Posts Tagged ‘relazione’

D’estate si scatenano le cinquantenni

11 agosto 2010

Uomini attenti: sotto il solleone estivo le donne, soprattutto cinquantenni, vogliono mettere alla prova il proprio sex appeal e non escludono il tradimento.
Cervi a primavera? Forse, ma certamente il rischio è maggiore d’estate, perché è proprio la stagione calda a favorire le occasioni di tradimento da parte del gentil sesso: « In estate le ore di luce sono maggiori e ciò influisce sull’umore, si ha più voglia di stare all’aperto e le opportunità di incontro aumentano La frequentazione di posti all’aperto, la vista di corpi scoperti e abbronzati stimola notevolmente il desiderio» spiega la dottoressa Elena Sorrento, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa.

E quando la pelle è più scoperta è aiutata anche la chimica della passione, i feromoni sono più facilmente percepibili dai sensi e danno vita a vere e proprie alchimie: « L’ormone principalmente imputato nel tradimento femminile è l’estradiolo, ribattezzato Marilyn Monroe. Elevati livelli di quest’ormone rendono le donne più attraenti e seducenti» conferma la sessu
Il tradimento d’estate è donna e ha soprattutto cinquant’anni. A a questa età, infatti, in lei aumenta la voglia di avventure. Il perché non è così difficile da intuire: « Mariti spesso troppo distanti sia fisicamente sia psicologicamente, il bisogno di sentirsi sempre attraenti, di suscitare interesse, di avere conferme su se stesse e recuperare l’autostima minacciata dall’età, in una società che non concede segni di cedimento» spiega la Sorrento.

Uomini attenti quindi a quando la moglie va in vacanza: potrebbe cedere a una tentazione, convinta che non le capiterà mai più, oppure potrebbe diventare una vera e propria traditrice compulsiva, per la quale ogni occasione è buona o arrivare, addirittura, a portare avanti più storie contemporaneamente. Cose da uomini? Forse, ma « Il tradimento femminile non è più dettato solo dall’innamoramento ma anche dal puro piacere di vivere una trasgressione» avverte la psicologa.

Fonte: http://www.sanihelp.it

Bibliografia

La natura del desiderio

31 marzo 2010

È indispensabile riflettere sulla natura del desiderio. Una relazione sana e feconda può naturalmente comprendere la componente sessuale.  Il desiderio implicito può essere di natura buona o cattiva.  Se è insaziabile, nutrito di fantasie e chimerico, se nasce dalla passione senza avere nulla a che fare con la realtà sarà all’origine di numerose sofferenze.

Ma il desiderio disciplinato dalla ragione e dall’intelligenza si rivela invece molto più positivo. All’inizio di una relazione è fondamentale riflettere sulla natura del desiderio per non provocare frustrazioni troppo profonde. Il desiderio sessuale cerca la soddisfazione attraverso il possesso dell’altro. Si affievolisce o si esaurisce piuttosto in fretta quand’è appagato o quando, con il passare del tempo, le attrattive del partner diminuiscono.

L’emozione degli inizi viene meno per lasciare il posto a una reciproca incomprensione. Si scopre la vera natura dell’altro, fino a quel momento nascosta dal desiderio. Per questo tanti matrimoni falliscono e scoppiano litigi e rancori.

Una relazione di coppia basata soltanto sul desiderio carnale e il piacere ha, come abbiamo visto, poche possibilità di durare nel tempo. A volte, tuttavia, il desiderio è talmente forte da nascondere la realtà, facendo dimenticare che l’altro non potrà rendervi felici.

Pur essendone intimamente coscienti, non se ne tiene conto, mentre la verità è pronta a riprenderci da un momento all’altro, spesso quand’è troppo tardi. La passione e il desiderio sono emozioni che, come la rabbia o l’odio, possono arrivare a dominare un individuo, renderlo folle e fargli commettere molti errori. (…)

I rapporti di coppia stabili e duraturi si fondano su una comunicazione vera e onesta, nella quale non predomina l’attrazione carnale. La bontà, la dolcezza, la gentilezza, l’altruismo, il senso di responsabilità uniscono reciprocamente l’uomo e la donna in un legame autentico. I partner si stimano e hanno fiducia l’uno nell’altro, si rispettano e si dimostrano tolleranti e pazienti. I loro rapporti si basano sul senso di responsabilità e sull’impegno reciproco.
(Oriana Fallaci)

Fonte: http://www.pomodorozen.com

Stare da soli

10 marzo 2010

La capacità di stare soli non va confusa con l’accettazione passiva della solitudine, ma riguarda la nostra capacità di relazionarci con noi stessi e con gli altri…

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto…”
(da Nessun uomo è un’isola di John Donne).

Siamo abituati a dare una connotazione esclusivamente negativa all’essere soli: pensiamo immediatamente, quasi in modo automatico, alla solitudine, a una condizione triste che ci ha sopraffatti. Ci ritroviamo in questo stato penoso senza la nostra volontà, senza esserne stati parte attiva, e pensieri di abbandono, a volte anche di fine, rendono estremamente difficile reagire a questa condizione.

La capacità di essere soli si riferisce ad una modalità più attiva di vivere la solitudine: una condizione positiva e piacevole, a volte anche ricercata, nella quale è pienamente presente la nostra capacità di incidere e di essere nel mondo con la nostra individualità e creatività. In questa capacità ci differenziamo per il grado e il tempo in cui l’abbiamo acquisita.

Siamo soliti sentir dire che la capacità di godere della solitudine sia una conseguenza dello star bene con se stessi, come se lo star bene con se stessi sia qualcosa che possiamo acquisire magicamente e per di più da soli, con l’ausilio dell’autosuggestione o magari esercitandoci, così come un tempo abbiamo fatto per apprendere la matematica o un’abilità sportiva. Il presupposto, per chi la pensa così, è che dobbiamo convincere noi stessi di essere perfetti e quindi eliminare le nostre incertezze o i nostri falsi costrutti. Dunque dobbiamo bastare a noi stessi! In realtà, le cose non stanno proprio così: nessuno di noi è perfetto e lo sappiamo.

La difficile capacità di star soli e di godere della solitudine si forma nel primo periodo di vita, in compagnia di qualcuno che è in una speciale sintonia “con noi”; così come, per alcuni adulti può diventare una conquista, attraverso l’esperienza di una relazione altrettanto speciale.

Spesso, nel mio lavoro di psicoterapeuta, mi sono trovata di fronte a persone che pur nella loro unicità, originalità e differenza, mi hanno presentato, sotto svariate forme, la stessa incapacità di star soli. Questa difficoltà, che emerge con il lavoro analitico e che a volte si palesa chiaramente in seduta con il disagio di vivere il silenzio con il proprio psicoterapeuta, è quasi sempre la responsabile di scelte sbagliate, di vite non vissute e imbrigliate nella coazione di comportamenti errati e improduttivi.

La difficoltà di stare soli è il termometro della nostra “maturità affettiva” e tanto ha a che vedere con tutte le nostre relazioni: se non siamo capaci di vivere serenamente e fruttuosamente il nostro star soli, anche il più saldo dei legami, prima o poi, sarà minacciato e ne subirà conseguenze negative. Se tanto ci preme la nostra vita sentimentale e lavorativa, invece di ricorrere a facili ricette, dovremmo capire il perché fuggiamo, o viviamo tanto male, quella condizione ideale per ritrovare noi stessi.

Ciò che occorre è la consapevolezza del perché fuggiamo in continuazione nell’impossibilità di fermarci a riflettere, del perché passiamo da una relazione ad un’altra senza soluzione di continuità, del perché mettiamo in moto tensioni di coppia pressando e interpretando i silenzi del partner, del perché non sappiamo ritrovare piacevolmente noi stessi e la nostra separatezza dopo esserci fusi con il nostro partner.

Dobbiamo chiederci come mai i nostri figli adolescenti siano oggi così vulnerabili all’alcool e alle droghe, come mai provano quel senso di vuoto e quella noia che li porta a distruggersi, come mai crescere tra scuola, doposcuola, ripetizioni, nuoto, palestra, diete, danza, scherma, piscina, karate e chi più ne ha più ne metta, non dà loro quella disciplina e quella forza per resistere.

Dobbiamo chiederci perché quando hanno potuto fermarsi, hanno dovuto cercare altri stimoli; perché gli stessi ragazzi, avvezzi a cose da grandi quando sono fuori casa, di notte non riescono a dormire nel proprio letto ma vanno nel lettone a dormire con mamma che con molte probabilità è separata da papà; come mai il proseguimento di quelle giornate nelle quali sono cresciuti, scandite di soli impegni frenetici fino a cena, ha generato certi comportamenti e l’incapacità di abbandonarsi al sonno da soli.

Direi che su questi importanti temi ci sia molto da discutere con umiltà, autocritica e desiderio di conoscere la realtà che ci circonda.

Come ha scritto Winniccott “la forma più raffinata della capacità di godere della solitudine si forma nel primo periodo di vita” e consegue all’esperienza della “consapevolezza della continuità dell’esistenza di una madre attendibile” ovvero alla costruzione della fiducia nell’esistenza di un ambiente benigno nella propria realtà psichica. Se questa esperienza non è stata corretta e sufficiente, probabilmente ci troveremo ad affrontare le difficoltà su esposte ed a far parte di quella grande popolazione di persone che soffre al solo pensiero di rimanere sola per un po’.

Ma non c’è da disperarsi e da continuare a star male perché, anche in età adulta, se siamo supportati da una buona motivazione, se davvero vogliamo essere più consapevoli di noi stessi, delle nostre difficoltà e dei nostri comportamenti, è possibile migliorare e cambiare. La capacità di star soli si acquisisce in presenza di qualcun altro, così come un tempo avrebbe dovuto accadere con un buon ambiente di sostegno, quindi è dalla relazione stessa che gradualmente ci si arriva, ma deve essere una relazione particolare, una relazione di fiducia, magari quella che si crea nello studio con il nostro psicoterapeuta o con una persona o un ambiente speciali.

di De Montis Maria Cristina

Fonte: http://www.nonsoloanima.tv

Gelosia

5 marzo 2010

Cos’è la gelosia?

Da un punto di vista etimologico, il termine proviene dal latino “zelus” e significa zelo, cura scrupolosa. Per le nostre nonne le gelosie erano i battenti delle finestre che avevano  ovviamente  il compito di proteggerle da sguardi indiscreti.
Nell’accezione più comune la gelosia è però uno stato emotivo determinato dal timore, fondato o meno, di perdere la persona amata e caratterizzato dalla paura e dal sospetto che questa rivolga altrove il suo interesse, con la conseguenza che si sviluppino odio e aggressività nei confronti del rivale vero o presunto.

La gelosia non è un fenomeno “anormale”, né tanto meno una malattia, ma può diventarlo. Per alcuni è un fastidio, una sottile sensazione di disagio, per altri un’ossessione. A volte è un bisogno, una dipendenza.
Nella nostra cultura, la gelosia, al di là della sua connotazione negativa, è approvata, in quanto pare garantire la presenza di affetti legittimi, primo fra tutti l’amore: chi ama davvero deve essere geloso!

Ritroviamo il “dramma della gelosia” in letteratura, in musica, nel cinema, nelle arti figurative, addirittura nella giurisprudenza che sembra giustificarla e compatirla attribuendo un significato “onorevole” ai suoi delitti.
Esistono comunque diversi livelli di gelosia:

1. Il desiderio di tenere a sé la persona amata
2. La gelosia che porta a continue verifiche sulla vita del partner
3. La gelosia ossessiva:  proiezione della propria infedeltà o insicurezza sull’altro.
4. La gelosia delirante

Psicologia e gelosia

Sigmund Freud, distingue tre diverse forme di gelosia, la cui caratteristica comune è l’ambivalenza, la contemporanea presenza cioè, di sentimenti di amore ed aggressività rivolti verso la stessa persona:

1.   La GELOSIA COMPETITIVA o NORMALE, essenzialmente composta da dolore, afflizione, provocati dalla convinzione di aver perduto 1’oggetto d’amore, da sentimenti ostili verso il più fortunato rivale, da una dose più o meno grande di autocritica che tende ad attribuire a se stesso la responsabilità della perdita amorosa. Infine da sentimenti ostili verso il rivale e da una dose più o meno grande di autocritica.

2.    La GELOSIA PROIETTIVA, che deriva, sia nell’uomo che nella donna, dall’infedeltà che essi stessi hanno attuato nella vita o da spinte verso l’infedeltà che sono state rimosse. La fedeltà, nei rapporti di coppia può essere mantenuta solo a patto di resistere a continue tentazioni. Colui che avverte in sé 1’esistenza di queste tentazioni attuerà un meccanismo inconscio per alleviare il proprio disagio: proietterà sull’altro le proprie tendenze all’infedeltà.

3.    La GELOSIA DELIRANTE, caratterizzata dalla convinzione, di solito priva di fondamento reale, dell’infedeltà del proprio partner, e da conseguenti reazioni comportamentali nei confronti di quest’ultimo e dei suoi presunti amanti. Manifestazione caratteristica di questo tipo di gelosia è l’affannosa ricerca di indizi che provino l’infedeltà. Anche il delirio di gelosia per Freud è determinata da tendenze all’infedeltà che sono state rimosse ma gli oggetti di queste fantasie sono dello stesso sesso del soggetto. La gelosia delirante corrisponde ad una forma di omosessualità che da latente comincia a cercare la sua strada. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte essa può essere descritta mediante la formula: “Non sono io che lo amo è Lei che lo ama”.

La gelosia patologica

La gelosia di per sé, non è patologica, ma può diventarlo, se espressa e percepita nella sua forma più estrema, trasformandosi in gelosia ossessiva o delirante. Il delirio di gelosia, come riportato dal DSM IV TR, consiste nella convinzione di essere traditi dal proprio partner distinguendosi in tal modo dalla gelosia caratterizzata dal timore di tradimento, ma non dalla certezza che esso si sia consumato.

Nello specifico, la gelosia patologica è uno dei sottotipi del Disturbo Delirante riportati dal DSM–IV-TR. Tale sottotipo si applica quando il tema centrale del delirio della persona è la convinzione che il proprio coniuge o amante sia infedele; convinzione che non si basa su un motivo accertato, ma su deduzioni non corrette, supportate da piccoli indizi interpretati come prove evidenti, allo scopo di giustificare il delirio. Di solito, il soggetto con il delirio cerca il confronto con il partner, e tenta di intervenire contro l’infedeltà immaginaria , ricorrendo a diverse strategie; ad esempio limitando l’autonomia del partner, seguendolo e pedinandolo, investigando sul presunto amante, fino ad arrivare nei casi estremi ad attaccare fisicamente il proprio partner, sfociando in alcuni casi nel cosiddetto “delitto passionale”, di cui la gelosia sembra essere la causa più frequente.

Personalità del partner geloso

Il senso di proprietà, il bisogno di controllare, la paura dell’abbandono sono le principali caratteristiche della gelosia. A molti queste caratteristiche sono state trasmesse in famiglia.
La madre è gelosa del figlio dal momento del parto; il figlio, nascendo, non sarà più solo suo. Il padre, allo stesso tempo, vede nel figlio il tradimento della moglie. Si sente abbandonato, messo da parte, in quanto tutte le attenzioni sono rivolte al nuovo arrivato.
Il bisogno che spesso sottende la gelosia è un bisogno di esclusività; il bisogno di un legame che ci faccia sentire importanti perché unici, un legame senza cui l’altro non potrebbe vivere. In questo caso non importa se 1’intruso provochi una effettiva riduzione del tempo, dell’affettività, dell’amore: ogni intrusione in sé rappresenta una effettiva limitazione nel rapporto.

Lo si vede nelle relazioni in cui un partner, spesso per senso di colpa, ricopre 1’altro di regali e attenzioni pur coltivando un legame con una terza persona. Anche nel caso in cui l’ammontare complessivo delle risorse affettive venga distribuito in maniera da accontentare tutti, la perdita dell’esclusività sarà ritenuta comunque di importanza capitale.
Il discorso sulla esclusività non ci porta molto lontano da quello sulla proprietà, la possessività, 1’attaccamento. Usiamo la proprietà per soddisfare i nostri bisogni.

La proprietà è anche alla base dell’orgoglio e della vanità: siamo orgogliosi di ciò che effettivamente ci appartiene, siamo vanitosi per il semplice fatto di possedere qualcosa. A rendere tanto precario il possesso di una persona è il fatto che la persona che crediamo di possedere ha il potere di andare via, di abbandonarci, di lasciarci, di decidere di appartenere a qualcun altro, o semplicemente di decidere.

Caratteristica di base del soggetto geloso è il bisogno di controllare. Esistono due aspetti del controllo. Il primo riguarda le persone che, anche in condizioni di stabilità e al di fuori di una situazione di pericolo incombente hanno bisogno di conservare la supremazia e un rigoroso controllo sulla loro relazione. Tali soggetti tendono a reagire vivacemente nei confronti di ogni intrusione che ne minacci il controllo. L’altro aspetto del controllo riguarda la reazione nei confronti di una minaccia attuale. Alle volte è proprio il partner minacciato ad assumere per primo l’iniziativa (pur di controllare la situazione) e spingere l’altro al tradimento (“tanto prima o poi mi tradirà”).

Gelosia e aggressività

Spesso, purtroppo, la gelosia degenera in emozioni ancora più negative come la rabbia, l’ira. Per gelosia si uccide, non dimentichiamo il delitto d’onore o il delitto passionale. Secondo alcuni autori quando aumenta a dismisura l’intensità di un “attacco” di gelosia si compiono azioni disdicevoli poiché si perde il controllo. Non il controllo di sé, ma quello dell’altro, della relazione, della situazione. L’aggressività è una delle reazioni possibili allo scatenarsi della gelosia. Il partner geloso può aggredire il compagno/a nel tentativo di difendere qualcosa su cui sente di stare perdendo il controllo.

L’aggressione può manifestarsi in tanti modi, anche nascondendo la gelosia stessa attraverso litigi che sembrano insignificanti, ma che si trasformano in potenti bombe…. Con l’aggressione si cerca, consciamente o meno, di far sentire in colpa il partner per poterlo manipolare e riportare sui binari che vorremmo. In realtà il partner potrebbe reagire in modo completamente diverso, ad esempio potrebbe allontanarsi oppure potrebbe accadere che si stabilisca nella coppia un circolo vizioso in cui il litigio si perpetua, e diventa il fulcro intorno a cui si organizza il rapporto.

Fonte: http://www.feritedamore.it

Bibliografia

Hpj-spage – Spada che Taglia la Gelosia

La Gelosia

Gelosia

Tradimento

19 febbraio 2010

Tradire vuol dire travisare, falsare, ingannare, ma può anche avere il significato opposto di svelare, far conoscere, palesare. Si può forse ravvisare un minimo comune denominatore in questi due significati antitetici se si pensa che ogni traditore vive in uno stato di ambivalenza, di indecisione.

L’esperienza del tradimento permea la nostra esistenza, come connotato naturale del vivere e dell’evolversi, ed è un evento che tutti continuamente sperimentiamo, sia perpetrandolo, sia subendolo. Ci accompagna sin dal momento della nostra nascita, quando nostra madre, che fino a un momento prima ci aveva protetti nel suo grembo ovattato, ci espelle nel caos del mondo.

“Nasciamo traditi” – diceva Aldo Carotenuto. Sin da allora, per tutto il corso della nostra crescita apprenderemo dolorosamente quanto il nostro corpo e la nostra mente siano separati dai nostri genitori, i primi destinatari del nostro amore, e quanto progressivamente dovremo allontanarci da loro. Tuttavia quando ci si avvicina ad uno stato così intenso nasce anche la paura che all’interno di un rapporto così avvolgente, possiamo finire col perdere noi stessi, sentirci schiacciati. Il tradimento è spesso una manifestazione di questa paura, un tentativo di emanciparsi da qualcosa (l’amore)  che ci sottrae  libertà  individualità.

Identikit del traditore

Si  tradisce perché non si riesce a risolvere una personale incoerenza, l’ambiguità di un sentimento. Il traditore non riesce a sentirsi a suo agio se si trova “tutto intero” in  una certa relazione, in un impegno, in un’amicizia, perché sente il rischio di essere bloccato e costretto dentro una situazione che lo schiaccia.

Non riuscendo a superare l’incoerenza, incapace di mettere d’accordo le varie parti contrastanti di sé, allora, dà voce ora all’una ora all’altra, ora negando una parte e affermando l’altra, ora dando sfogo all’altra negando la prima. La necessità di ingannare la persona che si ama implica che si debbono integrare certi aspetti della propria personalità.

Amore e tradimento

Amore e tradimento sono due termini apparentemente reciprocamente escludentisi. In realtà ad un’analisi più attenta risulta che tra questi due termini vi sia una relazione di necessità e di interdipendenza. L’Amore è, soprattutto, un termine difficile da definire. Parliamo sempre d’amore: amore per Dio, amore per gli animali, amore per il denaro, amore per il cibo, amore per la patria, amore materno.

Amor proprio e “amor che a nullo amato amar perdona” l’amore che ci prende e ci coinvolge, che ci sconvolge e ci spinge verso un altro essere umano con la definizione di Dante che ne mostra la crudezza. L’amore è anche crudele. Ma sempre e in ogni caso quando parliamo d’amore facciamo riferimento ad uno speciale investimento energetico, libidico e vitale verso l’oggetto d’amore. Del tradimento invece cogliamo più facilmente una maggiore specificità in quanto esso definisce l’azione con la quale l’amore si trasforma e si trasferisce da un oggetto ad un altro.

Anche se spesso il tradimento viene vissuto come la distruzione dell’amore in realtà esso rappresenta il motore della sua trasformazione. Non sempre, tuttavia, le emozioni negative ad esso legate  sono dovute al comportamento del partner traditore. Spesso, infatti, il tradito ce l’ha con se stesso: per non essere abbastanza amabile, per essersi  lasciato ingannare, per non aver capito, per non aver dato  abbastanza e per mille altri motivi.  E forse non ha tutti i torti. Qualcuno ha detto: ” se in una coppia uno dei due partner tradisce probabilmente è “malato” ma il virus sta nell’ altro”. Non è vero sempre… ma spesso!!

Il tradimento nella coppia

Tutti noi possiamo riconoscerci nella fantasia del principe azzurro, quel principe che porrà fine alla nostra angoscia di separazione, il principe o la principessa che sposeremo. Molti restano a lungo, qualcuno per sempre, nella fantasia di un tale incontro. L’aspirazione, inconscia, è il ripristino dello stato simbiotico originario, lo stato di beatitudine legato alla fusione del bambino con il corpo materno. Risulta in realtà altamente pericoloso concedere credito all’illusione di poterci fondere ad un altro. Se in ciò consiste la nostra felicità saremo inevitabilmente delusi.

L’aspettativa non può reggere ed inevitabilmente ci troveremo di fronte ad una delusione con conseguente colpevolizzazione dell’altro che “non ci ha dato abbastanza”. Questa operazione ci consentirà di attribuire all’inadeguatezza dell’altro il nostro fallimento. L’altro diventa colpevole, ma noi cosa gli chiedevamo? Di rappresentare un’illusione! Proviamo a pensare al matrimonio. Il vivere con una persona spesso è vissuto come un mezzo più che come un fine. In genere si ha poco interesse per la soggettività dell’altro, si ha poca curiosità per l’altro che appare interessante solo nella misura in cui corrisponde all’idea di lui che ci eravamo “costruita”.

L’altro ce lo eravamo “inventato” gia da tempo proprio come i nostri genitori avevano “inventato” noi. Nel momento in ci lo conquistiamo, nel momento in cui conquistiamo l’oggetto del desiderio non pensiamo al suo vero mondo alla sua realtà di soggetto ma a come risponde ai nostri bisogni e a quanto “entra” nel nostro mondo, nella nostra realtà. Il partner ovviamente cadrà nello stesso meccanismo e vivrà la stessa frustrazione. Un’altra mistificazione cha accompagna la vita di coppia è legata al mito della sincerità. Ci facciamo carico di un dovere di trasparenza come se l’intimità implicasse l’espressione di ogni elemento della nostra interiorità, sia esso un pensiero, una fantasia, una debolezza, la noia che pure fa parte della vita.

In molti casi un’apertura eccessiva genererebbe solo danni. Ancora una volta, paradossalmente, l’idealizzazione dell’amore significa di fatto il suo tradimento. Il rispetto e l’amore per l’altro, la preoccupazione morale nei suoi confronti impongono una certa distanza. Il desiderio di condividere tutto con l’altro, anche gli aspetti più intimi e privati, non è altro che il desiderio di ripristinare il rapporto con nostra madre. Per “saziare” questi bisogni molte coppie vedono il matrimonio come un punto d’arrivo. Se ci si provasse a considerarlo invece come un punto di partenza forse le cose sarebbero più semplici e la coppia avrebbe maggiori possibilità di sopravvivenza poiché qualsiasi rapporto che si configuri come cammino non può sottrarsi ad una naturale evoluzione.

Quando tradire fa bene (il tradimento come recupero di Sé)

Un sondaggio realizzato dalla rivista cattolica “prospettive nel mondo” presso un centinaio di parroci che hanno assolto in confessione fedifraghi ed adultere, rivela che per un 18% di uomini che hanno confessato il proprio tradimento c’è un 31% di donne che sono state assolte per l’identico peccato. Può anche darsi che le donne si confessino di più, ma che dire allora del famoso rapporto Kinsey che tra gli anni 40 e 50 con grande scandalo dell’opinione pubblica catalogava come infedeli un terzo degli americani che oggi hanno una relazione extraconiugale almeno nel 70% dei casi?

Un recente sondaggio ha rivelato che otto italiani su dieci non credono più alla fedeltà e se a questo si aggiunge che solo il 33,1% delle donne è soddisfatto del proprio partner mentre ad essere contento “solo in parte” è il 58,1% si fa presto a fare due più due… E’ inutile dire che ci sono tradimenti che fanno bene alle coppie perché risolvono problemi di desideri sessuali: lo sanno tutti. Ma forse è altrettanto noto che secondo ben due ricerche, una americana, e l’altra tedesca, la trasgressione sessuale, purché vissuta con gioia, può essere un toccasana per la salute. Con questa teoria Raffaele Morelli, medico- psichiatra, insieme agli psicologi che lavorano con lui ha presentato qualche tempo fa una ricerca sul tema: “Infedeltà.

Quando tradire fa bene alla salute”. Morelli ritiene che l’incidenza di malattie psicosomatiche su chi tradisce il proprio partner senza sensi di colpa è quasi nulla. Non solo: chi tradisce un compagno abituale non per vendetta ma per scelta, forse attraverso un processo lento e faticoso, lo fa perché sa di avere dentro qualcosa che il partner non lascia libero, qualcosa che viene spesso soffocato. Se la propria fantasia e il proprio mondo interiore non sono lasciati liberi, è sano trovare un canale per esprimerli.

di Marinella Cozzolino

Fonte: http://www.feritedamore.it

Bibliografia

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