, modificazioni salivari e bocca asciutta, vertigini, nausea, diarrea, senso di sbandamento, vampate di calore o di freddo improvvisi, bisogno di urinare spesso, etc.

L’ansia per sua natura è intensa e cresce rapidamente. L’ ansia ausa una diminuzione dei pensieri, della concentrazione e dell’attenzione, generando dei blocchi, impedendoci di pensare a come risolvere efficacemente le situazioni.
In realtà, non è un vero proprio blocco: quando siamo in uno stato ansioso, così come respiriamo più velocemente, pensiamo anche più velocemente; il fatto negativo è che ci focalizziamo solo sul problema, rivedendolo, rivisitandolo, cosicché l’unica via d’uscita che troviamo è la fuga.

Le persone ansiose sopravvalutano il potenziale dannoso e pericoloso degli eventi e sottovalutano la loro capacità di poterli fronteggiare e risolvere.

Dato che la persona ansiosa è portata a cercare una via d’uscita, ogni volta che in futuro sorgerà un nuovo attacco ansioso, la ricerca di quel comportamento di fuga che ha funzionato in passato sarà sempre più forte.

Non bisogna fare l’errore di sottovalutare i pensieri altamente distruttivi di una persona che soffre d’ ansia.

Tali pensieri possono aggravarsi e divenire disastrosi: pensieri di questo tipo accompagnano sempre una crisi d’ansia, fino a generare veri e propri attacchi di panico, avvertendo un presagio di conseguenze drammatiche, come un infarto, un ictus, addirittura la morte.

Fonte: http://www.iltuobenessere.com

Depressione, un problema al femminile

5 aprile 2010

Sempre più persone nel mondo sono soggette a stati depressivi, anche in Italia è un fenomeno in forte crescita e secondo le stime attuali i pazienti si aggirerebbero intorno al milione e mezzo con una prevalenza di anziani e donne, queste ultime rappresentano i due terzi dei malati. Questi e altri dati sono emersi durante l’American Psychiatric Association, un evento tenutosi a Toronto che vede riuniti numerosi esperti e psichiatri.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2020 la depressione sarà la patologia più diffusa dopo le malattie cardiovascolari. La depressione è un disturbo che molte volte, anche se viene superato bene, si ripresenta nel giro di pochi anni, questo accade solitamente nel cinquanta per cento dei casi. Gli esperti vogliono quindi evidenziare questa situazione che nel futuro, se trascurata, potrebbe esse molto meno controllabile se oggi non si inizia a lavorare al fine di cambiare le regole della cura.

Solitamente chi soffre di depressione evidenzia un umore depresso, una marcata tristezza quasi quotidiana e tende a non riuscire più a provare lo stesso piacere nelle attività che provava prima. Le persone colpite da depressione si sentono sempre giù, nella maggior parte del tempo hanno dei pensieri negativi e il loro umore ne risente enormemente. E’ un po’ come se provassero dolore nel vivere, situazione che li porta a non riuscire a godersi più nulla.

Secondo Massimo Di Giannantonio, professore di Psichiatria presso l’Università di Chieti e vice presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e Clinica dei Nuovi Media, servono diagnosi precoci e cure specifiche affinché la depressione non diventi cronica. Una cura non appropriata rischia di fare solo una ‘sciacquatura’ dei sintomi. Al contrario, una corretta terapia è l’unico modo per evitare pericolose ricadute. Purtroppo oggi capita che nella metà dei casi la malattia si ripresenta nel giro di quattro anni dal primo attacco, una situazione che espone il paziente a un alto rischio di cronicizzazione della depressione.

Gli esperti evidenziano quindi come sia molto importante cogliere i segnali della depressione sin dal loro esordio. Ecco alcuni sintomi che dovrebbero aiutare a riconoscere l’inizio di uno stato depressivo: un appetito aumentato o diminuito, un aumento o una diminuzione del sonno, spesso un marcato rallentamento motorio o al contrario una marcata agitazione, una ridotta capacità di concentrarsi, una tendenza molto forte ad incolparsi o a svalutarsi. Aspetti che potrebbero essere notati soprattutto dai familiari e dai quali potrebbe partire il primo aiuto affinché ci possa essere la verifica da parte di uno psichiatra o comunque un medico.

Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Psichiatria del Fatebenefratelli di Milano ed esperto in Neuropsicofarmacologia, spiega che i soggetti più a rischio sono le donne, la causa risiede nelle caratteristiche fisiche, in particolare per la presenza di ormoni come gli estrogeni. Si è riscontrato che quando le donne si trovano in età fertile, rischiano due volte e mezzo in più di cadere nella depressione rispetto agli uomini. Esiste anche una forma di depressione che si manifesta dopo il parto, purtroppo spesso non riconosciuta, che colpisce con più facilità le donne che in genere soffrono seri dolori premestruali o di tiroide.

Durante l’incontro canadese non tutte le notizie sono state però negative, si è parlato di un recente farmaco in grado di ridurre fino al 92 per cento il rischio di ricadute. E’ sta individuata una nuova molecola, la venlafaxina, in grado di agire efficacemente su due neuroni, la serotonina e la noradrenalina.

Durante una ricerca durata due anni, il nuovo farmaco è stato testato con ottimi risultati su 1000 volontari che presentavano degli stati di depressione, la molecola ha ridotto quasi a zero le possibili ricadute con effetti collaterali comparabili al placebo. Mencacci ha evidenziato che si tratta di una cura che porta alla guarigione dei sintomi della malattia e consente a chi soffre di depressione di tornare a una vita perfettamente normale.

Fonte: http://www.universonline.it

La meditazione come praticarla

2 dicembre 2009

La meditazione: come praticarlaTutti i nostri problemi derivano dall’attaccamento, e la meditazione è il mezzo mediante il quale disimpariamo la nostra tendenza all’attacamento. Quando molliamo la presa, sorge una sensazione naturale di spazio: questa è meditazione. Lasciar la presa ed aggrapparsi sono entrambi stati della mente; questa mente che quando non stiamo attenti è così gradevolmente, intelligentemente, sofisticatamente ingannevole.

La meditazione è il sentiero della semplicità, dell’apertura, del mettere a punto, dell’affrontare la mente: usare la mente per domare la mente. La base della pratica della meditazione è il rilassamento. E’ estremamente importante che stiate comodi e consentiate a pensieri ed emozioni di acquietarsi. Non c’è nulla da raggiungere o portare a compimento, così lasciate andare.

Lasciate andare ogni solennità, e perfino l’idea stessa che state meditando. Lasciate che il vostro corpo rimanga così com’è, e respirate come vi viene, naturalmente. Quanto alla mente, la cosa essenziale non è sopprimere i pensieri o troncarli, ma semplicemente lasciarli esistere senza lasciarsene sedurre o distrarre. Non cercate di manipolarli. Se state sognando o pensando … limitatevi a sognare o pensare … se non aggiungete altro carburante, i pensieri si estingueranno da soli.

Gradualmente le cose si sistemeranno, e andranno naturalmente al loro posto. come quando si butta una manciata di riaso su una superficie piana, e ogni chicco prende posto naturalmente da solo. Quando avrete raggiunto una certa tranquillità mentale, raddrizzate la schiena e siate presenti a voi stessi. Poi lasciate andare e continuate con il rilassamento. Se trovate difficile non fare altro che lasciarvi andare e restare così, ed avete bisogno di qualcosa da fare o da seguire, alloraprestate attenzione al vostro respiro.

Se non potete abbandonare completamente ogni forma di attività, allora questo è un sistema abile per mettervi in sintonia con voi stessi. Ogni respiro è vita: semplice, possente, normale e libero. Se espirate e poi non ispirate più siete morti. Limitatevi semplicemente ad essere consapevoli del respiro mentre viene e va: dovreste essere appena presenti ed attenti. Abbiate un atteggiamento compassionevole verso il vostro respiro, non attaccatevi ad esso nè concentratevi troppo: siate con il respiro, fluite con il respiro. E’ come se foste nuvole che attraversano il cielo, o prati mossi dal vento: limitatevi ad essere qui. Dopo un pò di tempo che sarete consapevoli del respiro, il respiro stesso, colui che respira e l’atto del respirare diverranno una sola cosa.

Quando non sarete più coscienti del vostro respiro ci sarà il pericolo di rimanere invischiati nella presenza del respiro stesso, di perdere la consapevolezza : siate presenti a voi stessi e lasciate andare. Con ogni respiro noi creiamo nevrosi, inibizioni e karma, dunque liberatevi ad ogni respiro, simbolicamente, come un atto di buon augurio e concretamente. Siate l’espirazione; boicottate l’inspirazione. Ogni respiro si dissolve nello spazio, nell’essenza unitaria, nella natura Buddhica, o Verità. Poi nello spazio senza limiti, quasi provando un timore reverenziale, limitatevi ad essere.

Potreste non tornare più Indietro! Cominciamo con l’esercizio, non con la perfezione (se fossimo perfetti non avremmo bisogno di esercizio): “l’esercizio rende perfetti“, anche se tutti vorremmo trovare il maestro perfetto e la tecnica perfetta, invece di doverci sforzare in prima persona. Così questa è una tecnica, ed è semplice: espirate – dissolvete – spazio, espirate – dissolvete – spazio. Ma non fatene un gioco mentale od un esercizio meccanico, né imponete un ritmo alla tecnica, perchè allora non ci sarà più spazio. Per alcuni, la meditazione sul respiro é una tecnica troppo vicina, come se la mente guardasse la mente nuda; in tal caso è auspicabile una tecnica alternativa, quale la meditazione sulla concentrazione.

Volgete quietamente la mente su un oggetto od un’immagine, preferibilmente scegliendone uno che sia per voi ispirante e susciti in voi delle associazioni mentali. Un fiore, una fiamma (tutto ciò che dà un’immagine sacra, come quella di Buddha o Cristo, è l’ideale. presto sarete consapevoli dell’essenza unitaria dell’oggetto, al di là della sua forma solida esteriore: consapevolezza significa andare al di là della differenziazione e dell’attaccamento. Sulle prime l’esercizio può essere eccitante, poi può diventare noioso o perfino doloroso: passate attraverso tutte queste esperienze, ed anche se non riuscite ad esercitarvi non prendetevela con voi stessi. Non pensate all’esercizio, limitatevi ad accompagnarlo.

Perseverate, ma con un certo senso dell’umorismo: dopo un pò scoprirete uno stile ed un ritmo personale, segno che sarete pronti per incontrare un maestro che possa consigliarvi e guidarvi nella pratica, dal momento che avrete delle esperienze in comune. A questo punto la vostra pratica non sarà più mutevole o instabile come il tempo britannico, e diventerà più spaziosa. Non avrete più bisogno di nessuna tecnica, e potrete limitarvi a stare in quello stato mentale meditativo. Prima di tentare di applicare la meditazione nelle situazioni della vita quotidiana, dovreste gradualmente acclimatarvi a questo stato della mente.

Non siate troppo precipitosi nello sperimentare la vostra forza spirituale, e precedete passo a passo. Poi potrete permettervi di applicarla in situazioni confortevoli, neutrali, quindi in sistuazioni non familiari, ed infine anche in quelle legate ad aggrssività o passioni. Con l’esperienza della pratica meditativa, svilupperete un’abilità nata da questa spaziosità, e saprete quando e che cosa fare. La spiritualità non è separata dalla vita quotidiana: il sentiero che unisce la pratica all’illuminazione passa attraverso la vita quotidiana. La meditazione non è che una panacea istantanea che risolve tutti i vostri problemi, nè una cura specifica per emicrania, insonnia, ecc.: è un processo graduale di crescita e guarigione, attraverso il quale nasce la fiducia che ci permette di affrontare tutte le situazioni della vita. (Londra 1978)

Tratto da: Meditazione: cos’è e come praticarla – Sogyal Rinpoche

Come ascoltare gli altri

10 novembre 2009

Come ascoltare gli altriUna delle competenze comunicative più importanti relative all’ascolto consiste nel riconoscere ciò che il nostro interlocutore dice, anche se non siamo d’accordo con lui, prima ancora di parlare della nostra esperienza o esprimere il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più attenzione da parte del nostro interlocutore in situazioni tese, è necessario innanzitutto che prestiamo attenzione al suo messaggio, riformulando a parole nostre ciò che abbiamo ascoltato (specialmente i suoi sentimenti) prima di esprimere i nostri bisogni o la nostra posizione.

Il tipo di ascolto che vi vorrei suggerire in questo articolo tiene distinti due elementi che spesso nella nostra comunicazione con gli altri tendiamo a confondere: riconoscere e approvare. Infatti riconoscere i pensieri ed i sentimenti di una persona NON significa approvare o essere d’accordo con le azioni dell’altro o il dell’altro o il suo modo di percepire e di vivere le esperienze, né accettare di fare tutto ciò che ci viene chiesto di fare. Ascoltare in modo disponibile è sempre un modo valido per far capire agli altri che ci stanno a cuore e che ci prendiamo cura di loro. I nostri interlocutori non si rendono conto automaticamente se e quanto li abbiamo capiti, ed è anche possibile che non possano o vogliano chiederci conferme. Specialmente quando una conversazione è tesa o difficile, è importante ascoltare e riconoscere quanto ci viene detto. Altrimenti, le possibilità di venire a nostra volta ascoltati dagli altri saranno molto basse.

Ascoltare gli altri costituisce una premessa indispensabile per far sì che anche gli altri ascoltino. Nell’imparare a coordinare meglio le nostre attività di vita con quelle degli altri, è bene che evitiamo due diffusi ma terribili modelli di comunicazione: difendere a tutti i costi la nostra “causa” come in un tribunale; dibattere. Nei tribunali e nei dibattiti, ciascuna delle parti cerca di far prevalere la propria opinione ed ascolta l’altra parte solo per dimostrare l’infondatezza del suo punto di vista. Ma siccome coloro che sono incaricati di argomentare o perorare una causa non devono raggiungere necessariamente un accordo o lavorare ad un progetto comune, non conta che il loro stile di conversazione sia positivo.

Ma la maggior parte di noi si trova in una situazione completamente differente. Noi infatti passiamo una parte considerevole della nostra vita cercando di collaborare con gli altri e di raggiungere degli accordi, per questo dobbiamo preoccuparci non di sconfiggerli, ma di coinvolgerli. Al lavoro e in famiglia la persona che sconfiggiamo oggi potrebbe essere la persona con cui avremo bisogno di collaborare domani! Quando siamo preoccupati per qualcosa e ne vogliamo parlare, la nostra capacità di ascoltare diminuisce sensibilmente. Per questo, farci capire da una persona che sta tentando di esprimere dei sentimenti piuttosto forti spingerà ancor più quella persona a ricercare un riconoscimento delle sue emozioni. D’altro canto, quando sentiamo che il contenuto del nostro messaggio ed i nostri sentimenti sono stati ascoltati, cominciamo a rilassarci e siamo più disponibili ad ascoltare gli altri.

Come scrive Marhall Rosemberg nel suo libro Nonviolent Communication “studi relativi alle negoziazioni nel mondo del lavoro dimostrano che il tempo necessario a risolvere un conflitto si dimezza quando ciascun negoziatore ripete, prima di rispondere, ciò che il suo interlocutore ha detto”. Ad esempio in un ospedale un’infermiera, dopo aver ascoltato un paziente, potrebbe esprimersi così:
Vedo che ti senti molto a disagio, Franco, e vorresti alzarti da quel letto e muoverti. Ma il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana.

E’ probabile che il paziente in questo caso sia più disposto ad ascoltare l’infermiera rispetto al caso in cui quest’ultima avesse invece detto: Mi dispiace molto, Franco, ma devi stare a letto. Il tuo dottore dice che la frattura non potrà sanarsi a meno che tu non rimanga a letto per almeno una settimana. Quello che manca in questa seconda versione è il riconoscimento dello stato fisico ed emotivo del paziente. E’ il riconoscere i pensieri ed i sentimenti dell’altro che potenzia enormemente le nostre capacità si ascoltare e fa’ veramente la differenza nelle nostre relazioni con loro.

Giuseppe Falco

Fonte: www.comunicazionepositiva.it

Iscrizione newsletter
In primo piano
Prossimi appuntamenti
banner-cinque-segreti.png

La-pratica-della-bonta1.png
Calendario Articoli
agosto 2010
L M M G V S D
« lug «-»  
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  
Firma anche Tu la petizione!
Giornata mondiale dell'Unità

Petizione per una Giornata Mondiale dell'Unità
Banner amici
vai al sito macrolibrarsi

La mente mente


Bibliografia
Ecologia della Comunicazione
Tecniche per dialogare con efficacia, evitare malintesi e trasformare le negatività

Prezzo € 12,00


Libera la Voce dell'Anima + CD
Soul Voice - Armonia, guarigione e consapevolezza grazie alla libera espressione della nostra voce

Prezzo € 15,81
invece di € 18,60 (-15%)


Corpo Emozioni Comunicazione

Prezzo € 17,00


Il Linguaggio del Corpo
Guida all'interpretazione del linguaggio non verbale

Prezzo € 16,90


Comunicare
Elementi di psicologia della comunicazione

Prezzo € 26,50