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Vita di coppia

20 novembre 2009

Crescere insieme nel rapporto di coppiaLa coppia, Gioie e dolori della vita di coppia, innamoramento, odio, tradimenti. Ne abbiamo parlato con la D.ssa Mazzilli – psicologa e psicoterapeuta – cercando di porle alcune delle domande sulla coppia che più spesso ci vengono inviate dalle nostre lettrici.

L’innamoramento. C’è che dice che l’innamoramento sia una fase quasi ‘patologica’, durante la quale si possono fare cose, prendere decisioni, che in condizioni ‘normali’ non prenderemmo. È così, almeno in parte? Cosa è l’innamoramento dal punto di vista dello psicologo? E’ affascinante pensare che ogni giorno incontriamo continuamente, al lavoro, al supermercato, persone che ci restano completamente indifferenti e che dimentichiamo rapidamente mentre, come per una magia, una in particolare si intromette prepotentemente nella nostra anima in un turbinio di emozioni che comunemente siamo abituati a chiamare innamoramento. Non importa la differenza d’età, il ceto sociale, il colore della pelle, l’attrazione amorosa ha la meglio su tutto come se il mondo intorno diventasse muto e a parlare fosse solo questa “persona speciale”.

Anche se ogni rapporto sembra nascere da una serie di coincidenze fortuite, ogni partner è già predisposto, a livello inconscio, a quel particolare incontro, incontra ciò che nel suo inconscio esiste già. Freud diceva che “trovare l’oggetto del desiderio, in realtà, vuol dire solo ritrovarlo”.

L’altro ci sembra così “familiare”, è come se ci si conoscesse da sempre e la scelta non è mai casuale: siamo attratti da quei modi di fare e di essere dell’altro che ci riconducono profondamente al primario rapporto d’amore con le figure genitoriali. Ognuno di noi è predisposto a riprodurre o al contrario a fuggire questa relazione primaria che ci ha segnato profondamente. La cosa interessante è che desideriamo qualcuno che rassomigli a ciò che vorremmo essere, come se fosse un riflesso di un’immagine positiva di noi stessi.

Una idealizzazione, (a volte una “sopravvalutazione”) del partner, una sorta di eccitazione irrefrenabile che scioglie l’ansia. Si crea così una fusione con l’altro e il confine tra l’Io e il Tu tende ad annullarsi: si diventa così “una cosa sola”. Chi non riesce a vivere questa euforia iniziale generalmente è sopraffatto dal timore di essere soffocato all’interno della relazione. Inoltre potremmo essere attratti da qualcuno che ci ricorda nostro padre o nostra madre, o meglio l’immagine che di loro abbiamo introiettato nell’inconscio: siamo attratti cioè dagli oggetti d’amore del passato che non possiamo più avere e dal desiderio inconscio che il partner ideale ci permetta di godere ancora ciò che ci hanno dato.

Come riusciamo a capire che è amore? Molti sono convinti che la fedeltà possa essere un elemento indispensabile, ma essa dipende dal temperamento della persona, riguarda la nostra etica, il rapporto con noi stessi, con il nostro corpo e la nostra mente. Altri sostengono di identificare l’amore vero dall’esistenza di attrazione sessuale, ma l’esperienza ci suggerisce che l’attrazione sessuale può finire e l’amore resistere nel tempo. La stima? Il rispetto? Importanti ma forse hanno poco da spartire con l’innamoramento. Innamorarsi vuol dire entrare in uno stato d’animo che sconvolge, che turba, che può creare ansia, rossori, palpitazioni, può far cambiare abitudini, modi di pensare, comportamenti.

Come capiamo quando siamo veramente innamorati? Quando dedichiamo tutte le energie nel tentativo di capire quale posto ognuno di noi occupa nella vita dell’altro e non riusciamo più a vivere se non abbiamo il partner al nostro fianco, quando cerchiamo continuamente le prove reali del fatto che ci ama, quando sentiamo forte la sua mancanza, e diventa l’unico che può colmare quel vuoto con la sua presenza. Essere innamorati vuol anche dire svegliarsi con quella sensazione di felicità e così anche avvenimenti come andare a lavoro o affrontare un esame difficile all’università acquisiscono un valore differente.

Si parla di coppia e chiaramente di intendono due persone. Ma siamo davvero monogami? O la monogamia è in un certo senso determinata dalla cultura occidentale e magari rafforzata dalla religione che la nostra cultura ha prodotto? E il tradimento? L’infedeltà è un evento molto doloroso che distrugge il patto di fiducia tra i due amanti, sconvolge gli equilibri che tenevano in piedi la coppia. Gli etologi sostengono che il maschio è istintivamente portato ad avere più rapporti per propagare la specie; per la psicoanalisi l’uomo ha bisogno di verificare continuamente la sua efficienza sessuale. La domanda arcaica che nasce da piccoli è: il mio pene funziona bene? I cosiddetti “traditori seriali” sono uomini profondamente insicuri e, con il continuo tradimento, cercano disperatamente la risposta a quel quesito che racchiude in sè un’angoscia più profonda, derivante dal confronto con la figura paterna idealizzata. Il tradimento è strettamente collegato ad una sofferenza: non è facile tradire senza somatizzare, senza provare ansia o senso di colpa.

Si ringrazia la Dott.ssa Mariacandida Mazzilli, psicologa, psicoterapeuta
www.psicologiadonna.it

Fonte: http://www.margherita.net/salute_donne/psicologia/rapporticoppia.html

Amicizia e Amore

31 ottobre 2009

Amicizia e AmoreL’amicizia è un sentimento che prende corpo su di una base emozionale. Impossibile che si instauri laddove non ci sia una corrente di emozioni che leghi due persone, od anche un uomo ed un animale. Proprio la profonda amicizia che lega spesso un essere umano ad un animale ci insegna quanto poco di intellettuale vi sia in una profonda amicizia e quanto invece vi sia di sentimentale, di profondamente emotivo. Si può perciò trattare di amicizia ponendola a confronto con altre due emozioni di altrettanto peso nelle relazioni umane: l’innamoramento e l’amore.

L’innamoramento è passione e sofferenza e tutto questo perché l’innamoramento nasce nella solitudine, senza reciprocità, senza la minima certezza che l’innamoramento possa mai trovare corresponsione. L’innamoramento porta a trasfigurare la persona amata, a divinizzarla, ma tutto ciò sempre in una sfera di intima solitudine. L’innamorato non corrisposto deve compiere violenza su se stesso per liberarsi di quell’innamoramento: uno sforzo simile a quello conosciuto da chi si ritrova nella triste situazione di dover elaborare la perdita di un amore corrisposto. Tutte e due le situazioni hanno in comune un tratto di sofferenza solitaria.

Secondo Francesco Alberoni, che ha in più occasioni trattato di innamoramento, amore ed amicizia, l’amicizia ha invece orrore della sofferenza, la evita.
Ed è un punto sul quale ho più di una riserva.
Pur rispettando l’autorevolezza di Francesco Alberoni, trovo contraddittorio mettere prima su di un piano paritario amore (non innamoramento) ed amicizia per poi sostenere che nell’amicizia non possa trovar spazio la sofferenza, naturale contraltare di tutto ciò che comporta un flusso di emozioni. Si soffre perché si perde un oggetto a noi caro: figuriamoci se non si soffre per un’amicizia rotta o forzatamente separata.

L’amicizia, a differenza dell’innamoramento, ha una componente solitaria minima o addirittura inesistente. Difficile immaginare un’amicizia che sorga come passione individuale: sarebbe certamente un innamoramento. Ma così come l’innamoramento può essere causa di sofferenza anche nel momento in cui una coppia si separa, anche nell’amicizia la sofferenza per il distacco può essere pesante.

Probabilmente il cuore del ragionamento sta nel definire cosa sia davvero una autentica amicizia. Sin dalle antichità, da Aristotele a Tommaso d’Aquino fino a gran parte della sociologia contemporanea, il tema dell’amicizia ha ispirato molti pensatori. Un’ulteriore difficoltà sta nella disparità di concezioni d’amicizia che ancora oggi si leggono nei diversi tessuti sociali. Il sentimento dell’amicizia in Russia è assai diverso rispetto a quello diffuso nei paesi occidentali, vuoi anche per una certa cultura moraleggiante che ha influito non poco in occidente.

Per definizione l’amicizia è una relazione alla pari, fondata sulla stima reciproca, sulla disponibilità e sul rispetto. E sufficiente? Direi di no! Questa è la definizione di “conoscenza”. Stimare, essere disponibili e rispettare credo siano i presupposti per una vita di relazione pacifica con chiunque. Ma l’amicizia deve essere altro.

Potrei aggiungere che nell’amicizia deve configurarsi una certa confidenza, l’essere consapevoli di potersi fidare dell’amico. Ma la confidenza la si instaura anche con i fratelli, con persone che si giudicano affidabili per custodire un nostro pensiero od una nostra emozione intima. Non sempre ci confidiamo con persone che giudichiamo amiche; talvolta ci accontentiamo dell’affidabilità o dell’autorevolezza che essi rappresentano.

L’amicizia deve comportare qualcosa di più: un sentimento. L’amicizia è il desiderare la compagnia di quella persona; desiderare uno scambio di attenzioni con quella persona; desiderare insomma il bene di quella persona.
Ecco perché è plausibile accostarla all’amore, ed ecco perché trovo scorretto privare l’amicizia del potere di emozionare, anche nell’accezione di sofferenza.

L’innamoramento invece è un’altra cosa. E’ un percorso solitario, talvolta parallelo all’amicizia, spesso nascosto o semplicemente censurato. In questo senso ha forse ragione Alberoni. L’innamorato all’inizio soffre sempre; e spesso, purtroppo, tutto finisce lì!

Fonte: http://www.gremus.it/?q=node/1047

Single per scelta

23 febbraio 2009

single-woman-05Secondo il vocabolario della lingua italiana il termine single, che propriamente significa “singolo, solo”, indica, nel linguaggio giornalistico e sociologico, un uomo o una donna non sposati, o che comunque vivono da soli, per lo più per libera scelta.

In Europa il termine single indica lo stato libero, ha valore, quindi, di connotazione sociale: definire una persone single come “libera” porta quasi a considerare, concettualmente, come “legata, incatenata” la persona coniugata; negli Stati Uniti, invece, è semplicemente un dato di fatto.

Secondo l’Istat nel 1998 viveva da solo il 29,6% degli abitanti delle grandi città (Milano era la città con la percentuale più alta); negli Stati Uniti i singles sono addirittura 64 milioni. Si tratta di persone di una cultura e di un’estrazione sociale medio-alta e contraddistinti da una notevole mobilità lavorativa; la maggior parte di essi è soddisfatta della propria condizione e delle proprie scelte ed usufruisce di una folta e complessa rete sociale, spesso decisamente più ampia di quella che gravita attorno ad una coppia di coniugi.

Quello dei singles è ormai un autentico “fenomeno” sociale; basti pensare che sono addirittura nate delle associazioni quali la San Faustino Single Pride Association o l’Associazione Nazionale Italiana Singles che s’impegnano perché i singles possano adottare dei bambini, perché vengano assegnate anche a loro le case popolari, perché possano usufruire di sconti su alcune tasse o sui viaggi esattamente come le coppie.

Fra le motivazioni che sembrano essere alla base della “scelta” di rimanere da soli sono particolarmente frequenti il desiderio di poter usufruire al massimo della propria libertà e, quindi, la paura di perderla; la paura di impegnarsi e di assumersi delle responsabilità; le delusioni affettive precedentemente incontrate e il famoso “meglio soli che male accompagnati”.

Si potrebbero rintracciare, sulla base di queste diverse motivazioni, diverse tipologie di singles, con particolari caratteristiche di personalità e con una serie di esperienze di vita probabilmente vissute.

Ad una prima tipologia potrebbero appartenere tutti quegli uomini e quelle donne che hanno difficoltà ad instaurare un legame duraturo o, come spesso si dice, “serio” perché vivono con timore, se non con vero terrore, la possibilità di perdere la propria indipendenza, che sentono quindi un legame importante come una potenziale gabbia.

Sembra esservi in loro una certa difficoltà ad assumersi la responsabilità del rapporto, forse perché si tratta di persone un po’ viziate, che hanno difficoltà a dare e soprattutto a “darsi”.

Può trattarsi di persone tendenzialmente narcisiste, laddove per narcisismo non si intende certo quella coscienza di sé, quell’autostima, quel desiderio di essere riconosciuti come unici e importanti, che fanno parte della natura umana e che sono indispensabili per la costruzione di relazioni umane positive, soddisfacenti e mature.

Per narcisismo va inteso, in questo caso, un modo di essere tale che le relazioni instaurate sono essenzialmente immature, come se l’investimento della propria persona fosse così forte da rendere difficile l’investimento di una persona diversa da sé di altrettanta importanza.

Ora, se ciò mette certamente al riparo da atteggiamenti di abnegazione e di annullamento di sé che a volte sembrano caratterizzare un membro o i membri di una coppia, è anche vero che impedisce di vivere dei rapporti pieni e complessi.

Il timore che una relazione profonda possa togliere più che dare è in queste persone molto forte.

Ciò che sembra dominare è l’insofferenza nei confronti di quei compromessi che diventano necessari laddove, oltre al trasporto emotivo verso il partner, c’è anche la volontà, l’impegno ad alimentare, giorno dopo giorno, il proprio rapporto.

Come tutti sappiamo, dopo la prima, entusiasmante e travolgente, fase dell’innamoramento, bisogna fare i conti con la presa di coscienza non solo dei difetti del partner, ma soprattutto con l’idea che l’idillio tipico dell’innamoramento non dura per sempre e che è necessario un passaggio di qualità, quello verso l’amore.

Per persone innamorate più che altro dell’innamoramento e dell’idea dell’amore, questo passaggio può essere tutt’altro che naturale e facile.

Non bisogna però dimenticare come, per la realizzazione di un’affettività soddisfacente e matura, siano importanti anche i modelli familiari ricevuti. Se il modello familiare ricevuto è negativo, anche se a parole viene detto spesso: “Non ripeterò mai gli stessi errori commessi dai miei, mi creerò una famiglia più solida e felice”, è difficile non esserne influenzati.

Un esempio può essere quello di una famiglia fortemente matriarcale in cui la figura paterna è sullo sfondo: in una figlia, se da un lato, si crea una buona coscienza di sé come donna, dall’altro possono gettarsi le basi per una scarsa stima e considerazione dell’universo maschile; in un figlio, invece, potrebbero crearsi tutta una serie di profonde insicurezze (bassa autostima e debole consapevolezza di sé in quanto uomo) che si riflettono nei rapporti con l’altro sesso.

Un altro esempio può essere quello di una famiglia separata in cui non vi sia stata una matura gestione della situazione da parte dei genitori; i figli, usati spesso come terreno di ripicche, possono risentirne fortemente nello sviluppo della propria affettività e nella costruzione della propria idea di legame e famiglia.

Una seconda tipologia di single può essere rintracciata in tutte quelle persone che dicono di essere sole e di preferire la vita da single perché hanno sofferto molto per le relazioni precedenti e, come spesso affermano, sono deluse dall’amore.

Si tratta di persone che, poiché hanno amato e hanno sofferto, hanno paura della sofferenza e, di conseguenza, si impediscono di amare.

Alla base può esservi una personalità tendenzialmente dipendente, con una forte tendenza all’annullamento, all’abnegazione, al riconoscimento di sé solo sulla base del rapporto con l’altro, come a dire: “Io ho valore perché il mio partner mi attribuisce valore, o ancora, perché il mio partner ha valore”.

La perdita dell’oggetto d’amore va oltre il normale senso di lutto che caratterizza la fine di una relazione affettiva; la sensazione che si ha è quella che ad andare perduto non è solo la persona amata, ma anche se stesso, “se lui/lei non mi ama più non ho alcun valore, non esisto”.

A volte, invece, si tratta di persone piuttosto rigide, che, avendo sofferto molto in passato, si sono costruite una sorta di corazza che le difende dalla sofferenza.

Purtroppo, però, difendersi da tutto ciò che è potenzialmente fonte di dolore significa difendersi anche da tutte le possibili fonti di soddisfazione e gioia profonda.

Il mondo emotivo viene accantonato, ciò che domina è la razionalizzazione, ossia il dare una veste razionale a ciò che altrimenti sarebbe causa di frustrazione e sofferenza.

Tipico è l’esempio di un ragazzo che, rifiutato dalla ragazza che desidera, pensa e dice che in fondo non è poi così interessante; o, ancora, la donna che si convince che non era poi così tanto innamorata di quell’uomo, che sapeva dall’inizio che si trattava di una storia destinata a non durare a lungo.

In questo modo non solo viene resa la realtà più accettabile, ma si tutela la propria autostima e il proprio narcisismo. Talvolta, poi, tutta la propria energia emotiva viene spostata in altri settori, quello lavorativo ad esempio; il rischio è che si crei un meccanismo perverso per cui la propria affettività viene accantonata per buttarsi anima e corpo su un altro campo, con la probabile conseguenza di non riuscire più a trovare né il tempo, né la motivazione a creare delle relazioni soddisfacenti e profonde.

Si può poi rimanere schiavi di un’immagine di forza, distacco e razionalità, che poco spazio lascia all’emotività e, soprattutto al suo riconoscimento da parte propria e degli altri. Tipico è l’esempio di quelle donne in carriera che per anni hanno sacrificato la propria vita privata e che si ritrovano a quarant’anni a desiderare, com’è naturale del resto, di costruirsi una famiglia, di avere dei figli. In questo caso, comunque, entrano in gioco delle dimensioni che non sono più solo psicologiche, ma anche culturali e sociali.

Essere single, infatti, non significa necessariamente avere un approccio problematico nei confronti dell’altro sesso.

Se lo consideriamo in una dimensione sociale, diventa sinonimo di indipendenza, di capacità di gestire in libertà la propria affettività, la propria scelta di legarsi ad una persona o, al contrario, di rimanere soli per un po’, cogliendo stimoli e soddisfazioni da altre sfere della propria vita.

Ecco che essere single diventa una vera scelta non condizionata da gabbie psicologiche, tanto meno da stereotipi culturali; la scelta di non accontentarsi, la maturità sia di saper apprezzare la solitudine che di “sapersi dedicare” alla persona giusta, al momento giusto.

Questa possibilità di scegliere come gestire la propria vita sentimentale è certamente legata, soprattutto per quel che riguarda le donne, alla possibilità di poter gestire la propria vita sociale e professionale.

In passato, quando il ruolo e il “potere” della donna erano essenzialmente legati all’unione con un uomo e alla costruzione di una famiglia, quando bastava che si arrivasse senza marito ad una certa età per essere definite socialmente come “zitelle senza speranza”, le scelte delle donne erano notevolmente influenzate da aspettative sociali e culturali.

La stessa istituzione familiare è estremamente cambiata. Ora, se da un lato si è giunti simbolicamente e praticamente al venir meno del modello classico di famiglia e delle certezze che garantiva, dall’altro ciò va visto come una possibilità di trasformazione importante.

Oggi è possibile sperimentare legami diversi e diversi modi di vivere e, in tal senso, si può far riferimento alla possibilità attuale di poter interrompere un rapporto, di potersi separare e/o divorziare.

Se in passato la sola idea di interrompere un matrimonio era considerata assolutamente inconcepibile e si preferiva portare avanti un rapporto affidandosi al proprio “spirito di sacrificio”, ora, grazie ad una serie di cambiamenti istituzionali e sociali, non è più così difficile pensare che forse si è fatto uno sbaglio o ammettere che non ci sono più i presupposti perché il matrimonio duri ancora.

Anche una separazione può essere vista non più soltanto come un evento catastrofico, ma come un cambiamento, che, come tutti i cambiamenti, comporta una sofferenza e impone una messa in gioco della propria persona e del proprio modo di relazionarsi, ma consente anche una possibilità di crescita.

Forse tutta questa “libertà” di cui sembrano godere i singles può essere considerata come un modo più semplice di affrontare le sfide di ogni giorno (in fondo anche il rapporto con il partner può essere vista come una continua sfida contro la noia e la routine), forse si può tradurre in una non volontà di prendersi responsabilità importanti.

Ma, se usciamo dalla logica del dover fare ed entriamo in quella del voler e sentire di voler fare, ecco che la possibilità che oggi si ha di poter interrompere un legame, come anche di non averne, getta le basi per una gestione dell’affettività più libera, “sentita” e voluta.

Se si fa ciò che veramente si vuole e si sente di voler fare, se davvero si sceglie, non c’è spazio per frustrazioni o per rimpianti.

di Valeria Cappiello

Fonte: http://www.iissweb.it

Dipendenza in amore

11 febbraio 2009

love

“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.” (Robin Norwood)


La problematica della dipendenza affettiva è recente: nasce sull’onda del successo, negli anni ’70,di un libro della psicologa americana Robin Norwood “Donne che amano troppo”. Tracce di tale tipo di dipendenza si possono rinvenire anche prima, ad opera di altri studiosi. Lo psicanalista Fenichel nel 1945 nel libro Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amoredipendenti ad indicare persone che necessitano dell’amore come altri necessitano del cibo o della droga.

Nella dipendenza affettiva, l’amore verso l’altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, pur presentando, rispetto a quest’ultime una differenza sostanziale: essa si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.

Una premessa è d’obbligo: è normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell’innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di “fondersi coll’altro”, ma questo desiderio “fusionale” collo stabilizzarsi della relazione tende a scemare. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi ci si tende a “fondersi nell’altro”.

Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all’altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione “sana”. I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell’amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali “vuoti affettivi” dell’infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva non riese a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni, ci si “maschera” replicando antichi copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.

Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner “problematici”, portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, ecc…). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l’altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un’aiuto “malato” in cui si diventa “codipendenti”, anzi si rafforza la dipendenza dell’altro, perchè possa essere sempre “nostro”.

In questi casi la persona non è assolutamente in grado di uscire da una relazione che egli stesso ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, maliconia, idee ossessive. Quasi sempre c’e incompatibilità d’anima, mancanza di rispetto, progetti di vita diversi se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca

Chi è affetto da tale tipo di dipendenza s’identifica con la persona amata. La caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.I dipendenti affettivi sono ossessionati da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e durataura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura “amplificato”.

Non ci si rende conto che l’amore richiede onesta e integrità personale perché l’amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l’amore. Chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l’altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente sé stesso.

Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di sè, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità.

A questo riguardo Interessanti sono anche le considerazioni della psichiatria Marta Selvini Palazzoli. A suo parere quello che incatena nella dipendenza affettiva è l’Hybris, vale a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamo

Il già citato psicanalista Fenichel è del parere che gli amoredipendenti necessitano enormemente di essere amati nonostante abbiano scarse capicità di amare. Essi elemosinano continuamente dal aprtner maggior amore ottenendo, però il risultato opposto. Si legano a partner che considerano non adatti a loro, ma nonostante ciò li renda arrabbiati ed infelici non riescon a liberarsi di quest’ultimi.

La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fascie d’età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.Esse hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.

Attualmente, la dipendenza affettiva, non è stata classificata come patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici, come il DSM IV e si cerca di farla rientrare nei vari disturbi contemplati in essi, anche se ricerche svolte in questo campo, come quelle di Giddens, la considerano come un disturbo autonomo. Secondo quest’ultimo la dipendenza presenta alcune specifiche caratteristiche: L’”ebbrezza” (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione dei partner, che gli è indispensabile per stare bene). La “dose” – il soggetto affettivamente cerca “dosi” sempre maggiori di presenza e di tempo da spendere insieme al partner. La sua mancanza lo getta in uno stato di prostrazione. Il soggetto esiste solo quando c’è l’altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete.

L’aumento di questa “dose”non di rado esclude la coppia dal resto del mondo. Se la dipendenza è reciproca la coppia si alimenta di se stessa. L’altro è visto come un’ evasione, come l’unica forma di gratificazione della vita. Le normali attività quotidiane sono trascurate quotidianamente. L’unica cosa importante è il tempo trascorso con l’altro perché è la prova della propria esistenza, senza di lui non si esiste, diventa inimmaginabile pensare la propria vita senza l’altro. T

utto ciò rivela un basso grado di autostima, seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si è “lucidi” su questo tipo di relazione con l’altro, s’intuisce che la dipendenza è dannosa ed è necessario farne a meno.Ma subentra la considerazione di essere dipendenti e ciò rafforza il basso livello d’autostima personale e quindi spinge ancora di più verso l’altro che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere. Quindi ogni tentativo di riscatto dalla propria dipendenza muore sul nascere.

A queste caratteristiche comune a tutte le dipendenze, elaborate da Giddens, nè aggiungerei, un’altra, non presente nelle altre dipendenze: la PAURA. Paura ossessiva e fobica di perdere la persona amata, che s’alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo che si percepisce. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una telefonata per avere paura di un’abbandono definitivo.

Inoltre nel soggetto affetto da tale tipo di dipendenza è possibile rintracciare una sorta di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: “Non posso stare nè con tè, nè senza di tè”. “Non posso stare con tè” per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant’altro si subisce. “Non posso stare senza di tè” perchè è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.

Riepilogando i sintomi della dipendenza affettiva sono (l’elenco è lungi dall’essere esaustivo):

* Paura di perdere l’amore

* Paura dell’abbandono, della separazione

* Paura della solitudine e della distanza

* Paura di mostrarsi per quello che si è

* Senso di colpa

* Senso d’inferiorità nei confronti del partner

* Rancore e Rabbia

* Coinvolgimento totale e vita sociale limitata

* Gelosia e possessività

Concludere con una considerazione:

Un’amore autentico nasce dall’incontro fra due unità e non due metà.

Dott. Roberto Cavaliere

Fonte: http://www.iltuopsicologo.it

Crisi nella coppia

10 febbraio 2009

womantryingsleep_450x450Le nostre ‘relazioni’ d’affetto erano generalmente durature: promettevamo di amarci reciprocamente per sempre. Oggi però queste relazioni non funzionano più: finiscono, non sembrano più quello che erano una volta, quello che pensavamo dovessero essere, ci spezzano il cuore e si frantumano. La metà dei nostri matrimoni si conclude con il divorzio, e chissà quanti altri amori di prova, di pratica e ‘part-time’ naufragano sugli scogli. Nessuno di noi può dire di essere passato indenne attraverso il tunnel dell’amore e all’inizio di questo nuovo millennio la nostra identità di amanti muore e allo stesso tempo diventa adulta. (D. R. Kingma, Il futuro dell’amore, Gruppo Futura, 2000, p. 9)

1. Vecchi modelli in crisi

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una serie di profonde trasformazioni nei rapporti di coppia. Il modello tradizionale incentrato sul matrimonio è sempre più entrato in crisi, sia per l’emergere di una maggiore libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità e anche se molti ancora optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi. Aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, ma anche per loro il rapporto di coppia è sempre più difficile da vivere: incomprensioni, litigi, crisi sono sempre più frequenti, mentre la durata media delle relazioni diminuisce vertiginosamente. Ma perché tutto ciò accade? Quali sono le cause di questo fenomeno che genera grande sofferenza individuale e sociale? Se le cose vanno male è veramente “tutta colpa sua” come molti ritengono?

La questione è complessa e varie sono ne sono le cause.

1) In primo luogo l’analfabetismo emotivo-relazionale dei partner – entrambi – che non sanno comprendersi e relazionarsi, ma anche la latitanza della società, che non fa niente per educare le persone alla buona comunicazione, alla consapevolezza dei sentimenti e delle emozioni, alla gestione costruttiva della relazione. In passato le relazioni di coppia erano vincolate da copioni socialmente prestabiliti e rigidi e non richiedevano particolari abilità comunicative, mentre oggi sono diventate sempre più libere e flessibili, e ciò le rende più intense e stimolanti ma anche più difficili da gestire perché richiedono conoscenze e abilità che nessuno – né in famiglia, né a scuola – ci ha mai stimolato a sviluppare. Per godersi i vantaggi di questa nuova libertà ed evitarne i numerosi e dolorosi effetti collaterali (litigi, incomprensioni, crisi, separazioni) sono dunque indispensabili appropriati “strumenti” di consapevolezza e di comunicazione, che non possiamo inventare da soli ma che possono essere sviluppate attraverso opportune letture e soprattutto la partecipazione ad appositi corsi tenuti da formatori qualificati.

2) In secondo luogo il fatto che nonostante tutto sia cambiato, intorno e dentro di noi, il matrimonio ha mantenuto saldamente la sua identità arcaica. Diversamente che in passato ci si può separare, divorziare, risposare anche, ma lo schema non è realmente cambiato, nel senso che l’ istituzione “matrimonio”– così com’è – non è adatta a soddisfare i nuovi bisogni e aspirazioni dei coniugi, che non sono più quelle del passato, quando ci si sposava per mettere su famiglia, per acquisire uno status sociale, per guadagnarsi una certa indipendenza dalla famiglia di origine, o più semplicemente perché a una certa età ci si deve sposare. La funzione sociale del matrimonio era principalmente quella della procreazione, della trasmissione ereditaria del nome e dei beni della famiglia, della alleanza tra famiglie, mentre oggi tali scopi sono sempre più secondari, prevalendo invece il reciproco benessere affettivo, sessuale e materiale dei coniugi, e non solo, poiché la relazione di coppia mette in gioco molte altre dimensioni – intellettuali, esistenziali, e anche strettamente pratiche – che portano inevitabilmente ad un incontro e ad un confronto di personalità e di mentalità.

In passato i coniugi, pur abitando sotto lo stesso tetto, vivevano in due mondi separati: i loro compiti erano nettamente distinti e le reciproche aspettative assai diverse da quelle attuali, poiché il partner era visto più come un ruolo (marito-moglie, padre-madre dei propri figli) che non come una persona. Salvo rari casi non si avvertiva alcun bisogno di conoscersi a fondo, di costruire una intimità, un dialogo; l’importante era che ognuno si comportasse bene, che svolgesse i ruoli che gli competevano. La motivazione stessa del matrimonio – mettere su famiglia – poneva in secondo piano il partner in quanto individuo, anzi entrambi erano chiamati a rinunciare alla loro individualità (ammesso che ne avessero mai potuta sviluppare una) a favore della famiglia. Non esisteva alcun confronto sui vissuti emotivi perché solo la donna ne era consapevole (e se li teneva per sé o al massimo ne parlava con le amiche più intime): l’uomo aveva fin da bambino rinnegato e rimosso la propria emotività e vulnerabilità e non era in grado di interagire su tale piano (né avrebbe voluto). Non esistevano confronti neppure su piani più intellettuali, poiché alla donna non era dato di parlare di certi argomenti e di avere una istruzione che non fosse cucito e buone maniere (e spesso neppure questo). Oggi invece il confronto è un elemento essenziale al buon andamento non solo delle relazioni matrimoniali ma anche di relazioni di coppia meno formalizzate, e non è un confronto facile, perché l’uomo e la donna hanno due modi di vedere le cose e di comunicare molto diverso, e nessuno ci ha mai spiegato questa diversità, che può essere fonte di grande arricchimento se la si sa affrontare ma anche di grande sofferenza se invece la ignoriamo. A questa difficoltà di base va poi aggiunto il processo di emancipazione della donna, che non si accontenta più di ricevere dal proprio partner una casa e una certa sicurezza materiale ma avanza anche altre richieste, sessuali, sentimentali e di dialogo, che non sempre lui è in grado di capire e di soddisfare, anche perché mentre la donna ha iniziato già da tempo a sviluppare il proprio maschile interiore, l’uomo – salvo rare eccezioni – non ha ancora affrontato il suo femminile interiore ed anzi lo teme.

2. Verso una nuova coppia?

E’ indubbio che il modello tradizionale non risponda più alle nuove esigenze, ma è altrettanto vero che le relazioni di coppia non possono limitarsi al solo erotismo. Vi è un bisogno profondo di intimità, di confronto, di unione che non può essere soddisfatto da rapporti occasionali e richiede una qualche forma di continuità, meno rigida però di quella tradizionale. La cultura emergente non fornisce in proposito ricette certe, ma indica alcune direzioni di ricerca. Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, e ogni individuo e ogni coppia dovrebbe trovare una propria via di realizzazione: per alcuni può risultare ancora appropriata la via tradizionale del matrimonio, magari con qualche personalizzazione, mentre per altri la direzione può essere quella della convivenza o di forme ancor meno rigide da un punto di vista dei vincoli. Ciò che conta, nella nuova ottica, è soprattutto la consapevolezza e l’impegno con cui i due partner vivono la strada scelta, quale che sia. In secondo luogo, le proposte non vanno calate dall’alto ma scoperte singolarmente dall’individuo e dalla coppia attraverso un processo di libera e cosciente sperimentazione. Si può naturalmente prendere spunto da esperienze altrui, trarre aiuto e stimolo dalla condivisione, dal confronto con altri individui e con altre esperienze, per poi però giungere a creare la propria personale sintesi.

Grazie alla libera sperimentazione condotta a partire dagli anni ’60, ci si è resi conto che la promiscuità non è alla lunga soddisfacente, ma anche che “stabile” non significa necessariamente “a vita”. I nuovi principi sul come vivere le relazioni di coppia andranno ispirati ad una grande flessibilità, che tenga conto del fatto che gli individui sono diversi tra loro e che le fasi della vita, pure, possono rispecchiare bisogni diversi. Pertanto ciò che va bene per uno può non andare bene per l’altro, così come ciò che va bene in una certa fase può poi richiedere un cambiamento in funzione della continua evoluzione.

3. Incontro, scontro e crescita nelle relazioni

Come si è visto, la relazione di coppia oggi non si limita più alla famiglia e alla procreazione, e non si esaurisce neppure nella sessualità e nei sentimenti, ma mette in gioco molte altre dimensioni che portano inevitabilmente ad un confronto di personalità e di mentalità che può evolversi sia come crescita sia come scontro, più spesso entrambi. Nelle fasi iniziali di una relazione le persone tendono a fare bella figura, a mostrare la parte “migliore” e più accettabile di sé. Se poi tra loro nasce un innamoramento ognuno tende a vedere l’altro ancor più bello e apprezzabile, idealizzandolo. Tuttavia, presto o tardi anche altri aspetti della personalità emergeranno e alla fase iniziale dell’innamoramento, in cui il partner appare splendente come il sole, subentrano fasi meno brillanti in cui si prende coscienza anche dei suoi limiti e dei suoi lati meno lucenti: l’ombra. E’ qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti che poi, se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) inevitabilmente vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

I modi di affrontare questi problemi variano da persona a persona: alcuni tendono a nascondere il disaccordo, inscenando una rappresentazione di armonia tutt’altro che veritiera, oppure si rassegnano a convivere con le tendenze distruttive, alternando fasi di litigiosità a fasi di relativa quiete. Altri, giunti oltre un certo livello, decidono di cessare la relazione per cercare un’altra persona che gli faccia riprovare l’ebbrezza dell’innamoramento e che sia finalmente quella giusta. Se in passato prevaleva la prima tendenza (rassegnazione e conflitto sotterraneo), oggi sta sempre più affermandosi la seconda (separazione e ricerca di un nuovo partner). Tuttavia, per quanto intensa possa essere la fase di innamoramento, per quanto giusto possa apparirci il nuovo partner, prima o poi si manifesteranno anche i suoi limiti e aspetti ombra, rinascerà il conflitto e saremo di nuovo punto e a capo. Il fatto è che tutti i suddetti modi di affrontare la questione sono errati: non va bene ignorare o sopportare il problema, perché vuol dire rinunciare a quanto di più bello una relazione di coppia può offrire, e non va bene neppure passare da una storia all’altra all’eterna ricerca del partner ideale, poiché non esistono persone fatte di sola luce e ognuno ha in sé anche delle zone oscure, inconsce, che premono per emergere e essere finalmente riconosciute. La relazione sentimentale non ha solo lo scopo di far stare bene i due partner, ma è anche e soprattutto il luogo in cui ognuno dei due desidera colmare il proprio senso di incompletezza e guarire una volta per tutte le proprie ferite d’amore primarie, vale a dire le carenze affettive e le delusioni subite durante l’infanzia, inclusi gli eventuali abusi fisici o morali. E’ un desiderio per lo più inconscio ma molto, molto potente, che influenza profondamente la dinamica della relazione e che ho illustrato più estesamente altrove.

Da bambini le nostra speranza più grande è che i nostri genitori ci accettino così come siamo e si impegnino a comprenderci realmente, a rispettarci ed amarci come e quanto abbiamo bisogno. Purtroppo è una speranza che si avvera solo in parte, talvolta addirittura per niente, creandosi così delle vere e proprie ferite affettive, più o meno profonde a seconda dei casi. Col tempo subentra una sorta di abitudine, di rassegnazione e infine di oblio. Ma la speranza non è morta, è solo in animazione sospesa, e si risveglia quando ci troviamo coinvolti in una relazione di coppia. Non sempre e non subito, però: solo in quelle relazioni in cui c’è un profondo coinvolgimento affettivo, un innamoramento, e solo quando i due hanno raggiunto un certo grado di confidenza e intimità e iniziano a fare a meno delle maschere. A questo punto scattano in entrambi forti aspettative nei confronti dell’altro:

“Che cosa farai per me? Mi aiuterai? Mi ascolterai? Mi farai sentire bene? Realizzerai i miei sogni? Sarai il padre che io non ho potuto avere, la madre che non ho avuto? Adesso che mi sono innamorato di te, tu hai il dovere di far scomparire le mie sofferenze. Ascoltami, guariscimi, fammi stare bene. (…) Ci sono due tipi di bisogni emotivi che cerchiamo di soddisfare nelle nostre relazioni intime: uno è quello di cui siamo consapevoli (fammi felice, dammi la sicurezza economica, sii un buon padre per i miei figli), l’altro è costituito dalle esigenze emotive inconsce che rappresentano il tentativo della nostra personalità di guarire tutto ciò che si frappone alla nostra capacità di sentirci integri. In ogni relazione esiste dunque un viaggio emotivo nascosto.” (D. R. Kingma, op. cit., p. 41)

La relazione di coppia diviene insomma una opportunità tramite cui crediamo di poter guarire una volta per tutte le ferite d’amore, le carenze affettive, le delusioni subite durante l’infanzia e il partner diviene per certi aspetti un sostituto di nostro padre, di nostra madre (o di entrambi) e inconsciamente lo invitiamo – talvolta sfidiamo – ad amarci in modo totale, ad accettarci per quello che siamo, ad essere il genitore perfetto che non abbiamo mai avuto ma abbiamo sempre desiderato.

Si tratta, come è facile intuire, di aspettative eccessive, che solo una mente bambina può sperare di poter soddisfare e tuttavia il nostro inconscio è sempre allo stadio infantile – è inconscio proprio perché non ha voluto /potuto crescere – e quindi è proprio sulla base di tali aspettative che passiamo dall’innamoramento alla relazione stabile. “Quando ci innamoriamo non ci limitiamo a dire: ‘Hai proprio una mente meravigliosa, sarà una gioia parlare con te per i prossimi cinquant’anni’. Quello che diciamo in realtà è: ‘Hai proprio una mente meravigliosa; mi aspetto anche che tu sia un amante eccezionale, una compagnia straordinaria per le uscite del venerdì sera, un padre stupendo, il mio sostegno e la mia spalla in società, il mio compagno politico, la persona di cui i miei genitori si possono fidare, il conforto nei momenti di sofferenza, e anche il mio guru, il mio lacrimatoio e la mia banca personale’” (ibidem).

Poiché ci aspettiamo che una singola relazione soddisfi pienamente e perfettamente tutte le nostre esigenze in questa maniera stravagante e irreale, naturalmente tendiamo ad escludere tutte le altre persone che potrebbero partecipare alla soddisfazione delle nostre esigenze; questo allevia tali persone da potenziali fardelli e in un certo senso fa sembrare la vita meno complicata, ma sovraccarica il partner – che è soltanto un semplice mortale che ci ama, non un dio che può realizzare ogni nostro sogno e, nell’aggrapparci a questo mito diventiamo troppo esigenti.

Se ci limitassimo ad invitare il partner ad amarci, senza sfidarlo, senza aggredirlo, senza nasconderci, il rapporto sarebbe meno teso, meno ambiguo; se sapessimo comunicare con chiarezza e chiedere apertamente al partner ciò di cui abbiamo bisogno, lo metteremmo nelle condizioni per fare del suo meglio e capiremmo che anche lui si trova nella nostra stessa situazione. Potremmo a questo punto reagire in due modi:

1) Lasciarlo, perché ci ha rivelato la sua fragilità e i suoi limiti mentre noi cerchiamo un partner super che non sia ferito e bisognoso ma generoso, impeccabile e tutto per noi (questa aspettativa è molto simile a quella del bambino verso il genitore: da piccoli tutti noi vediamo i genitori come esseri enormi, onnipotenti, vere e proprie divinità). Si tratta di una reazione sbagliata, ma sempre meglio che continuare a perdere tempo in sfide, conflitti, scontri.

2) Affrontare in modo più realistico il rapporto, comprendendo che il nostro partner non ha il potere magico di guarire le nostre ferite di cuore e di riempire i nostri vuoti esistenziali – né lui né nessun altro partner. Guarire tali ferite e colmare tali vuoti è un processo possibile – anche se lungo e laborioso – ma può avvenire solo attraverso l’autoguarigione; certo, un partner comprensivo e amorevole può esserci di grande aiuto, ma il lavoro ognuno lo deve fare da sé su di sé.

Il punto di partenza per un tale lavoro è assumersi la responsabilità della propria guarigione, senza scaricarla su altre persone: né sui nostri veri genitori né sul nostro partner. Dobbiamo accettare che quel che è stato è stato: nostri genitori non cambieranno, così come le situazioni e le cause che hanno prodotto le nostre ferite affettive non possono essere cambiate: appartengono al passato e i fatti del passato non possono mutare. Può però mutare la nostra interpretazione di quei fatti e possono mutare le conseguenze di quei fatti. Posso per prima cosa interpretare la mancanza di amore non come una mia sfortuna e ingiustizia privata ma come un male collettivo che affligge tutta l’umanità; in tal modo smetterò di sentirmi vittima e di attribuire colpe agli altri – se colpe vi sono, sono collettive – e potrò poi perdonare coloro che – genitori, partner precedenti – involontariamente mi hanno fatto soffrire perché a loro volta sofferenti.

Posso a questo punto lavorare sul mio malessere attuale prescindendo dalle cause passate: se un’altra persona ferisce il mio corpo con un coltello, posso curarmi la ferita senza il bisogno coinvolgere colui che mi ha ferito; per guarire non è necessario né che recuperi il coltello, né che mi sforzi di indurre l’altra persona a cambiare e a non farlo più. Analogamente, potremmo curare le ferite affettive senza tirare in ballo i nostri genitori, ma imparando a fare da padre e madre amorevoli di noi stessi – qualcosa di molto simile a ciò che molti maestri spirituali hanno chiamato “amare se stessi”.

Oltre a curare le ferite dobbiamo anche imparare a comunicare meglio con noi stessi e con l’altro, a comprendere e accettare le nostre e le altrui zone d’ombra, e a riconoscere e gestire le nostre e altrui emozioni, poiché solo così potremo davvero aiutarci e sostenerci in questo difficile ma entusiasmante percorso che è la relazione.

“La natura umana era in origine unica e noi eravamo interi, e il desiderio e la caccia dell’intero si chiama amore” (Platone, Simposio).

Enrico Cheli

Fonte: http://www.unisi.it

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