Posts Tagged ‘rabbia’

Emozioni e Attaccamento

16 dicembre 2009

cuore nel cieloAmore, felicità, tristezza, rabbia e paura, sono tutte emozioni che derivano da qualche forma di attaccamento a qualcosa o a qualcuno. Tuttavia molti di noi imparano a credere che anche l’ amore e la felicità siano emozioni. Tale convinzione oscura sia il nostro bisogno che l’ abilità di essere più consapevoli delle nostre emozioni e di come le creiamo. Essa deriva dalla perdita di significato delle parole amore e felicità.

Usiamo queste due parole in maniera troppo generica al punto che esse sono diventate due tra le parole più fraintese ed eccessivamente usate nel nostro linguaggio quotidiano. Amore è per lo più confuso con desiderio (ti amo in realtà significa: ti voglio), con l’ attaccamento (amo la mia squadra di calcio), con la dipendenza (amo la mia cocaina) e con l’ identificazione (amo il mio paese). Quando parliamo di amore in questo senso non parliamo di amore quanto del suo opposto.

Facciamo lo stesso con la parola felicità. La usiamo e ne abusiamo in molti modi. La confondiamo con un possesso (è appena arrivato il mio tappeto nuovo, sono così felice!), con il consumo (ho appena mangiato il mio cibo preferito, sono così felice!), con qualche esperienza stimolante (ho appena visto il film più recente, sono così felice!) e con il sollievo (non ho più mal di denti, sono così felice!). In tutti gli esempi citati stiamo in realtà dicendo che crediamo che l?amore e la felicità nella vita vengano dal di fuori di noi e che siano dipendenti dagli altri, dalle circostanze o da qualche stimolo fisico. Tuttavia, tutti sappiamo profondamente che vero amore e felicità sono incondizionati, non dipendenti da qualcosa o da qualcuno, e che si muovono dall’ interno verso l’ esterno e non dall’ esterno verso l’ interno.

Amore vero e felicità possono essere considerati stati d’essere fondamentali a cui possiamo accedere a piacimento una volta che abbiamo imparato a rivolgere le nostra attenzione alla nostra interiorità e a vivere dal dentro al fuori e non dal fuori al dentro. Essi possono anche essere considerati il nostro puro potenziale in tutte le situazioni. Quando agiamo con amore vero facciamo qualcosa per gli altri che porta loro beneficio a livello spirituale e quando ciò accade sperimentiamo le vera felicità, che è più simile a una profonda sensazione di appagamento interiore.

Questo modo di vivere affonda le sue radici nella pace. Se non siamo in pace con noi stessi non possiamo dare amore. La pace è, l’ amore fa e la felicità (appagamento) ripaga.Solo allora la nostra autostima e il senso del nostro valore diventano solide rocce, perché ci rendiamo conto che questi nuclei di qualità interiori non possono esserci portati via e che essi sono la base del nostro valore in quanto persone e dei nostri valori di vita.

Quando impariamo ad accedere e a generare questi stati fondamentali del nostro essere, essi ci danno la forza di smuovere il nostro carattere in positivo, da quello basato sulla competizione, sul possesso e sulla sopravvivenza a uno basato sulla co-operazione, la condivisione e il servizio. In breve, dal prendere al dare. Quando scopriamo interiormente ciò che eravamo convinti si potesse trovare solo esternamente, scopriamo libertà e serenità profonde. Il metodo per sostenere questa consapevolezza e connessione è la pratica regolare della meditazione. Il campo di azione è la relazione con gli altri. Quando la felicità di una madre non dipende dall’ obbedienza del figlio, allora è capace di essere amore per quel figlio, anche quando imporrà delle regole.

Quando la felicità di un manager non dipende dallessere in tempo per le scadenze, né dalla performance dei membri del suo gruppo, allora saprà essere più attento e più incoraggiante verso i suoi collaboratori, il che è alla base di una leadership efficace. Quando gli innamorati si incontrano, smettono di dirsi ti amo, e invece si dicono io sono amore per te. Domanda: Da dove pensi derivi gran parte della felicità nella tua vita?

Riflessione: La felicità è una decisione e non una dipendenza.

Azione: Che cosa puoi fare domani nella tua relazione con una persona in particolare per passare dal desiderare e sopravvivere al sostenere e servire?

(Brahma Kumaris World Spiritual University -[Sadhana])

La timidezza e il linguaggio del corpo

14 novembre 2009

La timidezza e il linguaggio del corpoGesticolare con le mani, arrossire, scegliere in un dato contesto di stare in gruppo o appartati, il modo di vestirsi, la scelta del posto in cui sedersi a tavola, la mimica e i più svariati atteggiamenti, costituiscono tutti  un tipo di comunicazione non verbale ma molto importante perché svela ciò che una persona realmente pensa e che alle volte è esattamente il contrario di ciò che dice.

Il linguaggio del corpo quindi, in molti casi, trasmette più di quanto non trasmetta il linguaggio verbale. Pensiamo addirittura al ruolo importante che esso riveste nel caso di soggetti sordomuti, in cui il linguaggio delle mani sostituisce il linguaggio vocale

Diversi studi hanno dimostrato che durante un discorso, una buona percentuale delle informazioni che ci arrivano, pervengono non solo dalle parole, ma anche e soprattutto dal tono della voce e dal linguaggio del corpo (anche altri organi sono interessati al sondaggio, per esempio il naso). Ciò che arriva tramite il “canale verbale” sono essenzialmente i cosiddetti fatti salienti, mentre tramite il “canale non verbale” viene poi trasmesso ciò che in definitiva “lascia traccia”.

Bisogna però fare attenzione a non valutare una persona da un solo gesto: così come una parola non ha senso se non all’interno di un discorso quindi insieme ad altre parole, così un singolo gesto non basta per definire una determinata personalità;è invece necessario osservare tutto l’insieme dei gesti, dei segnali inconsci per avere una traccia più precisa del carattere di una persona.

I gesti si dividono in consci e inconsci;  innati e acquisiti.

Le espressioni facciali per esprimere gioia, rabbia, tristezza, sorpresa, paura, vergogna,repulsione, disprezzo sono innate (rientrano nella cosiddetta memoria filogenetica) comuni a tutta l’umanità in  quanto non variano da individuo a individuo, né tra razze diverse. Innato è anche il gesto del neonato di succhiare il latte dal seno materno. Altri gesti vengono acquisiti, cioè copiati. Quando li impariamo, imitiamo dei modelli.

- Potere e età  riducono i gesti. Più in alto si trova una persona nella scala del potere, più misurati sono i suoi gesti. Più in basso egli si trova in questa scala, più espressivo è il suo linguaggio del corpo. Ancora un’altra cosa: più si cresce, più si diventa adulti, più si cerca di contenere le manifestazioni di affetto (col rischio però di diventare eccessivamente freddi e distaccati).

- A tutti voi sarà capitato, almeno qualche volta nella vita, di dire qualche piccola bugia e sicuramente avete usato come mezzo la telefonata o l’sms (usati spesso anche per addii o scuse diverse). Tutto questo perché in un contatto interpersonale “faccia a faccia”, se è facile mentire con le parole, non è altrettanto facile costringere il nostro inconscio. Esso si libera continuamente e continuamente agisce: mentre si dice la bugia, il nostro inconscio trasmette tanta energia nervosa. Questa si trasforma in un gesto insicuro, in microsegnali che non possiamo controllare perfettamente (l’inarcare di un sopracciglio, l’arrossire,  il tic di un angolo della bocca, il sudore della fronte, lo sbattere delle palpebre, i giochi nervosi delle dita e tanti altri gesti) che distruggono tutto ciò che era stato costruito faticosamente  e che inducono l’osservatore a pensare che qualcosa di  ciò che stiamo dicendo, non corrisponde proprio alla realtà.

Chi si scosta spesso per questioni professionali dalla via della verità, come per esempio i politici, gli attori, i rappresentanti, i venditori, chi abitualmente compie atti disonesti o anche chi semplicemente è abituato a mentire , educa il proprio linguaggio del corpo (attraverso un costante controllo emotivo) al punto tale da riuscire ad ingannare perfettamente un occhio poco esperto.

- E’ importante tener conto inoltre, che, nella vita di tutti i giorni, tramite il linguaggio corporeo, mandiamo costantemente e inconsciamente agli altri dei segnali che si traducono in percezioni di alto, medio o basso gradimento. Ad esempio, quando stiamo bene con noi stessi, tutto il nostro corpo è fisiologicamente predisposto a inviare agli altri segnali positivi, di apertura, per un “fluida” comunicazione.

- Può accadere però, in alcune circostanze, che tratti della nostra personalità , pongano in qualche modo un ostacolo tra noi e il mondo esterno. Ad esempio, le persone particolarmente timide, spesso sono giudicate in maniera diversa da ciò che sono realmente in quanto inevitabilmente la timidezza manda dei segnali di chiusura.

- Bisogna comunque fare attenzione a non confondere il semplice imbarazzo con la timidezza “cronica”, quella che porta gradualmente ad estraniarsi da qualsiasi contesto fino ad assumere la forma di una vera e propria fobia sociale.

- Seneca diceva ” la timidezza è degli animi nobili “. Credo sia profondamente vero. Ciononostante il fatto di evitare di esporsi e di dire la propria opinione, la difficoltà nel riuscire a sostenere un contatto oculare, parlare a bassa voce e in fretta e  rimanere in qualche modo sempre a una certa distanza dagli altri, possono essere interpretati come indici di altezzosità e superbia.

Il timido viene facilmente etichettato come una persona strana, asociale, antipatica e quindi da tenere in disparte. A sua volta, egli sentirà su di sé il peso del giudizio sbagliato degli altri e di conseguenza, tenderà sempre più a chiudersi nel proprio guscio.

- Ma cosa c’è realmente alla base della timidezza? Il più delle volte le cause sono: una scarsa autostima, un’insicurezza di fondo e una forte paura di essere giudicati (deboli, stupidi, incapaci, etc ). Tutto ciò probabilmente può essere stato determinato oltre che da una certa predisposizione genetica, anche e soprattutto da qualche esperienza infantile-adolescenziale o della vita adulta (ad esmpio, nel caso di bambini: educazione particolarmente rigida, rimproveri frequenti o comunque la scarsità o mancanza di rinforzi positivi in situazioni importanti).

- Sicuramente il timido non vive bene la sua condizione, considerando anche il fatto che oggi più che mai, la società sta ovunque e chiede continuamente reazioni da parte dell’individuo, reazioni che egli spesso, non riesce a dare. Anche se con i suoi atteggiamenti può apparire sfuggente, il timido è una persona estremamente sensibile e profonda che non riuscendo ad esprimere ciò che sente, vive in uno stato di costante conflitto interiore e tensione.

- Se in qualche modo vi siete riconosciuti in questo profilo, potreste trovare giovamento sperimentando per un periodo, un corso di teatro. La recitazione si basa su tecniche che vi permetteranno di entrare in maggior contatto con la vostra gestualità, con le vostre espressioni corporee per una prossima comunicazione interpersonale più diretta e serena. Imparerete cioè ad esprimere tranquillamente un’emozione, un’idea, senza più il desiderio di nasconderle e di nascondervi …

Lozzi Emanuela – Studentessa di Psicologia iscritta all’Università dell’Aquila all’indirizzo “Sperimentale, generale e della valutazione clinica”

Fonte: http://www.ilmiopsicologo.it/pagine/il_linguaggio_del_corpo_e_la_timidezza.aspx

Conflitto

14 ottobre 2009

conflittoIl conflitto è un elemento indispensabile in una relazione. Il conflitto è uno scambio e un confronto importante per crescere e per condividere idee, modi di vita e culture diverse. Spesso gli esseri umani hanno paura di entrare in conflitto perché il conflitto genera emozioni e alcune di queste emozioni si pensa possano essere non controllabili. Il conflitto infatti genera rabbia, paura, sofferenza.

Tuttavia il conflitto permette a queste emozioni di venire a galla e di essere elaborate. Il conflitto, inoltre, è il mezzo attraverso il quale si esprime il karma.
Il conflitto esiste sempre, anche quando non lo si fa emergere. Farlo emergere è sano ed utile.
Il conflitto sano è un confronto tra diversi modi di intendere la vita, tra valori simili o diversi, tra scelte e motivazioni diverse.

Il conflitto può anche essere forte, ma è meglio un conflitto forte che un “non conflitto”. Fino a quando c’è conflitto infatti c’è reciprocità, c’è voglia che l’altro ci sia, c’è possibilità di dialogo.Il conflitto infatti è un sistema relazionale insito nell’uomo. La mancanza di conflitto è repressione, è non voler vedere, è nascondersi.
Il conflitto non è violenza e va distinto da questa.

La violenza è il desiderio di eliminazione dell’altro. Il conflitto è interagire con l’altro. La violenza nega l’altro.
Quando qualcuno mi ha fatto talmente male da non desiderare più che esista, questa è violenza.
Quando con qualcuno ho ancora voglia di discutere e anche di litigare, e anche di confrontarmi duramente, ma desidero che ci sia, proprio per poter portare avanti questo confronto, questo è conflitto.
Se si volesse diminuire la violenza occorrerebbe aumentare il conflitto.

Quando si odia si vuol vedere l’altro morto o fuori dalla nostra vita; quando si discute, l’altro è ancora presente nella nostra vita e anche se le nostre idee sono incompatibili, comunque c’è confronto anche nello scontro.
Il conflitto non sempre deve essere risolto, e non sempre c’è una soluzione al conflitto.

Quando si capisce quando un conflitto è terminato?

Quando le parti in conflitto decidono che c’è incompatibilità oppure che c’è una possibilità di accordo. Può essere concluso da una delle due parti che si ritira, o da ambedue. Può essere innescato un processo di soluzione pacifica che può risolversi in un accordo, come si può vedere che non c’è possibilità di incontro in quanto le posizioni, le culture, i valori sono appunto incompatibili.

In questo caso c’è comunque un accordo nel “non accordo” e questo può essere deciso da entrambe le parti o da una sola. Un altro mezzo per concludere un conflitto può essere quello che viene usato nei conflitti di popoli, ma non solo, può anche essere adottato da coppie o da gruppi ed è lo strumento della mediazione. Una terza persona/nazione, che è al di sopra delle parti, interviene entrando nel conflitto e aiuta le parti ad intendersi: o comprendendo che non c’è intesa o comprendendo che c’è possibilità di accordo. Soprattutto in casi di conflitti tra popoli, ma anche in casi di famiglie o di coppie, questa figura diviene molto utile se non addirittura indispensabile.
Fino a che c’è conflitto c’è scambio, c’è crescita, c’è insegnamento e apprendimento e soprattutto c’è relazione.

Un invito e un suggerimento che posso dare è quello di non rifiutare il conflitto, di non tenere dentro di ciò che non va bene in una relazione. Vi invito ad esplicitare il malessere e il disagio ogni volta che si affaccia.
Non abbiate paura ad entrare nel conflitto, abbiate paura quando il conflitto non c’è.
Ogni volta che in una relazione si manifesta un disagio, un turbamento, una sensazione di malessere, fermatevi ed entrate in conflitto: esplicitate il vostro dissenso, confrontate con l’altro le vostre idee, dite: “Ciò che mi risulta difficile accettare/comprendere è…”.

Iniziate, se volete un conflitto sano e non cruento, dicendo il vostro punto di vista senza accusare l’altro, senza giudicare, ma fatevi le vostre ragioni mettendo allo scoperto il disagio. Poi chiedete all’altro di fare lo stesso. In quel momento siete entrati veramente in relazione.
Il secondo passo è quello di “ascoltare” con attenzione, profondamente, le ragioni e i valori dell’altro. Una volta che ambedue avete esplicitato il disagio, potete cercare insieme soluzioni creative che permettano ad ambedue di proseguire la relazione in maniera soddisfacente.

Se le soluzioni non si trovano perché i punti di vista sono incompatibili, prendetene atto e fate le vostre scelte consapevoli.
Questa incompatibilità c’era anche prima di esplicitare il conflitto e, non dicendo nulla, avete solo represso i vostri bisogni i quali prima o poi avrebbero innescato desideri di violenza.

Può esserci una soluzione pacifica di un conflitto?

Sì, se si mette da parte l’ego e si parla umilmente con il cuore e ascoltandosi reciprocamente. In questo caso si possono trovare soluzioni creative e convenienti per le parti.

Può un conflitto sfociare in violenza?
Fino a quando nessuno dei due o più contendenti in un conflitto ha il desiderio di eliminare l’altro (interlocutore o gruppo), non c’è violenza, anche se ci fossero insulti o persino percosse.
La violenza è un atto che tende all’eliminazione di chi si ritiene essere la causa del malessere o della sofferenza. Come ho detto prima, nel conflitto c’è invece volontà di relazione anche quando è forte.

Ci sono indicazioni particolari per affrontare un conflitto nei casi in cui si ritiene che almeno uno dei contendenti sia molto suscettibile (personalità molto reattiva)?

In casi in cui vi è una situazione di forte paura (timore di potere essere eliminati) si vive una condizione di violenza, ed è auspicabile passare da questa condizione ad una condizione di confitto. Tuttavia quando si vive in uno stato di violenza, senza un intervento esterno è difficile trasformare la violenza in conflitto, suggerirei quindi in questi casi l’intervento di un mediatore esterno.

Per alcune persone generare conflitti è naturale, per altre è molto difficile, perché? Inoltre credo ci siano persone (probabilmente ciò può valere anche in scala più ampia) che non sanno riconoscere il proprio disagio o, anche se provano disagio, hanno difficoltà ad individuarne le cause e questo rende difficile sia aprire che sostenere un conflitto. Cosa suggerire?

Ci sono persone che in famiglia hanno vissuto situazioni conflittuali e questo le ha abituate a saper gestire le emozioni collegate o provocate dal conflitto, altre persone invece non hanno vissuto conflitti e quindi ne hanno paura o non si sentono in grado di gestire l’emozione del conflitto.

Tuttavia il conflitto esiste ed è impossibile che non esista in quanto non c’è una persona uguale ad un’altra e essendoci idee diverse e concezioni di vita diverse c’è per forza di cose, insito nell’essere umano, il conflitto. Chi lo nega è perché ne ha paura e lo reprime, o a volte chi lo nega è perché ha un’immagine negativa del conflitto e, al contrario, un idea “ideale” che possa esistere un mondo idilliaco dove tutti vivono in armonia e in pace. Questo è un modo di pensare legato all’adolescenza o all’infanzia e non è reale.

Chi nega il conflitto si reprime o non vuole riconoscere le sue emozioni.

Tu dici che ci sono persone che non sanno riconoscere un proprio disagio o individuarne le cause. Il punto non è individuarne le cause, queste verranno fuori proprio quando si accetterà di entrare in conflitto, il punto è che il disagio fino a quando è leggero può ancora essere sopportato, ma quando diventa sofferenza o turbamento o rabbia, non può più essere negato.
Il conflitto serve a stabilire la relazione e, come ho detto, a confrontare le diverse opinioni, anche se per farlo occorresse per estremo, litigare.

Se si vive un rapporto o una relazione senza conflitto non vi è confronto: vi è indifferenza o repressione. L’indifferenza è una forma di violenza. “Io non ti calcolo, per me è come se tu non esistessi”. Di fatto si “elimina” l’altro dalla propria vita, non rivolgendogli la parola, e ignorando la sua esistenza anche se vive accanto a noi.
Ecco perché è sempre meglio un conflitto che l’indifferenza o il non conflitto.

Con questo non intendo dire che occorra entrare in conflitto se uno preferisce bere un the e l’atro un caffè o se uno preferisce dormire di più al mattino e l’altro si alza presto. Ma se questi atti ripetuti provocano irritazione e sentimenti di disagio forti, allora bisogna esplicitare all’altro il nostro disagio. Le cause poi usciranno man mano che il conflitto emerge. Facilmente si può iniziare un conflitto da una situazione apparentemente sciocca, per poi arrivare a confrontare ideali e valori molto più profondi.

Fonte: http://www.lamentemente.com

Rabbia energia inespressa

2 aprile 2009

Rabbia energia inespressaBloccare quelli che abbiamo definito “aspetti negativi” di se stessi richiede una quantità spaventosa di energia, cioè significa sottrarre a se stessi la propria forza potenziale.

Usando una parte sempre maggiore della nostra energia per cercare di tenere la porta chiusa sui nostri sé “negativi” e di non sperimentare aspetti che pensiamo siano negativi e terrificanti, indeboliamo la nostra forza vitale. Possiamo persino morire per aver usato la nostra energia per bloccare l’energia!

Esiste un semplice principio universale: ogni cosa nell’universo desidera essere accettata. Tutti gli aspetti della creazione vogliono essere amati e apprezzati e inclusi.

Perciò, le qualità o energie che non permettete a voi stessi di sperimentare o di esprimere, continueranno riaffiorare dentro di voi o attorno a voi, finché non le riconoscerete parte di voi, finché non le accetterete e non le integrerete nella vostra personalità e nella vostra vita.

Se, per esempio, vi è stato insegnato che è cattivo e sbagliato esprimere la collera, e non vi siete mai concessi di farlo, probabilmente avete una montagna di collera accumulata dentro di voi.

Alla fine, verrà fuori come un’esplosione, o vi farà sentire depressi, o potrà favorire lo sviluppo di una malattia fisica. Inoltre, vi accorgerete che nella vita attraete persone colleriche, oppure il vostro partner o uno dei vostri figli potrebbero essere persone colleriche.

Se invece imparate ad esprimere la vostra collera in maniere appropriate e costruttive, questo potrà arricchire e potenziare la vostra vita. E verosimilmente troverete meno arrabbiate le persone che entrano nella vostra vita.

Tutto quello che non ci piace, quello che rifiutiamo, quello che cerchiamo di sfuggire o di cui cerchiamo di liberarci, continuerà a perseguitarci.

Sarà per noi come un parassita. Ci seguirà continuamente, volandoci attorno e sbattendoci in faccia. Ci tormenterà nei nostri sogni. Causerà problemi nelle nostre relazioni, la salute, le finanze, finché non avremo trovato voglia e capacità di affrontarlo e riconoscerlo, e di accoglierlo come parte di noi.

Una volta fatto questo, non costituirà più un problema. Non sarà più una cosa importante. Non condizionerà più la nostra vita. Da quel momento cominceremo ad avere una gamma molto più vasta di scelte possibili e di alternative.

Quando annulliamo la nostra vera forza e permettiamo agli altri di esercitare su di noi un potere indebito, ci arrabbiamo. Generalmente soffochiamo questa rabbia e diventiamo apatici.

Non appena riprendiamo il contatto con la nostra forza, la prima sensazione che proviamo è quella della rabbia accumulata. Così, per molte persone che stanno acquistando maggiore coscienza, provare rabbia e un segno molto positivo. Significa che stanno nuovamente rivendicando la propria forza.

Se, nella vostra vita, non avete permesso a voi stessi di provare rabbia, inizierete a provocare situazioni e persone che la scatenano. Non concentratevi troppo sui problemi esteriori, permettete soltanto a voi stessi di provare la rabbia e di riconoscere che essa è la vostra forza. Visualizzate un vulcano che esplode dentro di voi e vi riempie di forza e di energia.

La gente è spesso spaventata dalla propria rabbia: teme che la spinga a compiere qualche azione dannosa. Se provate tale paura, permettete a voi stessi di avvertirla completamente e di creare una situazione sicura dove poterla esprimere: da soli, oppure con un esperto o con un amico fidato.

Permettetevi di parlare ad alta voce o di vaneggiare, di scalciare o di urlare, o diventare collerici, di lanciare o di colpire cuscini, qualunque cosa vogliate fare.

Dopo aver fatto ciò in un ambiente sicuro (potreste aver bisogno di farlo regolarmente), non avrete più paura di compiere un atto distruttivo e sarete capaci di affrontare, in modo più efficace, le situazioni che vi si presenteranno.

Se siete una persona che nella sua vita ha provato e manifestato rabbia, dovete cercare il dolore che in essa si cela per esternarlo. State utilizzando la rabbia come meccanismo di difesa per negare la vostra vulnerabilità.

Per trasformare la rabbia in accettazione della vostra forza è importante che impariate a farvi valere. Imparate a chiedere ciò che volete e a fare ciò che desiderate senza essere indebitamente influenzati dagli altri.

Quando non disperderete più la vostra forza non proverete più rabbia.

L’accettazione delle nostre sensazioni è direttamente connessa’ con la nostra trasformazione in canale creativo. Se non permettete alle vostre sensazioni di fluire, il vostro canale sarà bloccato. Se avete accumulato molte emozioni avete dentro di voi molte voci urlanti e piangenti che non vi permettono di ascoltare la voce più sottile del vostro intuito.

Fonte: http://www.suonodiluce.com/pensiero/rabbia.htm

La rabbia

1 aprile 2009

Che cos’è la rabbia? La rabbia è una emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie psicologiche poiché per essa è possibile identificare una specifica origine funzionale, degli antecedenti caratteristici, delle manifestazioni espressive e delle modificazioni fisiologiche costanti, delle prevedibili tendenze all’azione. Essendo un’emozione primitiva, essa può essere osservata sia in bambini molto piccoli che in specie animali diverse dell’uomo.

Quindi, insieme alla gioia e al dolore, la rabbia è una tra le emozioni più precoci.
Essendo l’emozione la cui manifestazione viene maggiormente inibita dalla cultura e dalle società attuali, molto interessanti risultano gli studi evolutivi, in grado di analizzare le pure espressioni della rabbia, prima cioè che vengano apprese quelle regole che ne controllano l’esibizione. Inoltre, la rabbia fa parte della triade dell’ostilità insieme al disgusto e al disprezzo, e ne rappresenta il fulcro e l’emozione di base.

Tali sentimenti si presentano spesso in combinazione e pur avendo origini, vissuti e conseguenze diverse risulta difficile identificare l’emozione che predomina sulle altre. Moltissimi risultano essere i termini linguistici che si riferiscono a questa reazione emotiva: collera, esasperazione, furore ed ira rappresentano lo stato emotivo intenso della rabbia; altri invece esprimono lo stesso sentimento ma di intensità minore, come: irritazione, fastidio, impazienza.

Da dove nasce la rabbia?
Per la maggior parte delle teorie la rabbia rappresenta la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica.
Pur rappresentandone i denominatori comuni, la costrizione e la frustrazione non costituiscono in sé le condizioni sufficienti e neppure necessarie perché si origini il sentimento della rabbia. La relazione causale che lega la frustrazione alla rabbia non è affatto semplice. Altri fattori sembrano infatti implicati affinché origini l’emozione della rabbia. La responsabilità e la consapevolezza che si attribuisce alla persona che induce frustrazione o costrizione sembrano essere altri importanti fattori.

Ancor più delle circostanze concrete del danno, quello che più pesa nell’attivare una emozione di rabbia sembra cioè essere la volontà che si attribuisce all’altro di ferire e l’eventuale possibilità di evitare l’evento o situazione frustrante.
Insomma ci si arrabbia quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno, soprattutto quando viene percepita l’intenzionalità di ostacolare l’appagamento.

Contro chi ci si arrabbia?
L’emozione della rabbia può essere quindi definita come la reazione che consegue ad una precisa sequenza di eventi

  • stato di bisogno
  • oggetto (vivente o non vivente) che si oppone alla realizzazione di tale bisogno
  • attribuzione a tale oggetto dell’intenzionalità di opporsi
  • assenza di paura verso l’oggetto frustrante
  • forte intenzione di attaccare, aggredire l’oggetto frustrante
  • azione di aggressione che si realizza mediante l’attacco

Questo è quello che avviene in natura, anche se l’evoluzione sembra aver plasmato forti segnali che inducono la paura e di conseguenza la fuga, impedendo cosi l’aggressione dell’avversario. Nella specie umana, di solito, si assiste non solo ad una inibizione della tendenza all’azione di aggressione e attacco ma addirittura al mascheramento dei segnali della rabbia verso l’oggetto frustrante. Nella specie umana, la cultura e le regole sociali a volte impediscono di dirigere la manifestazione e l’azione direttamente verso l’agente che scatena la rabbia.

Tre possono quindi essere i fondamentali destinatari finali della nostra rabbia:

  • oggetto che provoca la frustrazione
  • un oggetto diverso rispetto a quello che provoca la frustrazione (spostamento dall’obiettivo originale)
  • la rabbia può infine essere diretta verso se stessi, trasformandosi in autolesionismo ed auto aggressione.

Come il corpo manifesta la rabbia?
Per quanto siano estremamente forti le pressioni contro la manifestazione della rabbia, essa possiede una tipica espressione facciale, ben riconoscibile in tutte le culture studiate. L’aggrottare violento della fronte e delle sopracciglia e lo scoprire e digrignare i denti, rappresentano le modificazioni sintomatiche del viso che meglio esprimono l’emozione della rabbia. Tutta la muscolatura del corpo può estendersi fino all’immobilità.
Le sensazioni soggettive più frequenti possono essere: la paura di perdere il controllo, l’irrigidimento della muscolatura, l’irrequietezza ed il calore. La voce si fa più intensa, il tono sibilante, stridulo e minaccioso.

L’organismo si prepara all’azione, all’attacco e all’aggressione.Le variazioni psicofisiologiche sono quelle tipiche di una forte attivazione del sistema nervoso autonomo simpatico, ossia: accelerazione del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa e dell’irrorazione dei vasi sanguigni periferici, aumento della tensione muscolare e della sudorazione. Gli studi sugli effetti dell’inibizione delle manifestazioni aggressive sembrano indicare che chi non esprime in alcun modo i propri sentimenti di rabbia tende a viverli per un tempo più lungo .

Quali sono le funzioni della rabbia?

Le modificazioni psicofisiologiche che si manifestano attraverso la potente impulsività e la forte propensione all’agire con modalità aggressive sono funzionali alla rimozione dell’oggetto frustrante . La rabbia è sicuramente uno stato emotivo che aumenta nell’organismo il propellente energetico utilizzabile per passare alle vie di fatto, siano queste azioni oppure solo espressioni verbali. La rimozione dell’ostacolo che si oppone alla realizzazione del bisogno può avvenire sia attraverso l’induzione della paura e la conseguente fuga sia mediante un violento attacco.

Le numerose ricerche compiute sui comportamenti di specie diverse dall’uomo, hanno dimostrato che l’ira e le conseguenti manifestazioni aggressive sono determinate da motivi direttamente o indirettamente legati alla sopravvivenza dell’individuo e delle specie. Gli animali spesso attaccano perché qualcosa li spaventa oppure perché vengono aggrediti da predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, per cacciare un intruso dal territorio o per difendere la propria prole.

Negli uomini invece, i motivi alla base di un attacco di rabbia riguardano maggiormente la frustrazione di attività che erano connesse con l’immagine e la realizzazione di sé. Lo scopo in questo caso sembra più rivolto a modificare un comportamento che non si ritiene adeguato. L’arrabbiarsi, motivando chiaramente le motivazioni dello scontento, sembra infatti essere una procedura per ottenere un utile cambiamento.

http://www.benessere.com/psicologia/emozioni/la_rabbia.htm

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