Posts Tagged ‘autostima’

Come nasce un conflitto

12 novembre 2009

Come nasce un conflittoSapere come gestire i conflitti è una capacità difficile da apprendere e da mettere in pratica, ma è molto importante cercare di svilupparla, poiché essa incide sulla autostima degli individui. Risultare spesso o sempre perdenti, quando si deve fronteggiare un conflitto, deprime la stima che abbiamo di noi stessi, innescando un circolo vizioso che ci porta a vedere il prossimo come un nemico.

Il primo passo per riuscire a sviluppare una buona capacità di gestione dei conflitti è capire esattamente cosa è un conflitto e perché nasce; per conflitto s’intende una condizione nella quale, durante un confronto, uno od entrambi gli interlocutori, nel tentativo di raggiungere i propri obiettivi e di influenzare la controparte, volontariamente o per incapacità, non tengono conto del deteriorarsi dei rapporti interpersonali.

La gestione dei conflitti, di conseguenza, richiede la capacità di mettere in atto accorgimenti, che permettano di raggiungere totalmente o parzialmente i propri obiettivi, senza mettere a rischio le relazioni interpersonali.

La parola conflitto ha, nella nostra cultura, una connotazione negativa, poiché richiama alla mente la guerra, la violenza, i comportamenti aggressivi; è, per contro, possibile con particolari accorgimenti, mantenere buone relazioni personali, anche a fronte di divergenze nelle opinioni, convinzioni, sentimenti e valori del nostro interlocutore, ottenendo, contemporaneamente, rispetto per le nostre idee. Le tecniche di comunicazione, quelle di negoziazione e persuasione aiutano moltissimo ad affrontare le situazioni conflittuali, ma non è sufficiente la volontà di apprendere queste tecniche; occorre anche la determinazione di agire sulla propria personalità al fine di rendere naturale accettare le divergenze come momenti positivi e non come minacce, cioè mettere in atto comportamenti così detti assertivi.

A Cura di Pier Paolo Sposato

Fonte: http://www.giacomobruno.it/index.php/2009/11/02/come-nasce-un-conflitto-tra-individui/

Emozione ed Attrazione

6 novembre 2009

Emozione e AttrazioneCi sono molte teorie sulla definizione dell’emozione e sulle sue caratteristiche ma sono quasi tutte approssimative. Al contrario di ciò che comunemente si pensa l’emozione non è cristallizzata perché tra amore e amicizia c’è un filo molto sottile. L’emozione non è statica perché è un processo formato da un inizio, uno svolgimento e una fine. Il mezzo con cui noi esprimiamo i nostri stati d’animo al mondo esterno e E’ qualcosa di molto semplice come pensavano alcuni studiosi agli inizi del 900’. L’emozione è un processo multi-componenziale di interazione con l’ambiente.

1. Ha un’iter perché è formato da un inizio, uno svolgimento e una fine;

2. Multi-componenziale perché durante questo cambiamento intervengono fattori che vanno a influenzare il nostro corpo a livello cognitivo, fisiologico e comportamentale.

3. Di interazione con l’ambiente perché ci colloca in un cotesto sistemico-relazionale circostante.

Alcuni studi hanno analizzato l’emozione di alcuni studenti prima, durante e dopo l’esame. Essi hanno evidenziato che prima dell’esame gli studenti erano immersi in una sorta di ambiguità emotiva(vale a dire la coesistenza di più emozioni) che con il passare del tempo diventava sempre più definita cioè a dire tristezza per quelli che non erano riusciti a superare l’esame e felicità per quelli che avevano ottenuto esito positivo.

Gli antecedenti

Le emozioni sono conseguenza di squilibri nell’appraisal (il monitoraggio abituale della realtà). Quando questa azione entra in allarme vuol dire che abbiamo rilevato un evento scatenante vale a dire un evento che ci mette in allarme. Questo evento scatenante può essere un ostacolo, un imprevisto che incontriamo durante il cammino che avevamo pianificato. Un emozione può anche nascere in assenza di un ostacolo reale basta che ci sia la prospettiva di una meta fortemente desiderata. Ogni persona reagisce diversamente ad un evento, questo perché noi non ci emozioniamo in base all’evento che abbiamo davanti agli occhi ma in base all’evento percepito in relazione ai dati che ci raggiungono. A questi dati, in seguito, vengono affiancati a determinati schemi cerebrali (una sorta di riflesso condizionato) evento-emozione, schemi che, ci indicano quale emozione associare a seconda del fatto. Essi però non sono universali, variano a seconda della cultura di appartenenza (esistono determinate emozioni etniche), della rilevanza percettiva individuale del singolo fatto, dell’autostima e dello stile attributivo che abbiamo.

Le emozioni etniche

Uno dei casi più famosi di emozione etnica e l’amok (la corsa pazza malese). L’evento scatenante è un insulto subita da un maschio ad opera degli altri nel villaggio. L’interessato va nel bosco a sfogarsi e dopo alcune ore torna armato di pugnale per uccidere chiunque gli capiti a tiro. Ovviamente le persone del villaggio lo evitano perché conoscono questa reazione che, tuttavia, non può durare più di qualche minuto perché poi l’interessato se non si ferma viene immobilizzato e alla fine stranamente non ricorda più niente.

Le reazioni fisiologiche

Nel processo emotivo si verificano cambiamenti fisiologici nell’organismo a livello vegetativo, celebrale e ormonale. Le reazioni non sono sempre identiche ma è stata stilata una tabella di pattner fisiologico delle emozioni in cui ad ogni emozione viene associata la reazione fisiologica. Le persone, in automatico, forniscono istintivamente solo una determinata reazione per ogni emozione e non tutti si rendono conto che, nel corso dell’emozione, intervengono molti cambiamenti.

Le risposte comportamentali

Già in America e man mano con il diffondersi del comportamentismo (movimento che studiava le varie risposte ai vari stimoli esterni tra cui Jung, Behavior etc…)si è notato che nel processo emotivo avvengono tre tipi di risposte comportamentali:

1. Reazioni espressive.
Le emozioni portano con se molte reazioni espressive a livello analogico che, la maggior parte delle volte vengono dissimulate per fini sociali. Darwin ha dimostrato nel suo libro “l’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” che anche gli animali provano emozioni, a volte contrastanti, soprattutto gli scimpanzé e le scimmie che sono gli animali più vicini a noi. Il centro nevralgico delle emozioni nell’uomo è il viso. Esso è il mezzo principale della comunicazione non verbale che poche persone riescono a dissimulare, addirittura solo il 10%.

2. Tendenze e/o pulsioni. Le tendenze sono spinte interiori che possono trasformarsi in comportamento oppure rimanere a livello cerebrale. Esse sono caratterizzate da quello che Frijda definisce “precedenza di controllo”. Nel momento in cui uno di noi ha una tendenza non riesce a pensare altro che ad essa fino a quando non termina.

3. Comportamenti specifici. Sono i più vari e possono essere l’attuazione delle tendenze emotive o dei calcoli per riportare le cose alla normalità

Elaborazione cognitiva

Il lavoro cognitivo accompagna tutta l’emozione seguendo il processo che va dall’ appraisal(il monitoraggio abituale della vita sociale) fino al copying(in cui teniamo sotto controllo le conseguenze della nostra emozione). L’intero processo emotivo è inconsapevole e dura una decina di secondi tuttavia alcuni processi come le risposte comportamentali in parte sono consapevoli (rientrano anche quelle stereotipate).

La regolazione delle emozioni

Le emozioni sono presenti sia nell’uomo che negli animali. A volte, nella nostra vita, ci sono utili perché tendono a richiamare l’attenzione altrui oppure a trarre qualche vantaggio a nostro favore.

L’elicitazione delle emozioni

La maggior parte di noi non è in grado di mascherare un emozione per vari motivi. Altre volte la manifestiamo intenzionalmente per ottenere la solidarietà altrui e principalmente per determinate cose:

1. Contagio emotivo. Manifestando un’emozione puntiamo a suscitarne una simile nella persona che ci sta accanto per portarla nella direzione che desideriamo (contagio empatico).

2. Conforto sociale. Manifestando l’emozione cerchiamo di creare quella situazione in cui dialogando ci si sostiene psicologicamente. Questo porta dei vantaggi sia alla persona che sta comunicando l’emozione e sia alla persona che la sta aiutando perché rinforza la propria visione di vedere il mondo.

3. Presentazione del sé.
Manifestiamo una determinata emozione e nascondiamo altre per dare alle persone che ci stanno intorno una rappresentazione di noi stessi.

4. Controllo sulle relazioni. Manifestiamo una determinata emozione e nascondiamo altre per rafforzare o diminuire determinati rapporti (azione di rinforzo e inibizione).

L’attrazione interpersonale

Lo sviluppo delle relazioni interpersonali si basano anche sull’attrazione. Essa può provocare biases(errori di giudizio) ed benché si tende a negare l’evidenza numerose ricerche empiriche hanno dimostrato il contrario. L’attrazione è fondamentale nell’apprendimento e nell’insegnamento poiché la trasmissione del sapere trova un canale preferenziale che stimola sia l’applicazione che il ricordo. I ricercatori si sono interessati all’attrazione al fine di apportare dei miglioramenti nei rapporti interpersonali per studiare l’ottimizzazione dei risultati.

Le ricerche sull’attrazione interpersonale

Dalle numerose ricerche sul campo è emerso che le persone simpatiche sono accomunate da interessi simili e condividono opinioni e valori. In tal senso sono stati attuati diversi esperimenti mediante tests. Il più famoso è il protocollo di Byrne definito anche protocollo di carta e matita perché ai soggetti venivano fornite specifiche informazioni di altre persone e in seguito veniva chiesto loro di trascorrere parte del giorno insieme (attualmente studi analoghi su periodi più lunghi li troviamo con trasmissioni medianiche : “Grande Fratello”, “isola dei Famosi” etc…). Sono stati fatti anche studi di contatto, esperimenti sul campo ed anche esperimenti naturalistici e il più famoso era quello di Newcomb che nel suo esperimento senza modificare variabili si è limitato a seguire gli eventi. Ha affittato una casa ad alcuni studenti dell’università del Michigan e in cambio ha ottenuto la compilazione di questionari prima, durante e dopo la coabitazione nella casa che aveva messo a disposizione. L’intento era constatare se a diventare amici erano quelli con atteggiamenti simili.

Nulla di nuovo

Grazie a queste ricerche gli psicologi sono stati in grado di stilare una tabella con i motivi di attrazione e i fattori che rendono quella persone più o meno simpatica ma hanno anche constatato che, a seconda della situazione e dei soggetti interessati, questi fattori possono mutare.
di Mariagabriella Corbi

Fonte: http://www.laprevidenza.it/news/documenti/articoli_corbi/3833

Autostima e Amore

5 ottobre 2009

Autostima e AmoreLe “A” dell’autostima
1. Caratteristiche dell’autostima

1. APPREZZAMENTO genuino di sé in quanto persona, indipendentemente dalla propria attività o dai propri beni, così da considerarsi simili – pur nella differenza – a qualsiasi altro essere umano. E’ un apprezzamento che include tutto il positivo presente in se stessi: talenti, abilità, qualità fisiche, mentali e spirituali... Colui che si apprezza, gioisce stupito per le proprie qualità manifeste, e sa, qualora se lo proponga seriamente, di poterne sviluppare altre ancora latenti. Gioisce dei propri successi senza presunzione, né vanteria, indizi, generalmente, di sentimenti di inferiorità. “Tutti abbiamo dentro noi stessi una Buona Novella! La Buona Novella è che davvero non sappiamo quale possa essere la nostra grandezza, quanto possiamo amare, quanto possiamo ottenere, quanto grandi siano le nostre possibilità. Non si può rendere una Buona Novella migliore di questa” (Anne Frank)

2. ACCETTAZIONE tollerante e speranzosa dei propri limiti, debolezze, errori e insuccessi. Chi accetta se stesso, si riconosce essere umano fallibile, come tutti gli altri, e non si meraviglia, né si angoscia troppo, per il fatto di sbagliare con maggiore, o minor frequenza. Riconosce seriamente gli aspetti spiacevoli della propria personalità, assume la responsabilità di tutte le proprie azioni, senza sentirsi in colpa più del dovuto per gli sbagli commessi. Sa per esperienza che “l’orrore dell’errore è un errore peggiore“. Non lo spaventano i propri limiti e difetti, e preferisce compiere con successo ciò che fa, ma non affonda quando perde.

“Aspira a fare le cose bene, non alla perfezione. Non rinunciare mai al diritto di sbagliarti, ché altrimenti perderai la capacità di imparare cose nuove e di avanzare nella vita. Ricorda che sotto le ansie di perfezione si nasconde sempre la paura. Affronta le tue paure e concedi a te stesso il diritto di essere umano: paradossalmente, potrai fare di te una persona molto più feconda e felice” (D. Burns)

3. AFFETTO: una disposizione positiva e amichevole, comprensiva e benevola verso se stessi, così da sentirsi in pace, non in guerra, con i propri pensieri e sentimenti (anche se sgradevoli), con la propria immaginazione e il proprio corpo (quali che sino le sue rughe – letterali, o metaforiche – e difetti). Si è capaci di gioire della solitudine senza disdegnare la compagnia; ” ci si trova bene con se stessi, nella propria pelle” (L. Racionero).

“Dovremmo imparare a guardare noi stessi con la stessa tenerezza con cui ci guarderemmo se fossimo nostro padre”
(J.L. Martìn Descalzo)

4. ATTENZIONE e cura amorevole dei propri bisogni, fisici e psichiciintellettuali e spirituali (ovviamente, non ci riferiamo qui a quei bisogni superflui, creati artificialmente da una pubblicità aggressiva ed ingannevole). La persona che ha stima di sé preferisce la vita alla morte, il piacere al dolore, la gioia alla sofferenza. Non cerca il dolore per il dolore, protegge la propria integrità fisica e psichica, non si espone a pericoli inutili. E tuttavia è capace di accettare anche la sofferenza, e, se occorre, la morte, per una persona, o una causa con la quale si senta profondamente identificata. Così, ad esempio, una madre che ha stima di sé dona con gioia uno dei propri reni per farlo trapiantare ad un figlio che ne ha bisogno.

Queste quattro caratteristiche – le prime quattro “A” dell’autostima – presuppongono un buon livello di conoscenza di sé, e specialmente di autocoscienza, cioè di consapevolezza del proprio mondo interiore, conseguibile mediante l’amichevole ascolto di se stessi e l’attenzione costante a tutte le voci che sorgono da dentro. Già Socrate ci avvertiva che una vita inconsapevole non vale la pena di essere vissuta…

Quando parliamo di autostima, parliamo allora di AFFERMAZIONE di quell’essere umano fallibile, irripetibile, preziosissimo, che merita tutto il nostro rispetto e la nostra considerazione, ossia di quel “se” che ciascuno è; naturalmente, un “sé-in-relazione-con-gli-altri“, ché altrimenti non ci sarebbe individualità autentica. Non si tratta qui di narcisismo, poiché la persona che si stima davvero, nella propria globalità individuale e sociale, vive aperta e attenta all’altro, riconoscendone l’esistenza e affermandolo. Sa che non ci può essere affermazione duratura di sé senza solidarietà; accetta il fatto evidente dell’interdipendenza umana e si rende conto che non può, né le interessa, vivere isolata e indipendente dagli altri.

“Come le mele maturano con il sole, così anche noi uomini maturiamo in presenza dell’altro, collaborando con lui”
(G. Torrente Ballester)

Tratto da:

José Vicente Bonet.
AVERSI A CUORE.
Sulla stima e l’amicizia con se stessi.

Titolo originale: <Sé amigo de ti mismo. Manual de Autoestima>

Traduzione dallo spagnolo di MARIA GRAZIA DAL PORTO E LIDIA FONTANA.
Edizione italiana a cura di Giovanni Ruggeri

Fonte: http://pomodorozen.wordpress.com/2009/09/22/autostima-e-amore/

Dare valore alla fragilità

11 maggio 2009

top_5_marriage_sex_mistakesSuperare la paura di non essere all’altezza…

Donne sempre più emancipate, libere e spontanee mettono spesso in discussione la virilità del partner e, di conseguenza, la sua autostima. Ma la crisi dei ruoli può diventare un’occasione per vivere in modo più intimo la vita di coppia. Ecco come aiutare lui a superare la paura di non essere all’altezza…

I concetti chiave

* L’uomo ha il timore di non poter soddisfare partner sempre più esigenti. La sua sicurezza viene spesso messa in discussione.

* I ruoli all’interno della coppia sono cambiati. La donna è sempre più alla ricerca del proprio piacere e si aspetta che il partner la assecondi.

* In una coppia consolidata non contano solo le prestazioni sessuali. C’è anche bisogno di complicità, comprensione, rispetto e affetto.
Tutto era stato preparato nei minimi dettagli. Avevo prenotato una suite un po’ particolare: con letto a baldacchino e specchi ovunque.

Francesco mi aspettava affacciato alla finestra, la notte si annunciava esplosiva. Avevo tanta voglia di lui e gliel’ho sussurrato in un orecchio. Ma niente è andato come previsto. Per la prima volta dall’inizio della nostra storia, non è riuscito a eccitarsi”, racconta Giovanna, 35 anni, manager a Palermo.

Come Francesco, sono numerosi oggi gli uomini in “crisi di mascolinità” che si trovano ad affrontare questo problema. “L’uomo, oggi condizionato da una partner più decisa e libera sessualmente, vive un profondo disagio che si può manifestare con disturbi di erezione, blocchi psicologici o incapacità di soddisfare la compagna”, commenta Ciro Iannone, sessuologo e autore di Bisogno e Soddisfazione. La sessualità al maschile e femminile (Editore Letizia). Non è un caso che le vendite di stimolanti sessuali, soprattutto online, siano in costante aumento. “Sono la risposta alla paura di non essere all’altezza”, argomenta Annalisa Pistuddi, psicologa e psicoterapeuta a Milano. Da tempo infatti i ruoli all’interno della coppia sono cambiati. Sotto le lenzuola la donna cerca la soddisfazione del proprio piacere, fa delle domande e si aspetta delle risposte.

Assecondare il piacere
Molti uomini pensano di essere gli unici responsabili del successo o dell’insuccesso di un rapporto. Il sesso infatti ha un alto potere simbolico: con la penetrazione l’uomo vuole “colmare” la partner, ma per assecondare il suo piacere, è necessario che il pene sia in erezione. “Quando ciò non succede l’uomo si sente fallire. Si sente inadeguato e questa sensazione può influenzare anche altri aspetti della sua vita”, spiega Annalisa Pistuddi. Come confessa Alberto, 36 anni, commercialista a Roma: “Era il nostro primo appuntamento.

Dopo cena mi ha invitato da lei, ma una volta in camera da letto niente è andato nel verso giusto. Mi sono sentito umiliato”. Alberto sa che il desiderio non è qualcosa che si possa comandare, ma ha vissuto questo “incidente” come una sconfitta. In una situazione analoga la donna, invece, avrebbe potuto simulare il proprio piacere. “Il disagio psicologico dell’uomo nasce proprio da questa differenza. La gran parte degli uomini dimentica però che un rapporto può essere intenso anche senza penetrazione”, sottolinea Iannone. Il segreto di una relazione che funziona non è solo il sesso, ma la complicità. “In una coppia consolidata il desiderio dell’altro è un’emozione che il partner cerca di assecondare”, spiega Annalisa Pistuddi. Infatti solo quando il legame è solido gli uomini si lasciano andare e invadere dai sentimenti. È questo il momento in cui avranno voglia di condividere momenti di tenerezza: dormire con la partner, fare colazione insieme, organizzare un weekend al mare.

Sentirsi desiderato
Una donna sessualmente libera mette in discussione non solo il ruolo dell’uomo all’interno della coppia, ma anche uno degli stereotipi più diffusi, il mito del playboy. Oggi può succedere che lui venga lasciato. Anche dopo il primo appuntamento. “Quando non si vuole investire in un rapporto l’attrazione si spegne subito”, illustra Pistuddi. L’uomo è in imbarazzo di fronte a donne che vogliono comportarsi come lui: “Ho scelto di non avere rapporti sessuali per un po’”, racconta Guglielmo, 40 anni, pr a Verona. “Negli ultimi due anni mi sono sentito usato dalle mie compagne, espropriato della mia virilità”. Quando le donne dicono: “Ti voglio”, tolgono all’uomo la possibilità di fare il primo passo e assumersi il rischio di un “no”.

Costruire il rapporto
L’uomo che viene desiderato si sente come un bambino amato dalla mamma, con una grande differenza: sa che la partner si aspetta qualcosa da lui. “L’uomo ha soprattutto paura che gli si possa chiedere sempre di più”, sostiene Pistuddi. “Ma una relazione in cui ognuno ha la possibilità di esprimere se stesso è più ricca: i partner condividono emozioni e si mettono in gioco completamente, prendendosi anche il rischio di non essere all’altezza. È questa incertezza a disorientare lui”. Eppure la condivisione dei piaceri tra uomo e donna è possibile: “Il rapporto sessuale è la conseguenza di altro tipo di rapporto, che si costruisce sulla base di rispetto, comprensione e affetto reciproci”, conclude Iannone.

Federica Brignoli, Hélène Fresnel
Fonte: http://www.psychologies.it/Coppia-e-Sessualita/Sessualita/Desiderio/Dare-valore-alla-fragilita/(offset)/2

Perchè ci offendiamo?

23 febbraio 2009

coppia-arrabiataUno degli ostacoli alla comunicazione autentica, e quindi all’incontro piuttosto che allo scontro, è dato da automatismi che ci spingono ad aderire all’idea di quello che dovremmo essere piuttosto che alla realtà di quello che siamo.

L’offesa è un automatismo, condiviso dalla maggior parte delle persone della nostra cultura, che viene alimentato socialmente dalle organizzazioni gerarchiche di cui facciamo parte.

Il meccanismo che produce il senso di offesa è molto utile alle organizzazioni gerarchiche perché, inducendo il conformismo e l’alienazione, fa guadagnare prevedibilità e controllo delle persone, dunque facilità di governo.

Come funziona l’offesa? Ci offendiamo quando, per sentirci amabili, ci obblighiamo a corrispondere a un’immagine di ciò che crediamo di dover essere.

L’offendersi si basa quindi su un inganno: il credere di essere come ci si immagina di essere, quando si prende molto sul serio l’idea che si ha di sé.

Questo inganno è uno dei presupposti più nascosti e infidi che vengono inculcati con l’educazione. Una volta addestrati a conformarci a un’immagine precisa, ci alieniamo e diventiamo i nostri migliori secondini, punendoci con il disagio, e con il timore di non essere amati, ogni volta che ci pensiamo diversi da come crediamo di dover essere.

Quando ci offendiamo rimaniamo chiusi nel dialogo mentale rabbioso e/o triste del confronto di due immagini di noi (l’immagine di come desideriamo essere e quella di  come temiamo di essere stati) e intanto perdiamo il contatto con il presente, dunque con la possibilità di soddisfarci veramente.

Offendendoci con qualcuno, ingaggiamo una lotta per la difesa dell’immagine in cui ci identifichiamo e intanto ci distraiamo dal perseguire i nostri veri obiettivi, di volta in volta, nella relazione.

Non appena riconosciamo la natura del meccanismo ingannevole dell’offesa, possiamo recuperare la libertà di essere noi stessi, e la responsabilità di esserlo.

Quando riconosciamo che non dobbiamo necessariamente aderire a nessuna immagine preconfezionata di ciò che dovremmo essere e ci accettiamo liberamente per ciò che siamo, non abbiamo più bisogno esasperato dell’apprezzamento altrui e nutriamo la nostra autostima col rispetto per noi stessi. Che, vedremo, diventa una solida base da cui sviluppare il rispetto per gli altri.

Emma Rosenberg Colorni

http://www.lifegate.it

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