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Gelosia

5 marzo 2010

Cos’è la gelosia?

Da un punto di vista etimologico, il termine proviene dal latino “zelus” e significa zelo, cura scrupolosa. Per le nostre nonne le gelosie erano i battenti delle finestre che avevano  ovviamente  il compito di proteggerle da sguardi indiscreti.
Nell’accezione più comune la gelosia è però uno stato emotivo determinato dal timore, fondato o meno, di perdere la persona amata e caratterizzato dalla paura e dal sospetto che questa rivolga altrove il suo interesse, con la conseguenza che si sviluppino odio e aggressività nei confronti del rivale vero o presunto.

La gelosia non è un fenomeno “anormale”, né tanto meno una malattia, ma può diventarlo. Per alcuni è un fastidio, una sottile sensazione di disagio, per altri un’ossessione. A volte è un bisogno, una dipendenza.
Nella nostra cultura, la gelosia, al di là della sua connotazione negativa, è approvata, in quanto pare garantire la presenza di affetti legittimi, primo fra tutti l’amore: chi ama davvero deve essere geloso!

Ritroviamo il “dramma della gelosia” in letteratura, in musica, nel cinema, nelle arti figurative, addirittura nella giurisprudenza che sembra giustificarla e compatirla attribuendo un significato “onorevole” ai suoi delitti.
Esistono comunque diversi livelli di gelosia:

1. Il desiderio di tenere a sé la persona amata
2. La gelosia che porta a continue verifiche sulla vita del partner
3. La gelosia ossessiva:  proiezione della propria infedeltà o insicurezza sull’altro.
4. La gelosia delirante

Psicologia e gelosia

Sigmund Freud, distingue tre diverse forme di gelosia, la cui caratteristica comune è l’ambivalenza, la contemporanea presenza cioè, di sentimenti di amore ed aggressività rivolti verso la stessa persona:

1.   La GELOSIA COMPETITIVA o NORMALE, essenzialmente composta da dolore, afflizione, provocati dalla convinzione di aver perduto 1’oggetto d’amore, da sentimenti ostili verso il più fortunato rivale, da una dose più o meno grande di autocritica che tende ad attribuire a se stesso la responsabilità della perdita amorosa. Infine da sentimenti ostili verso il rivale e da una dose più o meno grande di autocritica.

2.    La GELOSIA PROIETTIVA, che deriva, sia nell’uomo che nella donna, dall’infedeltà che essi stessi hanno attuato nella vita o da spinte verso l’infedeltà che sono state rimosse. La fedeltà, nei rapporti di coppia può essere mantenuta solo a patto di resistere a continue tentazioni. Colui che avverte in sé 1’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze all’infedeltà.

3.    La GELOSIA DELIRANTE, caratterizzata dalla convinzione, di solito priva di fondamento reale, dell’infedeltà del proprio partner, e da conseguenti reazioni comportamentali nei confronti di quest’ultimo e dei suoi presunti amanti. Manifestazione caratteristica di questo tipo di gelosia è l’affannosa ricerca di indizi che provino l’infedeltà. Anche il delirio di gelosia per Freud è determinata da tendenze all’infedeltà che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto. La gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità che da latente comincia a cercare la sua strada. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”.

La gelosia patologica

La gelosia di per sé, non è patologica, ma può diventarlo, se espressa e percepita nella sua forma più estrema, trasformandosi in gelosia ossessiva o delirante. Il delirio di gelosia, come riportato dal DSM IV TR, consiste nella convinzione di essere traditi dal proprio partner distinguendosi in tal modo dalla gelosia caratterizzata dal timore di tradimento, ma non dalla certezza che esso si sia consumato.

Nello specifico, la gelosia patologica è uno dei sottotipi del Disturbo Delirante riportati dal DSM–IV-TR. Tale sottotipo si applica quando il tema centrale del delirio della persona è la convinzione che il proprio coniuge o amante sia infedele; convinzione che non si basa su un motivo accertato, ma su deduzioni non corrette, supportate da piccoli indizi interpretati come prove evidenti, allo scopo di giustificare il delirio. Di solito, il soggetto con il delirio cerca il confronto con il partner, e tenta di intervenire contro l’infedeltà immaginaria , ricorrendo a diverse strategie; ad esempio limitando l’autonomia del partner, seguendolo e pedinandolo, investigando sul presunto amante, fino ad arrivare nei casi estremi ad attaccare fisicamente il proprio partner, sfociando in alcuni casi nel cosiddetto “delitto passionale”, di cui la gelosia sembra essere la causa più frequente.

Personalità del partner geloso

Il senso di proprietà, il bisogno di controllare, la paura dell’abbandono sono le principali caratteristiche della gelosia. A molti queste caratteristiche sono state trasmesse in famiglia.
La madre è gelosa del figlio dal momento del parto; il figlio, nascendo, non sarà più solo suo. Il padre, allo stesso tempo, vede nel figlio il tradimento della moglie. Si sente abbandonato, messo da parte, in quanto tutte le attenzioni sono rivolte al nuovo arrivato.
Il bisogno che spesso sottende la gelosia è un bisogno di esclusività; il bisogno di un legame che ci faccia sentire importanti perché unici, un legame senza cui l’altro non potrebbe vivere. In questo caso non importa se 1’intruso provochi una effettiva riduzione del tempo, dell’affettività, dell’amore: ogni intrusione in sé rappresenta una effettiva limitazione nel rapporto.

Lo si vede nelle relazioni in cui un partner, spesso per senso di colpa, ricopre 1’altro di regali e attenzioni pur coltivando un legame con una terza persona. Anche nel caso in cui l’ammontare complessivo delle risorse affettive venga distribuito in maniera da accontentare tutti, la perdita dell’esclusività sarà ritenuta comunque di importanza capitale.
Il discorso sulla esclusività non ci porta molto lontano da quello sulla proprietà, la possessività, 1’attaccamento. Usiamo la proprietà per soddisfare i nostri bisogni.

La proprietà è anche alla base dell’orgoglio e della vanità: siamo orgogliosi di ciò che effettivamente ci appartiene, siamo vanitosi per il semplice fatto di possedere qualcosa. A rendere tanto precario il possesso di una persona è il fatto che la persona che crediamo di possedere ha il potere di andare via, di abbandonarci, di lasciarci, di decidere di appartenere a qualcun altro, o semplicemente di decidere.

Caratteristica di base del soggetto geloso è il bisogno di controllare. Esistono due aspetti del controllo. Il primo riguarda le persone che, anche in condizioni di stabilità e al di fuori di una situazione di pericolo incombente hanno bisogno di conservare la supremazia e un rigoroso controllo sulla loro relazione. Tali soggetti tendono a reagire vivacemente nei confronti di ogni intrusione che ne minacci il controllo. L’altro aspetto del controllo riguarda la reazione nei confronti di una minaccia attuale. Alle volte è proprio il partner minacciato ad assumere per primo l’iniziativa (pur di controllare la situazione) e spingere l’altro al tradimento (“tanto prima o poi mi tradirà”).

Gelosia e aggressività

Spesso, purtroppo, la gelosia degenera in emozioni ancora più negative come la rabbia, l’ira. Per gelosia si uccide, non dimentichiamo il delitto d’onore o il delitto passionale. Secondo alcuni autori quando aumenta a dismisura l’intensità di un “attacco” di gelosia si compiono azioni disdicevoli poiché si perde il controllo. Non il controllo di sé, ma quello dell’altro, della relazione, della situazione. L’aggressività è una delle reazioni possibili allo scatenarsi della gelosia. Il partner geloso può aggredire il compagno/a nel tentativo di difendere qualcosa su cui sente di stare perdendo il controllo.

L’aggressione può manifestarsi in tanti modi, anche nascondendo la gelosia stessa attraverso litigi che sembrano insignificanti, ma che si trasformano in potenti bombe…. Con l’aggressione si cerca, consciamente o meno, di far sentire in colpa il partner per poterlo manipolare e riportare sui binari che vorremmo. In realtà il partner potrebbe reagire in modo completamente diverso, ad esempio potrebbe allontanarsi oppure potrebbe accadere che si stabilisca nella coppia un circolo vizioso in cui il litigio si perpetua, e diventa il fulcro intorno a cui si organizza il rapporto.

Fonte: http://www.feritedamore.it

Conta più la forma o la sostanza nel linguaggio?

21 aprile 2009

istock_000001027945small1circle-kidsQuando parliamo con qualcuno, quanto pesa il nostro stato emotivo? Sì molto, lo sappiamo tutti sulla pelle delle esperienze che abbiamo vissuto. Si dice, infatti, che si avvia un incontro con “il piede giusto”, oppure con “il piede sbagliato” e, a seconda del caso, l’esito finale sarà ipotecato da questa scelta di partenza.

Che ne dite, ad esempio, di una conversazione che comincia con un “Adesso stai ad ascoltarmi perchè sono stufo della tua indifferenza!”? Insomma, per quanto un’affermazione del genere sia supportata dai fatti, si può immaginare che chi ascolta abbia già perso la voglia di stare a sentire il seguito del discorso.

C’è chi sostiene che, quello che conta davvero, è la sostanza di un discorso, ovvero le informazioni e i fatti da raccontare agli altri. L’esempio qui sopra e, credo, anche le “testate” prese nel corso della vita, dimostrano che è la forma a contare più della sostanza. Anzi, è proprio la forma che “impacchetta” il messaggio e gli attribuisce un significato ben preciso.

Un esempio che illumina questo punto è l’uso di un linguaggio connotato dal segno + o dal segno – . Sì, perchè il linguaggio funziona come una pila: ha un polo positivo e un polo negativo. I poli opposti sono in perfetta corrispondenza con i nostri stati emotivi e mentali. Se ci sentiamo bene, in pace con l’umanità e con il sole che splende alto nel cielo, allora saremo come un meraviglioso focolare che scalda e illumina le persone vicino a noi. Al contrario, se le cose girano dalla parte sbagliata, fuori grandina e siamo di pessimo umore, ecco che tutto si colora di grigio e diventiamo insopportabili.

La nostra comunicazione con gli altri, in questo senso, è spesso uno specchio fedele del nostro stato interno. Quando parliamo con qualcuno e “condiamo” il nostro discorso con parole come “triste”, “ansioso”, “incerto”, si può immaginare facilmente qual è l’effetto che otteniamo sull’umore del malcapitato.

Usare un linguaggio positivo ci aiuta a far partire il discorso sempre con “il piede giusto”. Chi ci sente parlare con termini come “sviluppo”, “soluzione”, “fiducia”, è certo ben contento di starci a sentire e sarà più disponibile ad ascoltare le nostre idee. Per chiarire meglio questo punto, è importante aggiungere altre due considerazioni:

1. Far uso di una terminologia positiva o negativa dipende dal nostro modo di guardare e valutare le cose. Questo per dire che, se vediamo la vita come un campo minato sempre pronto a procurarci qualche ferita, sarà poi impossibile usare un linguaggio positivo.
2. La comunicazione, secondo me, si poggia sempre su basi di etica. Se usiamo parole ricche di messaggi positivi per convincere il prossimo della nostra buona fede e poi commettiamo crimini di ogni genere, allora prendiamo in giro noi stessi (insieme agli altri).

di Linda Scotti

Fonte: http://www.comunicobene.com/contenuto/cerchio.html

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