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L’Amore: L’Emozione più grande

16 novembre 2009

L'amore:l'Emozione più grandeIl principio dello star bene con se stessi funziona, per esempio, anche con gli animali domestici. Gli animali sono meravigliosi, perchè ti mettono in uno stato emotivo fantastico. Quando provi affetto per il tuo animale, sei in uno stato di amore che porterà un gran bene nella tua vita. Un regalo non da poco.

“E’ la combinazione di pensiero e amore che costituisce la forza irresistibile della legge di attrazione”.(Charles Haanel)

Nell’universo non esiste potere più grande di quello dell’amore. Questo sentimento è la frequenza più elevata che puoi emettere. Se potessi avvolgere di amore ogni pensiero, se riuscissi ad amare ogni cosa e ogni essere umano, la tua vita subirebbe una trasformazione.

Di fatto alcuni grandi pensatori del passato si riferivano alla legge di attrazione chiamandola legge dell’amore. Se ci pensi capirai perchè. Se nutri pensieri negativi su un’altra persona, sarai tu a sperimentare la manifestazione di quei pensieri: Con i tuoi pensieri puoi arrecare danno solo a Te stesso. Indovina un pò a vantaggio di chi andranno i tuoi pensieri d’amore. sarai proprio tu a goderne i benefici! Ecco allora che se vivi prevalentemente in uno stato di amore, la legge di attrazione, o legge dell’amore, reagirà con la massima intensità, perchè tu sei sulla più elevata frequenza possibile. Più è grande l’amore che provi ed emani, maggiore è il potere di cui disponi.

“Il pincipio che fornisce al pensiero la forza
dinamica per entrare in relazione con il suo
oggetto, e quindi affrontare con successo ogni
esperienza umana sfavorevole, è la legge di
attrazione, la quale non è altro che uno dei tanti
nomi con cui si definisce l’amore. si tratta di un
principio eterno e fondamentale, insito in tutte le
cose, in ogni sistema filosofico, in ogni Religione
e in ogni Scienza. Non c’è modo di sottrarsi alla
legge dell’amore, il sentimento che conferisce
dinamicità al pensiero. L’emozione è desiderio
e il desiderio è amore. Il pensiero pervaso di
amore diventa invincibile
“. (Charles Haanel)

Tratto da: The Secret – Rhonda Byrne -

Il potere della chiarezza

23 ottobre 2009

Anthony Robbins

Bene, quello che dobbiamo fare è attuare un cambiamento degli standard mentali e delle nostre abitudini. E’ lì che avviene la vera trasformazione. E in nessun altro posto. Vi do subito un esempio semplice e efficace. Se volete conoscere ciò che fa la vera differenza nella vita delle persone, alla fine tutto si riduce alle cose capaci di produrre il maggior cambiamento, la svolta.

Lasciate che vi dica una cosa: Per vivere una vita straordinaria dovete avere una mente straordinaria, è vero? Cosa significa mente straordinaria? Vivere in uno stato mentale capace di condizionare positivamente il nostro sistema nervoso, il corpo, la fisiologia e il “focus”,ovvero la nostra capacità di concentrazione, affinchè siano al massimo delle possibilità.

Siete d’ accordo si o no? Ora, se questo è possibile perchè non tutte le persone lo fanno? Non certo perchè non possono. Ciascuno di noi ha le capacità per riuscirci. Il problema sono le abitudini e gli standard, i parametri mentali che ci siamo costruiti. Mi ricordo di un momento particolare, all’inizio della mia carriera, avevo circa 24 anni… Ero andato a Boston per tenere un corso, all’ epoca era un grande corso per me, con circa 125 partecipanti. Era un seminario di 3 giorni, durante il quale lavorammo tantissimo.

Le persone avevano fatto dei passi in avanti straordinari ed io alla fine ero talmente soddisfatto che mi sono trovato a pensare: “Mio Dio, ho 24-25 anni e sono così felice. Ho trovato la vera missione della mia vita: faccio quello che amo, il mio lavoro ha un impatto positivo nella vita delle persone. Tutto questo è straordinario!” Così l’ ultima sera, di domenica – il corso era finito – si era fatta ormai mezzanotte, ma io ero ancora troppo attivo per andare a dormire.

Decisi quindi di fare una passeggiata e andai verso Copley Square, un posto molto gradevole, dove si possono ammirare l’ uno affianco all’ altro edifici piuttosto antichi e grattacieli. Insomma, stavo camminando da solo, domenica verso mezzanotte, e ovviamente non c’ era quasi nessuno per strada. Da lontano vedo un tipo che cammina in modo strano, barcollando tra il bordo del marciapiede e la strada. Indossava un lungo impermeabile e camminava con la testa ciondoloni trascinandosi appresso una borsa marrone. Già da lontano iniziavo a sentirne la puzza: era evidentemente ubriaco.

Man mano che si avvicinava, pensai: “Scommetto che mi chiede dei soldi”. E di certo, nella vita quando ci focalizziamo su qualcosa, questa tende a realizzarsi, non è vero? Bene, il tipo si avvicina sempre di più… io in un certo senso mi aspettavo qualche reazione… E all’ improvviso con una faccia assurda mi si rivolge: “SIGNORE?!” La voce e lo sguardo erano davvero inquietanti. “Signore, mi può prestare un quarto di dollaro?” E lì ho pensato: “Voglio davvero premiare un comportamento del genere?” e anche “Però vorrei aiutarlo, non voglio che soffra…” Insomma, capita anche a voi di trovarvi in un dilemma simile, a volte? Del resto non sono io a dover giudicare… Anni fa ho preso una decisione di dare l’ elemosina anche se la persona che me la chiede ne farà un cattivo uso, è una sua responsabilità.

Per quanto mi riguarda se posso dare, lo faccio. Però in quello stesso momento ho pensato: “Forse potrei insegnargli qualcosa”. E quindi gli ho risposto con una domanda: “Tutto quello che vuoi è solo un quarto di dollaro?” E lui: “Si, solo un quarto, un quarto mi basta per cambiarmi la vita”: Così ho preso il mio portafogli, tirato fuori la clip con le banconote e… sapete, all’ epoca ero ancora molto giovane e avevo appena iniziato ad avere successo. Il mio mentore a quei tempi era Jim Rhon.

Chi di voi ha sentito parlare di Jim Rohn? Beh, una persona fantastica. E Jim era solito dirmi: “Guarda Tony, tu hai alle spalle origini umili, e quindi ragioni da povero. Devi cambiare questa attitudine. Anche se non hai soldi, inizia a ragionare come se li avessi. Devi allenare la tua mente. Condizionala. Tira fuori un paio di biglietti da 100 dollari e mettili per primi, anche se in mezzo tutto quello che hai sono solo biglietti da 5.

Così ogni volta che tiri fuori i soldi, vedi quei biglietti da 100 dollari, ti senti più sicuro, più realizzato e ispirato. E se questo è il tuo stato d’ animo, agirai meglio.” Bene, tornando alla storia, tiro fuori la clip, accertandomi che l’uomo veda bene i biglietti da 100 dollari. E faccio per cercare degli spiccioli. Ovviamente il tipo guarda le banconote… Trovo il quarto di dollaro, lo prendo e rimetto le banconote in tasca. Il tutto, ben consapevole che il tipo non fa che fissare la mia mano che riaffonda nella tasca. Prendo il quarto di dollaro, lo osservo e gli dico: “Signore, la Vita paga qualsiasi somma lei è in grado di chiedere”. E gli dò la moneta. E a questo punto, successe una cosa davvero interessante.

L’ uomo prese la moneta, la guardò, poi mi guardò, lanciò ancora un’ occhiata alla mia tasca… poi di nuovo a me e alla fine mi disse: “Lei è proprio strano!” E quindi traballando se ne andò via. Quella notte mi ritrovai a pensare: “Qual è la differenza tra noi due?” Io, 24-25 anni, all’ inizio della mia carriera,avevo iniziato a concretizzare i miei sogni, a seguire la missione della mia esistenza. E lui, probabilmente già verso i 60 anni, ubriaco per strada ad elemosinare monetine.

Qual è la differenza?

Ho pensato anche: “Forse Dio mi ha benedetto, perchè sono una persona buona…”. Ma quest’ uomo allora? Certo non era cattivo. Quindi? Probabilmente la risposta alla domanda è proprio nelle parole che gli ho detto: “La vita paga qualsiasi somma siamo capaci di chiedere”. E sapete il segreto: bisogna avere intelligenza e saper chiedere.
Nella Bibbia c’è scritto: “Chiedi e ti sarà dato!” Sì, una bella formula. Guardiamola più in profondità. Vedete…chiedi e ti sarà dato. Sono certo che Dio ha inteso dire anche: chiedi con intelligenza. Non penso proprio che abbia voluto dire che se uno chiede “Prostitute” oppure “Vino” lo riceve.

Non credo siano queste le istruzioni per l’ uso. Allora, se chiediamo in modo intelligente, ci sono 5 elementi importanti di cui tener conto:

Numero 1: Chiedere in modo specifico. Non esprimete le vostre richieste in modo generico. E’ un errore che la gente fa di continuo. Per esempio “Voglio più soldi”. Allora se uno vi dà un dollaro dovreste essere già contenti e togliervi dai piedi, no? Molto spesso, noi otteniamo proprio quello che chiediamo. Solo che non siamo consapevoli di formulare richieste in modo generico.

La chiarezza è potere. Quanto più chiaramente siete in grado di definire con esattezza ciò che desiderate, tanto più il vostro cervello saprà attivarsi ad arrivare al risultato. Il vostro cervello è un meccanismo ausiliario ad alta precisione. Avete presente i così detti missili “intelligenti”? Anch’ essi sono guidati da un meccanismo del genere. Si muovono sempre in direzione del target. Il target si muove? E loro lo seguono.

Il vostro cervello, se lo condizionate in modo produttivo, sa esattamente cosa fare e trova il modo per arrivare all’ obiettivo. A quanti di voi è capitato di acquistare un certo vestito oppure una certa auto e poi iniziare a vederla un po’ dappertutto? Alzate la mano. E come è possibile? In realtà, quell’ auto è stata sempre in circolazione, solo che voi adesso la notate. La spiegazione è nel fatto che nel vostro cervello esiste una parte chiamata Sistema Reticolare Attivatore (RAS).

Questa porzione del cervello determina le cose di cui ci accorgiamo, quelle che notiamo. Il nostro cervello per la maggior parte del tempo è impegnato nel fare una selezione degli stimoli che ci circondano. Questo è essenziale, altrimenti impazziremmo. Ma quando decidiamo quale è per noi la cosa più importante, il nostro cervello la segue. Ogni persona di successo che io conosco ha costruito un piano RPM. Di cosa si tratta? Un piano RPM è costruito su una metafora: che per andare da dove sei oggi a dove vorresti essere nel modo più veloce, la cosa fondamentale è la potenza, l’ energia. Proprio come in una automobile: cavalli/potenza.

La R vuol dire risultati. Queste persone sanno ciò che vogliono, con precisione. Se non sapete esattamente cosa volete,o se vi perdete andando dietro a idee vaghe e generiche, non arriverete alla meta.
Non raggiungerete quello che volete. Ripeto: LA CHIAREZZA E’ POTERE. Dovete sapere in modo chiaro e specifico il risultato che volete ottenere. COSA VOGLIO? E dovete essere in grado di rispondere a questa domanda in modo dettagliato. Qui e ora.

A livello mentale, fisico, nella sfera delle emozioni, rispetto alle vostre finanze, o relativamente all’ aspetto spirituale della vostra vita. Se non sapete rispondere con esattezza a questa domanda, non riuscirete ad essere così soddisfatti come vorreste. E oggi durante il corso, il nostro compito sarà quello di riuscire a rispondere ad almeno una di queste domande.

Secondo punto: dovete conoscere il perchè delle vostre azioni. Sapete, c’è chi ha dei grandissimi obiettivi, tipo: diventare miliardario, portare la pace sulla Terra… Bene, PERCHE’? Perchè desidero questa cosa? Qual è lo scopo? Se non riuscite a rispondere a questi quesiti, non appena si presentano le difficoltà vacillate.

E se non avete una spinta emozionale abbastanza forte, non sarete in grado di spezzare queste barriere e procedere verso la meta. Dovete mettervi in condizione di superare questi ostacoli, come? Con le giuste motivazioni. Le ragioni, i motivi che vi spingono all’ obiettivo vengono per primi, le risposte sono una conseguenza. Quell’ uomo di cui vi ho appena parlato non sapeva ciò che voleva e non aveva motivazioni sufficienti. Per chiedere in modo intelligente bisogna essere specifici.

Perchè vuoi avere sufficiente passione ed entusiasmo per realizzare quella determinata cosa? Se non avete delle ragioni sufficientemente importanti, non otterrete dei risultati. Infine, M. M sta per Massivo. Qual è il vostro piano di azione? Qual è la cosa che vi aiuterà a riuscire? Se una prima volta non va, e neppure la seconda, cosa farete?

AZIONE MASSIVA. Dovete sempre accertarvi di avere un piano di azione. In modo che se i primi due falliscono, sapete come procedere, altrimenti vi ritroverete soltanto con delle giustificazioni sul perchè non ha funzionato. COSA DEVI FARE PER REALIZZARE I TUOI OBIETTIVI: AZIONE MASSIVA Quindi: chiedere in modo intelligente richiede tutte queste cose. Per questo se davvero vogliamo avere risultati straordinari, dobbiamo raggiungere uno stato mentale straordinario, sapere con esattezza quello che vogliamo e mettere in pratica tutte queste informazioni.

“La vita ci ripaga con qualsiasi somma abbiamo la capacità e coraggio di chiedere”
Anthony Robbins

Fonte: http://www.bloghissimo.it/sapere-e-cultura/marketing/il-potere-della-chiarezza-e-della-determinazione-antony-robbins.html

L’evoluzione della famiglia

13 marzo 2009

Parte terza

kissingindoorI CONIUGI

A partire dal 1500 i rapporti tra coniugi, parallelamente a quelli fra fratelli e sorelle, subirono profondi e significativi mutamenti: si passò da forme completamente e sempre referenziali (uso del “lei” e del “voi”) sia nella fase prematrimoniale, sia in quella post-nozze, all’uso di forme burocratiche nella sola fase precedente al connubio: dopo il matrimonio tali espressioni lasciavano il posto a termini ed allocuzioni meno auliche che segnavano quella visione più intima del matrimonio che, nella seconda metà del 1800, vedrà il comparire del “tu”, simbolo di un passaggio ad un matrimonio più fortemente basato su intimità e legame affettivo reciproci.

Si passa, quindi da una famiglia verticistica in cui il padre è padrone e tiranno e che basa la propria autorità ed il proprio potere, per usare una classificazione di tipo weberiano, su elementi di carattere tradizionale e/o carismatico, ad un potere basato, sempre per dirla con Weber, su dinamiche razionali: non siamo più di fronte al Patriarca di Filmer, ma al capofamiglia.

I matrimoni sono frutto di scelte personali e non solo di ragioni dinastiche e maggiormente basati sulle persone che lo compongono che sulla posizione da esse ricoperta.

La strada verso l’emancipazione della moglie e dei figli è aperta, ma molti passi restano ancora da compiere.

IL PERCORSO VERSO LA FAMIGLIA CONIUGALE INTIMA

A cavallo tra il XVIII e d il XIX secolo si verificarono numerose trasformazioni in seno alle famiglie aristocratiche: aumentò il numero dei figli che si sposavano e che sceglievano forme di residenza neolocale abbandonando il tetto paterno. Scompariva, inoltre, l’abitudine di lasciare i figli in affidamento alle balie.

La distanza sociale tra i membri della famiglia cominciavano a diminuire e ciò fu dovuto, essenzialmente, alla diminuzione dell’età dei mariti rispetto alle mogli. Fino al 1700 si riteneva che un marito anziano avrebbe meglio guadagnato la stima e la riverenza delle consorte; in seguito si cominciò a sostenere che il marito dovesse conquistare la stima ed il rispetto della moglie o che, almeno, dovesse riuscire ad imporre la propria autorità indipendentemente dall’età.

Si ebbe anche una razionalizzazione ed un controllo delle nascite che cominciarono ad essere pianificate lasciando intercorrere più tempo tra le nozze ed il primo parto e tra un parto e l’altro.

Affinché avvenisse ciò era stato propedeutico un mutamento dei rapporti coniugali: il marito non era più decisore solo ed assoluto della vita intima, ma la moglie poteva intervenire ed influenzare tali decisioni se non, ma solo in pochi casi, essere corresponsabile di tali scelte.

Come si è detto il 1700 fu un secolo di trapasso: entrava in crisi la famiglia tradizionale ed autoritaria frutto del matrimonio di interesse e si vedeva all’orizzonte un modello di famiglia tendenzialmente più democratica ed intima.

Inizialmente la famiglia tradizionale trovò un ponto di equilibrio e di conservazione nella figura del cicisbeo che permetteva di mantenere inalterato il rapporto reverenziale ufficiale, ma consentiva alla moglie di creasi una propria sfera autonoma d’azione in cui far pesare la propria volontà.

La fine della dominazione spagnola nel XVIII secolo avvicinò l’Italia al resto d’Europa e ciò fu un punto a favore dell’affermazione della famiglia mononucleare.

A favorire la razionalizzazione delle nascite furono alcune scoperte scientifiche tra cui il fatto che una donna che avesse allattato la propria prole correva meno rischi di rimanere di nuovo incinta: ciò favorì l’abbandono della pratica del baliatico.

La famiglia nucleare favorì una più rapida emancipazione dei giovani sposi rispetto ai genitori ed agli suoceri e di figli rispetto ai genitori, anche alla luce delle nuove dottrine illuministiche che favorirono l’istituzione e la creazione di un diverso rapporto interno alla famiglia basato su una sempre maggiore diminuzione delle distanze sociali tra i componenti di un nuovo ed inedito triangolo domestico i cui vertici erano rappresentati dai seguenti soggetti: il marito-padre, la moglie-madre ed i figli.

RAPPORTI E RITI FAMILIARI

Il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella monunucleare iniziò ai vertici della scala sociale per poi diffondersi anche nella base della piramide sociale attraverso la trasformazione di alcuni istituti su cui si basava e si basa la struttura della famiglia stessa.

Il matrimonio

Il matrimonio non era in origine un fatto privato, anzi era un evento pubblico in cui si registrava l’ingerenza e l’influenza di tutta la comunità. La comunità era solita aggredire e combattere la costituzione di famiglie anomale (omosessuali, adulteri, seconde nozze di vedove o vedovi, ecc….) facendo così valere tutta la propria influenza nei confronti di chiunque osasse trasgredire alle tradizioni.

Molto ristretti, in alcuni casi fino agli ’20 e ’30 del XX secolo, rimanevano gli spazi di intimità dei giovani fidanzati e coniugi. Il fidanzamento era un fatto pubblico ed i corteggiamenti e gli incontri prematrimoniali avvenivano alla presenza di parenti ed altri membri della comunità utilizzando espressioni di reciproca riverenza ed il “lei”. Nel caso fosse scoperto un incontro clandestino la donna era seriamente minata nel suo onore e nella sua dignità.

Il culmine del ritualismo e dell’ingerenza della comunità lo si ritrovava nei riti matrimoniali a cui seguivano pranzi allargati a buona parte della popolazione residente nella stessa comunità degli sposi. I costi di tali festeggiamenti erano ripartiti in maniera diversa a seconda delle differenti realtà geografiche o sociali sulla sola famiglia dello sposo (in campagna), su entrambe (sempre in ambito rurale) o su quella della sola sposa (in città).

Per ovviare a queste spese spesso le famiglie invitavano i giovani sposi a compiere atti, come ad esempio la fuga od un proficuo rapporto sessuale prematrimoniale, in modo da trasformare le nozze in una cerimonia riparatrice che non prevedeva grandi festeggiamenti e che, quindi, non rappresentava per le famiglie occasione di onerose ed ingenti spese.

L’aspetto pubblico del matrimonio proseguiva anche dopo lo sposalizio e non erano né rare, né inconsuete intromissioni nella stanza degli sposi durante la prima notte di nozze.

Col passare dei secoli l’aspetto pubblico calò a favore di una visione privata delle nozze, anche se la comunità continuò a far valere la propria influenza se non altro sotto forma di giudizio e di chiacchiericcio.

Soprattutto nel Sud Italia e nelle comunità di minori dimensioni il giorno successivo alla prima notte di nozze era consuetudine l’esposizione del lenzuolo su cui i giovani sposi avevano svolto la propria “prima” attività sessuale. La presenza di macchie di sangue confermava la precedente verginità della sposa. È da sottolineare come nei molti casi in cui la verginità era stata da molto abbandonata il suddetto lenzuolo veniva appositamente sporcato con sangue animale per “ingannare” gli occhi indiscreti del vicinato.

Il privato cominciò ad affermarsi nel XX secolo quando, grazie all’istituzione della luna di miele, i giovani sposi compivano un viaggio postmatrimoniale che li poneva al riparo dall’influenza e dal giudizio della comunità.

Nelle famiglie complesse la nuora viveva in una condizione di completa sottomissione nei confronti della suocera che aveva la supremazia su tutte le donne di casa. La guida della famiglia spettava al padre al quale tutti dovevano la più completa e totale obbedienza. In caso di suo decesso gli subentrava il figlio più anziano.

Era il capofamiglia (detto capoccia) che dirigeva ed organizzava la vita di tutta la comunità familiare e che deteneva il portafoglio di casa che, però, era direttamente ed operativamente gestito dalla moglie che doveva sempre rendere conto al capofamiglia di ogni entrata e di ogni uscita.

I momenti di massima socializzazione sono i pranzi quando i genitori svolgono anche una funzione educativa nei confronti dei figli.

I lavori domestici spettavano interamente alle donne a cui spettava anche il compito di occuparsi dell’igiene personale e della pulizia degli abiti del marito.

Nelle famiglie nucleari borghesi e cittadine, invece, non era raro che fosse il marito stesso ad occuparsi della propria igiene personale e della pulizia dei propri capi d’abbigliamento. Inoltre nelle famiglie urbane vi era una minore intrusione della comunità nella vita coniugale e le stesse relazioni intime erano più strette in presenza di minori distanze sociali che portarono ben presto al passaggio dal “lei-voi” ad un più confidenziale “tu”.

Grazie ad una sorta di processo di osmosi tali innovazioni si diffusero anche nelle tradizionali famiglie patriarcali estese e contribuirono all’inizio del processo di superamento verso famiglie basate sul modello nucleare oppure, più semplicemente, ne modificarono le strutture e le relazioni interne in un’ottica più simile a quella delle già citate realtà familiari mononucleari.

Fonte: http://cronologia.leonardo.it

Modelli familiari e relazioni interpersonali

19 febbraio 2009

famille-4-personnes-10-1Per avere un’idea dell’entità dei cambiamenti che si sono verificati nella famiglia italiana nel corso degli ultimi vent’anni basterebbe confrontare le definizioni di “famiglia” contenute in due documenti ufficiali, che in certo modo segnano le tappe di un percorso tuttora aperto.

Da un lato, la riforma del diritto di famiglia (1975) si rifà ancora al principio contenuto nella Costituzione che definisce la famiglia nei termini di una “società naturale fondata sul matrimonio”;dall’altro, un recente decreto presidenziale (1994) vede in essa “un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi”, la cui unica condizione imprescindibile è la coabitazione delle persone e la residenza nello stesso Comune.

A parte la valutazione che ognuno di noi può dare circa la validità e i limiti di ciascuna delle due definizioni (la prima è impegnata nella difesa di valori tradizionali, la seconda nello sforzo di comprendere tutto l’esistente), colpisce comunque il fatto che una registrazione di cambiamento così notevole sussista anche in Italia, malgrado quanto risulta dalle ricerche sociologiche e demografiche più accreditate, secondo cui i processi di cambiamento e di trasformazione della famiglia sono molto meno evidenti e meno rapidi in Italia che nella maggior parte degli altri Paesi occidentali.

L’Italia cioè resterebbe, per ora, una nazione caratterizzata da una cultura “familistica” più tenace e più legata alle tradizioni di quanto non sia avvenuto e non avvenga altrove, soprattutto nel Nord-Europa e negli Stati Uniti.

Ma le cose stanno davvero così?

Chiara Saraceno sottolinea come sia per certi versi “paradossale” che l’attuale ripresa di attenzione per la famiglia come luogo di solidarietà e reciprocità (viste da alcune parti come un ritorno a valori tradizionali fondanti) “avvenga in un contesto sociale in cui i modi di formazione della famiglia stanno modificandosi fortemente, sia lungo l’asse dei rapporti di coppia che lungo quello dei rapporti di generazione”1.

Ma la paradossalità non riguarda soltanto questo tipo di contraddizione, forse spiegabile con l’esistenza di modi diversi o contrapposti di considerare e vivere l’istituzione familiare: la paradossalità pare insita nello stesso processo trasformativo che investe l’istituzione, dove spesso il vecchio e il nuovo convivono intrecciandosi l’un l’altro. Il che fa dire a P. Donati: “Una società altamente complessa come quella occidentale contemporanea ha come tipo “normale” di famiglia un modello culturale tendenzialmente “de-normalizzato”. Si tratta di un paradosso, che richiede soluzioni di tipo “paradossale”.

Marzio Barbagli sintetizza efficacemente questo stato di cose, comune a tutti i Paesi occidentali, sottolineando che, malgrado le differenze di ogni genere esistenti fra tali Paesi, si ha quasi l’impressione che essi si siano accordati, negli ultimi quarant’anni, “per cambiare le regole con le quali le famiglie si formano, si trasformano, si espandono, si dividono e scompaiono [...]. In breve, il matrimonio è diventato un rapporto sempre più fragile e instabile e la famiglia coniugale, che su di esso si basa, ha perso a poco a poco di importanza, lasciando spazio ad altri tipi di famiglia”.

La “norma” dunque non è più rappresentata, neppure in Italia, da un nucleo familiare stabile, nel quale la coppia genitoriale sviluppa una sorta di divisione di compiti nel processo di socializzazione primaria dei figli; ma è rappresentata piuttosto da un contesto relazionale fragile in cui il “normale” è diventato “improbabile”, e che richiede perciò di essere considerato e gestito con modalità nuove, in un’ottica che tenga conto della complessità nella quale viviamo.

Le esemplificazioni possibili degli effetti di tale complessità, legati alla cosiddetta “improbabilità del normale”, sono ben note. Diminuiscono sempre più (statisticamente parlando) le probabilità che un bambino nasca e si sviluppi rimanendo stabilmente con i propri genitori naturali, mentre aumentano le probabilità che egli debba affrontare eventi quali la separazione o il divorzio tra i genitori, l’affidamento a uno di essi con possibili cambiamenti successivi, la sostituzione di uno dei genitori con un’altra figura, l’inserimento in un nucleo ricostituito e allargato, e così via.

Diventa “normale” per un adulto avere più di una famiglia, per un giovane rimanere o tornare nella famiglia di origine, per un bambino relazionarsi con due madri o due padri e con fratelli nati da genitori diversi.

Naturalmente tutto questo risulta evidente da un punto di vista socio-demografico, mentre è più difficilmente accettabile dal punto di vista soggettivo e psicologico da parte di chi si dispone a vivere in coppia o a mettere al mondo un bambino.

Ma, per fare qualche esempio apparentemente meno “anormale” dei precedenti, pensiamo alle tante situazioni che costringono la famiglia di oggi – strutturalmente già così fragile e isolata – a deformare la propria stessa organizzazione esasperandone i disagi per accogliere o riaccogliere i propri anziani ammalati (problema che in breve tempo raggiungerà livelli intollerabili), i propri membri non autonomi per ragioni diverse, con problemi di handicap o di devianza, i propri stessi figli ormai maturi, reduci da separazioni o divorzi; e capiremo meglio come sia urgente, anziché esaltare comportamenti di “solidarietà” familiare indotti forzatamente dalla disastrosa assenza di efficienti politiche sociali, affrontare la realtà con la piena coscienza di ciò che essa implica in termini di cambiamento di mentalità, di abitudini sociali, di gestione delle relazioni.

Le diffuse resistenze a prender coscienza di una situazione concreta ed estesa, che risulta tanto evidente, non solo dal punto di vista sociodemografico, ma nella nostra stessa esperienza quotidiana, appaiono dovute in gran parte ai residui di quella contrapposizione politica che ha determinato in Italia per molto tempo lo scontro fra “concezioni radicalmente opposte del matrimonio, della famiglia, della procreazione”.

Ma, ancora più profondamente, questa polarità di concezioni e questa difficoltà di presa di coscienza appaiono legate alla resistenza a liberarsi dal mito della a-storicità della famiglia “naturale”, che rimanda a sua volta a quello del legame di sangue, su cui ancora oggi si basa la cultura prevalente dei servizi sociali e delle norme giuridiche.

Ciò è in parte comprensibile se si pensa che la famiglia, come indicano F. Emiliani e P. Bastianoni, “non si definisce solo mediante uno stato anagrafico, bensì, in modo ben più ampio e deciso, con uno statuto sociale e simbolico” e che la sua astoricità, la sua “arcaica consistenza”, è la stessa che alimenta gli archetipi e i miti, e che risiede nella memoria simbolica dell’umanità. Ma attorno al mito è inevitabile il formarsi di un involucro protettivo, un argine rassicurante di contro alle minacce di demitizzazione dovute ai cambiamenti storici, i quali tendono inevitabilmente a smantellarlo o anche solo a relativizzarlo, a metterne in questione la pretesa validità universale e assoluta.

Secondo queste autrici, per riuscire a inglobare il cambiamento senza abbattere il mito, l’immaginario collettivo è andato arricchendosi di “immagini fortemente polarizzate: la famiglia rifugio, luogo di affetti, di intimità e archetipo della solidarietà, contrapposta a un’immagine negativa che ne esalta gli aspetti di disuguaglianza, di oppressione, di violenza ed egoismo”. Accanto a un’immagine di famiglia che esprime solidarietà per i propri membri più deboli, c’è anche quella di una famiglia che li espelle da sé: ma sempre per salvaguardare la “purezza del mito”.

Per rendersi conto delle incredibili remore che agiscono sulla cultura e sulle politiche dei servizi persino quando è in gioco l’integrità (fisica e psichica) del bambino, basta pensare ai pesantissimi intralci che finora hanno incontrato gli interventi attuabili nei casi di violenza esercitata nell’ambito familiare sui figli: perché l’idea della violenza intra-familiare, dell’esistenza di cattivi genitori costituisce per la nostra cultura un contrasto insopportabile con l’immagine di famiglia ideale che ci viene continuamente riproposta.

Credo sia senz’altro accettabile l’ipotesi delle suddette autrici, secondo le quali le “riedizioni del mai sopito mito del legame di sangue” (sfidato oggi in modi imprevedibili anche dalle varie tecnologie procreative) poggiano su certe teorizzazioni contenute nella letteratura psicologica della prima metà del secolo, e riguardanti le prime fasi dello sviluppo infantile, che enfatizzavano l’unicità e insostituibilità del legame con la figura materna e del contesto genitoriale “completo” e “naturale” per la crescita del bambino8. Per cui una cattiva famiglia viene ritenuta sempre e comunque il male minore rispetto a eventuali soluzioni alternative.

Proprio per rimanere nel campo più specificamente psicologico, dopo questa premessa cercherò di mettere in luce le connotazioni attuali della coppia e della famiglia nelle loro implicazioni psicologiche e relazionali, e di sottolineare le modalità, a volte viziate da stereotipi e da “miti” tenacissimi, con cui vengono spesso disinvoltamente liquidati, con giudizi di tipo morale, i problemi connessi ai cambiamenti in corso nella famiglia italiana.

Pertanto, dopo aver preso in considerazione le tipiche dinamiche della coppia (eterosessuale od omosessuale, il che, dal punto di vista della relazione e della comunicazione, non fa differenza), affronterò l’argomento delle relazioni genitori/figli non solo nell’ambito della famiglia nucleare classica, ma anche nelle nuove tipologie (famiglia monoparentale, famiglia omosessuale, famiglia ricostituita). Seguirà una breve conclusione in cui prenderò atto anche dei limiti della mia stessa impostazione, sperando che i contributi degli altri autori riempiano le lacune da me lasciate.
familystudies1. La coppia e le sue vicende

Secondo il Primo rapporto sulla famiglia in Italia9, i cambiamenti strutturali non possono da soli giustificare certi aspetti delle trasformazioni della famiglia, che sono invece da ricondursi soprattutto a un mutato quadro di riferimenti valoriali e psicologici di portata sociale.

Non vi è dubbio circa la pluricausalità e la costante interazione reciproca dei fattori causali che stanno alla base di qualsiasi tipo di mutamento istituzionale.

Questo rilievo vale anzitutto per quanto riguarda i mutamenti intervenuti nella relazione di coppia e nella sua eventuale decisione di convivenza. In questo caso il mutamento avvenuto, rispetto ad un passato ancora abbastanza prossimo, è stato tale da determinare una “differenza cruciale” rispetto alle precedenti modalità di formazione di un vissuto di coppia e familiare.

In passato, tutto ciò che riguardava la coppia e il matrimonio era “presidiato da gruppi sociali”, determinato da alleanze fra parentele, soprattutto in riferimento a vantaggi economici; di conseguenza la relazione affettiva tra coniugi poteva esserci o non esserci, avendo solo un valore strumentale.

La coppia aveva in genere davanti a sé un sicuro tragitto di vita in comune: infatti, l’inesistenza o il venir meno dell’amore non poteva cambiare i connotati di un’unione non basata su di esso. Alle relazioni d’amore erano destinati spazi clandestini e, in genere, erano vicende che si concludevano drammaticamente, attraverso la rinuncia-sacrificio o la fuga-trasgressione.

Con l’affermarsi del principio secondo cui la persona in quanto tale va rispettata nel suo diritto alla propria autodeterminazione, specialmente per quanto riguarda scelte di vita e rapporti di intimità, la decisione di essere coppia spetta unicamente ai suoi componenti, non ai loro parenti o al loro gruppo sociale, e viene presa soprattutto per motivazioni affettive: la norma fondamentale che presiede alla formazione della coppia è l’amore reciproco dei partners, i quali si scelgono liberamente l’un l’altro.

Per questo gli studiosi parlano di una coppia che è “norma a se stessa”: infatti, da questo tipo di scelta deriva un vissuto a due che è fondamentalmente e prioritariamente un vissuto di intimità, di elaborazione “interna” o “intimistica” delle proprie norme e dei propri riferimenti di valore.

La coppia di oggi appare quindi caratterizzata da una spiccata differenza rispetto alla coppia di ieri: essa decide di instaurare una relazione, stabilisce le proprie norme di comportamento, costruisce il proprio progetto, fa riferimento a propri valori, desideri, aspettative. E, soprattutto, il fattore di coesione assunto dalla coppia è dato dalla priorità del “codice affettivo” rispetto all’accordo contrattuale, alla regolazione oggettiva dell’impegno.

Se la coppia è “norma a se stessa”, quel che da questa coppia risulta è, secondo la definizione del Primo rapporto sulla famiglia in Italia, una famiglia “autopoietica”, cioè auto-costruita e auto-costruentesi: e tende a costruirsi appunto come sfera soprattutto intima e privata. Ha quindi ben ragione chi afferma che “la famiglia oggi non è più la famiglia naturale, ma un prodotto culturale complesso e in un certo senso artificiale, creato dalla volontà e dai desideri degli individui”.

Perciò, se si può dire che la positività di questo tipo di coppia e di famiglia consiste nel riconoscimento dell’importanza delle relazioni affettive, il suo limite sta nel rischio di diventare una sorta di sistema chiuso, che, pur ricevendo informazioni dall’esterno, tende a elaborarle in senso “autoreferenziale”, a proprio uso e consumo, senza la consapevolezza delle funzioni e del significato che essa comunque assume nel sociale: e spesso anzi in un rapporto di ostilità e diffidenza verso quelle forze del sociale che vengono considerate quasi “controparte”.

Ma nella coppia stessa, prima ancora che nella famiglia, sono presenti elementi di potenziale conflitto tra aspetti ideali e aspetti reali di una unione basata soprattutto sul legame affettivo. Si è osservato giustamente che, se oggi esiste una “terapia di coppia”, nata da poco, è proprio perché da poco si sono rivelati pienamente i problemi inerenti a una realtà di coppia connotata come affettivamente bastante a se stessa, auto-normativa e quindi, in un certo senso, “assoluta”.

La prevalenza del codice affettivo, la priorità conferita ad esso, comporta infatti una serie di conseguenze: i bisogni emotivi e affettivi dei partners sono messi a nudo ed enfatizzati, le attese di reciproca empatia e comprensione si fanno altissime, ciascuno dei due si aspetta che l’altro sia in grado di rispondere subito a una serie di esigenze intime, ha fiducia di trovare condivisione di sentimenti, stati d’animo, fantasie, significati.

Sarebbe davvero sbagliato credere che questo “mito” di una perfetta intesa nella coppia sia oggi patrimonio di pochi sprovveduti. In realtà, come è stato notato, “il modello della coppia unita, monolitica, fusa in un unico blocco di desideri, giudizi e volontà è estremamente diffuso anche tra persone colte che esercitano la professione di educatori e di psicologi. Si pensa che solo questo tipo di coppia parentale sia in grado di comunicare ai figli stabilità emotiva e sicurezza. Modello tanto irreale quanto nefasto. Questi duri blocchi monolitici si spezzano violentemente… “.

In effetti, una delle più diffuse ragioni di tante rotture di coppia, che intervengono poco dopo l’inizio della vita a due, è proprio la caduta di questo modello irreale, di questo mito, a contatto con la realtà vissuta.

Che cosa succede, in molti di questi casi?

Il partner si rivela diverso da come lo si era immaginato; ma ognuno dei due scopre anche, più o meno consapevolmente, di essere diverso da come immaginava se stesso. Quindi la decisione di vivere insieme appare sbagliata, frutto di errore, di illusione. La coppia che è norma a se stessa può anche decidere, autonomamente, di sciogliersi nelle forme che ritiene praticabili. Tuttavia il processo di separazione, che è sempre lungo e doloroso, anche quando non ci siano figli, anche quando la decisione sia presa consensualmente, mette in luce il profondo gioco di implicazioni in cui entrambi i coniugi sono coinvolti, dovendosi separare non solo dal compagno, ma anche da parti del proprio sé.

Di che tipo di “gioco” si tratta?

Si potrebbe schematizzarlo così: nelle avventure affettive le spinte “fusionali”, cioè i bisogni di intimità e quasi di identificazione con l’altro, devono fare i conti con le spinte “individuative”, cioè con i bisogni di autonomia, di autoaffermazione, precedentemente mortificati (specie nel periodo di più forte innamoramento) dal mito dell’assimilazione reciproca.

Il momento della caduta del mito, quindi, è un momento cruciale ma anche potenzialmente salutare, che mette la coppia davanti alla possibilità di scegliere davvero se stessa, non semplicemente attraverso il legame d’amore, ma attraverso un lavoro di “negoziazione” nella realtà quotidiana.

Questo lavoro di negoziazione e di mediazione può in effetti risultare molto difficile, perché ognuno dei due coniugi non è portatore semplicemente delle proprie diversità, ma di un patrimonio di altre diversità legate alla vita vissuta nella famiglia di origine. E questo patrimonio, proprio perché largamente relegato nell’inconscio, esercita una estrema potenza in un contesto conflittuale di coppia.

Un buon aiuto alla comprensione di questo nodo può essere fornito dalla rilettura di analisi ormai classiche, come quelle condotte da R.D. Laing13 sulle dinamiche familiari viste in rapporto al “fantasma” delle famiglie d’origine. La famiglia di cui Laing parla, anzi la Famiglia con la maiuscola (non in quanto ideale, ma in quanto forza inconscia dominante), è la “famiglia interiorizzata”, cioè il contesto familiare di provenienza, di cui ciascuno di noi si porta dentro il “fantasma”, l’immagine inconscia: un’immagine che consiste soprattutto in rapporti, vicende, atteggiamenti delle e con le figure genitoriali, entro quella rete relazionale in cui è nata e si è sviluppata la propria identità.

Il fantasma della famiglia d’origine è potentissimo, comunque queste relazioni primarie siano state vissute e qualunque sia l’atteggiamento cosciente assunto in seguito verso di esse.

Ebbene, la neo-coppia costituisce il punto d’incontro di due “fantasmi”, di due storie familiari: l’intreccio plurigenerazionale di cui ciascuno dei partners è portatore diventa il canale che veicola stili di vita, abitudini, riferimenti e atteggiamenti, norme e valori. Nel momento in cui l’amore dà spazio ai bisogni di fusione, che prevalgono sulle esigenze di autonomia, le differenze legate alle diversità delle famiglie d’origine possono sembrare facilmente superabili o armonizzabili; ma quando, a contatto con la realtà effettiva dell’altro nel vissuto quotidiano, i bisogni di individuazione si fanno sempre più imperiosi, tali differenze possono costituire stimolo al conflitto e alla contrapposizione sistematica.

È perciò necessaria una presa di coscienza e una decisa scelta circa la possibilità di iniziare un lavoro quotidiano di negoziazione che insegni poco alla volta a entrambi “come le due persone possono esser coppia”14, quali spazi, distanze, momenti possano rispondere sia ai bisogni di intimità, sia ai bisogni di autonomia personale; come sia possibile educarsi al senso del limite proprio e altrui, accettare la differenza, promuovere sempre nuovo scambio e nuova reciprocità.

Non sempre questo lavoro è possibile, o almeno non sempre può essere affrontato e condotto senza un aiuto specifico, perché ciò dipende anche da come la famiglia d’origine è stata vissuta, dal fatto che se ne sia interiorizzato un “fantasma” costruttivo o distruttivo rispetto alla propria individualità. Il che può risultare già evidente dal tipo di scelta del partner che è stato messo in atto.

Infatti, se a partire dalla propria infanzia sono rimasti aperti problemi di dipendenza emotiva, di fragilità nella costruzione dell’identità, la scelta del partner sarà spesso condotta secondo criteri di “somiglianza” o di “contrasto” rispetto all’immagine genitoriale con cui sono stati vissuti i problemi emotivi. Le difficoltà si evidenziano allora, ad esempio, nella sofferenza procurata da sensazioni di perdita ogni volta che l’adattamento reciproco richieda capacità di distanziarsi dall’altro, di auto-determinarsi.

Quando la delusione e i sensi di frustrazione sono reciproci, ciascuno dei partners tende a colpevolizzare l’altro e insieme a sentirsi colpevole, riattivando così quei “fantasmi” originari nei quali ciascuno dei due ha precedentemente vissuto le stesse sensazioni, le stesse ambiguità, lo stesso dibattersi senza vie d’uscita.

Nei casi più gravi, in cui la coppia non riesce a ricuperare una dimensione di realtà e resta prigioniera del circolo chiuso della propria situazione conflittuale, si instaurano a livello di interazione vere e proprie forme di patologia comunicativa, di cui molti studiosi hanno analizzato i modelli tipici: si parla così di “giochi psicotici”, di “legami disperanti”, caratterizzati dal fatto che la coppia non riesce né a separarsi né a negoziare: il suo modo di esser coppia diventa lo scontro quotidiano, che si ripete sempre con le stesse modalità, in una circolarità che la invischia e che si auto-conferma incessantemente.

È come se tra i due ci fosse un’alleanza non detta, una sorta di “collusione” che li tiene insieme, inseparabilmente, per distruggersi a vicenda giorno dopo giorno.

Questa analisi non esaurisce, ovviamente, tutta la complessa casistica delle separazioni di coppia, ma fornisce un buon modello di riferimento per comprendere i meccanismi conflittuali che in ognuno di quei casi, comunque, si esprimono. Le motivazioni di una crisi e di una separazione possono essere diverse, ma la dinamica di fondo dei conflitti presenta una regolarità che è stata efficacemente messa in luce dagli studiosi della comunicazione umana.

Tutte le precedenti considerazioni sono ugualmente valide sia per la coppia eterosessuale, sia per la coppia omosessuale. Anzi, si potrebbe affermare che, quanto al farsi “norma a se stessa”, la coppia omosessuale si dimostri più libera dai conformismi e dagli stereotipi sociali di quanto non sia la coppia eterosessuale, che in qualche modo ne subisce sempre il condizionamento.

Quanto alle dinamiche affettive, ai bisogni di fusione e di individuazione, al lavoro costante di confronto e di mediazione che permette la crescita dei partners nel rispetto e nell’amore reciproco, questi sono tutti aspetti ugualmente presenti in ogni tipo di coppia, malgrado le tante differenze (e non solo quelle sessuali!) che possono sussistere tra una coppia e l’altra.

Come sottolinea Giovanni Dall’Orto, “la felicità o infelicità di una coppia non dipende dal fatto che sia eterosessuale od omosessuale, ma dalla capacità e volontà delle/dei partners di risolvere i problemi (per quanto siano di tipo diverso a seconda che si tratti di una coppia “omo” o “etero”) e di volersi bene”.

Infine possiamo prendere in considerazione brevemente (anche perché le ricerche in proposito sono ancora allo stadio iniziale) la situazione delle nuove coppie i cui componenti, o uno solo di essi, ha alle spalle una separazione o un divorzio.

Secondo M. Barbagli, “chi si risposa porta sulle spalle il gran peso della precedente esperienza coniugale. Così, se da un lato è attratto dall’idea di riprovare a farsi una famiglia, dall’altra vive nell’incubo di fallire ancora. Per scongiurare questo pericolo usa tutta la cautela di cui è capace. Si fa guidare da un’immagine del matrimonio meno romantica e idealizzata di un tempo.

Esamina e riesamina con cura tutte le alternative che gli si presentano nella scelta del nuovo partner. Fa tutto il possibile, se ha figli, per convincerli ad accettare il nuovo coniuge. Spesso, prima di risposarsi, convive con questo per un certo periodo di tempo per mettere alla prova la solidità del nuovo rapporto”17. Malgrado ciò, le ricerche condotte finora dimostrerebbero che la fragilità delle seconde nozze è ancora più accentuata di quella delle prime, per una serie di ragioni che riguarderebbero non solo le personalità dei singoli e il peso delle esperienze precedenti, ma anche una più problematica accettazione ed elaborazione sociale dei problemi che queste coppie devono affrontare.

Ciò riguarda in modo particolare le cosiddette “famiglie ricostituite”, risultanti dall’unione di partners precedentemente sposati con altri partners: situazione di cui parleremo più avanti per le sue ripercussioni sulle esperienze dei bambini coinvolti.

Non abbiamo invece preso in considerazione il fenomeno (in aumento anche in Italia) delle “famiglie di fatto” risultanti da coppie che convivono more uxorio, in quanto tale tema interessa più per i suoi aspetti giuridici che per quelli psicologici, i quali rientrano nel quadro qui delineato delle dinamiche della coppia.

2. Genitori e figli

In un’inchiesta condotta in Italia su giovani coppie nel 1988, il 69% riteneva che il numero ideale di figli fosse due, possibilmente maschio e femmina: sembra questo un modello che idealmente propone la replicazione della coppia genitoriale e indica la centralità che essa si assegna come nucleo determinante della nuova famiglia.

In questa nuova famiglia, che, come abbiamo detto, viene definita “auto-referenziata”, “autopoietica”, “autonormativa”, e si connota come sfera affettiva e privata, c’è indubbiamente un’attenzione alla persona e ai suoi bisogni psicologici molto più evidente che in passato, e una interazione più intensa e personalizzata fra genitori e figli. Ma, come vedremo, proprio per la minore ampiezza del suo contesto e per la concentrazione emotiva sui problemi relativi ai figli, le relazioni diventano problematiche, faticose, spesso conflittuali.

Anche qui siamo in presenza di aspetti contrastanti e in una certa misura paradossali. Da un lato l’attenzione alla persona e ai bisogni individuali fa sì che la cura dell’identità, della realizzazione di sé, appaia lo scopo principale anche nel rapporto genitori-figli; dall’altro, proprio questa concentrazione sui bisogni individuali, e quindi sul modo di soddisfarli, comporta rischi notevoli dal punto di vista psicologico e interpersonale.

In sintesi si può dire che la centralità del ruolo attribuito ai figli viene a creare un altro “mito” che, nel momento in cui si rivela tale, apre conflitti e disagi o rivela patologie latenti: esattamente come abbiamo visto avvenire per il mito della coppia, in cui il valore del principio di scelta libera e personale veniva a invischiarsi nella vana ricerca di una sfera intimistica e fusionale, incapsulata su se stessa ma destinata a spezzarsi a contatto con la realtà.

Già una trentina di anni fa, una studiosa scriveva: “L’allevamento dei figli è diventato la preoccupazione e l’occupazione principale sia degli uomini che delle donne; rendere i figli felici è diventata una delle cose più importanti; dare ai figli ciò che i genitori non hanno mai avuto è diventata una necessità; la crescita, lo sviluppo e i successi dei figli costituiscono ormai per i genitori uno dei modi principali per trovare una convalida del proprio valore personale; l’atteggiamento dei figli verso i genitori può ormai in larga misura contribuire a costruire o a distruggere i loro sentimenti di autostima”.

In queste brevi frasi mi sembra sia ben espresso quello che è tuttora il disorientamento di moltissimi genitori rispetto a quel tipo di rapporto con i figli che è chiamato “relazione educativa”. In particolare possiamo chiederci come mai in un contesto familiare come quello attuale, dove il valore delle persone è posto al centro e dove i figli fin dalla nascita vengono considerati persone, il disagio (sia dei figli che dei genitori, e quindi delle relazioni che li riguardano) sia così diffuso.

Secondo P. Di Nicola è avvenuto questo: la famiglia è diventata il centro focale di riferimento per l’identità dei singoli, il rapporto genitori-figli si è affinato soprattutto dal punto di vista della comunicazione (si parla molto di più, si comunicano i propri bisogni, si esprimono le motivazioni, i desideri e s’incoraggiano i figli a farlo offrendo loro il modello di come “ci si parla”).

Ma si è sempre meno capaci di fornire anche modelli normativi di comportamento: ossia c’è stato – in reazione ai precedenti tipi di educazione autoritaria – un vero e proprio “ribaltamento del modello normativo in un modello comunicazionale”. Così l’educazione dei figli viene a impostarsi essenzialmente sull’asse di un’etica dell’autorealizzazione, a spese di un’etica della responsabilizzazione.

spoiltkiddm2203_468x326Il vuoto normativo in cui il figlio è lasciato – vuoto che in genere è accompagnato dalla soddisfazione di ogni bisogno materiale – viene così occupato in maniera pervasiva e anonima dai messaggi dei mass media, o da quelli del gruppo dei coetanei, o da altre presenze sociali, in genere non congruenti con i messaggi impliciti che la famiglia trasmette.

Questa diagnosi risulta abbastanza convincente, se pensiamo a come tuttora il fattore “responsabilità” venga frainteso nel rapporto genitori-figli e tradotto spesso in termini di “desiderio” piuttosto che di “impegno”.

E questo, fin da quando il figlio non è ancora stato concepito: basta pensare a quanto spesso il concetto di maternità e paternità “responsabile” significhi, per la maggior parte delle persone, che un figlio deve essere desiderato e non concepito per caso. Ciò equivale a far coincidere responsabilità e desiderio (e ad avallare l’idea distorta che un figlio non desiderato sia poi un figlio poco amato e quindi infelice). Ma il concetto di responsabilità è, per sua natura, relazionale; per cui, parlare di maternità e paternità responsabili significa proporsi di assumere (anche verso la società) l’impegno di un lungo percorso di accompagnamento rispetto al figlio (sia esso stato “programmato” o no).

Si apre allora l’avvio a un lavoro quotidiano quale è quello richiesto da un’esperienza di relazione particolarmente intensa: lavoro che viene a intrecciarsi con l’altro, di mediazioni reciproche e di costruzione del “noi” nell’ambito della coppia.

La conclusione che gli studiosi traggono dall’analisi di cui sopra è la seguente: si determina una situazione paradossale per cui il figlio, che è diventato affare privato della coppia, costituisce insieme il massimo investimento affettivo e valoriale e la massima fonte di difficoltà per la coppia. Da un lato, la famiglia si pone come contesto di riferimento per la crescita dell’identità personale dei figli; dall’altro, diventa essa stessa una fonte di disagio psicologico per tutti i suoi componenti.

Questo “disagio intra-familiare” appare in aumento: crescono le patologie relazionali, le crisi di identità, i casi di disadattamento, di disordini psicosomatici (anoressia e bulimia), fino ai suicidi di adolescenti e di preadolescenti. Non bisogna però dimenticare che la famiglia di oggi si trova inserita in un contesto sociale caratterizzato da quella che U. Bronfenbrenner definisce una “ecologia degradata”20, e che i suoi modi di gestire la complessità di una relazione educativa sono pesantemente condizionati da un tipo di cultura e di organizzazione collettiva che privilegia valori di riuscita, di benessere, di protagonismo raggiunto attraverso il possesso e il successo, prospettandoli come elementi costitutivi dell’autorealizzazione, e conferme di un valore intrinseco alla persona.

Fra i più recenti e significativi contributi su questo tema, citiamo quello di A. C. Moro21, il quale, parlando dei rischi sociali che minacciano oggi il processo di costruzione dell’identità nel bambino e nell’adolescente, li vede personificati in una società di adulti “deresponsabilizzati”, divenuti incapaci – a livello sia individuale, sia collettivo – di “incarnare” un codice di valori responsabilizzanti: mentre il modello prevalente è quello fornito da “culture negative”, basate sul primato dell’efficienza, del consumo, della novità, del diritto, dell’occasione da sfruttare, dell’omologazione al gruppo, del ricorso a meccanismi di delega, con il risultato di una “infantilizzazione” generale.

E una società di adulti deresponsabilizzati è una società rischiosa per chi si affaccia alla vita: anche se il rischio, in se stesso, può essere uno strumento fondamentale di crescita, quando venga affrontato con adeguate risorse, rese possibili se ci s’impegna a sviluppare, a livello individuale e collettivo, una nuova e autentica “pedagogia del rischio”.
3. La famiglia “monoparentale”

Come si è visto, anche nella famiglia considerata “normale” il disagio può essere di casa. Esso anzi è uno di quegli ospiti che dal regno dell’improbabilità in cui sembrano confinati hanno ricevuto il passaporto per accedere a quello della probabilità entro il contesto familiare normale.

Ci si domanda allora in nome di quale presunta superiorità i fautori di tale contesto rivolgano oggi pesanti critiche e segnali d’allarme nei confronti dell’affermarsi di altri tipi di famiglie, come quelle che risultano da separazioni, divorzi, seconde nozze, o da convivenze di un singolo genitore con i figli, o ancora da convivenze di persone omosessuali con figli avuti da precedenti unioni eterosessuali.

Giustamente Emiliani e Bastianoni osservano che già l’uso dei termini cui si ricorre per indicare questi nuclei rivela quanto sia potente la persistenza del mito della famiglia “naturale” come unico quadro di riferimento: “È così che un genitore senza partner non può che offrire ai propri figli una “famiglia incompleta o spezzata”, chi si sposa dopo un precedente matrimonio può dare avvio soltanto ad una “famiglia ricostruita” e persone legate da rapporti affettivi non sanciti da vincoli matrimoniali rimangono per sempre, agli occhi della gente, “famiglie di fatto”.

Cominciamo dunque a parlare della famiglia chiamata “monoparentale”, sottolineando che, secondo E. Scabini23, l’espressione usata per indicare questo tipo di famiglia sarebbe adeguata solo per i casi di genitori vedovi; negli altri casi, successivi a un’unione matrimoniale o no, l’altro genitore esiste, ma viene virtualmente cancellato: tanto che si parla anche di famiglie “a genitore unico”, per indicare il nucleo formato dal genitore affidatario e dal figlio dopo un divorzio.

Questa osservazione è importante perché mette in luce un altro limite: quello per cui nelle ricerche che riguardano il nucleo familiare, e specialmente quello “ridotto”, prevale ancora una vecchia impostazione, che non tiene conto della complessità delle relazioni che attraversano la diade costituita da genitore (di solito madre) e bambino: relazioni interfamiliari oltre che intrafamiliari, presenze a volte molto significative che influiscono comunque sulla relazione di cura del figlio.

“L’approccio predominante è ancora quello più squisitamente individuale o duale, nel quale la tentazione più ricorrente è quella di sacrificare la varietà dei significati dell’esperienza ad un rigido e riduttivo schematismo e a collegare, secondo schemi unicausali, determinati atteggiamenti materni e paterni ai comportamenti dei figli, annullando la portata conoscitiva dei processi interattivi e relazionali. L’esito di tutto ciò è la predominanza degli studi che affrontano il problema dando rilievo ad uno solo dei personaggi (in questo caso è soprattutto il bambino, come risulta dalla mole di studi sugli effetti della separazione sul figlio), oppure sulla diade genitore-bambino (in primis: madre-bambino, poi padre-bambino)”.

Nel caso del nucleo costituito dal genitore affidatario e dal figlio (o dai figli), non è possibile considerarlo un nucleo “monoparentale” giacché l’altro genitore esiste, anche se non è convivente; esiste soprattutto in quei casi, purtroppo per ora abbastanza rari, ma in aumento, nei quali la divisione tra coniugi si accompagna con interventi di “mediazione familiare”, la cui finalità è quella di aiutarli ad essere, entrambi, “genitori ancora” malgrado la separazione della coppia.

E può d’altra parte esistere, in maniera negativa ma non per questo meno influente, nei casi opposti in cui, dopo la separazione, i genitori continuano, magari attraverso la persona stessa del bambino, a inviarsi segnali di conflitto, minacce, rivalse.

La presenza, attorno alla famiglia “monoparentale”, di reti di relazioni amicali con funzione di sostegno e di accompagnamento, è confermata anche per quel tipo di nucleo in cui uno dei genitori (generalmente la madre) decida o accetti di vivere col figlio, senza intrattenere una convivenza con il partner, a volte aggregandosi ad una persona amica, altre volte restando “sola”. E a questo proposito veniamo alla questione cruciale: il fatto di avere un solo genitore in “servizio permanente effettivo” è davvero una condizione “a rischio” per il bambino?

Giustamente A. Oliverio Ferraris sostiene che “lo svantaggio diventa reale soltanto quando a questa condizione se ne uniscono altre, come l’isolamento dal contesto sociale e dalle altre famiglie, oppure uno stato di conflittualità permanente o dei problemi economici”, e che “le famiglie monoparentali non sono di per sé a rischio, ma lo diventano quando sono ripiegate su se stesse e isolate”.  E aggiunge opportunamente che anche le famiglie allargate e patriarcali possono essere separate dalla società, seguire norme proprie, antagoniste rispetto a quelle pubbliche (e fa l’esempio delle famiglie mafiose…).

A livello psicologico, molte volte le difficoltà delle madri sole (anche di quelle rimaste sole per vedovanza) si possono ricondurre alla tenacia dello stereotipo interiorizzato secondo il quale lo sviluppo armonico della personalità infantile sarebbe condizionato dalla presenza delle due figure di riferimento, materna e paterna. Come vedremo tra poco parlando delle famiglie omosessuali, sul terreno scientifico questa ipotesi è oggi generalmente abbandonata, ma sopravvive tenacemente nel mito e nella concezione di una personalità che può strutturarsi solo attraverso il forte attaccamento alle figure genitoriali.

Per rendersi conto della persistenza di tale mito, basta ricordare le enormi diffidenze e difficoltà che hanno caratterizzato in Italia il sorgere dei primi asili-nido, visti come luoghi di abbandono affettivo e assimilati nientemeno che alle famigerate “istituzioni totali”. Questo mito, infatti, agisce negativamente, col peso di un giudizio di valore, sia nei confronti di un nucleo familiare “incompleto”, sia, all’opposto, nei confronti di contesti di educazione extra-familiari collettivi; e spesso assume il peso di una diagnosi di buona o cattiva salute mentale.

La madre sola è spesso angustiata dalle valutazioni che percepisce attorno a sé, dai sensi di colpa per aver violato il mito della coppia genitoriale, ma viceversa può oggi contare su reti amicali, femminili e maschili, su servizi come gli asili-nido, e oggi anche su servizi alternativi al nido, che offrono momenti di socializzazione, di confronto e di sostegno con altri adulti e altri bambini.

Ma certo tutto questo fa a pugni con la concezione di una famiglia e di una “casa” come contesto gelosamente chiuso su se stesso e auto-sufficiente; una casa di questo tipo, anche se in essa vivono una coppia di genitori e un bambino, con tutte le carte in regola, è destinata a incapsularsi su se stessa e a diventare un nucleo patogeno per tutti i suoi componenti.

4. La famiglia omosessuale

Sappiamo bene quanto sia diffusa, non solo tra la gente comune, ma anche tra professionisti dell’educazione, l’idea che un bambino allevato da una coppia omosessuale non possa avere uno sviluppo equilibrato della personalità, e soprattutto non possa maturare un’adeguata identità sessuale, o meglio “di genere”, intendendosi per “identità di genere” la percezione e categorizzazione di sé come maschio o come femmina, e l’interiorizzazione di essa fino ad acquisire un orientamento psicosessuale e un comportamento di ruolo corrispondenti alle aspettative sociali circostanti.

Su questo argomento Monica Bonaccorso, autrice del primo saggio-ricerca italiano sulla famiglia omosessuale, afferma: “Una delle più significative ipotesi che muove la ricerca è che l’omosessualità genitoriale non interferisca nello sviluppo dell’identità di genere, dell’identità sessuale e del successivo orientamento sessuale del bambino. Gli studi dimostrano che l’eventuale omosessualità dei figli non dipende dal comportamento sessuale dei genitori ma da fattori di natura diversa, semmai più legati alla relazione. Ciò in nome del fatto che non si verificano sostanziali differenze nell’incidenza dell’omosessualità nei figli di genitori omosessuali e nei figli di genitori eterosessuali”.

Per quanto riguarda l’equilibrio psicologico del bambino in senso più generale, vengono riportati anche i risultati di ricerche condotte in altri Paesi (Gran Bretagna e Stati Uniti), secondo cui “un bambino il cui genitore è omosessuale non ha più probabilità di avere problemi emotivi di quanti non ne abbia un bambino il cui genitore è eterosessuale; e non ha più probabilità di adottare un comportamento sessuale anomalo o di diventare a propria volta omosessuale, di quante non ne abbia un bambino allevato in circostanze assolutamente convenzionali”.

Queste naturalmente non sono asserzioni gratuite, ma conclusioni risultanti da ricerche comparate condotte con rigore scientifico rispetto a tematiche come la qualità della maternità e paternità omosessuali, lo sviluppo sessuale, psicologico e sociale dei bambini allevati da un single o da una coppia omosessuale, nel confronto con le stesse problematiche affrontate da genitori eterosessuali.

Ne emergono dati molto interessanti che sconvolgono alcuni stereotipi diffusissimi: ad esempio quello secondo cui, nella coppia omosessuale, soprattutto lesbica, sarebbe inevitabile una ripartizione di ruoli fissa, secondo l’ottica eterosessuale: una delle donne sarebbe cioè costretta a “fare l’uomo”, anche nei confronti del bambino da allevare. Al contrario, “i ricercatori non hanno evidenziato nel nucleo familiare lesbico alcun tentativo di riprodurre lo stereotipo eterosessuale dei ruoli: le responsabilità nella coppia lesbica sembrano essere suddivise in base al tempo a disposizione e all’intima predisposizione di una madre o dell’altra alla cura dei figli”.

I risultati di queste ricerche contribuiscono indubbiamente a contestare gran parte delle obiezioni che oggi vengono mosse alla possibilità di adozioni di minori da parte di adulti omosessuali, in coppia o singoli. In realtà, come nota G. Dall’Orto, “l’adozione omosessuale fa paura perché pone domande importantissime: cosa fa di un genitore un buon genitore? E chi è un buon genitore?… Il genitore omosessuale propone infatti una definizione di genitore che è “buono” non per la sua tendenza sessuale, ma per il suo comportamento. Che chiede insomma di essere giudicato per quello che fa, non per quello che è”.

Possiamo aggiungere che, mentre le obiezioni e le paure che vengono espresse nei confronti della famiglia omosessuale si richiamano a vecchie teorizzazioni che fanno capo al mito della famiglia “naturale” attraverso assunzioni e rielaborazioni della teoria iniziale di Bowlby32, disponiamo oggi di radicali revisioni di tali modelli teorici da parte dei più validi e noti studiosi dello sviluppo infantile. Ne cito due che, pur essendo di matrice culturale diversa, esprimono lo stesso tipo di valutazione su ciò che fa del genitore un buon genitore, e su ciò di cui il bambino ha realmente bisogno.

R. Schaffer, nel suo Mothering (1977), parlando della formazione del legame di attaccamento nel bambino, sostiene (e il corsivo è suo) che “non è necessario che la madre sia la madre biologica; lo può essere qualsiasi persona, indipendentemente dal sesso a cui appartiene. La capacità di allevare un bambino, di amarlo, di averne cura è principalmente una questione di personalità”.

U. Bronfenbrenner, in una comunicazione tenuta al Congresso internazionale di Ancona per gli educatori della prima infanzia (1986), dopo aver sottolineato che il bambino ha bisogno, non solo di una figura di attaccamento (anzi, egli dice: “di un essere umano con cui egli abbia una relazione emozionale”), ma anche di un’altra figura “che dia supporto, appoggio… risalto alla persona che interagisce col bambino”, aggiunge: “È utile, ma non assolutamente necessario, che questa persona sia di sesso diverso dalla prima”.

Va dunque chiarito che l’opposizione preconcetta alla famiglia omosessuale e alla possibilità per il bambino di crescere felicemente con uno o due adulti omosessuali non è supportata da alcuna teorizzazione valida sullo sviluppo infantile, ma solo dal disagio in cui ci pone il contrasto troppo sconvolgente di questa immagine di famiglia con quella cui siamo abituati e con lo stereotipo dominante, che non è se non una riedizione del tenacissimo mito della “naturalità” sovrapposto a quelle che sono comunque e sempre costruzioni culturali.

Possiamo ancora aggiungere che, secondo gli studi più recenti sullo sviluppo dell’identità sessuale e di genere, sono ormai abbandonate sia l’ipotesi psicoanalitica classica, sia l’ipotesi comportamentistica, che in modi diversi consideravano fondamentale il ruolo dell’adulto nel processo di acquisizione dell’identità sessuale da parte del bambino. Le più recenti teorie (interattivo-cognitiviste) privilegiano invece il ruolo svolto dall’interazione coi coetanei e dalla maturazione dei processi mentali infantili, come dinamismi congiunti che conducono il bambino a categorizzarsi come maschio o femmina e ad acquisire i comportamenti “di ruolo” corrispondenti a tale categorizzazione nell’ambito della cultura di appartenenza.

5. La famiglia “ricostituita”

L’uso delle virgolette che racchiudono il termine “ricostituita” in ogni trattazione su questo tipo di famiglia, mette in luce la difficoltà di attribuire una caratterizzazione soddisfacente a un fenomeno nuovo e complesso, che è stato indicato persino come “la creazione di un nuovo paradigma”.

La famiglia ricostituita è quel nucleo in cui almeno uno dei coniugi, con o senza figli, è al suo secondo matrimonio. Si tratta quindi di un tipo di famiglia che strutturalmente può essere più o meno complesso, e che raggiunge la massima complessità quando entrambi i coniugi hanno alle spalle precedenti matrimoni con figli, e mettono al mondo altri figli nati dalla nuova unione. I rapporti di parentela diventano allora molto intricati, e molto diversi da quelli della famiglia nucleare tradizionale.

Le secondo nozze non sono, ovviamente, un nuovo paradigma. Ma in passato esse si verificavano solo dopo la morte di uno dei coniugi, e non comportavano particolari complicazioni in quanto il nuovo coniuge veniva a sostituire quello deceduto: la struttura del nucleo familiare rimaneva fondamentalmente invariata.

Il fenomeno delle famiglie ricostituite, molto alto negli Stati Uniti e notevole negli Stati Nord-europei, è assai più contenuto in Italia, ma gli studiosi osservano che esso è indubbiamente destinato a crescere. Inoltre va tenuto conto del fatto che vi sono molte famiglie ricostituite senza che avvenga un nuovo matrimonio, ma attraverso una convivenza more uxorio.

Già si è detto, in un precedente capitolo, che le famiglie ricostituite appaiono caratterizzate da una certa fragilità. Secondo M. Barbagli, che in Italia è stato fra i primi ad occuparsi di questo fenomeno37, la causa principale di questa fragilità sarebbe la mancata “istituzionalizzazione” di tale modello familiare: non esistono ruoli ben definiti, regole collaudate, soluzioni già sperimentate per risolvere gli inediti problemi che queste unioni comportano; inoltre le norme giuridiche esistenti hanno come unico modello di riferimento quello della famiglia di prime nozze.

Tutto ciò comporta una serie di incertezze, non puramente psicologiche, ma anche comportamentali: ad esempio per quanto riguarda il ruolo genitoriale del nuovo marito, che non può sostituirsi in nessuna mansione al padre naturale, neppure quando quest’ultimo sia uscito completamente dalla vita dei figli.

Ma vediamo quale possa essere la situazione relazionale e psicologica nella famiglia ricostituita e specialmente in quella a struttura complessa.

Si può dire che i ricercatori prospettino facce diverse di questa situazione, che sembra essere presentata da un lato come potenzialmente confusiva e angosciante, soprattutto per i bambini, dall’altro potenzialmente arricchente dal punto di vista affettivo e adattativo. Ciò non può meravigliare, trattandosi appunto di un contesto nuovo, che è insieme indice di adeguamento alla società complessa in cui viviamo, ma i cui processi di trasformazione, come è stato osservato, implicano sempre alti costi umani.

Questi costi umani sono testimoniati anche dai ricordi di Benjamin Spock, il famoso pediatra ed educatore americano, che si è trovato a vivere personalmente la situazione della famiglia ricostituita e che racconta le grandi difficoltà connesse con la sua posizione di padre “acquisito”39.

Barbagli sottolinea che, se già il divorzio mette in crisi l’identità e il senso di appartenenza delle persone, e soprattutto dei figli, questo stato di confusione aumenta quando i genitori si risposano: viene così a decrescere il grado di sicurezza e integrità che i bambini provano nei confronti dei rischi e delle minacce che il mondo esterno comporta. Nella famiglia ricostituita non esistono infatti quegli argini (di tipo spaziale, psicologico, giuridico) che fanno della “casa” dei genitori una fonte di protezione sicura: non tutti i membri vivono sempre nella stessa casa, i punti di riferimento si moltiplicano, diviene incerta la stessa fonte di autorità, dal punto di vista psicologico come da quello giuridico.

Questa visione piuttosto drammatica del vissuto infantile nella famiglia ricostituita è però giustificata solo in una parte dei casi: quelli in cui, ad esempio, la separazione tra i genitori sia stata condotta con modalità conflittuali, l’affidamento dei figli sia stato deciso senza porre al centro i bisogni del bambino, la nuova famiglia non sia capace di dare priorità a questi stessi bisogni e non offra sufficienti garanzie di sostegno rispetto ai rischi di confusione che possono sconvolgere la mappa dei riferimenti affettivi del figlio.

Fondamentalmente diversa è la presentazione delle valenze della famiglia ricostituita da parte di Donata Francescato40, nota ricercatrice esperta di “psicologia di comunità”, la quale preferisce indicare le famiglie ricostituite con l’appellativo di famiglie “aperte”. In che consiste questa apertura? Nel fatto che la loro struttura comporta la presenza di una rete di rapporti la quale, in modo inedito e originale, armonizza passato e futuro: da un lato cioè si riallaccia all’esperienza delle famiglie estese tradizionali, dall’altro appare proiettata verso forme nuove di “comuni familiari”.

Per la Francescato, che ha condotto una ricerca-pilota su cinquanta famiglie ricostituite italiane, il termine “ricostituita” ha una connotazione negativa (tende in effetti a svalutare la nuova esperienza coniugale rispetto alla precedente, che non aveva bisogno di aggettivi). Le due caratteristiche principali di questa famiglia sono: il riferimento a più di una casa, e il fatto che in ogni casa convivono persone che hanno stili di vita, modelli di comportamento, valori di riferimento diversi, dovuti – per quanto riguarda i coniugi – non solo alle famiglie di origine, ma anche alle esperienze coniugali precedenti. Queste differenze possono certamente condurre a conflitti e scontri, ma possono anche promuovere un’integrazione in positivo, insegnare la tolleranza reciproca e determinare la gestione dei conflitti in senso costruttivo.

Un esempio del potenziale positivo contenuto in un contesto così eterogeneo è fornito dalla Francescato per quanto riguarda la vita emotivo-affettiva e sessuale dei bambini. I membri della famiglia “aperta” sperimentano una più vasta gamma di sentimenti rispetto ai componenti della famiglia nucleare classica, devono imparare ad affrontare il cambiamento e i rischi connessi, sviluppano maturità e flessibilità; la vita sessuale non viene tenuta segreta, ma ha più occasioni per essere oggetto di discorso e di confronto. Insomma, la famiglia aperta diventa un vero e proprio “laboratorio di crescita emotiva”.

Anche le Kitzinger42 sottolineano la presenza di questo effetto maturativo, quando affermano che, all’interno degli intricati rapporti di famiglia esistenti in questi contesti, i bambini si allenano alla “negoziazione”, specie se sono esposti a buoni modelli; “… i figli vengono a conoscenza delle varie gamme del comportamento umano all’interno del nucleo familiare imparando come poter esercitare la propria influenza. Ed è probabile che imparino tutto questo molto più rapidamente, anche se in modo più sofferto e doloroso, in una famiglia “complicata” e dove i rapporti sono più intricati, che in un nucleo familiare semplice, nel quale i genitori condividono gli stessi valori e cercano di andare sempre d’accordo”.

Come sempre, è a partire dalla qualità delle relazioni, e non dalla struttura del contesto, che si può tentare una valutazione circa gli aspetti positivi o negativi della famiglia ricostituita o aperta. Ma è anche necessario liberarsi da alcuni pregiudizi, riguardanti le condizioni generalmente considerate rischiose per lo sviluppo infantile.

Tali pregiudizi si esprimono nella convinzione che sia dannoso per il bambino, e soprattutto per il bambino piccolo, vivere in un contesto che comporti riferimenti affettivi plurimi, che lo esponga a una diversità di opinioni, di fedi, di orientamento e stili di vita, che implichi variazioni e dislocazioni ritenute dannose per il formarsi di un senso di sicurezza derivante da stabilità e ripetitività di abitudini.

Si può obiettare a tutto questo che, fin da età molto precoci, il bambino appare felicemente disposto a sviluppare legami di attaccamento con più di una persona, e non dimostra affatto di avere un bisogno innato di attaccamento esclusivo che contrasti con l’investimento su molte figure44. In seguito, il trovarsi esposto a una varietà di convinzioni e di opinioni è un salutare antidoto a quell’educazione di tipo dogmatico, tuttora assai diffusa, che consiste nel far credere al bambino che le persone che si occupano di lui formano un blocco monolitico di credenze, ritenute naturalmente giuste e inconfutabili. In questo modo si blocca nel bambino lo sviluppo dello spirito critico e il gusto della ricerca autonoma dei significati dell’esperienza.

Una disparità di vedute tra genitori nuoce al bambino solo se conduce allo scontro e alla contrapposizione tra vincenti e perdenti; non se conduce alla discussione e al confronto. Anche in questi casi, dunque, è la qualità delle relazioni e delle comunicazioni che determina il risultato.

Infine, per quanto riguarda lo sviluppo del senso di sicurezza e di stabilità, possiamo dire che esso non è affidato tanto alla semplicità e immobilità delle situazioni, quanto piuttosto alla possibilità che anche in un contesto complesso venga creato un “sistema regolare”, qualunque esso sia, tenendo conto degli impegni degli adulti: “se c’è una situazione di base a cui si ritorna, egli [il bambino] può anche tollerare alcune deviazioni dalla regolarità: l’aspetto chiave è la regolarità del sistema” nel suo complesso.

Riteniamo che lo sforzo di costruire questo “sistema” regolare sia un buon compito per la famiglia ricostituita a struttura complessa, tale da avviarla a non dimenticare la centralità del bambino nella rete di rapporti che la caratterizzano.

Conclusione

Al termine di questa breve rassegna, riguardante soprattutto le vicende psicologiche che caratterizzano il vissuto di coppia e di famiglia in un momento di rapida trasformazione come l’attuale, ci rendiamo conto che la scelta di parlare dei nuovi modelli di famiglia, nella sua apparente ampiezza, è invece basata su di un criterio limitante: non ci ha permesso, ad esempio, di parlare delle famiglie a rischio, delle famiglie marginali, delle famiglie difficili, indipendentemente dal fatto che esse rientrino o meno in qualcuno di tali modelli. In sostanza ha limitato il nostro discorso a una serie di considerazioni psicologiche non sempre sostenute dal raccordo con una prospettiva sociale più ampia e determinante, con la quale esse vanno inevitabilmente a intrecciarsi.

Lo scopo di queste pagine è stato soprattutto quello di mettere in luce come ciò che fonda la validità – o il “valore” – di un nucleo familiare non sia il suo modello strutturale o la sua supposta “naturalità”, ma esclusivamente la qualità delle relazioni tra le persone che lo compongono.

A questo fine si è cercato di condurre il discorso su due binari: da un lato rivelando il carattere mitico e illusorio dei presupposti sottostanti alla diffusa fede in una famiglia che per la sua stessa fisionomia tradizionale garantirebbe salute morale e benessere psicologico ai suoi membri; dall’altro ponendo in luce le risorse presenti in ognuno dei nuovi modelli di famiglia, che non vanno temuti come virtuali distruttori della famiglia naturale, ma anzi visti come possibili fonti di apprendimento delle risorse affettive e relazionali insite in qualsiasi tipo di aggregazione umana.

Abbiamo anche cercato, parlando della situazione dei bambini, di riferirci, molto sinteticamente, alle ricerche condotte dalla psicologia scientifica negli ultimi trent’anni; ricerche i cui risultati hanno contribuito a eliminare o a capovolgere molti dei luoghi comuni e degli stereotipi riguardanti il processo di sviluppo della personalità infantile. Gli esiti di tali ricerche, le nuove prospettive che esse aprono, costituiscono la sfida più significativa e promettente a quei pregiudizi che con tenacia mai sopita ricompaiono ogni qualvolta si tratti di negare cambiamenti, erigere difese, arroccarsi nei miti più arcaici, fingendo che la storia possa e debba rispettare, unica eccezione, la sacralità della famiglia naturale.

Come è stato giustamente rilevato, le inevitabili trasformazioni della famiglia nel corso del tempo vengono di fatto negate: e tanto più sofferte proprio in quanto non accettate. “La famiglia viene pensata come una struttura statica, rigida, senza cambiamenti: invece cambiamenti strutturali profondi caratterizzano la storia di ogni famiglia… Vengono ignorate le fasi di sviluppo dove non solo il soggetto muta, ma muta il gruppo familiare nel suo complesso… È il gruppo, non l’individuo, il protagonista della vita familiare”.

Il che significa che veri protagonisti della storia di ogni famiglia sono i rapporti che in essa si costituiscono: rapporti che si possono considerare la vera chiave interpretativa del significato e valore di ogni nucleo aggregativo umano.

Di Rita Gay Cialfi
Estratto dal libro “Volti nuovi della famiglia. – Tra libertà e responsabilità”, edito da Claudiana Editrice.

L’autrice, Rita Gay Cialfi, è psicologa, esperta di servizi socio-educativi per l’infanzia.
Con gentile concessione dell’Editore.

Fonte: www.radioradicale.it

Crisi nella coppia

10 febbraio 2009

womantryingsleep_450x450Le nostre ‘relazioni’ d’affetto erano generalmente durature: promettevamo di amarci reciprocamente per sempre. Oggi però queste relazioni non funzionano più: finiscono, non sembrano più quello che erano una volta, quello che pensavamo dovessero essere, ci spezzano il cuore e si frantumano. La metà dei nostri matrimoni si conclude con il divorzio, e chissà quanti altri amori di prova, di pratica e ‘part-time’ naufragano sugli scogli. Nessuno di noi può dire di essere passato indenne attraverso il tunnel dell’amore e all’inizio di questo nuovo millennio la nostra identità di amanti muore e allo stesso tempo diventa adulta. (D. R. Kingma, Il futuro dell’amore, Gruppo Futura, 2000, p. 9)

1. Vecchi modelli in crisi

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una serie di profonde trasformazioni nei rapporti di coppia. Il modello tradizionale incentrato sul matrimonio è sempre più entrato in crisi, sia per l’emergere di una maggiore libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità e anche se molti ancora optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi. Aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, ma anche per loro il rapporto di coppia è sempre più difficile da vivere: incomprensioni, litigi, crisi sono sempre più frequenti, mentre la durata media delle relazioni diminuisce vertiginosamente. Ma perché tutto ciò accade? Quali sono le cause di questo fenomeno che genera grande sofferenza individuale e sociale? Se le cose vanno male è veramente “tutta colpa sua” come molti ritengono?

La questione è complessa e varie sono ne sono le cause.

1) In primo luogo l’analfabetismo emotivo-relazionale dei partner – entrambi – che non sanno comprendersi e relazionarsi, ma anche la latitanza della società, che non fa niente per educare le persone alla buona comunicazione, alla consapevolezza dei sentimenti e delle emozioni, alla gestione costruttiva della relazione. In passato le relazioni di coppia erano vincolate da copioni socialmente prestabiliti e rigidi e non richiedevano particolari abilità comunicative, mentre oggi sono diventate sempre più libere e flessibili, e ciò le rende più intense e stimolanti ma anche più difficili da gestire perché richiedono conoscenze e abilità che nessuno – né in famiglia, né a scuola – ci ha mai stimolato a sviluppare. Per godersi i vantaggi di questa nuova libertà ed evitarne i numerosi e dolorosi effetti collaterali (litigi, incomprensioni, crisi, separazioni) sono dunque indispensabili appropriati “strumenti” di consapevolezza e di comunicazione, che non possiamo inventare da soli ma che possono essere sviluppate attraverso opportune letture e soprattutto la partecipazione ad appositi corsi tenuti da formatori qualificati.

2) In secondo luogo il fatto che nonostante tutto sia cambiato, intorno e dentro di noi, il matrimonio ha mantenuto saldamente la sua identità arcaica. Diversamente che in passato ci si può separare, divorziare, risposare anche, ma lo schema non è realmente cambiato, nel senso che l’ istituzione “matrimonio”– così com’è – non è adatta a soddisfare i nuovi bisogni e aspirazioni dei coniugi, che non sono più quelle del passato, quando ci si sposava per mettere su famiglia, per acquisire uno status sociale, per guadagnarsi una certa indipendenza dalla famiglia di origine, o più semplicemente perché a una certa età ci si deve sposare. La funzione sociale del matrimonio era principalmente quella della procreazione, della trasmissione ereditaria del nome e dei beni della famiglia, della alleanza tra famiglie, mentre oggi tali scopi sono sempre più secondari, prevalendo invece il reciproco benessere affettivo, sessuale e materiale dei coniugi, e non solo, poiché la relazione di coppia mette in gioco molte altre dimensioni – intellettuali, esistenziali, e anche strettamente pratiche – che portano inevitabilmente ad un incontro e ad un confronto di personalità e di mentalità.

In passato i coniugi, pur abitando sotto lo stesso tetto, vivevano in due mondi separati: i loro compiti erano nettamente distinti e le reciproche aspettative assai diverse da quelle attuali, poiché il partner era visto più come un ruolo (marito-moglie, padre-madre dei propri figli) che non come una persona. Salvo rari casi non si avvertiva alcun bisogno di conoscersi a fondo, di costruire una intimità, un dialogo; l’importante era che ognuno si comportasse bene, che svolgesse i ruoli che gli competevano. La motivazione stessa del matrimonio – mettere su famiglia – poneva in secondo piano il partner in quanto individuo, anzi entrambi erano chiamati a rinunciare alla loro individualità (ammesso che ne avessero mai potuta sviluppare una) a favore della famiglia. Non esisteva alcun confronto sui vissuti emotivi perché solo la donna ne era consapevole (e se li teneva per sé o al massimo ne parlava con le amiche più intime): l’uomo aveva fin da bambino rinnegato e rimosso la propria emotività e vulnerabilità e non era in grado di interagire su tale piano (né avrebbe voluto). Non esistevano confronti neppure su piani più intellettuali, poiché alla donna non era dato di parlare di certi argomenti e di avere una istruzione che non fosse cucito e buone maniere (e spesso neppure questo). Oggi invece il confronto è un elemento essenziale al buon andamento non solo delle relazioni matrimoniali ma anche di relazioni di coppia meno formalizzate, e non è un confronto facile, perché l’uomo e la donna hanno due modi di vedere le cose e di comunicare molto diverso, e nessuno ci ha mai spiegato questa diversità, che può essere fonte di grande arricchimento se la si sa affrontare ma anche di grande sofferenza se invece la ignoriamo. A questa difficoltà di base va poi aggiunto il processo di emancipazione della donna, che non si accontenta più di ricevere dal proprio partner una casa e una certa sicurezza materiale ma avanza anche altre richieste, sessuali, sentimentali e di dialogo, che non sempre lui è in grado di capire e di soddisfare, anche perché mentre la donna ha iniziato già da tempo a sviluppare il proprio maschile interiore, l’uomo – salvo rare eccezioni – non ha ancora affrontato il suo femminile interiore ed anzi lo teme.

2. Verso una nuova coppia?

E’ indubbio che il modello tradizionale non risponda più alle nuove esigenze, ma è altrettanto vero che le relazioni di coppia non possono limitarsi al solo erotismo. Vi è un bisogno profondo di intimità, di confronto, di unione che non può essere soddisfatto da rapporti occasionali e richiede una qualche forma di continuità, meno rigida però di quella tradizionale. La cultura emergente non fornisce in proposito ricette certe, ma indica alcune direzioni di ricerca. Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, e ogni individuo e ogni coppia dovrebbe trovare una propria via di realizzazione: per alcuni può risultare ancora appropriata la via tradizionale del matrimonio, magari con qualche personalizzazione, mentre per altri la direzione può essere quella della convivenza o di forme ancor meno rigide da un punto di vista dei vincoli. Ciò che conta, nella nuova ottica, è soprattutto la consapevolezza e l’impegno con cui i due partner vivono la strada scelta, quale che sia. In secondo luogo, le proposte non vanno calate dall’alto ma scoperte singolarmente dall’individuo e dalla coppia attraverso un processo di libera e cosciente sperimentazione. Si può naturalmente prendere spunto da esperienze altrui, trarre aiuto e stimolo dalla condivisione, dal confronto con altri individui e con altre esperienze, per poi però giungere a creare la propria personale sintesi.

Grazie alla libera sperimentazione condotta a partire dagli anni ’60, ci si è resi conto che la promiscuità non è alla lunga soddisfacente, ma anche che “stabile” non significa necessariamente “a vita”. I nuovi principi sul come vivere le relazioni di coppia andranno ispirati ad una grande flessibilità, che tenga conto del fatto che gli individui sono diversi tra loro e che le fasi della vita, pure, possono rispecchiare bisogni diversi. Pertanto ciò che va bene per uno può non andare bene per l’altro, così come ciò che va bene in una certa fase può poi richiedere un cambiamento in funzione della continua evoluzione.

3. Incontro, scontro e crescita nelle relazioni

Come si è visto, la relazione di coppia oggi non si limita più alla famiglia e alla procreazione, e non si esaurisce neppure nella sessualità e nei sentimenti, ma mette in gioco molte altre dimensioni che portano inevitabilmente ad un confronto di personalità e di mentalità che può evolversi sia come crescita sia come scontro, più spesso entrambi. Nelle fasi iniziali di una relazione le persone tendono a fare bella figura, a mostrare la parte “migliore” e più accettabile di sé. Se poi tra loro nasce un innamoramento ognuno tende a vedere l’altro ancor più bello e apprezzabile, idealizzandolo. Tuttavia, presto o tardi anche altri aspetti della personalità emergeranno e alla fase iniziale dell’innamoramento, in cui il partner appare splendente come il sole, subentrano fasi meno brillanti in cui si prende coscienza anche dei suoi limiti e dei suoi lati meno lucenti: l’ombra. E’ qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti che poi, se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) inevitabilmente vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

I modi di affrontare questi problemi variano da persona a persona: alcuni tendono a nascondere il disaccordo, inscenando una rappresentazione di armonia tutt’altro che veritiera, oppure si rassegnano a convivere con le tendenze distruttive, alternando fasi di litigiosità a fasi di relativa quiete. Altri, giunti oltre un certo livello, decidono di cessare la relazione per cercare un’altra persona che gli faccia riprovare l’ebbrezza dell’innamoramento e che sia finalmente quella giusta. Se in passato prevaleva la prima tendenza (rassegnazione e conflitto sotterraneo), oggi sta sempre più affermandosi la seconda (separazione e ricerca di un nuovo partner). Tuttavia, per quanto intensa possa essere la fase di innamoramento, per quanto giusto possa apparirci il nuovo partner, prima o poi si manifesteranno anche i suoi limiti e aspetti ombra, rinascerà il conflitto e saremo di nuovo punto e a capo. Il fatto è che tutti i suddetti modi di affrontare la questione sono errati: non va bene ignorare o sopportare il problema, perché vuol dire rinunciare a quanto di più bello una relazione di coppia può offrire, e non va bene neppure passare da una storia all’altra all’eterna ricerca del partner ideale, poiché non esistono persone fatte di sola luce e ognuno ha in sé anche delle zone oscure, inconsce, che premono per emergere e essere finalmente riconosciute. La relazione sentimentale non ha solo lo scopo di far stare bene i due partner, ma è anche e soprattutto il luogo in cui ognuno dei due desidera colmare il proprio senso di incompletezza e guarire una volta per tutte le proprie ferite d’amore primarie, vale a dire le carenze affettive e le delusioni subite durante l’infanzia, inclusi gli eventuali abusi fisici o morali. E’ un desiderio per lo più inconscio ma molto, molto potente, che influenza profondamente la dinamica della relazione e che ho illustrato più estesamente altrove.

Da bambini le nostra speranza più grande è che i nostri genitori ci accettino così come siamo e si impegnino a comprenderci realmente, a rispettarci ed amarci come e quanto abbiamo bisogno. Purtroppo è una speranza che si avvera solo in parte, talvolta addirittura per niente, creandosi così delle vere e proprie ferite affettive, più o meno profonde a seconda dei casi. Col tempo subentra una sorta di abitudine, di rassegnazione e infine di oblio. Ma la speranza non è morta, è solo in animazione sospesa, e si risveglia quando ci troviamo coinvolti in una relazione di coppia. Non sempre e non subito, però: solo in quelle relazioni in cui c’è un profondo coinvolgimento affettivo, un innamoramento, e solo quando i due hanno raggiunto un certo grado di confidenza e intimità e iniziano a fare a meno delle maschere. A questo punto scattano in entrambi forti aspettative nei confronti dell’altro:

“Che cosa farai per me? Mi aiuterai? Mi ascolterai? Mi farai sentire bene? Realizzerai i miei sogni? Sarai il padre che io non ho potuto avere, la madre che non ho avuto? Adesso che mi sono innamorato di te, tu hai il dovere di far scomparire le mie sofferenze. Ascoltami, guariscimi, fammi stare bene. (…) Ci sono due tipi di bisogni emotivi che cerchiamo di soddisfare nelle nostre relazioni intime: uno è quello di cui siamo consapevoli (fammi felice, dammi la sicurezza economica, sii un buon padre per i miei figli), l’altro è costituito dalle esigenze emotive inconsce che rappresentano il tentativo della nostra personalità di guarire tutto ciò che si frappone alla nostra capacità di sentirci integri. In ogni relazione esiste dunque un viaggio emotivo nascosto.” (D. R. Kingma, op. cit., p. 41)

La relazione di coppia diviene insomma una opportunità tramite cui crediamo di poter guarire una volta per tutte le ferite d’amore, le carenze affettive, le delusioni subite durante l’infanzia e il partner diviene per certi aspetti un sostituto di nostro padre, di nostra madre (o di entrambi) e inconsciamente lo invitiamo – talvolta sfidiamo – ad amarci in modo totale, ad accettarci per quello che siamo, ad essere il genitore perfetto che non abbiamo mai avuto ma abbiamo sempre desiderato.

Si tratta, come è facile intuire, di aspettative eccessive, che solo una mente bambina può sperare di poter soddisfare e tuttavia il nostro inconscio è sempre allo stadio infantile – è inconscio proprio perché non ha voluto /potuto crescere – e quindi è proprio sulla base di tali aspettative che passiamo dall’innamoramento alla relazione stabile. “Quando ci innamoriamo non ci limitiamo a dire: ‘Hai proprio una mente meravigliosa, sarà una gioia parlare con te per i prossimi cinquant’anni’. Quello che diciamo in realtà è: ‘Hai proprio una mente meravigliosa; mi aspetto anche che tu sia un amante eccezionale, una compagnia straordinaria per le uscite del venerdì sera, un padre stupendo, il mio sostegno e la mia spalla in società, il mio compagno politico, la persona di cui i miei genitori si possono fidare, il conforto nei momenti di sofferenza, e anche il mio guru, il mio lacrimatoio e la mia banca personale’” (ibidem).

Poiché ci aspettiamo che una singola relazione soddisfi pienamente e perfettamente tutte le nostre esigenze in questa maniera stravagante e irreale, naturalmente tendiamo ad escludere tutte le altre persone che potrebbero partecipare alla soddisfazione delle nostre esigenze; questo allevia tali persone da potenziali fardelli e in un certo senso fa sembrare la vita meno complicata, ma sovraccarica il partner – che è soltanto un semplice mortale che ci ama, non un dio che può realizzare ogni nostro sogno e, nell’aggrapparci a questo mito diventiamo troppo esigenti.

Se ci limitassimo ad invitare il partner ad amarci, senza sfidarlo, senza aggredirlo, senza nasconderci, il rapporto sarebbe meno teso, meno ambiguo; se sapessimo comunicare con chiarezza e chiedere apertamente al partner ciò di cui abbiamo bisogno, lo metteremmo nelle condizioni per fare del suo meglio e capiremmo che anche lui si trova nella nostra stessa situazione. Potremmo a questo punto reagire in due modi:

1) Lasciarlo, perché ci ha rivelato la sua fragilità e i suoi limiti mentre noi cerchiamo un partner super che non sia ferito e bisognoso ma generoso, impeccabile e tutto per noi (questa aspettativa è molto simile a quella del bambino verso il genitore: da piccoli tutti noi vediamo i genitori come esseri enormi, onnipotenti, vere e proprie divinità). Si tratta di una reazione sbagliata, ma sempre meglio che continuare a perdere tempo in sfide, conflitti, scontri.

2) Affrontare in modo più realistico il rapporto, comprendendo che il nostro partner non ha il potere magico di guarire le nostre ferite di cuore e di riempire i nostri vuoti esistenziali – né lui né nessun altro partner. Guarire tali ferite e colmare tali vuoti è un processo possibile – anche se lungo e laborioso – ma può avvenire solo attraverso l’autoguarigione; certo, un partner comprensivo e amorevole può esserci di grande aiuto, ma il lavoro ognuno lo deve fare da sé su di sé.

Il punto di partenza per un tale lavoro è assumersi la responsabilità della propria guarigione, senza scaricarla su altre persone: né sui nostri veri genitori né sul nostro partner. Dobbiamo accettare che quel che è stato è stato: nostri genitori non cambieranno, così come le situazioni e le cause che hanno prodotto le nostre ferite affettive non possono essere cambiate: appartengono al passato e i fatti del passato non possono mutare. Può però mutare la nostra interpretazione di quei fatti e possono mutare le conseguenze di quei fatti. Posso per prima cosa interpretare la mancanza di amore non come una mia sfortuna e ingiustizia privata ma come un male collettivo che affligge tutta l’umanità; in tal modo smetterò di sentirmi vittima e di attribuire colpe agli altri – se colpe vi sono, sono collettive – e potrò poi perdonare coloro che – genitori, partner precedenti – involontariamente mi hanno fatto soffrire perché a loro volta sofferenti.

Posso a questo punto lavorare sul mio malessere attuale prescindendo dalle cause passate: se un’altra persona ferisce il mio corpo con un coltello, posso curarmi la ferita senza il bisogno coinvolgere colui che mi ha ferito; per guarire non è necessario né che recuperi il coltello, né che mi sforzi di indurre l’altra persona a cambiare e a non farlo più. Analogamente, potremmo curare le ferite affettive senza tirare in ballo i nostri genitori, ma imparando a fare da padre e madre amorevoli di noi stessi – qualcosa di molto simile a ciò che molti maestri spirituali hanno chiamato “amare se stessi”.

Oltre a curare le ferite dobbiamo anche imparare a comunicare meglio con noi stessi e con l’altro, a comprendere e accettare le nostre e le altrui zone d’ombra, e a riconoscere e gestire le nostre e altrui emozioni, poiché solo così potremo davvero aiutarci e sostenerci in questo difficile ma entusiasmante percorso che è la relazione.

“La natura umana era in origine unica e noi eravamo interi, e il desiderio e la caccia dell’intero si chiama amore” (Platone, Simposio).

Enrico Cheli

Fonte: http://www.unisi.it

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