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La famiglia italiana

6 novembre 2009

Famiglia italianaLa struttura della famiglia degli ultimi trenta anni è molto diversa dal modello tradizionale della famiglia italiana. La famiglia moderna è composta dai genitori ed uno o due figli (raramente, almeno al Centro- e Nord-Italia, più di due), ed entrambi i genitori generalmente lavorano fuori casa.

La famiglia tradizionale, agricola e patriarcale, era invece molto numerosa e riuniva genitori, figli e nipoti sotto uno stesso tetto: era formata, insomma, da quelle che oggi sarebbero considerate più famiglie differenti. Gli uomini lavoravano, mentre le donne si occupavano della casa e dell’educazione dei figli.

La trasformazione della famiglia, causata dalla conversione dell’Italia da un paese prevalentemente agricolo ad uno industriale, non ha, tuttavia, ancora cancellato ogni traccia del vecchio modello. Ci sono ancora abitudini e modi di pensare che legano la famiglia del passato a quella del presente.

In primo luogo, a livello della vita quotidiana, le famiglie italiane si riuniscono sempre, per almeno un pasto al giorno, intorno allo stesso tavolo. La cena è un momento di dialogo tra genitori e figli, uno dei pochi nei quali tutti i membri della famiglia hanno la possibilità di stare insieme.

In secondo luogo, pur essendo una famiglia nucleare, non è raro che uno dei nonni paterni o materni, specialmente se è rimasto vedovo o vedova, viva in casa con uno dei figli. Anche se non in casa, in ogni modo, i nonni vivono generalmente nella stessa città di uno dei figli e sono oggetto delle cure dei familiari. Accade di rado, solo in caso di impossibilità pratica a fornir loro assistenza, che i figli chiedano il ricovero dei genitori anziani in istituti (le cosiddette “Case di riposo”).

Un ulteriore elemento che lega ancora la famiglia italiana di oggi a quella del passato è lo stretto legame affettivo che rimane tra i suoi membri, anche quando questi hanno formato nuovi nuclei familiari. Gli italiani sono, per esempio, sempre pronti ad aiutare i loro parenti, specie nel campo del lavoro o nelle difficoltà economiche.

E anche se vivono lontano i membri di uno stesso gruppo familiare cercano sempre di ritrovarsi tutti insieme in occasione delle feste religiose (Natale e Pasqua) o di quelle familiari (battesimi, prime comunioni, matrimoni).

Se confrontiamo, infine, la famiglia italiana con quella americana, emerge un’ultima caratteristica del modello italiano. E’ molto comune che i figli vivano con i propri genitori molto più a lungo che negli altri paesi occidentali, spesso fino ai trenta/trentacinque anni. Prima di sposarsi e di iniziare una nuova famiglia, infatti, è normale, per un giovane italiano, continuare a vivere nella stessa casa dei genitori e dipendere economicamente da loro (su questo tema vedi anche i giovani e il rapporto con la famiglia).

A differenza dei giovani americani, che anche quando vanno a scuola hanno spesso lavori stagionali, i giovani italiani che continuano gli studi dopo la scuola dell’obbligo, di solito, non lavorano né durante l’anno scolastico, né durante l’estate e continuano ad essere mantenuti dai genitori. Anche questo è un elemento della mentalità dei giovani e dele famiglie italiane che può stupire un americano. Ma non si tratta solo di un problema di mentalità: è anche vero che molti giovani non lavorano durante le vacanze perché in Italia è molto difficile trovare un lavoro stagionale.

Anche per quanto riguarda il lavoro che un giovane cerca una volta che ha finito gli studi, ci sono molte differenze tra la situazione di un italiano e quella di un americano. Dopo l’università una larga percentuale dei giovani rimane in attesa di un’occupazione per lungo tempo. Oltre ai problemi di un mercato del lavoro in recessione, infatti, i giovani devono fare i conti con problemi di mentalità. Per un italiano, infatti, il posto di lavoro deve essere stabile per essere davvero soddisfacente. Egli cerca nel lavoro per prima cosa la sicurezza che non dovrà né cambiare occupazione né trasferirsi in un’altra città. Se trova un’occupazione che gli garantisce questo tipo di stabilità, la preferisce anche ai possibili benefici economici di una carriera più elastica.

Fonte:http://www.italica.rai.it/principali/lingua/culture/famiglia.htm

Crisi della famiglia?

2 marzo 2009

divorziatiLa cronaca ci riserva con inquietante frequenza notizie e descrizioni di efferati delitti, che maturano all’interno della cerchia familiare. E, anche quando non si raggiungono questi estremi sanguinosi, l’istituzione familiare, in Italia e in tutto il mondo occidentale, sembra mostrare la corda.

Le unioni matrimoniali tendono, sempre più di frequente, a resistere per pochi anni per poi disgregarsi. I conflitti intrafamiliari danno lavoro ad avvocati e psicologi e sembrano radicalizzarsi di anno in anno.

Esistono, è vero, delle significative controtendenze, che dimostrano come la realtà sia più contraddittoria dei facili schematismi: i figli, sovente ultratrentenni, prolungano la permanenza nella famiglia d’origine, dichiarando di trovarcisi bene, di godere di assistenza e servizi altrimenti non fruibili.

In alcune realtà territoriali, la famiglia allargata continua ancora efficacemente a supplire alle carenze economiche e di infrastrutture.

Il disagio che, tuttavia, prevale, conosce, secondo me, molte ragioni, paradossalmente non tutte negative.
E’ un fatto che l’individuo contemporaneo ha un acuto senso della propria identità, dei propri diritti, della propria autonomia. Mal tollera perciò quei legami, quelle costrizioni, quelle dipendenze, economiche e psicologiche, che soltanto l’altroieri sopportava.

La famiglia patriarcale, il “padre padrone”, come quello che ritraeva Gavino Ledda in un famoso libro di qualche anno fa, non esiste più. Esistono padri aggressivi, violenti, con problemi mentali, ma l’autoritarismo è un titolo in ribasso alla borsa dei valori esistenziali.  Anzi padri e madri contemporanei sono imbevuti, almeno superficialmente, di cultura psicologica e il corteo di esperti da consultare in caso di necessità aumenta di giorno in giorno.

Qual è, allora, il male oscuro della famiglia? Forse l’indifferenza: distratti dalle proprie mete di carriera e di consumo da raggiungere ad ogni costo, forse si tende a trascurare i figli, il loro bisogno di colloquio, di ascolto. I ritmi lavorativi ed esistenziali, sono, in occidente, fortemente accelerati, compressi, lasciando sempre meno spazio per un’adeguata cura dei rapporti personali; la sfera emotiva, affettiva di molti bambini ed adolescenti tende a risentirne.

La struttura economica che fa da cornice certo non aiuto lo sviluppo armonico della personalità. Papà e mamma devono sovente entrambi lavorare per consentire un reddito che permetta di pagare affitto e bollette e i bimbi vengono sballottati fra asili, tate, nonni e televisione.

Inoltre gli standard educativi stanno mutando: il narcisismo, l’immagine, dominano ovunque, per cui aumentano le pressioni sui figli perché “onorino” la famiglia con buoni voti a scuola, una bella presenza, l’acquisizione di sempre nuove abilità da sfoggiare poi in società.

Il figlio, insomma, come prolungamento del narcisismo dei genitori.
Capita che sempre più bambini rimbalzino da un corso all’altro, nell’arco di una stessa giornata, come palline da flipper, senza aver tempo per il gioco, l’ozio, senza conoscere la bellezza del trascorrere lento delle ore e delle giornate.

E’ una cultura, intendiamoci, di cui non sono responsabili soltanto i genitori, ma soprattutto i media, con la martellante proposizione di modelli inarrivabili di bellezza e di successo.

Oppure, sentendosi inadeguati nella sfera emotiva, certi genitori cercano di compensare questa insufficienza comunicando con i figli solo tramite oggetti: la bella macchina, i bei vestirti, la disponibilità di denaro. I figli finiscono così per percepire i genitori soltanto come obbligati dispensatori di soddisfazioni materiali.

Senza contare quei genitori che usano in modo deprecabile i propri figli come arma nelle dispute con l’altro coniuge, ignorandone totalmente le necessità.

Da tempo la famiglia è oggetto di critiche da parte del mondo della cultura. E’ ritenuta il luogo degli egoismi, della meschinità, dell’ipocrisia, del conformismo, di ogni male attraversi la società.
Ricordo il celebre “Famiglie, io vi odio” di Andre Gide o il vagamente profetico “La morte della famiglia” dell’antipsichiatra David Cooper.

Sono molte le scuole psicologiche e psichiatriche che riconoscono, forse in maniera un po’ troppo unilaterale, nei rapporti familiari distorti l’origine della cosiddetta malattia mentale.

Eppure a me sembra che la famiglia sia come la democrazia, un’istituzione imperfetta che tuttavia non ha alternative migliori praticabili.
Laddove gli esseri umani si incontrano e interagiscono per anni, è naturale e inevitabile che, dallo scontro di volontà diverse, si sviluppino conflitti.

L’importante è, forse, tentare di gestire questi conflitti con efficacia e maturità, lasciando spazio alla comprensione, al dialogo, all’affetto, alla solidarietà.

Sperando che, nel frattempo, politici e amministratori, cerchino di creare le migliori condizioni esterne (sostegni economici, infrastrutture, servizi, ecc.) affinché la famiglia prosperi.

Fonte: http://www.interruzioni.com

La Famiglia: Mancanza di autorevolezza.

2 marzo 2009

3

Uno dei Problemi della attuale famiglia è la messa in crisi del suo ruolo tradizionale e la riduzione della sua autorevolezza.

Innanzi tutto è chiaro che sarebbe anacronistico riproporre modelli centrati su autorità e obbedienza presenti in un passato non recente.

Oggi la questione è che, superati questi modelli a vantaggio di una maggiore capacità di negoziazione e condivisione di valori, quello che entra in crisi è la definizione di ruoli e compiti che prima apparivano chiari ed oggi, in una visione più individualistica, sono lasciate alla discrezionalità e alla soggettività dei componenti.

Se il vantaggio è una effettiva apertura e democratizzazione, il rischio evidente può essere un eccessivo relativismo. Cioè la mancanza di regole fondanti che non possono essere messe in discussione pena la rottura e frammentazione del ruolo e significato culturale e biologico dell’istituzione famiglia.

Si pensi – tanto per citare qualche esempio al di là delle posizioni personali- al recente e acceso dibattito sul riconocimento delle coppie di fatto, delle famiglie omosessuali, ecc. Per evitare il rischio in cui possa essere possibile tutto e il contrario di tutto, occorre ripartire da valori semplici e massimamente condivisi, pur in una visione dinamica, che una società aperta e libera deve comunque darsi per evitare il caos.

Cerchiamo di capire quali sono alcune difficoltà e ostacoli che la famiglia incontra nel suo ruolo di agenzia educativa e nel compito di trasmettere valori.

a) L’ ambiente esterno diviene in questi anni sempre piu importante e decisivo rispetto alle tradizionali agenzie educative (scuola, famiglia, comunità), assumendo un peso nella definizione dei ruoli, nella costituzione dei desideri e delle aspirazioni delle persone e capace di influenzare la morfologia e l’autonomia della famiglia.

Si pensi alla televisione, a trasmissioni come “amici”, “grande fratello”, che propongono modelli alternativi e un nuovo conformismo che possono confliggere con scuola e famiglia. La questione può essere vista in questo modo: è ancora possibile educare all’anticonformismo, a valori diversi da quelli proposti da agenzie culturali in primis la televisione? Spesso la famiglia più che contrapporsi si adegua: spesso assistiamo a genitori che comprano ai figli la Play Station o il Nintendo “se no quando va a scuola tutti ce l’hanno e mio figlio si sente emarginato, escluso”.

b) L’abbassamento del potere d’acquisto con tendenza all’indebitamento ha messo in luce il crescere dei problemi economici e di bilancio delle famiglie medie. Il risultato è che sempre più spesso i membri della famiglia tendono a proiettarsi all’esterno alla ricerca di nuove attività economiche, seconde, terze occupazioni, diminuendo considerevolmete la qualità della vita, la serenità ed un corretto e più equilibrato uso del tempo libero e del tempo di interazione e scambio. Per esempio tempo da passare con i figli, educare, parlare di problemi, viaggiare, fruire di eventi culturali.

Tale mancanza di tempo influisce sulla qualità della vita e delle relazioni tra componenti familiari ed è causa di una tendenza all’isolamento intrafamiliare. Questa situazione, non solo causata da necessità economiche, ma come diffuso stile di vita, è aggravata anche dal massiccio e non controllato utilizzo delle nuove tecnologie, cellulare, internet, ecc.

In definitiva appare realistica e condivisibile la tendenza a considerare sempre più la disponibilità di tempo come misura di lusso e benessere (che come aria pulita, acqua pura, paesaggio incontaminato costituiscono l’insieme di beni immateriali sempre meno disponibili).

In conclusione: la famiglia oggi è isolata e schiacciata tra l’adeguamento a modelli culturali “esterni” e pericoli di isolamento. Una monade in una dimensione sempre meno incline alla solidarietà, allo scambio e alla comunicazione con altre famiglie (soprattutto nelle grandi città). Ne fanno le spese in questo quadro i figli che sempre più si trovano davanti genitori poco disponibili, indaffarati, ansiosi, problematici, o al contrario (che è il modo in cui viene convertita l’ansia, quindi una specie di rovescio della medaglia) iper protettivi, eterni “ragazzini”, che tendono al rapporto “amicale” e a un’eccessiva apertura, tolleranza, e assenza di regole da trasmettere.

Il genitore si trova nella condizione di dire sempre (o quasi) di si per evitare conflitti, scontri, rotture che è sempre meno in grado di gestire, e perchè per costruire e crescere reciprocamente da un conflitto o da uno scontro di valori, occorre discutere, spiegare, capire. Occorre tempo, per l’ascolto, per il ragionamento e per lasciare sedimentare le emozioni…quel tempo che, come si diceva, è oggi merce rara.

Questa “latitanza” genitoriale come un circolo vizioso mette il ragazzo in una situazione di mancanza di punti di riferimento e lo pone ad attivare una ricerca all’esterno della famiglia: amici, gruppo e una svalutazione del ruolo genitoriale. In questo quadro la famiglia è destinata a perdere progressivamente autorevolezza tranne che sappia ritrovare al suo interno la dimensione valoriale, capace di fermare questa corsa continua al non si sa bene cosa, che è divenuta un abitudinario e stereotipato modo di vivere.

Dott. Orazio Caruso
Fonte: http://www.studentidipsicologia.it

La famiglia oggi è migliore?

2 marzo 2009

famiglia-sorridenteI mutamenti culturali hanno portato ad una rivoluzione del nucleo familiare. Oggi la famiglia ha smesso di essere il punto di riferimento per i giovani che però, continuano a vivere all’interno di essa anche fino ai 40 anni… contraddizioni della società moderna!

Molto spesso si sente parlare degli effetti negativi che il cambiamento nella struttura familiare ha portato con sè, talvolta con previsioni poco promettenti per il futuro dell’umanità.

Insomma, se la famiglia non torna ad essere “quella di una volta”, siamo tutti spacciati! Ma è veramente così? Oppure, non si stanno trascurando i benefici che l’evoluzione della famiglia ha portato con sè?
Noi vogliamo andare contro corrente e, piuttosto che prevedere la fine del mondo, siamo desiderosi di elencare i vantaggi che la famiglia moderna ci ha regalato.

Per fare ciò è necessario ripercorrere, sia pur brevemente, l’evoluzione della famiglia nel tempo.

Fin dall’epoca degli antichi romani, la famiglia è stata sempre il fulcro della vita dell’intera società. In casa s’imparavano i valori necessari per essere accettati dagli altri, e per muoversi ed interagire all’interno di un contesto con delle regole ben precise.

I ruoli all’interno della famiglia sono stati sempre ben definiti e differenziati, di conseguenza, la moglie era quella che si occupava della cura della casa e dell’educazione dei figli; il marito era il capo indiscusso, colui che provvedeva ai bisogni economici e che dominava su tutti gli altri membri; i figli maschi, una volta raggiunta una certa età, imparavano dal padre tutte quelle “tecniche” e atteggiamenti necessari per diventare, anche loro, un capo famiglia; ed infine le figlie femmine aiutavano la madre nei lavori domestici, preparandosi a diventare anch’esse casalinghe.

Inoltre, soprattutto nel periodo che precede la rivoluzione industriale, il modello di famiglia era quello esteso, vale a dire che si viveva assieme con i parenti più stretti, i quali occupavano dei ruoli più marginali ma in ogni caso ben definiti.
In questo modo, i figli sviluppavano la loro personalità all’interno di questo contesto, assumendo i valori e gli atteggiamenti di coloro che gli stavano vicino, senza poter sviluppare la propria individualità. In altre parole, la possibilità di crescita personale, e l’esperienza di nuove forme di condurre la propria esistenza, era assai limitata; lasciando non solo i bambini, ma anche gli adulti, intrappolati nell’ambiente familiare per tutta la sua vita, si ha qualcosa simile l vivere dentro a una scatola.

Con l’avvento della rivoluzione industriale e la necessità di disporre di mano d’opera anche femminile, la famiglia subì alcuni mutamenti: la donna ebbe meno tempo da dedicare ai propri figli e ai lavori domestici, i bambini cominciarono ad essere educati a scuola e, di conseguenza, la madre perse in parte il ruolo d’educatrice.

Tuttavia, bisogna aspettare fino agli anni Sessanta del Novecento per vedere dei cambiamenti davvero importanti. In questo periodo, la donna acquisì la consapevolezza del suo ruolo nella società, e proiettò sè stessa al di fuori delle mura domestiche, lottando per far valere i propri diritti, il che la portò ad un ulteriore distacco dalla propria famiglia.
Man mano che i bisogni della società, ormai diventata capitalista, crescevano, anche le donne più restie ad abbandonare il ruolo di casalinghe dovettero cedere ed allinearsi alle nuove esigenze. Ciò portò il problema dell’educazione, la quale venne impartita esclusivamente nelle scuole, e la stessa diventò l’istituzione più importante all’interno della comunità.

Nella società moderna, col miglioramento del tenore di vita di tutti gli strati sociali, e la possibilità di acquistare beni e servizi mai immaginati prima, uomini e donne sono diventati più individualisti, volendo soddisfare i loro piccoli vizi a tutti i costi. Oggigiorno, con il caro vita, le persone si trovano di fronte ad una scelta considerata importante: soddisfare sè stessi oppure avere dei figli? Senza dubbio la maggior parte ha scelto la seconda possibilità.

Così le coppie senza figli possono ad esempio, viaggiare, il che permette di conoscere nuove culture e arricchire il proprio bagaglio culturale; possono dedicare il tempo libero ai propri hobby, attività che permette una migliore conoscenza di sè; possono passare più tempo con gli amici, andare spesso al cinema, al ristorante, e così via. Di conseguenza, troviamo persone più felici e soddisfatte della propria vita, e d’altronde si sa che le persone felici vivono di più.
Non poche però, sono le coppie che scelgono di , ed anche questo fatto è stato molto criticato. Nella società moderna, si sa, avere due figli porta dei grossi svantaggi economici, prima di tutto per i figli stessi, molti dei quali, ad esempio, non appena finita la scuola devono andare subito a lavorare senza la possibilità di continuare ad istruirsi.

Quindi, molte volte, l’unico modo per garantire una vita senza mancanze d’alcun genere ai propri discendenti, è avere il minor numero possibile di figli.

Dimenticando il fatto che siano uno, due, o tre i figli che le coppie italiane decidono di avere, dobbiamo ricordare i vantaggi che un’educazione impartita al di fuori del nucleo familiare porta con sè: in primo luogo i ragazzi hanno le proprie esperienze di vita, quindi, non conoscono la vita stessa attraverso i racconti degli altri come succedeva una volta; inoltre giornalmente comunicano con persone diverse, le quali hanno punti di vista diversi, imparano a confrontarsi, a questionarsi, e ad essere tolleranti.

Per concludere, in molti preferiscono la famiglia tradizionale, quella “chiusa”, dove i valori erano “quelli” e guai a chi li rifiutava. Una famiglia nella quale la libertà espressiva d’ogni singolo membro era delimitata dai propri ruoli, dove spesso qualcun’ altro prendeva le decisioni dei membri più giovani, i quali, a loro volta, erano impossibilitati a vivere esperienze di crescita al di fuori delle quattro mura.
Altri, invece, preferiscono la famiglia moderna, nella quale i coniugi sono più soddisfatti della propria vita, nella quale non esistono ruoli ben definiti perché ognuno è capace di far bene anche il lavoro dell’altro; una famiglia nella quale i figli sono liberi di adottare valori diversi da quelli dei propri genitori, rapportandosi con loro in maniera critica e provando a vivere delle esperienze forti in prima persona, esperienze che arrichiscono e rinforzano l’Io.

a cura di Emanuela Cerri

Fonte: http://www.girlpower.it

Emozioni e Socialità

27 febbraio 2009

communicatePotrebbe sembrare che le esperienze emotive siano riferite ad eventi che riguardano ciascun individuo singolarmente e si esauriscono in esso, eccezion fatta naturalmente per i comportamenti che possono derivare da un’emozione e che hanno quasi sempre una ricaduta sull’ambiente circostante.

Questa prospettiva individualistica non è del tutto estranea al nostro sentire perché capita infatti di avere la sensazione che l’emozione provata sia un qualcosa di molto speciale ed intimo che, per la sua rilevanza personale, va protetto dalle ingerenze del mondo esterno.

Tuttavia le reazioni emotive non sono fatti privati o strettamente personalistici. Anzi, il ruolo delle altre persone e, in genere, del contesto socio-culturale in cui le queste esperienze si verificano è assai rilevante, anche se di ciò siamo solo parzialmente consapevoli, proprio perché è importante la porzione cosiddetta “inconscia”.

Queste reazioni sono da considerare fenomeni sociali per due ordini di ragioni:

a) nella maggior parte delle occasioni in cui si provano emozioni, “gli altri” sono presenti, fisicamente o come rappresentazioni mentali e l’emozione vissuta, rievocata o anticipata che sia, rappresenta momenti essenziali delle nostre interazioni sociali; essa infatti condensa informazioni sia sul soggetto sia sull’interlocutore del rapporto sociale emotigeno e ogni emozione ha un suo significato che dipende anche, per esempio, dalla persona che mi ha fatto arrabbiare, che amo, che odio, rispetto alla quale mi sono sentito in imbarazzo oppure ho provato vergogna;

b) le norme culturali dell’ambiente sociale in cui si vive, sicuramente influiscono sulle manifestazioni delle emozioni (display rules); in più, dati recenti emersi dai raffronti compiuti su culture molto diverse tra loro (occidentale vs giapponese, cinese, eschimese, polinesiana) suggeriscono la possibilità che la cultura, modificando gli stili di vita, la gerarchia dei valori personali e sociali, ecc. possa produrre modificazioni sostanziali sulla qualità delle emozioni, sulla loro frequenza ed intensità, sulle occasioni capaci di stimolarle, ecc.

Alcuni autori limitano al massimo o negano del tutto il valore delle determinanti biologiche delle emozioni ed enfatizzano il ruolo dei fattori culturali e linguistici; altri invece, sono meno impegnati sul piano teorico e raggruppano esperimenti ed indagini transculturali che raccolgono dati sulla specificità culturale e/o sull’universalità dei quadri di risposte (reazioni fisiologiche, valutazioni cognitive, tendenze comportamentali, ecc.) distintivi di ciascuna emozione. In generale, i meccanismi di controllo sono tanto più forti quanto più le emozioni sono intense.

La gioia è l’emozione meno soggetta a controllo, mentre le tre negative (tristezza, paura e rabbia) sono tutte ugualmente controllate. Inglesi e francesi sono, complessivamente, i più controllati; i tedeschi controllano soprattutto la gioia e la tristezza, gli italiani la tristezza e la rabbia. Le donne non sono, come vorrebbe lo stereotipo, più incontrollate nelle manifestazioni emotive, tranne che per la paura che è manifestata più liberamente.

Babad e Wallbott (1986) hanno voluto esaminare questi dati con l’intento di verificare se sono confermati gli stereotipi nazionali secondo cui svizzeri e tedeschi sarebbero gente fredda e riservata che lavora duro, pensa solo a realizzarsi, dedica poca attenzione ai rapporti umani e sociali; nel sud dell’Europa, invece, la gente avrebbe forte temperamento, poche inibizioni, molte capacità espressive, tenderebbe a lavorare meno ed a badare di più ai rapporti familiari e sociali. Alcuni di questi elementi trovano riscontro nei dati, ma nel complesso le varie nazionalità riservano anche sorprese.

Gli italiani confermano di essere più chiacchieroni e meno controllati in tutte le loro reazioni ma, diversamente da quanto previsto, nominano il raggiungimento degli obiettivi, come antecedente delle emozioni, molto più degli svizzeri e dei tedeschi per i quali invece sembrano molto più importanti le relazioni interpersonali.

Gli inglesi e gli svizzeri presentano pure un alto numero di verbalizzazioni ma i primi mostrano anche un alto numero di meccanismi di controllo di tutte le reazioni. Ancora, gli italiani, gli spagnoli e gli inglesi sono quelli che presentano le emozioni più intense mentre gli israeliani sono quelli meno reattivi. Il risultato più saliente della ricerca è proprio la sostanziale omogeneità dei riscontri attraverso le otto culture.

I punti in comune sono molti di più delle differenze, per cui gli autori ritengono di poter affermare che gli antecedenti ed i quadri di risposte per queste le quattro emozioni ricordate hanno un carattere di universalità. In altre indagini trans-culturali sono state messe a confronto due culture, quella americana e giapponese, che sono effettivamente molto diverse per costumi e tradizioni. Le maggiori differenze vengono come previsto dai giapponesi, anche se non mancano i punti in comune con le culture occidentali.

Per la gioia, si osserva che il piacere fisico e le nuove nascite in famiglia sono meno rilevanti per i giapponesi i quali, inaspettatamente, danno anche poco peso al conseguimento di obiettivi personali. Per la tristezza vi sono differenze significative per quasi tutte le categorie come notizie, relazioni sociali, separazioni temporanee e permanenti.

Notevole è l’indifferenza mostrata dai giapponesi per la morte, che è quattro volte più citata dagli occidentali come antecedente della tristezza; secondo gli autori questo non significa che i giapponesi non soffrano per la perdita di persone care ma piuttosto che la perdita è sentita come meno radicale: infatti secondo il credo religioso scintoista – buddista, le anime dei defunti non vanno a collocarsi in un misterioso aldilà, ma restano nelle case dei vivi, rispettate e venerate dai parenti con riti appropriati.

Per la paura, gli americani citano situazioni nuove, conseguimento di obiettivi, situazioni rischiose, traffico e soprattutto estranei, mentre per i giapponesi sia gli estranei sia le situazioni rischiose hanno pochissima incidenza; gli estranei sono invece un antecedente molto citato dai giapponesi per la rabbia, mentre gli occidentali citano molto per questa emozione le difficoltà di rapporto con persone note e le ingiustizie che, invece, sono poco sentite dagli orientali come motivo di rabbia.

Il luogo più comune in cui tutti i soggetti provano emozioni è dentro casa, in famiglia anche se ai giapponesi succede di provare raramente gioia e più spesso tristezza in famiglia. I giapponesi provano poca paura in famiglia e praticamente mai rabbia nelle situazioni extrafamiliari.

Gli americani risultano essere i più espressivi, sia per quanto riguarda i gesti che le espressioni facciali, mentre i giapponesi sono i meno espressivi, anche se per la gioia e la rabbia mostrano alcune modificazioni della voce.Le maggiori differenze si registrano per le reazioni fisiologiche e le sensazioni generiche di attivazione piacevole e spiacevole che sono pochissimo citate dai soggetti giapponesi.

Questo sembra da collegare con uno stile di risposta più riservato, conforme ai costumi giapponesi che scoraggiano ogni manifestazione evidente di emotività. I giapponesi si sforzano di non esprimere tutte e tre le emozioni negative, ed in particolare la rabbia.

1-1-8-0-0-0-0-0-0-0-0Da notare che anche gli americani sembrano controllare le espressioni verbali della rabbia con molta attenzione, mentre gli europei sono i soggetti che la esprimono più liberamente.

Resta il fatto che, in questa ricerca più che nella precedente, le differenze fra culture emergono, soprattutto fra occidentali ed orientali e riguardano sia gli antecedenti situazionali sia le reazioni fisiologiche ed espressive. Le cause di ciò non sono affatto chiare, anche se in certi casi sembra esserci una relazione tra la struttura dell’esperienza emotiva e le norme, i valori ed anche i fattori sociodemografici ed economici di un contesto culturale.

Infine, comunque, per quanto riguarda la disputa tra ipotesi biologica (universalità delle emozioni) e ipotesi costruttivista (le emozioni si formano dall’interazione con il sociale) non si è ancora arrivati ad una conclusione certa: le emozioni sono molto simili per tutti i soggetti dei vari paesi e hanno, quindi, un certo carattere di universalità; le differenze culturali, anche se deboli, esistono e non possono essere ignorate, per cui non è accettabile neanche l’ipotesi biologica nella sua forma più radicale.

I vantaggi che possono derivare dal confronto sociale basato sulle emozioni sono numerosi:

a) intanto soddisfano una prima necessità che è quella di precisare, chiarire e rielaborare a livello cognitivo le sensazioni fisiche che hanno accompagnato l’emozione;

b) in secondo luogo, il parlare ripetutamente con gli altri di un evento emotivo, aiuta a guardare con distacco a quello che è successo, migliorando la capacità di giudizio e contribuisce a riordinare le idee, schematizzare l’episodio, dando ordine temporale e causale all’evento. Condividere con gli altri le proprie emozioni è anche un modo per meglio fronteggiare la situazione interna ed esterna suscitata dall’evento emotivo.

Tutto ciò rafforza la nostra identità sociale perché consolida il rapporto interpersonale con coloro a cui ci rivolgiamo se essi mostrano di capire e di accettare come giusto e legittimo il nostro stato emotivo; in più, ci fa sentire parte di una comunità nel momento in cui scopriamo che le nostre reazioni ed espressioni emotive sono condivise e rispecchiano le norme sociali. Rimè e collaboratori hanno distinto due aspetti del fenomeno: la condivisione sociale e la ruminazione.

Per “condivisione sociale” si intende propriamente la rievocazione che si esprime con una narrazione ad altri, mentre la “ruminazione mentale” corrisponde alla rievocazione solo interiore che una persona fa ripensando volutamente alle proprie esperienze emotive.

Sociologi, antropologi e psicologi sociali sono particolarmente attenti alle nozioni di competenza emotiva: “dimostrazione della propria efficacia in una situazione sociale capace di suscitare emozioni”.

Questa complessa abilità richiede innanzi tutto che le persone abbiano consapevolezza del proprio stato emotivo e sappiano identificare correttamente e partecipare empaticamente alle emozioni di altri. È necessario anche aver presente che non c’è sempre corrispondenza tra stato emotivo interiore ed espressione manifesta dell’emozione, sia in se stessi sia negli altri.

Una buona competenza non può prescindere dalla conoscenza e condivisione delle regole di esibizione delle emozioni e dalla capacità di usare adeguatamente il “lessico emotivo” tipico del proprio ambiente. La competenza emotiva è dunque il risultato dell’interazione di fattori personali – come il sesso, il temperamento, l’intelligenza – e sociali, ossia i dettami delle teorie ingenue che circolano in ogni cultura e che fissano il valore delle emozioni, definiscono i loro caratteri stereotipaci e ne regolano l’andamento (durata, intensità, modalità espressive) nelle interazioni sociali.

Queste informazioni sono veicolate dal processo di socializzazione che inizia findalla nascita e comprende una vera e propria educazione alle emozioni, intervento questo che in certe culture sembra avere la marcata tendenza a “denaturalizzare” la qualità dell’esperienza emotiva individuale (White, 1993) a favore della sua culturalizzazione. Naturalmente anche se la società si adopera per impartire un’educazione emotiva, le reazione dei singoli non vengono completamente livellate e ognuno mantiene un certo grado di individualità nel modo di esperire le emozioni.

Fonte: slowmind.net


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