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Video, pc e poco all’aria aperta …

26 ottobre 2009

Video pc e poco all'aria aperta

… così l’uomo dimentica la natura

Calo verticale per le giornate a pesca, il trekking, le passeggiate nei boschi

Cresce il numero di persone che passano le loro giornate davanti a computer e televisori e crolla la percentuale di chi fa attività fisica all‘aria aperta o visita parchi naturali. La causa di questo processo di involuzione? Si chiama progresso e per alcuni fa male male alla salute e alla natura. È questo il preoccupante allarme lanciato dai risultati di una studio condotto da due ricercatori americani, Oliver R. W. Pergams and Patricia A. Zaradic, e pubblicato dal Proceedings of the National Academy of Sciences.

Il tempo passato in casa a guardare il mondo da uno schermo corrisponde a una progressiva perdita di contatto con l’ambiente esterno, in particolare con la natura e con le problematiche riguardanti l’ecologia e la conservazione ambientale.

La biofilia, ovvero l’amore per piante ed animali, sarebbe stata dunque definitivamente rimpiazzata dalla videofilia, passione per tutto ciò che appare su uno schermo, dai film ai videogiochi, dai programmi televisivi ad internet. “Non capiamo come tutto questo possa far bene all’ambiente – hanno sottolineato i due ricercatori – non capiamo come le generazioni future, diminuendo il contatto con la natura, possono continuare a provare interesse nella conservazione”.

I dati emersi dallo studio condotto da Pergams e Zaradic fanno riflettere: la pratica della pesca ha avuto un calo del 25%, dal 1987 al 2006, la percentuale di visite ai parchi naturali statunitensi è diminuita del 23% e le passeggiate sulla catena dei monti Appalachi sono scese del 18%. Simili i numeri che emergono dall’analisi del contesto giapponese: dal 1991 al 2005 le visite ai parchi naturali sono diminuite del 18%. Analizzando le varie percentuali i ricercatori hanno documentato un calo che va dal 18 al 25 % nelle attività svolte all’aria aperta.

Lo studio è stato condotto seguendo l’andamento di quattro variabili: visite a vari tipi di parchi negli Stati Uniti, in Giappone e Spagna, numero di licenze di caccia e pesca richieste negli Stati Uniti, indicatore di tempo trascorso in campeggio e indicatore di tempo trascorso facendo trekking. I numeri emersi registrano un calo in tutte e quattro le variabili con una percentuale che va dal – 1% al -3,1% ogni anno. Il declino corrisponde naturalmente al progresso tecnologico registrato nel decennio ‘89-’90 soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone e all’aumento mondiale del costo del petrolio.

E allora, con questo quadro quali saranno le conseguenze? Preoccupanti sia per l’impatto ambientale che per la salute dell’uomo. “La sensibile riduzione della partecipazione umana al processo naturale sta registrando conseguenze cruciali per la causa della conservazione – spiegano i due ricercatori – pensiamo che se il livello di astrazione dal contesto ambientale dovesse continuare ad aumentare, soprattutto per quanto riguarda la visita a parchi naturali e la pratica di attività immerse nella natura come la pesca e il campeggio, anche la coscienza dell’uomo sui problemi della biodiversità ne risentirebbe fortemente”.

Inoltre la progressiva sostituzione di attività all’aria aperta, come passeggiate in bicicletta, corse e picnic, con attività sedentarie e videofilia comporterebbe seri problemi alla forma mentale e fisica, soprattutto per quanto riguarda i bambini. “La videofilia – ha aggiunto Pergams – è una delle cause dell’obesità infantile ma anche delle difficoltà di socializzazione, di concentrazione e può perfino compromettere i risultati scolastici”.

di Benedetta Perilli

(6 febbraio 2008)

Fonte: http://www.repubblica.it/

Relazioni virtuali e sofferenza reale

22 ottobre 2009

relazioni virtuali sofferenza reale

La solitudine nel web è molto diffusa. Diverse persone hanno trovato un modo per ovviare al problema dell’essere soli, “creando” un rapporto virtuale sul quale hanno riversato le aspettative e tutti i sentimenti di un rapporto vero e proprio, con un unico problema, la persona è all’altro capo di un filo o di un video.

Il problema è un problema diffusissimo purtroppo e fa sì che si creino sofferenze che di virtuale hanno poco.
Tuttavia in questi casi si è creato un rapporto che non è sano, in quanto è basato sull’idealizzare la persona che sta parlando o scrivendo con te, senza conoscerla veramente.
La persona può essere sincera o meno, può essere quella che dice di essere o meno e tu non lo saprai mai.

Quando ci si dispone ad avere un rapporto via web, si dà al compagno/a il meglio di sé, a volte soprattutto se si vuole creare un’amicizia ci si scambiano affinità, gusti comuni, interessi, a volte solo una conoscenza più superficiale. Ma, quando c’è di mezzo la solitudine scatta l’illusione e scattano le aspettative. Ci si aspetta che conoscendosi a fondo un po’ di più, giorno dopo giorno ci si innamori, ci si possa vedere, si possa creare una coppia.

Ma in fondo se ne ha paura, si ha paura di confrontarsi con la realtà, con la difficoltà o con l’amore reale. Così come quando si instaura una relazione a distanza, quando ci si incontra è sempre tutto bello. Infatti quando ci si incontra via mail o chat o telefono o microfono o web cam si cerca di dare all’altro il meglio di sé, insieme ad un po’ di quotidiano.
Ma affrontare una vita in comune, è un’altra cosa e questo fa paura.

C’è chi lavora tanto e non ha tempo di relazionarsi socialmente uscendo con amici, c’è chi ha un matrimonio non felice, c’è chi ha un fidanzamento o una convivenza non felice. C’è chi da troppi anni vive solo/a. C’è chi è introverso, c’è chi è timido, c’è chi però pur non essendo introverso o timido ha “paura” di affrontare un rapporto perché richiederebbe impegno, dedizione, attenzione e anche sacrificio e dono di sé.

In questi casi si instaurano rapporti che sono “surrogati” di ciò che ci manca, ma in un certo qual senso sono pericolosi, sia per chi li vuole, ma anche per l’altro. Dietro l’abitudine, si cela l’attaccamento, e dietro l’attaccamento si cela la gelosia, l’esclusività ecc. Cose di cui abbiamo parlato.

Un rapporto di “amore virtuale”, intendo tra persone che – come mi hai detto – da tre anni si sentono, si scrivono, ma non si sono mai incontrate è un surrogato dell’affetto, della tenerezza e impedisce all’amore reale, tangibile, di arrivare, perché la mente e in certi casi anche il cuore è impegnato in qualcosa che di fatto non esiste.

Le due persone non sanno se l’odore dei loro corpi sarà compatibile, se il bacio farebbe loro piacere o ribrezzo, se i loro volti si piacerebbero. Non sanno quali sono le abitudini di vita di giorno e di notte e non sanno nulla l’uno dell’altro. Ma idealizzano attraverso ciò che scrivono un “essere ideale” che riempie le loro fantasie e fa loro credere di non essere sole, creando di fatto una solitudine e un vuoto sempre più grandi.

Vi ho chiesto di iniziare questi colloqui e di metterli in Internet perché voi non sapete quante sono le situazioni di disperazione come questa che si sono create, non sapete quanti suicidi ci sono stati per amori creduti reali. C’è parecchia energia negativa perché le persone pensano di star bene perché ascoltano la voce di qualcuno o leggono ogni giorno mail o chattano e si sentono appagate di un rapporto che non esiste.

Potete dire a questa persona che inizi il suo risveglio, che esca da questa dipendenza e anche dalla dipendenza in generale di Internet, lei si sta impedendo di vivere una vita reale dove incontrare persone tangibili e dove creare una coppia.
Sta continuando a proseguire un sogno che peraltro è solo nella sua testa. Quest’uomo ha giocato per un po’, poi è rientrato in se stesso. E’ dispiaciuto di vederla star male, ma niente di più.
La dipendenza da questo genere di rapporti che non sono né conoscenza né amicizia non è positiva.

Ci sono diversi modi per incontrare persone, possono anche incontrarsi via Internet, ma proseguire un surrogato di rapporto non fa bene a nessuno.
Lei però non ha abbastanza fiducia in se stessa per credere di poter instaurare un rapporto e, tra le occasioni che potrebbe avere, sceglie i rapporti dove non c’è futuro.
Perché?

Come ho detto, Internet è un grande strumento e può dare molto per la crescita spirituale e personale di molte persone, vista la diffusione immediata che possono avere tutti gli strumenti collegati al web.
Ma uno strumento virtuale non può essere il sostituto di un incontro di coppia reale. Qui sta l’errore che si sta commettendo.

Per paura di affrontare il peso, o la difficoltà di un rapporto reale oramai sempre più persone si “chiudono” alla vita restando appagate da un rapporto solo virtuale.
Fino a che si tratta di conoscersi o fare amicizia o scambiarsi conoscenza o insegnamento o esperienze, può anche andar bene, ma l’uomo e la donna sono stati creati per incontrarsi, amarsi, procreare, creare una famiglia, vivere insieme. Sia esso un rapporto karmico o un rapporto di Anime Gemelle, così è stato voluto che fosse.

Se il creatore avesse voluto che ci incontrassimo nell’etere, ci avrebbe lasciati spiriti.
La paura che chiude il cuore, e offusca la mente, sta invadendo il mondo. Quando si sta bene, quando come o detto i bisogni primari sono soddisfatti, si ha paura di soffrire, non si è abituati in questo mondo a lottare, a soffrire e a volte basta anche una sola esperienza negativa per farci chiudere in noi stessi.
E’ in questi casi e in molti altri molto simili che si ricorre al web, agli incontri virtuali, e dove più c’è solitudine, più si creano illusioni.

Ecco perché questo terreno è pericoloso.
Sia perché illudendosi di avere compagnia, amicizia, conoscenze in web e avendole sempre a portata di mano, non si esce più e si evita di incontrare persone reali e quindi di fare scambi anche nella vita reale. Sia perché con questi strumenti è facile crearsi personalità doppie. Ci sono tante persone che dicono di essere ciò che non sono, Ci sono donne che in realtà sono uomini e viceversa. Ci sono situazioni completamente inventate.

Ci sono solitudini che pur di non restare soli si creano un carattere, una dedizione o un’accettazione che nella vita reale non hanno. Così come ci sono persone che tirano fuori tutta la loro sgradevolezza o volgarità perché sono nascoste da un vetro.

I pericoli nel web sono molti e di vario genere.
- l’illusione: un tempo i maestri indiani parlavano di maya. Illusione che quanto vedi/senti/dici/scrivi sia vero;
- la sostituzione: pensare di sostituire un rapporto reale di coppia o di amicizia con uno virtuale è una eresia;

- la falsità: la menzogna regna sovrana. Molti di più di quanto pensate si fanno passare per chi non sono, mentre chi li frequenta in web per anni si illude di aver parlato con una persona, in realtà ha parlato con un essere immaginario;- la perversione/la depravazione: qui ci vorrebbe un capitolo a parte;
- la rottura dei matrimoni: i rapporti virtuali hanno facilitato e stanno facilitando la rottura di matrimoni e l’incremento della solitudine;
- l’incremento della solitudine: illudendosi di avere conoscenze o amici o addirittura un partner, quando poi ci si accorge che non è vero, si rimane ancora più soli;
- i suicidi: tra le relazioni che si creano e che finiscono nel nulla (un blog che chiude, un contatto in chat che sparisce, un account che viene chiuso), si incrementa la solitudine, come dicevo, e nasce la disperazione, la depressione e i suicidi stanno aumentando;

Di contro ci sono diversi fattori positivi:
- si raggiungono milioni di persone in pochi secondi per trasmettere notizie, insegnamenti, positività;
- chi momentaneamente ha voglia di conoscere persone può farlo in maniera facile;
- chi vuole comprare/vendere può farlo velocemente (anche se così si perde il gusto del vedere, toccare, scegliere anche con altri sensi).

Fonte: http://jezael.splinder.com/post/8878698/

Rabbia energia inespressa

2 aprile 2009

Rabbia energia inespressaBloccare quelli che abbiamo definito “aspetti negativi” di se stessi richiede una quantità spaventosa di energia, cioè significa sottrarre a se stessi la propria forza potenziale.

Usando una parte sempre maggiore della nostra energia per cercare di tenere la porta chiusa sui nostri sé “negativi” e di non sperimentare aspetti che pensiamo siano negativi e terrificanti, indeboliamo la nostra forza vitale. Possiamo persino morire per aver usato la nostra energia per bloccare l’energia!

Esiste un semplice principio universale: ogni cosa nell’universo desidera essere accettata. Tutti gli aspetti della creazione vogliono essere amati e apprezzati e inclusi.

Perciò, le qualità o energie che non permettete a voi stessi di sperimentare o di esprimere, continueranno riaffiorare dentro di voi o attorno a voi, finché non le riconoscerete parte di voi, finché non le accetterete e non le integrerete nella vostra personalità e nella vostra vita.

Se, per esempio, vi è stato insegnato che è cattivo e sbagliato esprimere la collera, e non vi siete mai concessi di farlo, probabilmente avete una montagna di collera accumulata dentro di voi.

Alla fine, verrà fuori come un’esplosione, o vi farà sentire depressi, o potrà favorire lo sviluppo di una malattia fisica. Inoltre, vi accorgerete che nella vita attraete persone colleriche, oppure il vostro partner o uno dei vostri figli potrebbero essere persone colleriche.

Se invece imparate ad esprimere la vostra collera in maniere appropriate e costruttive, questo potrà arricchire e potenziare la vostra vita. E verosimilmente troverete meno arrabbiate le persone che entrano nella vostra vita.

Tutto quello che non ci piace, quello che rifiutiamo, quello che cerchiamo di sfuggire o di cui cerchiamo di liberarci, continuerà a perseguitarci.

Sarà per noi come un parassita. Ci seguirà continuamente, volandoci attorno e sbattendoci in faccia. Ci tormenterà nei nostri sogni. Causerà problemi nelle nostre relazioni, la salute, le finanze, finché non avremo trovato voglia e capacità di affrontarlo e riconoscerlo, e di accoglierlo come parte di noi.

Una volta fatto questo, non costituirà più un problema. Non sarà più una cosa importante. Non condizionerà più la nostra vita. Da quel momento cominceremo ad avere una gamma molto più vasta di scelte possibili e di alternative.

Quando annulliamo la nostra vera forza e permettiamo agli altri di esercitare su di noi un potere indebito, ci arrabbiamo. Generalmente soffochiamo questa rabbia e diventiamo apatici.

Non appena riprendiamo il contatto con la nostra forza, la prima sensazione che proviamo è quella della rabbia accumulata. Così, per molte persone che stanno acquistando maggiore coscienza, provare rabbia e un segno molto positivo. Significa che stanno nuovamente rivendicando la propria forza.

Se, nella vostra vita, non avete permesso a voi stessi di provare rabbia, inizierete a provocare situazioni e persone che la scatenano. Non concentratevi troppo sui problemi esteriori, permettete soltanto a voi stessi di provare la rabbia e di riconoscere che essa è la vostra forza. Visualizzate un vulcano che esplode dentro di voi e vi riempie di forza e di energia.

La gente è spesso spaventata dalla propria rabbia: teme che la spinga a compiere qualche azione dannosa. Se provate tale paura, permettete a voi stessi di avvertirla completamente e di creare una situazione sicura dove poterla esprimere: da soli, oppure con un esperto o con un amico fidato.

Permettetevi di parlare ad alta voce o di vaneggiare, di scalciare o di urlare, o diventare collerici, di lanciare o di colpire cuscini, qualunque cosa vogliate fare.

Dopo aver fatto ciò in un ambiente sicuro (potreste aver bisogno di farlo regolarmente), non avrete più paura di compiere un atto distruttivo e sarete capaci di affrontare, in modo più efficace, le situazioni che vi si presenteranno.

Se siete una persona che nella sua vita ha provato e manifestato rabbia, dovete cercare il dolore che in essa si cela per esternarlo. State utilizzando la rabbia come meccanismo di difesa per negare la vostra vulnerabilità.

Per trasformare la rabbia in accettazione della vostra forza è importante che impariate a farvi valere. Imparate a chiedere ciò che volete e a fare ciò che desiderate senza essere indebitamente influenzati dagli altri.

Quando non disperderete più la vostra forza non proverete più rabbia.

L’accettazione delle nostre sensazioni è direttamente connessa’ con la nostra trasformazione in canale creativo. Se non permettete alle vostre sensazioni di fluire, il vostro canale sarà bloccato. Se avete accumulato molte emozioni avete dentro di voi molte voci urlanti e piangenti che non vi permettono di ascoltare la voce più sottile del vostro intuito.

Fonte: http://www.suonodiluce.com/pensiero/rabbia.htm

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Parte seconda

DAL RINASCIMENTO ALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Secondo molti studiosi, soprattutto giuristi, il Rinascimento segna l’inizio della dissoluzione della famiglia di tipo “esteso” ed il passaggio ad un modello “nucleare” soprattutto nelle ricche città mercantili.

rixon-family-groupI motivi di tali eventi vanno ricercati nelle trasformazioni di tipo economico, politico e sociale avvenute nei secoli XV – XVI. La fine delle servitù medioevali e del sistema corporativo di tale epoca aveva favorito una “personalizzazione” dei capitali e delle ricchezze il cui possesso ora spettava maggiormente ai singoli più che ai gruppi familiari.

Inoltre, a partire dalla riscoperta dell’antico diritto romano operata da Bartolo da Sassoferrato anche il diritto privato divenne territoriale e no più legato al clan di appartenenza.

I sovrani, in primo luogo quelli francesi e spagnoli, avocarono a se il monopolio della giustizia civile e penale (ma non di quella amministrativa) incrinando e rompendo quella visione medioevale secondo cui tutte queste attività dovevano essere regolate in seno alla famiglia ed alla struttura di questa.

Un’accelerazione al processo di nuclearizzazione lo si ebbe grazie al fatto che i patrimoni e le eredità venivano tramandate in denaro che poteva essere diviso e, quindi, i figli eredi non erano più legati fra di loro da vincoli economici poiché cominciavano a svolgere attività indipendenti le une dalle altre costituendo nuclei familiari i più ristretti possibili.

Durante la prima Rivoluzione industriale (XVIII secolo) la famiglia complessa subì un altro colpo che ne aumentò la tendenza alla frantumazione.

Nella società preindustriale le esigenze ed i bisogni dei singoli più deboli venivano assorbiti, soddisfatti e risolti dall’azione dell’intero gruppo familiare in cui il singolo viveva. Quindi la massima sicurezza sociale dell’individuo era ben protetta e ben tutelata dall’esistenza di solidi gruppi familiari il più estesi possibili: più una famiglia era ampia e solida più essa poteva tutelare i propri componenti.

La società industriale, invece, prevedeva forme di assistenza non più legate alla propria famiglia di origine, ma pubblica e/o legata ad associazioni operaie o professionali.

Inoltre la possibilità di trovare impiego non era frutto della famiglia di provenienza, ma era strettamente connessa alle proprie personali capacità professionali.

Tutti questi elementi condussero a strutture familiari di tipo nucleare.

Negli anni ‘70 alcuni studiosi inglesi hanno sottolineato come in Gran Bretagna tali affermazioni non fossero valide, ma bensì si poteva sostenere il contrario, ovvero che la famiglia nucleare diffusa su larga scala fosse già presente prima della Rivoluzione industriale e che quindi non ne fosse stata un prodotto, ma un elemento propedeutico per l’industrializzazione dell’Inghilterra.

Tali affermazioni, espresse massimamente negli studi di Loslett, sono validi solo per l’Inghilterra dove, infatti, la famiglia nucleare era già diffusa ed affermata anche nel mondo rurale. Ma questo è e rimane un aspetto peculiare del sistema inglese e non può essere affatto esteso ai paesi continentali e soprattutto a quelli mediterranei in cui fino alla maturazione del processo di industrializzazione erano maggioritarie le famiglie estese e, quindi, assume valore l’equazione precedentemente espressa secondo cui il superamento di una società agricola a vantaggio di una società industriale favorisce la frantumazione della famiglia estesa segnandone il tramonto a favore di un modello familiare mononucleare.

1800 – 1900: L’AFFERMAZIONE DELLA FAMIGLIA NUCLEARE

Il processo di nuclearizzazione della famiglia e le trasformazioni in essa avvenute sono da considerarsi spiegabili attraverso due differenti linee di studio l’una collega la nuclearizzazione alla società finanziaria e mercantile dei capitali e dei beni mobili e divisibili, l’altra ad un più recente processo di urbanizzazione e di migrazione lungo le direzioni campagna – città e nord – sud.

Per quanto riguarda il caso italiano si possono utilizzare entrambi i modelli. Una prima fase, con una tendenza alla nuclearizzazione meno elevata e riconducibile alle sole realtà cittadine, affonda le proprie origini nel primo modello di studio, mentre una seconda e distinta fase, più legata ai decenni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, avvalora il secondo modello interpretativo.

Ancora nella prima metà del 1900, contrariamente a quanto avveniva in altri paesi europei, buona parte della popolazione viveva in famiglie patriarcali estese con più di tre generazioni e più unità coniugali.

Era questo il modello tradizionale di famiglia complessa destinata a durare ancora per pochi decenni. Le differenze di condizione sociale delle singole famiglie favorivano forme più o meno estese di struttura delle medesime: mezzadri e proprietari avevano famiglie più ampie rispetto ai braccianti così come i proprietari di ampi tendevano a costituire famiglie molto complesse, formate da più gruppi coniugali e che spesso contenevano anche persone e coppie non legate fra loro da vincoli di parentela (ad esempio le persone di servizio ed le personalità “specializzate” quale, ad esempio, medici, fattori, ecc…., N. d. A.).

Ciò indica come l’elemento principale di tali strutture fosse la terra (di proprietà o presa in affitto poco cambiava) e che il legame con essa fosse una delle poche certezze economiche possedute e l’unico modo per avere tale legame non era che il rimanere in famiglia.

Nell’Italia meridionale, regione ricca di latifondi molto ampi di proprietà di pochi, erano maggiormente presenti famiglie mononucleari di braccianti che lavoravano la terra altrui a cottimo rispetto ad una realtà come la Pianura Padana in cui una differente ripartizione della proprietà terriera (piccola proprietà o mezzadria) favoriva la formazione di famiglie complesse ed estese di tipo patriarcale.

Tra il 1800 e la Prima Guerra Mondiale anche nella Pianura Padana si ebbe un incremento del modello bracciantile mononucleare che, negli anni successi al conflitto, però, fu di nuovo abbandonato a seguito di una tendenziale ridistribuzione delle terre che preferiva modelli patriarcali estesi e complessi.

granddaddyhayPer riassumere ci sembra lecito affermare che il processo di nuclearizzazione delle famiglie agricole dell’Italia centrosettentrionale è stato lineare e continuo, ma molto lento poiché bilanciato da spinte in senso opposto verificatesi in diversi, ma precisi e ben determinati momenti storici.

L’Italia resta, però, un’anomalia nel panorama degli altri paesi europei e tale condizione peculiare è presente anche nel processo di urbanizzazione.

Fino al 1950 non erano rari i casi di operai ex-contadini che, pur lavorando già in fabbrica da parecchio tempo, continuavano a vivere in famiglie patriarcali estese e che una forte mononuclearizzazione delle famiglie si sia raggiunta solo nella seconda metà degli anni ‘70, ancora oggi molte zone dell’Italia meridionale ed insulare, forse a causa di un minore e diverso sviluppo industriale, vedono la presenza di famiglie estese.

È indicativo e curioso come un grande scrittore del XIX secolo come Giovanni Verga nel suo memorabile “I Malavoglia” vedesse e condannasse ogni tentativo di abbandonare la famiglia patriarcale non solo come un fatto negativo, ma come fonte di sventura e di sfortuna per il “fuggiasco” e per l’intera famiglia.

1400 – 1800: STABILITÀ E MUTAMENTI

La tradizionale equazione industria – famiglia nucleare non può assolutamente spiegare la condizione delle famiglie italiane del periodo rinascimentale.

Esse già nel XIV secolo tendevano a vivere in gruppi ristretti e spesso ciò era dovuto al tipo di attività che esse svolgevano. Un elemento molto importante che favorì tali avvenimenti va ricercato che molte famiglie complesse trasferitesi dalle campagne alle città anche per godere delle libertà e dei privilegi che il vivere in città comportava si frantumavano dando origine a famiglie mononucleari.

Fino al 1660 (data dell’ultima grande epidemia) la bassa frequenza di famiglie complesse po’ trovare giustificazione nell’alto tasso di mortalità dovuto sia a cause fisiologiche sia a cause straordinarie.

Dopo tale pestilenze, però, non aumentò il numero delle famiglie complesse e ciò indica che la scelta nucleare era strategicamente irreversibile e non dovuta a cause straordinarie e naturali.

Il 1660 ha segnato un forte cambiamento in seno alle famiglie nucleari: sono diminuiti i casi di famiglie incomplete per la mancanza di un coniuge e/o di un genitore e, di conseguenza, è diminuita la “mobilità” di giovani che, per ragioni di studio o per necessità di lavoro) andavano a vivere presso altre famiglie divenendone parte integrante.

Col passare dei secoli oltre a situazioni già analizzate in precedenza come ad esempio la liquidità dell’eredità, vi furono altri elementi che favorirono lo “snellimento” delle famiglie nucleari urbane.

La nascita di strutture di scuole collettive cominciò a ridurre la presenza di precettori ed insegnanti privati stabili.

Parallelamente nelle campagne aumentò, a causa del legame con la terra analizzato in precedenza, il peso delle famiglie complesse.

Tra il XVII ed il XVIII secolo vi fu un aumento della popolazione rurale ed un ristagno di quella urbana che portò ad una egemonia della famiglia complessa su quella nucleare, ma, come si è già detto, nei secoli successi la dinamica si invertì a favore della famiglia nucleare.

Anche le relazioni domestiche in seno alla famiglia sono variate e mutate nel corso dei secoli: il matrimonio da un semplice contratto stipulato dalle famiglie degli sposi si è trasformato in legame sempre a carattere affettivo ed anche i rapporti con i figli sono migliorati anche a seguito della razionalizzazione e del controllo della maternità e della drastica riduzione della mortalità infantile che ha portato all’abbandono della pratica del baliatico a cui si ricorreva anche per non affezionarsi troppo a bambini della cui sopravvivenza nei primi anni di vita non si era sicuri.

Come si vede in qualche modo esiste un tenue legame che collega struttura della famiglia e relazioni familiari, due processi che se pur in linea di massima indipendenti si sono intrecciati, sovrapposti ed influenzati reciprocamente.

EVOLUZIONE DEI RAPPORTI FAMILIARI

Una chiara esemplificazione del mutamento dei rapporti familiari è rappresentato dal seguente brano:

“Sinteticamente si può dire che, secondo i loro autori, la famiglia <<moderna>> è nata da alcune trasformazioni avvenute nelle relazioni di autorità e di affetto esterne ed interne all’unità coniugale elementare. In primo luogo questa si è liberata a poco a poco dai controlli della comunità e della parentela. Vi è stato in secondo luogo il passaggio da un sistema di matrimonio combinato dai genitori mossi esclusivamente da interessi di tipo economico e sociale, ad uno basato sulla libera scelta dei coniugi, sull’attrazione fisica e sull’amore. È mutato in terzo luogo il rapporto fra i coniugi. La tradizionale asimmetria di potere fra marito e moglie si è attenuata (…) la passione erotica ha acquistato una crescente importanza. Infine, sono cambiate le relazioni fra genitori e figli. Per lungo tempo i padri e le madri hanno avuto un atteggiamento di indifferenza verso i figli (…). Con la nascita della famiglia moderna gli atteggiamenti ed i comportamenti dei genitori sono!

radicalmente cambiati ed i figli sono diventati i destinatari privilegiati delle loro cure e del loro affetto. “

Ci proponiamo ora di analizzare in maniera abbastanza schematica i rapporti tra i diversi componenti della famiglia.

Genitori-figli- fratelli

Nelle famiglie di ceto medio-alto e di origine nobiliare le relazioni fra genitori e figli erano basate su principi rigidi e su di una forte verticalizzazione.

Nel 1700 i giovani nobili si rivolgevano ad entrambi i genitori con il “lei” e tutta la corrispondenza inizia con formule di apertura reverenziali ed anche ogni riferimento al padre ed alla madre era accompagnato da espressioni e sostantivi nobilitanti.

Ai figli i genitori rispondevano utilizzando il “voi” ed evitavano di precisarne il nome preferendo indicarne la condizione di parentela.

Ogni corrispondenza prevedeva formule di costrizione e di umiliazione dei figli nei confronti dei genitori.

Anche fratelli e sorelle mantenevano rapporti formali utilizzando formule di cortesia e di stampo burocratico allo scopo di mantenere le distanze anche nell’ottica di una possibile diatriba fra fratelli nel momento di divisione dell’eredità che sarebbe stata più acuta e profonda in caso di rapporti fraterni più stretti e più intimi.

Istitutori ecclesiastici e collegi

Le famiglie nobili, come già si è detto, tenevano fortemente divisi i genitori dai figli ed il tempo dedicato dai primi ai secondi era molto poco. I figli venivano vissuti e percepiti come un peso, come un elemento di contorno per la propria vita intima e che si ponevano in un’ottica di importanza dinastica e patrimoniale più che personale e che, quindi, potevano benissimo essere affidati a mani estranee soprattutto per quanto riguarda la loro educazione che veniva esercitata da maestri e precettori soprattutto di estrazione ecclesiastica.

È proprio svolgendo questa attività di insegnamento in una casa ricca e nobile che Giuseppe Parini poté analizzare e descrivere ironicamente le abitudini e l’inutilità del “Giovin Signore” definito come colui che “tutti servon e che a nullo serve”.

A metà del 1700 calò il grado di rigidità di tali rapporti, ma la figura del precettore rimase predominante e dominante per l’educazione dei giovani, anche se cominciò ad essere sempre più importante fu il ruolo dei collegi che, creati dai Gesuiti, ebbero la funzione di omogeneizzare i giovani nobili ai principi della Controriforma cattolica: erano istituzioni totalizzanti con il chiaro compito di controllare ed organizzare la vita di questa piccola elités di giovani che risultavano così essere chiaramente inquadrati nei principi e negli schemi controriformisti.

Così facendo i Gesuiti avevano conquistato il controllo sul futuro della classe dominante dell’epoca potendo avere un’egemonia sulla maggior parte della nobiltà e, quindi, sull’intera società.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

Single: una normale condizione di vita?

24 febbraio 2009

2413435237_c4c55d5b69Secondo l’Istat in Italia quattro milioni e mezzo di famiglie, oggi, sono composte da una sola persona. “Single” che, stando alle inchieste, per due terzi non vivono la solitudine domestica come una condanna, ma come una normale condizione di vita.

In loro preverrebbe il desiderio di libertà individuale sul senso di appartenenza. La “singleness”, così intesa, vi sembra un valore o un disvalore? E quali speranze hanno i “single” di vedersi riconosciuti diritti come quello all’adozione, alla procreazione assistita o all’assegnazione di case popolari?

Barbagli: C’è un chiarimento importante da fare: questi quattro milioni di single sono, in realtà, persone che per metà hanno più di 65 anni, persone che vivono da sole normalmente, perché sono vedove, separate o divorziate. Persone, quindi, per le quali i problemi posti dalla domanda non sussistono, mentre, nelle situazioni più gravi, sussistono semmai problemi di assistenza e di solitudine, e tutto fa prevedere che questi problemi socialmente cresceranno.

Ci sono poi gli altri single, i single giovani. Io non saprei davvero dire che cosa debbano fare questi single. Anzi, direi che sono fatti loro….

Posso soltanto dire che i single in Italia sono meno che in altri Paesi, tutti i dati ci confermano che in Italia si esce di casa più tardi, si tende a restare più a lungo con i genitori e quindi i single, cioè le persone che stanno per un certo periodo di tempo sole, sono meno. E questo non avviene solo in Italia, per la verità, si pensa che sia una peculiarità italiana e invece, se è una peculiarità, lo è dei paesi mediterranei.

Avviene nell’Europa del Sud. Però, perché avviene? Per tanti motivi diversi. Non avviene, come dicono i giornali, perché sono mammoni. Avviene, forse, per diverse tradizioni storiche: in Italia e nei paesi del Mediterraneo c’è una storia della famiglia diversa da quella dei Paesi anglosassoni. Ci sono norme che non favoriscono l’uscita di casa, e mi riferisco non tanto alle norme di legge, ma a norme che regolano la vita sociale, norme organizzative. Ad esempio, come sono organizzati gli studi superiori e l’università, come e perché le banche concedono mutui per acquistare casa…

Saraceno: Sono d’accordo, bisogna distinguere tra questi single, che sembrano tutti swinging single che vanno al bar dei single e hanno queste vite affascinanti, bisogna distinguere in questo immaginario collettivo del single che va al club Mediterranée per trovare un compagno, per avere un colpo di vita…

In realtà, per la metà sono appunto vecchi, anzi vecchie. Soprattutto tra gli anziani le single sono delle anziane, spesso delle grandi anziane, le quali sono state in una famiglia con altre persone per tutta la vita, passando da una famiglia all’altra, hanno accudito il proprio compagno fino alla fine e poi, spesso, si sono trovate da sole. Perché per motivi demografici, diversa speranza di vita tra uomini e donne, il fatto che le donne si sposano più giovani rispetto agli uomini, queste donne poi si trovano da sole.

Per loro, quindi, più che di singleness si può parlare di solitudine. E anche qui non sempre, perché ci sono i figli e perché vivere da soli non vuol dire vivere isolati. Ci sono anche delle donne, e in questo sono un pochino in disaccordo con te, Marzio, ci possono essere anche donne che rimangono vedove in età non molto avanzata e che possono avere, proprio, una svolta di vita.

Barbagli: Vedove finalmente felici.

Saraceno: Sì, c’era “La sindrome della vedova felice”, era il titolo di un libro americano di diversi anni fa, e faceva un po’ colpo. Ma mi ricordo che quando l’avevo raccontato a mia madre, lei aveva commentato: “Che scoperta, certo che è così”. La sindrome della vedova felice, nel senso di una vita compiuta, portata a compimento, e nel senso, quindi, del potersi dedicare ad altro. Poi ci sono i separati o divorziati, che possono essere di ogni età. E, anche qui, c’è chi si può ritrovare da solo senza averlo voluto e chi si ritrova da solo avendolo fortemente voluto. Infine i giovani…

Ma in generale l’essere da soli, almeno nel nostro Paese, ma è vero anche nella maggioranza dei Paesi, è una fase della vita, non è una scelta di vita. Per cui alcune questioni tipo l’adozione riguardano davvero una minoranza molto ristretta. Il che non significa che per questi non sia un problema serio. Quasi mai uno sceglie di rimanere da solo per tutta la vita. Può capitare. E allora può capitare di porsi il problema: perché io non posso adottare o avere un bambino?

Ma, per lo più, si tratta di una fase iniziale della vita, o una fase finale, o una fase intermedia tra due matrimoni. E, come dicevi tu, Marzio, prima, in Italia e nei Paesi mediterranei rispetto ad altri Paesi si tratta per lo più della fase finale, perché da noi i giovani non escono di casa, si sposano un po’ più tardi, non vanno, o sono ancora pochi, a vivere insieme in convivenza more uxorio pre-matrimoniale e ancora meno vanno a vivere da soli. Salvo gli immigrati.

Gli immigrati interni, da questo punto di vista, escono prima di casa. Escono prima nel Mezzogiorno che non nel Centro-nord. È più facile che ci sia un giovane del Mezzogiorno che vive da solo, o insieme ad altri per condividere le spese, che non un giovane settentrionale. È vero che negli altri Paesi sono di più gli studenti universitari che vanno a vivere da soli o con altri amici, non necessariamente in un rapporto di coppia. Ma credo che da noi questo fenomeno sia sotto-rappresentato dalle statistiche. Basta interrogare i nostri studenti: risultano tutti risiedere presso i genitori, anche quando vivono fuori sede.

Però, certamente, le nostre strutture universitarie non favoriscono. Leggevo proprio oggi su un giornale di Torino che ci sono solo 200 posti letto nel più grosso collegio universitario torinese. Calcolando la quantità di studenti fuori sede che abbiamo, questo significa che è difficilissimo per un giovane vivere fuori casa. E in più non c’è neppure il modello culturale adatto: ci deve essere una scusa per uscire di casa, non fa parte del modello vivere da soli senza essere sposati.

Il modello culturale dice che se uno non ha conflitti grossi con i propri genitori, o non deve emigrare, non ha l’università fuori sede, perché esca di casa ci deve essere un grandissimo conflitto.

Da noi bisogna sbattere la porta, per andare a vivere da soli, cosa che non è vera negli altri Paesi.

Fonte: http://www.educational.rai.it

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