Posts Tagged ‘tristezza’

Emozioni e Attaccamento

16 dicembre 2009

cuore nel cieloAmore, felicità, tristezza, rabbia e paura, sono tutte emozioni che derivano da qualche forma di attaccamento a qualcosa o a qualcuno. Tuttavia molti di noi imparano a credere che anche l’ amore e la felicità siano emozioni. Tale convinzione oscura sia il nostro bisogno che l’ abilità di essere più consapevoli delle nostre emozioni e di come le creiamo. Essa deriva dalla perdita di significato delle parole amore e felicità.

Usiamo queste due parole in maniera troppo generica al punto che esse sono diventate due tra le parole più fraintese ed eccessivamente usate nel nostro linguaggio quotidiano. Amore è per lo più confuso con desiderio (ti amo in realtà significa: ti voglio), con l’ attaccamento (amo la mia squadra di calcio), con la dipendenza (amo la mia cocaina) e con l’ identificazione (amo il mio paese). Quando parliamo di amore in questo senso non parliamo di amore quanto del suo opposto.

Facciamo lo stesso con la parola felicità. La usiamo e ne abusiamo in molti modi. La confondiamo con un possesso (è appena arrivato il mio tappeto nuovo, sono così felice!), con il consumo (ho appena mangiato il mio cibo preferito, sono così felice!), con qualche esperienza stimolante (ho appena visto il film più recente, sono così felice!) e con il sollievo (non ho più mal di denti, sono così felice!). In tutti gli esempi citati stiamo in realtà dicendo che crediamo che l?amore e la felicità nella vita vengano dal di fuori di noi e che siano dipendenti dagli altri, dalle circostanze o da qualche stimolo fisico. Tuttavia, tutti sappiamo profondamente che vero amore e felicità sono incondizionati, non dipendenti da qualcosa o da qualcuno, e che si muovono dall’ interno verso l’ esterno e non dall’ esterno verso l’ interno.

Amore vero e felicità possono essere considerati stati d’essere fondamentali a cui possiamo accedere a piacimento una volta che abbiamo imparato a rivolgere le nostra attenzione alla nostra interiorità e a vivere dal dentro al fuori e non dal fuori al dentro. Essi possono anche essere considerati il nostro puro potenziale in tutte le situazioni. Quando agiamo con amore vero facciamo qualcosa per gli altri che porta loro beneficio a livello spirituale e quando ciò accade sperimentiamo le vera felicità, che è più simile a una profonda sensazione di appagamento interiore.

Questo modo di vivere affonda le sue radici nella pace. Se non siamo in pace con noi stessi non possiamo dare amore. La pace è, l’ amore fa e la felicità (appagamento) ripaga.Solo allora la nostra autostima e il senso del nostro valore diventano solide rocce, perché ci rendiamo conto che questi nuclei di qualità interiori non possono esserci portati via e che essi sono la base del nostro valore in quanto persone e dei nostri valori di vita.

Quando impariamo ad accedere e a generare questi stati fondamentali del nostro essere, essi ci danno la forza di smuovere il nostro carattere in positivo, da quello basato sulla competizione, sul possesso e sulla sopravvivenza a uno basato sulla co-operazione, la condivisione e il servizio. In breve, dal prendere al dare. Quando scopriamo interiormente ciò che eravamo convinti si potesse trovare solo esternamente, scopriamo libertà e serenità profonde. Il metodo per sostenere questa consapevolezza e connessione è la pratica regolare della meditazione. Il campo di azione è la relazione con gli altri. Quando la felicità di una madre non dipende dall’ obbedienza del figlio, allora è capace di essere amore per quel figlio, anche quando imporrà delle regole.

Quando la felicità di un manager non dipende dallessere in tempo per le scadenze, né dalla performance dei membri del suo gruppo, allora saprà essere più attento e più incoraggiante verso i suoi collaboratori, il che è alla base di una leadership efficace. Quando gli innamorati si incontrano, smettono di dirsi ti amo, e invece si dicono io sono amore per te. Domanda: Da dove pensi derivi gran parte della felicità nella tua vita?

Riflessione: La felicità è una decisione e non una dipendenza.

Azione: Che cosa puoi fare domani nella tua relazione con una persona in particolare per passare dal desiderare e sopravvivere al sostenere e servire?

(Brahma Kumaris World Spiritual University -[Sadhana])

La timidezza e il linguaggio del corpo

14 novembre 2009

La timidezza e il linguaggio del corpoGesticolare con le mani, arrossire, scegliere in un dato contesto di stare in gruppo o appartati, il modo di vestirsi, la scelta del posto in cui sedersi a tavola, la mimica e i più svariati atteggiamenti, costituiscono tutti  un tipo di comunicazione non verbale ma molto importante perché svela ciò che una persona realmente pensa e che alle volte è esattamente il contrario di ciò che dice.

Il linguaggio del corpo quindi, in molti casi, trasmette più di quanto non trasmetta il linguaggio verbale. Pensiamo addirittura al ruolo importante che esso riveste nel caso di soggetti sordomuti, in cui il linguaggio delle mani sostituisce il linguaggio vocale

Diversi studi hanno dimostrato che durante un discorso, una buona percentuale delle informazioni che ci arrivano, pervengono non solo dalle parole, ma anche e soprattutto dal tono della voce e dal linguaggio del corpo (anche altri organi sono interessati al sondaggio, per esempio il naso). Ciò che arriva tramite il “canale verbale” sono essenzialmente i cosiddetti fatti salienti, mentre tramite il “canale non verbale” viene poi trasmesso ciò che in definitiva “lascia traccia”.

Bisogna però fare attenzione a non valutare una persona da un solo gesto: così come una parola non ha senso se non all’interno di un discorso quindi insieme ad altre parole, così un singolo gesto non basta per definire una determinata personalità;è invece necessario osservare tutto l’insieme dei gesti, dei segnali inconsci per avere una traccia più precisa del carattere di una persona.

I gesti si dividono in consci e inconsci;  innati e acquisiti.

Le espressioni facciali per esprimere gioia, rabbia, tristezza, sorpresa, paura, vergogna,repulsione, disprezzo sono innate (rientrano nella cosiddetta memoria filogenetica) comuni a tutta l’umanità in  quanto non variano da individuo a individuo, né tra razze diverse. Innato è anche il gesto del neonato di succhiare il latte dal seno materno. Altri gesti vengono acquisiti, cioè copiati. Quando li impariamo, imitiamo dei modelli.

- Potere e età  riducono i gesti. Più in alto si trova una persona nella scala del potere, più misurati sono i suoi gesti. Più in basso egli si trova in questa scala, più espressivo è il suo linguaggio del corpo. Ancora un’altra cosa: più si cresce, più si diventa adulti, più si cerca di contenere le manifestazioni di affetto (col rischio però di diventare eccessivamente freddi e distaccati).

- A tutti voi sarà capitato, almeno qualche volta nella vita, di dire qualche piccola bugia e sicuramente avete usato come mezzo la telefonata o l’sms (usati spesso anche per addii o scuse diverse). Tutto questo perché in un contatto interpersonale “faccia a faccia”, se è facile mentire con le parole, non è altrettanto facile costringere il nostro inconscio. Esso si libera continuamente e continuamente agisce: mentre si dice la bugia, il nostro inconscio trasmette tanta energia nervosa. Questa si trasforma in un gesto insicuro, in microsegnali che non possiamo controllare perfettamente (l’inarcare di un sopracciglio, l’arrossire,  il tic di un angolo della bocca, il sudore della fronte, lo sbattere delle palpebre, i giochi nervosi delle dita e tanti altri gesti) che distruggono tutto ciò che era stato costruito faticosamente  e che inducono l’osservatore a pensare che qualcosa di  ciò che stiamo dicendo, non corrisponde proprio alla realtà.

Chi si scosta spesso per questioni professionali dalla via della verità, come per esempio i politici, gli attori, i rappresentanti, i venditori, chi abitualmente compie atti disonesti o anche chi semplicemente è abituato a mentire , educa il proprio linguaggio del corpo (attraverso un costante controllo emotivo) al punto tale da riuscire ad ingannare perfettamente un occhio poco esperto.

- E’ importante tener conto inoltre, che, nella vita di tutti i giorni, tramite il linguaggio corporeo, mandiamo costantemente e inconsciamente agli altri dei segnali che si traducono in percezioni di alto, medio o basso gradimento. Ad esempio, quando stiamo bene con noi stessi, tutto il nostro corpo è fisiologicamente predisposto a inviare agli altri segnali positivi, di apertura, per un “fluida” comunicazione.

- Può accadere però, in alcune circostanze, che tratti della nostra personalità , pongano in qualche modo un ostacolo tra noi e il mondo esterno. Ad esempio, le persone particolarmente timide, spesso sono giudicate in maniera diversa da ciò che sono realmente in quanto inevitabilmente la timidezza manda dei segnali di chiusura.

- Bisogna comunque fare attenzione a non confondere il semplice imbarazzo con la timidezza “cronica”, quella che porta gradualmente ad estraniarsi da qualsiasi contesto fino ad assumere la forma di una vera e propria fobia sociale.

- Seneca diceva ” la timidezza è degli animi nobili “. Credo sia profondamente vero. Ciononostante il fatto di evitare di esporsi e di dire la propria opinione, la difficoltà nel riuscire a sostenere un contatto oculare, parlare a bassa voce e in fretta e  rimanere in qualche modo sempre a una certa distanza dagli altri, possono essere interpretati come indici di altezzosità e superbia.

Il timido viene facilmente etichettato come una persona strana, asociale, antipatica e quindi da tenere in disparte. A sua volta, egli sentirà su di sé il peso del giudizio sbagliato degli altri e di conseguenza, tenderà sempre più a chiudersi nel proprio guscio.

- Ma cosa c’è realmente alla base della timidezza? Il più delle volte le cause sono: una scarsa autostima, un’insicurezza di fondo e una forte paura di essere giudicati (deboli, stupidi, incapaci, etc ). Tutto ciò probabilmente può essere stato determinato oltre che da una certa predisposizione genetica, anche e soprattutto da qualche esperienza infantile-adolescenziale o della vita adulta (ad esmpio, nel caso di bambini: educazione particolarmente rigida, rimproveri frequenti o comunque la scarsità o mancanza di rinforzi positivi in situazioni importanti).

- Sicuramente il timido non vive bene la sua condizione, considerando anche il fatto che oggi più che mai, la società sta ovunque e chiede continuamente reazioni da parte dell’individuo, reazioni che egli spesso, non riesce a dare. Anche se con i suoi atteggiamenti può apparire sfuggente, il timido è una persona estremamente sensibile e profonda che non riuscendo ad esprimere ciò che sente, vive in uno stato di costante conflitto interiore e tensione.

- Se in qualche modo vi siete riconosciuti in questo profilo, potreste trovare giovamento sperimentando per un periodo, un corso di teatro. La recitazione si basa su tecniche che vi permetteranno di entrare in maggior contatto con la vostra gestualità, con le vostre espressioni corporee per una prossima comunicazione interpersonale più diretta e serena. Imparerete cioè ad esprimere tranquillamente un’emozione, un’idea, senza più il desiderio di nasconderle e di nascondervi …

Lozzi Emanuela – Studentessa di Psicologia iscritta all’Università dell’Aquila all’indirizzo “Sperimentale, generale e della valutazione clinica”

Fonte: http://www.ilmiopsicologo.it/pagine/il_linguaggio_del_corpo_e_la_timidezza.aspx

Emozione ed Attrazione

6 novembre 2009

Emozione e AttrazioneCi sono molte teorie sulla definizione dell’emozione e sulle sue caratteristiche ma sono quasi tutte approssimative. Al contrario di ciò che comunemente si pensa l’emozione non è cristallizzata perché tra amore e amicizia c’è un filo molto sottile. L’emozione non è statica perché è un processo formato da un inizio, uno svolgimento e una fine. Il mezzo con cui noi esprimiamo i nostri stati d’animo al mondo esterno e E’ qualcosa di molto semplice come pensavano alcuni studiosi agli inizi del 900’. L’emozione è un processo multi-componenziale di interazione con l’ambiente.

1. Ha un’iter perché è formato da un inizio, uno svolgimento e una fine;

2. Multi-componenziale perché durante questo cambiamento intervengono fattori che vanno a influenzare il nostro corpo a livello cognitivo, fisiologico e comportamentale.

3. Di interazione con l’ambiente perché ci colloca in un cotesto sistemico-relazionale circostante.

Alcuni studi hanno analizzato l’emozione di alcuni studenti prima, durante e dopo l’esame. Essi hanno evidenziato che prima dell’esame gli studenti erano immersi in una sorta di ambiguità emotiva(vale a dire la coesistenza di più emozioni) che con il passare del tempo diventava sempre più definita cioè a dire tristezza per quelli che non erano riusciti a superare l’esame e felicità per quelli che avevano ottenuto esito positivo.

Gli antecedenti

Le emozioni sono conseguenza di squilibri nell’appraisal (il monitoraggio abituale della realtà). Quando questa azione entra in allarme vuol dire che abbiamo rilevato un evento scatenante vale a dire un evento che ci mette in allarme. Questo evento scatenante può essere un ostacolo, un imprevisto che incontriamo durante il cammino che avevamo pianificato. Un emozione può anche nascere in assenza di un ostacolo reale basta che ci sia la prospettiva di una meta fortemente desiderata. Ogni persona reagisce diversamente ad un evento, questo perché noi non ci emozioniamo in base all’evento che abbiamo davanti agli occhi ma in base all’evento percepito in relazione ai dati che ci raggiungono. A questi dati, in seguito, vengono affiancati a determinati schemi cerebrali (una sorta di riflesso condizionato) evento-emozione, schemi che, ci indicano quale emozione associare a seconda del fatto. Essi però non sono universali, variano a seconda della cultura di appartenenza (esistono determinate emozioni etniche), della rilevanza percettiva individuale del singolo fatto, dell’autostima e dello stile attributivo che abbiamo.

Le emozioni etniche

Uno dei casi più famosi di emozione etnica e l’amok (la corsa pazza malese). L’evento scatenante è un insulto subita da un maschio ad opera degli altri nel villaggio. L’interessato va nel bosco a sfogarsi e dopo alcune ore torna armato di pugnale per uccidere chiunque gli capiti a tiro. Ovviamente le persone del villaggio lo evitano perché conoscono questa reazione che, tuttavia, non può durare più di qualche minuto perché poi l’interessato se non si ferma viene immobilizzato e alla fine stranamente non ricorda più niente.

Le reazioni fisiologiche

Nel processo emotivo si verificano cambiamenti fisiologici nell’organismo a livello vegetativo, celebrale e ormonale. Le reazioni non sono sempre identiche ma è stata stilata una tabella di pattner fisiologico delle emozioni in cui ad ogni emozione viene associata la reazione fisiologica. Le persone, in automatico, forniscono istintivamente solo una determinata reazione per ogni emozione e non tutti si rendono conto che, nel corso dell’emozione, intervengono molti cambiamenti.

Le risposte comportamentali

Già in America e man mano con il diffondersi del comportamentismo (movimento che studiava le varie risposte ai vari stimoli esterni tra cui Jung, Behavior etc…)si è notato che nel processo emotivo avvengono tre tipi di risposte comportamentali:

1. Reazioni espressive.
Le emozioni portano con se molte reazioni espressive a livello analogico che, la maggior parte delle volte vengono dissimulate per fini sociali. Darwin ha dimostrato nel suo libro “l’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” che anche gli animali provano emozioni, a volte contrastanti, soprattutto gli scimpanzé e le scimmie che sono gli animali più vicini a noi. Il centro nevralgico delle emozioni nell’uomo è il viso. Esso è il mezzo principale della comunicazione non verbale che poche persone riescono a dissimulare, addirittura solo il 10%.

2. Tendenze e/o pulsioni. Le tendenze sono spinte interiori che possono trasformarsi in comportamento oppure rimanere a livello cerebrale. Esse sono caratterizzate da quello che Frijda definisce “precedenza di controllo”. Nel momento in cui uno di noi ha una tendenza non riesce a pensare altro che ad essa fino a quando non termina.

3. Comportamenti specifici. Sono i più vari e possono essere l’attuazione delle tendenze emotive o dei calcoli per riportare le cose alla normalità

Elaborazione cognitiva

Il lavoro cognitivo accompagna tutta l’emozione seguendo il processo che va dall’ appraisal(il monitoraggio abituale della vita sociale) fino al copying(in cui teniamo sotto controllo le conseguenze della nostra emozione). L’intero processo emotivo è inconsapevole e dura una decina di secondi tuttavia alcuni processi come le risposte comportamentali in parte sono consapevoli (rientrano anche quelle stereotipate).

La regolazione delle emozioni

Le emozioni sono presenti sia nell’uomo che negli animali. A volte, nella nostra vita, ci sono utili perché tendono a richiamare l’attenzione altrui oppure a trarre qualche vantaggio a nostro favore.

L’elicitazione delle emozioni

La maggior parte di noi non è in grado di mascherare un emozione per vari motivi. Altre volte la manifestiamo intenzionalmente per ottenere la solidarietà altrui e principalmente per determinate cose:

1. Contagio emotivo. Manifestando un’emozione puntiamo a suscitarne una simile nella persona che ci sta accanto per portarla nella direzione che desideriamo (contagio empatico).

2. Conforto sociale. Manifestando l’emozione cerchiamo di creare quella situazione in cui dialogando ci si sostiene psicologicamente. Questo porta dei vantaggi sia alla persona che sta comunicando l’emozione e sia alla persona che la sta aiutando perché rinforza la propria visione di vedere il mondo.

3. Presentazione del sé.
Manifestiamo una determinata emozione e nascondiamo altre per dare alle persone che ci stanno intorno una rappresentazione di noi stessi.

4. Controllo sulle relazioni. Manifestiamo una determinata emozione e nascondiamo altre per rafforzare o diminuire determinati rapporti (azione di rinforzo e inibizione).

L’attrazione interpersonale

Lo sviluppo delle relazioni interpersonali si basano anche sull’attrazione. Essa può provocare biases(errori di giudizio) ed benché si tende a negare l’evidenza numerose ricerche empiriche hanno dimostrato il contrario. L’attrazione è fondamentale nell’apprendimento e nell’insegnamento poiché la trasmissione del sapere trova un canale preferenziale che stimola sia l’applicazione che il ricordo. I ricercatori si sono interessati all’attrazione al fine di apportare dei miglioramenti nei rapporti interpersonali per studiare l’ottimizzazione dei risultati.

Le ricerche sull’attrazione interpersonale

Dalle numerose ricerche sul campo è emerso che le persone simpatiche sono accomunate da interessi simili e condividono opinioni e valori. In tal senso sono stati attuati diversi esperimenti mediante tests. Il più famoso è il protocollo di Byrne definito anche protocollo di carta e matita perché ai soggetti venivano fornite specifiche informazioni di altre persone e in seguito veniva chiesto loro di trascorrere parte del giorno insieme (attualmente studi analoghi su periodi più lunghi li troviamo con trasmissioni medianiche : “Grande Fratello”, “isola dei Famosi” etc…). Sono stati fatti anche studi di contatto, esperimenti sul campo ed anche esperimenti naturalistici e il più famoso era quello di Newcomb che nel suo esperimento senza modificare variabili si è limitato a seguire gli eventi. Ha affittato una casa ad alcuni studenti dell’università del Michigan e in cambio ha ottenuto la compilazione di questionari prima, durante e dopo la coabitazione nella casa che aveva messo a disposizione. L’intento era constatare se a diventare amici erano quelli con atteggiamenti simili.

Nulla di nuovo

Grazie a queste ricerche gli psicologi sono stati in grado di stilare una tabella con i motivi di attrazione e i fattori che rendono quella persone più o meno simpatica ma hanno anche constatato che, a seconda della situazione e dei soggetti interessati, questi fattori possono mutare.
di Mariagabriella Corbi

Fonte: http://www.laprevidenza.it/news/documenti/articoli_corbi/3833

La Depressione

10 agosto 2009

La depressioneLa Depressione è una grande piaga del mondo moderno. Porta ad una resa dell’anima che rinuncia ad evolversi dando retta ad una mente che si rifiuta di reagire alle difficoltà della vita.

La depressione arriva quando la mente si è abituata a pensare di essere troppo debole per reagire alle sfide della vita, quando i pensieri negativi prendono il sopravvento e quando la tristezza è diventata qualcosa di piacevole. Ma, attenzione, la depressione può essere usata anche come mezzo per far sì che chi ci circonda ci presti attenzione.

Non si nasce depressi, ma lo si diventa attraverso reiterati pensieri negativi.

Il vivere in una famiglia in cui vi sono stati esempi di depressione o di debolezza e di fuga nell’affrontare la vita facilita il divenire a propria volta depressi. Perché? Perché – come abbiamo visto in altre occasioni – si tende a ripetere ciò che ci è familiare.

Chi ha facilità ad assumere comportamenti depressi?

* Chi da bambino si è sentito trascurato emozionalmente, o fisicamente.

* Chi si sente in colpa.

* Chi è nato con un parto difficile maturando il pensiero: “Io non merito di vivere perché ho fatto soffrire mia madre”.

* Chi soffre di “pulsione di morte” a seguito di un parto difficile in cui ha rischiato di morire lui/lei o la madre o ha vissuto con persone terminali o ha avuto lutti in famiglia.

* Chi ha avuto una educazione fortemente repressiva o fortemente permissiva durante la quale ha maturato il pensiero: “Io non sono importante per nessuno”.

* Chi ha trascurato il suo corpo e/o il suo spirito (troppo lavoro, troppo stress, poca attenzione a se stessi).

Il pensiero ha la forza di realizzarsi sempre, e il dialogo interno, la comunicazione interpersonale negativa e le azioni confermano il pensiero iniziale (“io non merito di vivere”) facendo sì che si realizzi.

La depressione conduce al buio, impedisce all’anima di evolversi e di accettare la Luce.

I miei suggerimenti alle anime che brancolano nel buio e alle menti ottenebrate dalla depressione sono i seguenti:

Cambiate la credenza che avere un atteggiamento da depressi porti l’attenzione del vostro mondo su di voi: le persone che vivono accanto a chi soffre di depressione sono stanche, e vengono trascinate a loro volta verso vibrazioni basse. Chi soffre di depressione “succhia” energia a chi gli sta accanto, e non favorisce amore, ma stanchezza e tristezza, creando intorno a sé un ambiente insano che favorisce l’ombra e allontana la Luce.

- Cambiate la credenza che la malinconia e la tristezza siano “romantiche” o piacevoli: sono solo emozioni che allontanano le persone, anche quelle che ci amano.

- Allenatevi a cambiare il vostro dialogo interno: sostituite ad uno ad uno i vostri pensieri negativi con pensieri di vita. Ripetetevi farsi come: “Io merito di vivere”, “Io sono al mondo per uno scopo”, “Tutti desiderano che io viva”.

- Allenatevi a parlare usando solo frasi positive. Ogni frase che si pronuncia ha la capacità di manifestarsi concretamente. Se usate frasi come: “Non ce la faccio… è difficile vivere… Non ne posso più… Nessuno mi capisce Non sai quello che provo… ecc.” attirerete a voi questa realtà. Scegliete quindi di smetterla di lamentarvi e piangervi addosso e parlate in maniera propositiva: “Posso farcela… Per me questa è una sfida che supero con facilità… Questa è una bella giornata… È bello stare con te! Oggi mi sento rinnovato/a… Oggi sto benissimo, Ho voglia di ridere…. ecc.”.

- Fate una “cura” di risate: leggete libri comici, guardate film comici. Evitate di guardare i telegiornali e di leggere i quotidiani fino a quando non vi sentirete positivi completamente.

- Perdonate voi stessi, poi vostra madre, vostro padre.

- Iniziate a scrivere un “Diario di Luce”, dove man mano che vi verranno alla mente i pensieri negativi: “Non merito di vivere”, “Io non merito niente di buono”, “La vita è difficile e io non ho la forza per viverla”, “A nessuno importa niente di me”, “Non posso essere amata/o da nessuno”… e anche: “Stamattina ho pensato che non ho voglia di uscire di casa…” , ecc. scriverete sul quaderno i corrispondenti pensieri positivi: “Io merito di vivere”, “Ho intorno a me persone che mi amano”… “Scorro attraverso la vita con facilità”, ecc.. Usate il diario ogni volta che compaiono pensieri negativi (tenetelo a portata di mano, in borsa, sul tavolo, sulla scrivania in ufficio).

- Allenatevi all’esercizio fisico: la depressione è contraria a qualunque movimento fisico, soprattutto se verso l’alto. Mettetevi in piedi la mattina appena alzati e ridendo (o provando a ridere) fate alcuni salti verso l’alto dicendo ad alta voce: “Io oggi sono positivo/a e felice!”Appena avete l’occasione saltate verso l’alto con le braccia in su, accompagnati da una musica allegra.

- Mentre andate al lavoro o quando uscite camminate a passo veloce respirando con attenzione e ripetendo mentalmente: “Merito di vivere con gioia!”.

- Ogni volta che siete tentati di rimanere su una poltrona fissando il soffitto o a letto, prendete il diario e scrivete e poi alzatevi e saltate… o saltate …poi uscite.

- La sera prima di addormentarvi e la mattina prima di alzarvi portate l’attenzione a ricordare un momento in cui eravate in perfetta forma e visualizzate quel momento con tutta l’intensità che potete, con i colori luminosi, sentendo gli odori, e provando quelle emozioni. Quando avete ben chiara nella mente quell’immagine, tenetela in un angolo della mente, poi visualizzate voi stessi come siete ora (nello stato di tristezza), quindi molto velocemente mentalmente sostituite l’immagine attuale con quella positiva che avevate visualizzato prima. Fatelo 7 volte al mattino e 7 volte la sera. Dopo ogni volta riaprite gli occhi e poi richiudeteli.

Suggerimenti per chi vive con familiari che soffrono di depressione:

* Non cedete al ricatto di restare accanto a loro mentre sono tristi.

* Fate capire loro che preferite stare con loro quando sono positivi.

* In casa siate gioiosi e mantenete l’ambiente luminoso, ben areato e sereno

* Visualizzate la persona che soffre di depressione immersa in una luce bianca e ogni volta che pensate a lei immergetela in una doccia di luce.Aiutatela a ricordare i momenti più piacevoli della sua vita, chiedetele di raccontarveli. Bloccatela quando inizia a lamentarsi o a parlare di cose negative e riportate l’argomento sul positivo, raccontando voi cose positive.

* Rivolgetevi alla sua parte sana, bambina e gioiosa e proponete giochi che si facevano da bambini.

* Non assecondate lo stato di tristezza e non fate sì che la persona che soffre dipenda da voi. Mantenete lo stato di libertà reciproca.

La depressione è uno stato della mente e come tale può essere modificato.

Non esistono situazioni dalle quali non si possa uscire.

Ogni anima ha diritto a vivere la vita fino in fondo, fino al termine che si è dato per svolgere un compito, rifiutarsi di vivere crea solo nuovo karma e ferma l’evoluzione.

Aiutiamo chi soffre di tristezza a tornare alla luce prima che la tristezza si trasformi in depressione e aiutiamo chi è caduto nella trappola della depressione ad usare la sua sensibilità trasformandola in compassione e amore per se stesso e per gli altri.

Fonte: http://www.lamentemente.com/2009/06/07/depressione-atteggiamento-tristezza/

Vivo di emozioni quindi comunico

20 aprile 2009

people_from_all_racesMa chi ha detto che per comunicare serve nessariamente la parola? Noi comunichiamo in molti modi diversi, forse anche più eloquenti della parola stessa. Per esempio con le emozioni.

Comunichiamo le varie emozioni attraverso le espressioni del viso che si hanno per natura e parlano un “linguaggio universale”, capibile da tutti. Ci sono emozioni come la gioia che sono immediatamente comunicabili, senza alcun bisogno di parlare, di aprire bocca.

Rabbia, disgusto, paura, gioia, sorpresa e tristezza sono considerate le sei emozioni primarie, quelle che esprimiamo in modo universale, comuni in tutte le persone della terra. Sono emozioni leggibili da tutti, sono emozioni che comunicano determinati stati d’animo, che dunque, non hanno alcun bisogno delle parole per farsi comprendere.

E’ bene che Tu sappia che se anche il Tuo volto o il Tuo corpo può sembrare impassibile, ci sono dei piccoli gesti che rivelano esattamente l’emozione che provi in quel momento.

Spesso queste emozioni ci “fregano” e comunicano agli altri cose che non vorremmo mai che la persona davanti a noi percepisse.

Per esempio: se stai parlando con qualcuno e ad un certo punto la persona che hai davanti fa un passo indietro, è segno che prova disgusto o fastidio per qualcosa che hai detto o fatto.

Ed ancora: se mentre parla con Te, l’altra persona giocherella con qualcosa che tiene in mano, può essere un segnale di disagio.

Infine: se hai davanti una persona che preme la lingua sulla parte interna della guancia vuol dire che sta esprimendo un forte gradimento.

Naturalmente, questi sono solamente tre esempi. Ce ne sono a centinaia che si potrebbero raccontare. Quello che conta è che Tu devi essere consapevole che il Tuo viso ed il Tuo corpo comunicano emozioni ogni volta che parli e incontri una persona.

Tutto il Tuo corpo comunica “inconsapevolmente” le Tue emozioni: l’espressione facciale, il colorito, i gesti delle mani e, naturalmente, la voce.

In chiusura, posso affermare che l’emozione è il nostro primo linguaggio. Prima delle parole, arrivano sempre le emozioni. Questo perché le emozioni governano i nostri pensieri; sono loro che letteralmente ci “prendono per mano” e ci guidano inconsciamente. Anche nella comunicazione.

Quindi, emozionati pure ma sappi che, contemporaneamente, comunichi le emozioni che provi alle persone che hai davanti.

Come afferma anche il Professor Antonio R. Damasio, una delle figure di maggior spicco nel campo delle neuroscienze: “Grazie alle emozioni siamo creature sociali, in grado di vivere con gli altri”.

Giancarlo Fornei

fonte: http://comeimparareaparlareinpubblico.blogspot.com/search/label/Linguaggio%20del%20corpo

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