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Il fascino della semplicità

1 marzo 2010

Come ogni grande, appassionato amore, anche quello per la semplicità non è facile. Richiede cura, attenzione, dedizione. Con gioia quando nasce l’armonia, smarrimento quando si infrange. C’è mai stato, in qualche antico rito, un tempio dedicato al culto della semplicità? Non sono mai riuscito a trovarne alcuna notizia.

Se ci fosse, sarei curioso di capire la cultura da cui è generato, di conoscerne le forme e i rituali, per imparare se (e come) possono aiutare a far crescere in noi il gusto, il piacere, la voglia di coltivare quell’arte sottile e illuminante.

Non è necessario che sia un culto. Ma mi piacerebbe che ci fossero in tutte le piazze del mondo (e in tutte le scuole, università e accademie) monumenti dedicati alla semplicità. E che i migliori scultori del mondo facessero a gara per rappresentarla nel suo affascinante splendore. Michelangelo diceva che è facile fare una statua. Basta vederla dentro un blocco di marmo e togliere quello che avanza. C’è qualcosa di straordinario nell’arte del più modesto scalpellino. Sovrumano nell’opera di un grande scultore.

Eppure ognuno di noi, con un guizzo di felice intuito, può fare lo stesso miracolo: cogliere la semplicità che si nasconde dentro un’apparente complicazione. Un errore diffuso è pensare che la stupidità sia semplice, l’intelligenza complicata. Che semplificare sia facile, complicare difficile. Molto spesso è vero il contrario (vedi L’arte difficile della semplicità). Lo constatava Ovidio duemila anni fa. «La semplicità, cosa rarissima ai nostri tempi». Chissà che cosa direbbe oggi.

Si trova in giro, citata qua e là, una frase attribuita a Leonardo da Vinci. «La semplicità è l’estrema perfezione». Non trovo riscontri che ne confermino l’autenticità. Ma sono convinto che Leonardo, se fosse qui a parlarne con noi, si riconoscerebbe in quel concetto (e si dispiacerebbe di aver talvolta ceduto alla tentazione di complicare, come nella tecnica di affresco del Cenacolo). Ebbene si, anche i geni sbagliano (e sbagliando imparano). Ma se sono davvero geniali sanno quanto sia importante (e impegnativa) la conquista della semplicità – e non si arrendono alle insidie della complicazione.

Semplicità e armonia – scrittori, artisti, filosofi

La semplicità è armonia. Lo sanno i più grandi artisti, i più bravi scrittori, i migliori filosofi. Anche nella scienza i più grandi progressi sono spesso soluzioni semplici di problemi che sembravano inestricabilmente complicati (su questo tema ritorneremo più avanti).

La semplicità è eleganza. Non solo nell’abbigliamento, nell’arredamento, nello stile. Anche nel pensiero e in ogni genere di attività. Non è un caso che una soluzione particolarmente efficace (e perciò brillantemente semplice) sia spesso definita “elegante” in diversi mestieri e discipline.

«Nulla è vero, se non ciò che è semplice» (Johann Goethe). «La semplicità è la forma della vera grandezza» (Francesco De Sanctis). «Non c’è grandezza dove non c’è semplicità» (Lev Tolstoy). «In carattere, maniera, stile, in tutte le cose, la suprema eccellenza è la semplicità» (Henry Wadsworth Longfellow). Molti altri l’hanno detto. Soprattutto, i migliori l’hanno fatto. È affascinante, illuminante, disarmante, la semplicità con cui si sa esprimere un grande scrittore o un autentico poeta.

Semplice vuol dire sciocco? È un modo diffuso di esprimersi o di pensare. Ma è profondamente sbagliato. Le sottilissime astutie di Bertoldo (come le chiamava Giulio Cesare Croce) sono davvero così diverse dalle piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino? Nella malinconica ironia di Miguel Cervantes, c’è più saggezza e nobiltà in Don Chisciotte o in Sancho Panza? Nel racconto di Italo Calvino, è più consapevole Agilulfo, il “tutto pensiero” cavaliere inesistente, o il “tutto fisico” Gurdulù? Nell’Idiota di Dostoievski c’è più sensibilità e umanità nel principe Myskin che in tutti gli arroganti presuntuosi che lo circondano.

Tutti noi, nelle esperienze della nostra vita, incontriamo persone “semplici” che sono molto più intelligenti di tanti cosiddetti “intellettuali”.

Lo dice un filosofo (non particolarmente noto per la facilità del suo pensiero). «Gli aspetti delle cose che sono più importanti per noi sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità» – Ludwig Wittgenstein.

Vogliamo il parere di un architetto? Eccolo. «Semplicità e armonia sono le qualità che misurano l’autentico valore di ogni opera d’arte» – Frank Lloyd Wright.

Le opinioni di due musicisti molto diversi. «La semplicità è la conquista finale. Dopo che si è suonata una vasta quantità di note, e poi ancora tante note, è la semplicità che emerge come il premio incoronante dell’arte» – Frederic Chopin. «Rendere il semplice il complicato è luogo comune, rendere il complicato semplice , stupendamente semplice, quella è creatività» – Charles Mingus.

Grazie, Charlie. Così mi dai la nota giusta – lo spunto per un argomento che non può mancare in questi ragionamenti. Di che cosa stiamo parlando quando diciamo “creatività” o “creativo”?

Che cosa vuol dire “creatività”?

Questa è una delle parole più stupidamente usate – e abusate – nel linguaggio di oggi. Stranamente ci sono mestieri che si definiscono “creativi”. Quando cerco di spiegare perché questa usanza è assurda e ridicola, spesso faccio un semplice esempio. Se chiedessimo a Mozart, a Raffaello o a Einstein “che mestiere fai?” ci sentiremmo rispondere musicista, pittore o fisico (con una certa tendenza di Einstein a dire “non saprei, diciamo essere umano”). Si metterebbero a ridere se qualcuno li chiamasse “creativi”.

Una mia amica (Elda Lanza, brillante scrittrice e giornalista) ha conosciuto Coco Chanel. Un giorno le ho fatto una domanda. Che cosa avrebbe detto Coco a qualcuno che le avesse chiesto qual era il suo mestiere? La risposta è stata quella che mi aspettavo. Si chiamava orgogliosamente “sarta” – certo non “stilista”.

C’è gente che va in giro con l’etichetta “creativo” e non ha mai creato qualcosa di interessante – se non forse un’ideuzza trent’anni fa che si è fatta notare per un paio di giorni perché dava fastidio a qualche benpensante (e che si continua a citare nelle agiografie come se fosse chissà quale rivoluzionaria meraviglia). Mentre c’è chi ha davvero trovato sintesi significative e non sopporta l’idea di lasciarsi classificare con quella goffa definizione.

Una categoria immune da questo malanno sembra essere quella degli scrittori. Nessuno, che io sappia, è mai stato definito “creativo” (anche se qualcuno ha avuto il cattivo gusto di lasciarsi chiamare “vate”). Forse dipende dal fatto che conoscono un po’ meglio l’uso della lingua. (Non è colpa di Dante se qualcun altro ha appiccicato alla sua commedia l’aggettivo “divina”).

La creatività esiste, ma è tutt’altra cosa. Una sintesi che semplifica la complessità. Ci sono, nei secoli e nei millenni, persone che sono meritatamente passate alla storia per aver avuto, in tutta la loro vita, una sola intuizione di quel genere.

Quando la scienza si complica, è in una fase confusa

Molte cose nel mondo di oggi ci fanno venire il dubbio che Giacomo Leopardi avesse ragione quando era scettico sulle magnifiche sorti e progressive (vedi Le ambigluità dell’innovazione).

Ma c’è un campo in cui il progresso è reale – e sconcertante. La ricerca scientifica. I confini della conoscenza si stanno allargando al di là della nostra capacità di capire. Ciò che cinquanta o cento anni fa sembrava una scoperta sconvolgente, oggi è superato in nuovi orizzonti sempre più interessanti, ma sempre più difficili.

A parte la mia scarsa competenza in materie molto specialistiche, come la cosmologia, la fisica quantistica e la genetica, un approfondimento di questi temi andrebbe molto oltre lo spazio e la sostanza di questo articolo. Ma un fatto è chiaro. Siamo in una fase in cui si moltiplica la complicazione. Ogni sostanziale passo avanti deve andare, presto o tardi, nella direzione della semplicità, ma è difficile capire come si possa arrivare alla sintesi – che, se e quando ci sarà, sarà davvero il superamento di una soglia fondamentale.

Così diceva Albert Einstein. «Se non lo sai spiegare semplicemente, non l’hai capito abbastanza bene». Quante sono le cose, non solo sulle estreme frontiere della fisica, che qualcuno non ci sa spiegare semplicemente, perché non le ha capite abbastanza bene? Quante le “presunzioni” di sapere che qualcuno ci somministra perché non si rende conto di quanto non ha capito o perché sta cadendo nell’errore del semplicismo?

Niels Bohr, nel 1927. «Chi non è confuso dalla teoria dei quanti non la capisce». Più icasticamente Richard Feynman, nel 1967. «Nessuno capisce la teoria dei quanti». Non sembra che oggi, dopo altri quarant’anni di studi, le difficoltà siano diminuite.

Spero che gli scienziati mi perdonino un’impertinente osservazione da incompetente catecumeno. Ho l’impressione che il crescente numero di “particelle” variamente conosciute o ipotizzate – come le proliferazioni terminologiche in altre scienze – sia un’accozzaglia di nomi di cose presunte di cui non è identificabile l’esistenza (o non si riesce a capire che cosa siano). Probabilmente questo tormentato passaggio è necessario, ma è faticosamente dispersivo. In attesa che un nuovo Archimede, o Newton, o Darwin, o Mendeleyev, o Einstein, sciolga i nodi delle complicazioni e ci dia un nuovo strumento di sintesi cognitiva.

Il vantaggio intrinseco della scienza è che ha il dovere di non sapere – di dubitare perennemente, essere sempre aperta alla possibilità di rimettere in discussione ciò che sembrava “certezza”. Ma proprio per questo ogni tentativo di divulgazione è pericoloso quando è assolutistico o banalizzante.

L’affascinante “teoria delle stringhe” potrebbe essere uno strumento essenziale per capire “la natura delle cose”, come la chiamava Lucrezio. Ma ciò non vuol dire che (con l’aiuto di un buffo errore di traduzione) qualcuno possa venire a spiegarci che l’universo è una scarpa.

Vedi la voce string (che non vuol dire “stringa”) in Ambiguità di alcune parole inglesi.

La perversità della complicazione

Quando l’intelligenza si propone in modo intricato, o difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura. Per raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza dovrà evolversi verso la semplicità.

Complicare è facile, semplificare è difficile. Non solo nelle forme più elevate della filosofia, della scienza, della cultura, ma anche nella pratica del lavoro, o nelle piccole esperienze di ogni giorno, le soluzioni più efficaci sono quasi sempre le più semplici.

La semplicità, purtroppo, è vulnerabile. Ci sono forze spaventose che si accaniscono in mille modi per rendere le cose inutilmente e assurdamente complicate. Ero ancora adolescente quando cominciavo a preoccuparmi per le molteplici insidie di un tenebroso e perverso organismo chiamato UCCS – Ufficio Complicazione Cose Semplici. Sono passati tanti anni, i mille tentacoli del mostro ci avvolgono in modo sempre più minaccioso.

Quella piaga contagiosa non nasce solo negli apparati burocratici che intenzionalmente complicano ogni genere di procedure per affermare il loro potere e asservirci alle loro fisime. Ma anche in infinite situazioni dove nessuno lo fa di proposito, ma ugualmente i nodi diventano gordiani – e purtroppo non sempre è possibile brandire la spada di Alessandro (anche perché, un po’ troppo spesso, siamo noi a cadere inavvertitamente nella trappola della complicazione – e tagliarci le mani, o spaccarci il cervello, sarebbe una terapia troppo drastica).

Svegliare la bella addormentata

Una sigla che non ho inventato io, ma si insegnava (con scarso successo pratico) nelle scuole di gestione, è KISS. Che ovviamente vuol dire “bacio”, ma sta anche per Keep It Simple, Stupid (pressappoco si può tradurre “non fare lo stupido, cerca di semplificare”). Già parecchi anni fa, ancora prima che si arrivasse a certe complicazioni oggi imperversanti, tenevo appeso nel mio ufficio un cartello che diceva KISS.

Quando qualcuno (succedeva spesso) arrivava con qualche problema esageratamente complicato, il mio primo gesto era indicare (se possibile, con un sorriso) la “parolina magica”. Ma più spesso il promemoria serviva per ricordare a me che le soluzioni semplici ci sono quasi sempre, il problema è che non riusciamo a vederle (compreso il fatto che talvolta un problema è davvero insolubile – e allora è meglio prenderne chiaramente coscienza anziché disperdersi nella ricerca di soluzioni impossibili o impraticabili).

L’esperienza illuminante, spesso affascinante, della sintesi creativa – o di un’intuizione che ci aiuta a risolvere un problema – ci porta quasi sempre a constatare che la soluzione “col senno di poi” appare ovvia, ma il nostro modo di ragionare e percepire si era complicato in modo da impedirci di vederla.

Da che mondo è mondo, uno dei problemi che ci rovinano la vita è l’assillante accumulo di complicazioni inutili. In un periodo di transizione complessa, come quello in cui stiamo vivendo, questo fenomeno assume una particolare intensità.

Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non lontano passato, per la diffusione di conoscenze e risorse che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochi privilegiati. Ma ci stiamo anche complicando la vita in infiniti modi, che in parte dipendono dalla farraginosa inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro comportamento e da quello di altre persone – e in parte da una sbagliata concezione e da un cattivo uso delle tecnologie (più si complicano, peggio funzionano).

Un mondo in cui l’assurdità della complicazione ha raggiunto livelli astronomici (ma continua a crescere con una caparbietà da fare invidia a un buco nero) è quello delle tecnologie cosiddette “avanzate”. Nella sua divertente Hitch-Hiker’s Guide to the Galaxy, Douglas Adams spiega con questo assioma il comportamento della Sirius Cybernetics Corporation, gigantesca impresa elettronica interspaziale. «La principale differenza fra una cosa che può andare male e una cosa che non può mai andare male è che, quando una cosa che non può mai andare male va male, di solito si scopre che è impossibile raggiungerla o aggiustarla». (Vedi La stupidità delle tecnologie).

Queste stupide complicazioni sono una cosa molto diversa dal serio e profondo problema della complessità, così come è studiato dalla “teoria del caos”. Su questo argomento ci sono alcune “impertinenti” annotazioni (forse fin troppo semplificate) in una breve appendice a Il potere della stupidità.

I complici della complicazione

Non sempre la complicazione nasce dalla perversa volontà di rendere le cose difficili. Più spesso è il frutto involontario di umana incomprensione e stupidità. Ma non è raro che il potere, in tutte le sue forme, grandi o piccole, palesi o nascoste, se ne serva per confondere le cose, renderle incomprensibili, nascondere la semplice realtà dei fatti dietro una cortina di inestricabili complessità. (Vedi La stupidità del potere).

Non solo la burocrazia, ma anche altre oligarchie, consorterie o corporazioni usano spesso un gergo complicato, incomprensibile per i “non addetti”, che serve ad affermare il loro predominio e tenere in soggezione il resto dell’umanità.

Anche il mondo accademico o “intellettuale” ricorre spesso allo stesso trucco. Si esprime in modo incomprensibile per nascondere il fatto che non sa di che cosa stia parlando. E anche per suscitare fra i catecumeni un riverente timore – la percezione di essere stupidi perché non riescono a capire. Un’osservazione di Marcel Proust su qualcuno che si comportava in quel modo. «Come molti intellettuali, era incapace di dire semplicemente una cosa semplice». E una tagliente ironia di Jacques Prévert. «Non bisogna lasciare che gli intellettuali giochino con i fiammiferi».

C’è una differenza sostanziale fra intelligenza e intellettualismo. Sarebbe superficiale e semplicistico dire che l’uno è il contrario dell’altra. Ma è un fatto che non sono la stessa cosa – e che l’intelligenza è tanto più utile e consapevole quanto più si sa esprimere in modo semplice e chiaro.

La semplicità è di moda? Non è confortante

Pare che in questo periodo (anche per l’ovvio ingombro di perniciose complicazioni) la semplicità sia di moda. Ma questo non ci avvicina alla soluzione del problema. Anzi, lo può peggiorare.

La “semplicità di moda” si riduce quasi sempre a patetica finzione o a superficiale banalità. Al semplicismo di vuote promesse o di squallidi luoghi comuni. A modi di dire che non semplificano, non risolvono, non spiegano, ma ripetono all’infinito gli stessi insulsi manierismi.

Quando la semplicità è ridotta e umiliata a un tale squallore, può accadere di doversi affezionare, almeno provvisoriamente, alla complessità. Come passo necessario per uscire dal pantano, andare oltre – nella speranza di poter trovare, all’altro capo del labirinto, il tesoro nascosto della vera semplicità.

Le trappole del semplicismo

Il “rovescio della medaglia” sta nella falsa semplicità. Nella stupida arroganza di chi ha la pretesa di spiegare ciò che non ha capito. Nell’invadenza dei tuttologi presuntuosi, degli opinionisti senza arte né parte, dei pressapochisti enciclopedici, dei pettegoli frettolosi che si sentono in dovere di avere un’opinione prima ancora di aver capito di che cosa si sta parlando.

Per esempio, nel campo della burocrazia, si moltiplicano le promesse di semplificazione. Credo che qualcuno, talvolta, abbia tentato davvero. Ma il compito è arduo – le resistenze dei sistemi (non solo quelli pubblici) sono profondamente radicate e ostinatamente stupide. (Vedi La stupidità della burocrazia).

In Italia (dove siamo afflitti da una delle peggiori burocrazie del mondo e da un’allucinante moltiplicazione di norme e regole mal concepite e peggio applicate) c’è perfino un “ministero della semplificazione”. Che cosa sia e a che cosa serva (oltre a creare inutili sovrastrutture) non è facile capire. La realtà dei fatti è che le complicazioni continuano ad aumentare – e dove (caso raro) c’era davvero una piccola semplificazione è stata poi divorata da qualche successivo inghippo.

Quanto a sistemi di informazione e di educazione… la divulgazione, quando è ben fatta, è una risorsa preziosa. Ma è un compito delicato e difficile. Dobbiamo essere molto grati ai bravi divulgatori, quando riescono a proporci in modo semplice e chiaro il frutto di anni di studio e approfondimento. Ma troppo spesso con la scusa di divulgare o semplificare ci si somministra di tutto fuorché utile informazione e cultura.

Lo diceva un giornalista, Erwin Knoll. «Tutto ciò che leggiamo nei giornali è assolutamente vero, fuorché nel raro caso in cui si tratta di un argomento di cui abbiamo conoscenza diretta». Non è raro che ci sia lo stesso problema in congressi, convegni, dibattiti, lezioni universitarie, libri di testo o altre opere con (apparenti) intenzioni divulgative.

Alla radio accade spesso che l’ossessione del tempo (la presunta necessità di dire tutto in un minuto) porti a frettolose semplificazioni che confondono invece di spiegare. In televisione siamo fortunati quando un bravo cronista sa riassumere efficacemente una notizia – o un buon conduttore sa equilibrare bene un dibattito. Ma troppo spesso vediamo incompetenti presuntuosi che interrompono chi sa di che cosa sta parlando con la pretesa di “spiegare meglio” qualcosa che non hanno capito.

Da quarant’anni (da venti in modo diffuso) abbiamo una risorsa che non c’era mai stata in tutta la storia dell’umanità. Quella che con una semplificazione eccessiva (ma, in questo caso, accettabile) siamo abituati a chiamare “internet”. Uno strumento molto utile, se lo sappiamo usare. Ma con tutto lo stupido fracasso sulle velocità di connessione, che non sono la risorsa più importante, si è diffusa, anche in questo caso, una tragicomica cultura del semplicismo.

Possiamo, è vero, con gli strumenti che ci offre l’internet, fare in pochi giorni, o in poche ore, ricerche che prima richiedevano settimane o mesi in biblioteca. Ma questo non è un buon motivo per cadere nella superficialità. In rete si trova di tutto e il contrario di tutto. Quando è capita bene, questa è una risorsa. Ma se cadiamo nella trappola del semplicismo le stupidaggini e le deformazioni si moltiplicano – e non diventano meno stupide o devianti solo perché le troviamo (o si diffondono) più in fretta. (Vedi La stupidità e la fretta).

I tempi cambiano, gli strumenti si evolvono, ma la sostanza è sempre la stessa. Il gustoso frutto della semplicità può talvolta spuntare inaspettatamente da una fortunata coincidenza. Ma più spesso nasce da lunga, attenta e paziente coltivazione.

Innamorarsi della semplicità

L’intelligenza è luce o lucidità – non oscurità. Il peggiore degli stupidi non è chi non capisce, ma chi non si sa spiegare. Il punto delicato, quanto fondamentale, sta nel non confondere la semplicità con il semplicismo. Una spiegazione apparentemente semplice può essere solo un’insulsa banalità, un infondato luogo comune, un preconcetto diffuso quanto sbagliato – o una semplificazione solo apparente che ci viene somministrata per disorientarci, per toglierci il desiderio di capire o di approfondire.

In altre parole, la complicazione è quasi sempre stupida, ma non sempre ciò che sembra semplice è intelligente.

L’arte della semplicità è difficile e sottile quanto l’esercizio dell’intelligenza. L’una e l’altro richiedono impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità – e una perenne coltivazione del dubbio. Per quanto chiara, nitida ed efficace possa essere una soluzione, dobbiamo continuare a chiederci se e come ce ne possa essere un’altra ancora più funzionale, più lucida e più semplice.

Sembra faticoso – e spesso è impegnativo. Ma se sappiamo come apprezzarne il gusto può essere molto divertente. Trovare soluzioni o spiegazioni autenticamente semplici è rasserenante, stimolante, piacevole, allegro, spesso entusiasmante.

La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un problema apparentemente complesso ha un intenso valore estetico. È una gioia in sé, prima ancora delle sue piacevoli conseguenze. Ci dà una chiara, inconfondibile percezione di bellezza e di armonia.

Innamorarsi della semplicità è un’esperienza affascinante. Ed è uno dei modi più efficaci per coltivare l’intelligenza, migliorare la nostra vita e quella degli altri.

Fonte: http://www.gandalf.it

Il Sorriso

18 gennaio 2010

Il SorrisoE’ un’espressione molto importante, da cui spesso dipende la piacevolezza di un viso. Se una persona non ha dei lineamenti perfetti ma ha un bel sorriso, questo la rende comunque attraente. Il sorriso, infatti, illumina il volto e, se l’espressione è di autentica gioia, si accompagna alla dilatazione delle pupille (che, come abbiamo visto, stimola l’attrazione). Vale la pena di sorridere senza parsimonia alla vita, ai nostri simili, e, in particolare, a quei pochi fra di loro che suscitano il nostro desiderio: Sorridere non dovrebbe essere considerata un’arte o un eccezione, ma una buona e sana abitudine quotidiana.

I testi dedicati al pensiero positivo raccomandano perfino di sorridere per qualche minuto davanti allo specchio, come esercizio del mattino. La stessa espressione del sorriso è così potente da influenzare lo stato d’animo: la persona imbronciata che si sforza di sorridere e si guarda nello specchio sarà costretta, come minimo, a prendere un pò meno sul serio i propri guai. Sugli incalcolabili benefici di una vita affrontata sorridendo c’è uno splendido brano anonimo che ci parla da un punto di vista veramente universale:

Un sorriso non costa nulla e produce molto. Arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona. Non dura che un istante, ma nel ricordo può durare eterno. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno: e nessuno è così povero da non meritarlo.Un sorriso dà riposo alla stanchezza; nella tristezza dà consolazione; è l’antidoto naturale a tutte le nostre pene. E’ un bene che non si può comprare, nè prestare, nè rubare: poichè esso ha valore solo dall’istante in cui lo si dona. E se incontrerete chi non vi dà l’atteso sorriso siate generosi e dategli il vostro: poichè nessuno ha tanto bisogno di sorriso come colui che ad altri non sa darlo.

Vediamo ora alcune tipologie di sorriso:

Sorriso a bocca chiusa

Denota il carattere riservato e diffidente di una persona che ha dei blocchi nel lasciarsi andare. se però è accompagnato da uno sguardo astratto e languido, è un sorriso sognatore. In entrambi i casi bisogna leggere anche gli altri segnali del corpo, perchè potremmo trovarci di fronte a qualcuno che sorride solo per cortesia. Fatto da un timido, questo tipo di sorriso è un segnale di aiuto, con cui l’interlocutore è invitato a “rompere il ghiaccio”.

Sorriso a bocca socchiusa

In questo tipo di sorriso i denti si intravedono appena, le labbra sono estese e leggermente aperte. E’ il tipico sorriso di chi vuol mostrare che la sa lunga. A questo genere appartengono i sorrisi sornioni, quelli di apprezzamneto galante e da intenditore (come di chi ha apprezzato una battuta intelligente o la scelta azzeccata di un buon vino). Questo sorriso può essere usato anche in modo civettuolo e seduttivo.

Sorriso aperto e smagliante

E’ il classico sorriso che si vede anche nella pubblicità dei dentifrici. Coloro che sorridono così hanno un atteggiamento vincente, che può rischiare di diventare  spavalderia. E’ un sorriso da conquistatore, ma può anche essere l’espressione più attraente che ci sia. L’importante è che sia un sorriso sincero, perchè è solo così che spalancherà tutte le porte.

Sorriso sincero

E’ comunque un sorriso aperto, come l’ultimo che abbiamo visto, ma può essere fatto con la bocca più o meno aperta o socchiusa, non ha importanza; ciò che conta è l’impressione che trasmette, che deve essere immediatamente percepita. Naturalmente questo tipo di sorriso si avvale della collaborazione, se così si può dire, spontanea di tutto il corpo, ma soprattutto del viso, gli occhi in particolare, che si illuminano e resta illuminato ancora per qualche istante anche quando il sorriso si è dissolto dalle labbra.

Tratto da: I Gesti che seducono – Giovanni Chimirri – ed. De Vecchi Editore

La gentilezza

4 novembre 2009

La gentilezzaMolti di noi – ne sono profondamente convinto – seguono la scoscesa vita spirituale con una fedeltà senza pari. Giocano il loro ruolo di padri e madri, di mariti e mogli, di figli, di studenti; e, dentro, un geroglifico insistente, infiammato li affascina e attrae, nei suoi significati, sovente inespressi in modo integrale alla loro consapevolezza esteriore…

Sovente, per varie, ovvie ragioni, la vostra strada è difficile. Conciliare gli interessi sociali, personali, che vi sono propri, e le vostre innumerevoli attività; armonizzarvi con chi vi sta vicino; ed accordare, pure, il desiderio di perfezione che, a volte, si alza nel vostro orizzonte interiore, con la fiammella che continua ad ardere, non è, di solito, facile.

Ma, forse, il difetto di noi – donne e uomini di questo secolo, e di questa razza planetaria – continua ad essere un desiderio, estremamente premuto, verso il perfezionismo accentuato, verso una vita che, in fin dei conti, vorremmo rendere diversa dalla semplicità integrale, che possiede la levigatezza e la forma cosmica del semplice uovo: simbolo efficace e completo dell’esistenza perfetta.

Continuiamo a credere che la divinità esiga – lungo il sentiero – delle atroci forme di sacrificio personale, dei salti evolutivi rapidi ed improvvisi, ed esprima delle torturanti esigenze, per decidersi, infine, a rendere terso quel nostro famoso e famigerato ego, sì da fargli percepire le Radici di cui è parte; e, di conseguenza, darci la gioia ultima della fusione con l’universale.

È stancante, allora, lo stress che ne risulta. E diviene responsabile di un ritardo ed impaccio lungo la nostra quotidianità di jiva in evoluzione.

Parliamo, allora, della gentilezza.

Questo atteggiamento umano, questa forma di naturale approccio verso le persone e le cose, può essere paragonato – senza alcun stridore simbolico – all’olio che siamo abituati ad aggiungere nel motore della nostra auto, nella sua periodica manutenzione. E lo vedremo. Privo di olio, il motore entra – presto – nell’usura dei suoi componenti; e, alla fine, si rovina in modo irrimediabile, e viene posto da parte.

Mettendo a fuoco la carenza di gentilezza generale di un individuo, riusciremo ad isolare, nella nostra mente, l’importanza vitale – e non esagero! – di tale abitudine soggettiva, capace di costituire una potente chiave, nei rapporti umani di ognuno di noi: la chiave che rende felice il nostro impatto con il cosmico.

La gentilezza è una delle tante e poliedriche forme di quell’amore verso cui ci spingono le Sacre Scritture di ogni tempo, e le esortazioni di ogni Guida dell’umanità. Solo che non ci si pensa, a causa della presunta ovvietà del concetto.

Se comprendiamo che la gentilezza, sinceramente espressa e sentita nell’animo, non ha nulla di diverso dalla tanto decantata manifestazione di tenerezza verso il prossimo, ci renderemo conto del come sia – poi, e in definitiva – molto facile e gradevole la strada dell’evoluzione. Questo sentimento è la manifestazione di fusione democratica più sociale che esista. È una via a doppio senso. È rivolta ad ogni aspetto della rete sociale che ci coinvolge. Si dirige – con eguale diritto e dovere – all’umile sconosciuto, ed al grande affetto personale e quotidiano – che vive sotto il nostro medesimo tetto. E rigenera qualunque tipo di rapporto, che si fosse infeltrito e consunto.

Un uomo ed una donna, naturalmente e spontaneamente gentili, attraggono l’intera umanità che contattano, per tutto il tempo della loro esistenza in questa terra. La gentilezza non fa due pesi e due misure. Non si rivolge solo agli estranei. Se spontanea, nel proprio cuore, si esprime anche verso la propria moglie e verso il proprio marito; di mattino, appena levati; di giorno; e di sera, prima di addormentarsi.

E, in effetti – fateci caso – è solo grazie ad essa che molti matrimoni si perpetuano, costantemente rinnovati; o, anche, sono capaci di rigenerarsi. Il Sentiero è fatto – come ci insegna il nobile Taoismo – di piccole scaglie dorate. Spesso, ho notato che dei fratelli e delle sorelle più avanzati, lungo la strada evolutiva, adoperano un modo autorevolmente brusco e lapidario per esporre i loro commenti e i loro consigli a neofiti, ovviamente meno pratici di cose spirituali. Essi probabilmente pensano che il loro debba essere un codice tradizionale, di chi faccia parte dell’Enigma Primordiale.

In tal caso prevalgono una serie di complessi di un particolare subconscio raffinato: quello dello spiritualista. Nei quali, per il momento, non vorremmo mettere il naso. Una cosa è certa. Nessuno di noi – di fronte alla Natura Assoluta che serviamo quotidianamente – può presumere di pontificare, nel variegato modo a cui facciamo riferimento.

E, comunque, che l’istruttore, non gentile nei suoi interventi, dà più valore a quanto dice, che all’animo di chi ha di fronte. Questo, è un altro esempio di necessità alla gentilezza; questo, non è amore. La gentilezza con tutti, e con se stessi, porta, in tempi brevi, all’armonia soggiacente alle cose.

Chi è gentile, è amico di Dio. E Dio – annidato in ogni suo delicato rapporto con gli altri – non manca di rispondere indicibilmente all’appello. Avete mai notato come siete attratti da una persona di indole gentile? Vi sentite rispettati, amati, considerati. E ciò vi basta, per stabilire un nesso di natura superiore con quell’uomo e quella donna. In definitiva, ciò vuole la natura universale. Che i suoi frammenti si saldino tra di loro.

Un atto di gentilezza, una volta espresso, lascia un incantevole alone elettromagnetico attorno a sé, che costituisce una fiorente benedizione occulta per coloro che ne sono il soggetto e l’oggetto.

Una qualunque manifestazione non gentile, sdrucisce qualcosa nella vita interiore di chi la esprime – e di chi non sa difendersi da essa; e ci vorrà qualche tempo per recuperare l’equilibrio interiore, necessario a tutti per attingere alla creatività personale ed all’armonia innata della vita.

Ora, noi ci lasceremo. E ognuno di noi tornerà nel gioco abituale dei suoi rapporti umani. Quante persone incontreremo? Proviamola, questa chiave! Essa non contiene, nella propria natura, nulla di smielato, o di artefatto.

La gentilezza nasconde l’originale rapporto tra Dio e gli individui, e tra gli individui, con loro stessi. Una persona che non conoscesse nulla dei Grandi Misteri Elesiaci, ma che – comunque – vivesse un costante, tenero e sincero rapporto con i suoi simili, raggiungerebbe – senza alcun dubbio – la meta riservata ad ogni ciclo umano: l’armonia definitiva con il Tutto.

Fonte: http://www.lamentemente.com/page/2/

Crescere insieme nei rapporti di coppia

3 novembre 2009

Crescere insieme nel rapporto di coppiaUno dei problemi delle coppie in crisi è la ferma convinzione che le cose non possano migliorare. Questa convinzione porta con sé una sensazione di impotenza e impedisce di mettere in atto delle strategie di cambiamento volte a ritrovare il benessere nella coppia. E’ stato invece osservato che basta che uno solo dei due cominci ad effettuare qualche cambiamento in meglio perché il rapporto ne tragga giovamento; inoltre, il cambiamento di uno dei due partner provoca dei cambiamenti anche nell’altro.

Certo non è facile iniziare il cambiamento. Quello che può succedere quando si prende in considerazione l’idea di cambiare è che ci troviamo di fronte ad atteggiamenti mentali o opinioni radicate che indeboliscono la motivazione. Raramente queste opinioni risultano valide. Vediamo, quindi, quali sono le più frequenti e quale può essere il modo per affrontarle:

* “Il mio partner è incapace di cambiare”. Questa asserzione è praticamente sempre sbagliata. Non esistono persone incapaci di cambiare. Il nostro sistema nervoso centrale è organizzato in maniera tale da spingerci all’apprendimento di modi di vedere e strategie sempre nuovi e migliori. I nuovi schemi di pensiero o modelli di comportamento che aumentano il piacere e diminuiscono la sofferenza sono destinati a soppiantare quelli vecchi. Quindi, se nell’ambito del rapporto di coppia si riescono a sperimentare modi di vedersi e di comportarsi più soddisfacenti dei precedenti, ci ritroveremo quasi automaticamente ad utilizzare queste nuove modalità che ci arrecano maggior piacere.

* “Non c’è nulla che possa modificare il nostro rapporto”. Questa è un’affermazione forte e, come tutte le affermazioni che contengono termini tipo ‘tutto’ o ‘nulla’ va verificata. Cominciamo con il mettere a fuoco quali sono i problemi specifici del nostro rapporto. Creiamo un elenco di questi problemi ponendoli in ordine di difficoltà crescente. Cominciamo quindi da quello che ci sembra più facile da affrontare, sforziamoci consapevolmente di applicare delle strategie mirate alla risoluzione del problema e osserviamo i risultati. Di solito se si è motivati e si comincia con un problema di facile soluzione i risultati sono positivi. E questo può indurre un pizzico di ottimismo in noi e nel nostro partner, motivarci ad andare avanti e affrontare problemi sempre più complessi.

* “Le cose non faranno che peggiorare”. Il timore di essere nuovamente feriti, può renderci pessimisti e riluttanti a coinvolgerci di nuovo nella relazione (“Se le mie speranze si ridestassero, finirei con il soffrire ancora”, ” Meglio non aspettarsi più niente”). Questo atteggiamento di ritiro è senz’altro comprensibile, ma non è indispensabile. Esistono sempre delle ragioni per cui vale la pena di lasciarsi nuovamente coinvolgere. Anche solo per un momento, allontaniamo da noi la cappa di pessimismo e di timore e volgiamo l’attenzione a queste ragioni: cerchiamo di prestare attenzione agli aspetti positivi del nostro rapporto. Ci renderemo conto che sono più di quanto immaginiamo, anche se col tempo abbiamo finito col darli per scontati e non notarli più.

* “Se abbiamo bisogno di occuparci del nostro rapporto c’è qualcosa che non va”. Innamorarsi è facile, ma per sviluppare e consolidare un rapporto occorrono riflessione e impegno. Due partner iniziano la vita in comune con modi di vivere, abitudini e atteggiamenti che possono essere molto diversi. E’ necessario impegnarsi per sviluppare capacità di adattamento reciproco, per imparare a comporre le divergenze e trovare l’armonia nel rapporto.

* “Ormai il danno è troppo grande”. Questa affermazione va valutata realisticamente. Fino a quando non avremo tentato qualche rimedio essenziale, non possiamo avere la certezza che il nostro rapporto sia arrivato ad un punto di rottura irreparabile.

Una volta riconosciute e affrontate queste opinioni disfattiste vediamo cosa possiamo concretamente fare per migliorare il nostro rapporto di coppia:

- Consideriamo gli aspetti piacevoli del rapporto. Quando una coppia attraversa un periodo difficile entrambi i partner sembrano provare una sorta di ‘amnesia’ rispetto a ciò che ciascuno ama nell’altro. I pregiudizi negativi ci possono impedire di vedere ciò che nella coppia sta funzionando bene e ciò che apprezziamo nel partner.
Mark Kane Goldstein, psicologo dell’Università della Forida ha ideato un metodo semplice ma molto efficace per aiutare le coppie in crisi a concentrarsi di nuovo sugli aspetti positivi del rapporto. Chiede ad entrambi i coniugi di registrare graficamente, su una carta millimetrata, tutte le azioni piacevoli del partner, attribuendo loro un punteggio da 1 a 10 a seconda della soddisfazione che hanno provocato.
Goldstein ha notato un miglioramento del rapporto nel 70% delle coppie che avevamo usato tale metodo. Un altro metodo consiste nell’invitare entrambi i partner (o anche uno solo dei due) ad attaccare degli adesivi in posti non visibili degli abiti dell’altro e staccarne uno ogni volta che il partner fa un gesto cortese nei propri confronti. Di solito alla fine della giornata sono stati staccati tutti…

- Cerchiamo di intuire i bisogni reciproci e di soddisfarli. E’ incredibile quanto un rapporto possa migliorare con questo accorgimento. Si instaura una sorta di circolo “virtuoso”, per cui il partner che nota il comportamento dell’altro volto a dargli piacere a sua volta si sente più bendisposto nei suoi confronti e si sforza di intuire e fare ciò che può dargli piacere o sollievo.

- Forniamo informazioni precise per guidare la condotta dell’altro. Cerchiamo di far capire al nostro partner cosa desideriamo quando usiamo termini astratti quali gentilezza, comprensione, amore etc.
Se gli forniamo informazioni più precise possiamo guidare la sua condotta. Tali informazioni vanno fornite nel modo più franco e diretto, senza sarcasmi, accuse o insinuazioni. Può darsi che per ‘gentilezza‘ intendiamo che si offra di fare delle telefonate per noi, ma non è detto che il partner debba per forza saperlo. Non dimentichiamo, infine, di ‘ricompensare’ in qualche modo ogni comportamento corretto dell’altro (con un cenno di apprezzamento, o un bacio, ad es.); in questo modo aumenteremo la probabilità che tale comportamento si ripeta.

- Manifestiamo affetto, sollecitudine, calore. Non diamo niente per scontato. Facciamo sentire al pater che ciò che facciamo per lui non è un “dovere”, bensì è frutto dell’impegno e del sentimento.

- Accettiamo il nostro partner. Il che non significa diventare “ciechi” rispetto ai difetti dell’altro, quanto pensare che si può lavorare insieme per migliorare. L’ergersi a giudice del nostro compagno non ha altro effetto che farlo mettere sulla difensiva, rendergli difficile il lasciarsi andare e fidarsi di noi.

- Siamo sensibili ed empatici. L’attenzione e la partecipazione empatica ai timori e alle difficoltà del partner è essenziale per ridurre sofferenze inutili. Se la sensibilità non è una nostra dote naturale possiamo coltivarla. Se ci sembra che il nostro partner reagisca in maniera eccessiva a determinati nostri comportamenti, anziché criticarlo e mantenerci sulla difensiva, cerchiamo di fermarci a considerare quale potrebbe essere il problema sotteso al suo atteggiamento.
Proviamo ad esaminare con molto tatto, insieme a lui, quali potrebbero essere i suoi timori o le sue preoccupazioni segrete. Resistiamo alla tentazione di attribuire ogni sua reazione esagerata a qualche sgradevole tratto del carattere e cerchiamo di vederla come il segnale di una vulnerabilità nascosta.

- Usiamo comprensione. Cerchiamo di vedere le cose con gli occhi del partner, non solo con i nostri. Mettiamoci nei panni dell’altro.

- Coltiviamo l’intimità. Coltivare l’intimità significa tante cose: rivelarsi i segreti più riposti, che non si rivelerebbero ad altri; fare insieme le piccole cose di ogni giorno; ritagliare spazio e tempo per i rapporti sessuali.

- Offriamo sostegno. Diamo al nostro partner un senso di sicurezza, facendogli capire che può fare affidamento su di noi nei momenti difficili.

Se pensiamo che il nostro rapporto sia in crisi, non perdiamo tempo ad incolparci a vicenda. Non importa stabilire chi abbia torto o ragione, ma mettere in atto nuove strategie atte a consolidare il rapporto. Non è necessario che entrambi i partner si muovano contemporaneamente. Basta che uno dei due prenda l’iniziativa di ridare vigore al rapporto o di arrestarne il deterioramento prima che sia troppo tardi.

Se si è imboccata la direzione giusta probabilmente si muoverà anche l’altro partner. Ci si potrà accorgere che, anche senza la sua partecipazione attiva, i propri cambiamenti avranno su di lui un effetto positivo. Inoltre, quasi sempre uno dei due è più preparato, più pronto ad iniziare il cambiamento, perché ha più strumenti, è più motivato o anche semplicemente perché soffre di più.

Naturalmente può capitare che uno dei due partner o entrambi presentino dei tratti di personalità tali da rendere davvero ardua la convivenza. Ma di questo potremo renderci conto solo dopo esserci sforzati davvero di migliorare le cose. E anche in questo caso, non diamoci per vinti. Se siamo davvero motivati, con l’aiuto di un professionista e il nostro impegno potremo farcela.

Fonte: http://www.viveremeglio.org/psicolog/articoli/lmastron/rappcopp.htm

Cos’è lo Yoga

16 ottobre 2009

yogaLo Yoga (dalla radice sanscrita Yuj, “aggiogare, unire”) è un antichissimo e complesso sistema di conoscenze, frutto prezioso della plurimillenaria cultura indiana.
Servendosi di una vasta scelta di tecniche, lo Yoga promuove e rende possibile l’integrazione dei vari piani dell’esistenza umana.

Corpo respiro energia mente

Con la pratica regolare e costante sentiamo affiorare in noi benessere, calma e lucidita mentale. Si sviluppa un atteggiamento di maggiore responsabilità e centratura, per affrontare al meglio le prove e le sfide della vita quotidiana.
Lavorando sul piano psico-emozionale, il praticante di Yoga riesce a definire meglio il proprio cammino esistenziale, servendosi di insegnamenti spirituali universali e divenuti nel tempo patrimonio comune dell’umanità.

Le Tecniche dello yoga servono ad armonizzare il sistema corpo-energia-mente, e lasciano scaturire nel praticante forza, determinazione, chiarezza di idee.

ASANA
Le posizioni dello
Yoga (sanscrito: asana), concepite per aumentare la flessibilità del corpo e il tono muscolare, attivano il sistema cardio-circolatorio, tonificano il sistema nervoso e favoriscono conseguentemente il controllo delle proprie emozioni e la concentrazione.
Praticando gli asana si riducono le tensioni muscolari e mentali e si acquisisce una corretta statica posturale.
L”esecuzione di asana si accompagna a un senso di benessere e di stabilità non solo fisica: nell’assumerli si evita qualsiasi forzatura o atteggiamento competitivo.
Si sviluppa la capacità di focalizzare l’attenzione contemporaneamente su corpo, respiro e mente, accrescendo la consapevolezza dei processi fisici e psichici.

PRANAYAMA
Le numerose tecniche di respirazione ci aiutano a contrastare l’eccesso di stress, ridurre i disturbi del sonno, aumentare la facoltà di controllo e gestione della sfera psico-emotiva.
Nel Pranayama ritroviamo tutte le tecniche di controllo cosciente dell’energia, tese a:
- aumentare la captazione dell’energia vitale (prana);
- migliorare l’assorbimento e la distribuzione del prana stesso nel corpo umano.

Rispettando il principio di progressione, si inizia dal “recupero” di una corretta respirazione di base che include la riattivazione del diaframma.
Si procede poi verso tecniche più complesse che utilizzano la ritenzione del respiro e i bandha (particolari contrazioni muscolari localizzate).

CONCENTRAZIONE E MEDITAZIONE
Allo scopo di calmare l’iperattività e la dispersione della mente vengono insegnati metodi di rilassamento psico-fisico e, in seguito, specifiche tecniche di concentrazione e meditazione.
Con la pratica costante e regolare, la meditazione attiva la sfera intuitiva e aumenta la creatività personale: si rivelano le grandi potenzialità latenti in ognuno, capaci di direzionare il nostro cammino evolutivo.

Fonte: http://www.yogaitalia.org/ita/index.shtml

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